La rivista »

Antonella Moscati, Deliri

Antonella Moscati, Deliri, Nottetempo, Roma 2009

Nel bel libro di Antonella Moscati, Deliri, viene raccontata la sua esperienza delirante. È un libro coraggioso, aperto, in cui vissuti tanto dolorosi e pericolosi si danno nella sua scrittura, senza enfasi e senza essere esibiti, con una sorta di lievità che fa emergere uno strato profondo per il quale come lettori siamo confrontati al fatto che, infondo, nessuno di noi può sentirsi davvero del tutto immune da contatti e sfioramenti con queste zone limite.

Rispetto alla sua esperienza, A.M. sceglie la scarna narrazione e, proprio per questo piena di forza, rispetto alla suggestione delle spiegazioni possibili: narrare dice è la cosa più distante dal delirio, e ciò è tanto più vero dato che il delirio si basa proprio su spiegazioni/interpretazioni  onnicomprensive e dilaganti, non essendo possibile lasciare qualcosa al caso… “tutte le cose vengono strappate alla quiete del loro in sé, diventando segni infinitamente interpretabili, segni per me”.

Narrare è la cosa più distante dal delirio” perché è attraverso il narrare che il delirio diviene un’esperienza.

Se il delirio è l’incalzare di un agglutinamento dello spazio e del tempo, nella terrorizzante condizione di coincidenza fra le parole e le cose, il narrare implica uno sguardo, una non coincidenza, e ricuce, ripristina la possibilità di tutte quelle distanze che, facendo spazio psichico, generano quiete.

Poter narrare i propri deliri inaugura e consolida una distanza spazio-temporale dal delirio stesso, neutralizzandone l’onnipotenza.

Narrare ripristina il tempo: facendo storia si delimitano passato e presente e si inaugura l’acquietante possibilità della memoria, acquietante anche quando i contenuti sono spaventevoli, come quando ci si sveglia da un incubo e ci si acquieta pensando che è passato. Si acquieta così l’angoscia dell’illimitato e dell’eterno che coincidono paurosamente con l’istantaneo.

L’atto del narrare è uno sguardo. Attraverso lo sguardo si genera la distanza necessaria che consente un punto di vista: accedere ad un punto di vista sul proprio delirio consolida la distanza da esso, suggellandone una via d’uscita, dato che nel delirio ogni punto di vista è abolito dalla coincidenza con la realtà allucinata e delirata. Avere un punto di vista su di sé in luogo di essere consegnati a coincidere con le proprie impressioni sensoriali o con i contenuti dei propri deliri. La narrazione inaugura così la possibilità di una relazione d’esperienza con il delirio stesso, esperienza trasformatrice nella quale possono coesistere appartenenza ed estraneità a sé. In una conversazione A.M., a proposito del suo narrare, dice che nel racconto “il delirio si stacca e diventa sogno”.

Ancora: narrare è distanziarsi dal delirio perché, dicendo, ripristina la possibilità di non dire, l’accettazione di quelle dimensioni umbratili dell’essere che il delirio abolisce. Antonella Moscati scrive: “Ciò che più fa soffrire quando, tornata la normalità, ricordiamo quei momenti, è proprio la mancanza completa di pudore, così tipica di quegli stati eppure sempre così imperdonabile”. Ecco che la scrittura fa la sua parte: raccontare qualcosa di così intimo senza il compiacimento di una esibizione narcisistica, raccontare per sé e per gli altri senza vergogna, ma con pudore. Dire la verità rispetto alla propria esperienza, ma avendone cura, senza sconfinare nella dimensione spietata di una verità ad ogni costo.

Narrare dà anche la possibilità di aver cura dello spazio necessario per ri-accogliere la propria vita emotiva nella propria incarnazione, ritmandone il contatto d’esperienza, sottraendola dai territori di alienazione e di colpa di cui era ostaggio nella condizione delirante.

Narrare crea e consolida la distanza dal delirio proprio perché non è spiegare, interpretare, controllare, attività del pensiero, queste, troppo contigue a quella soglia, a quel limite, varcato il quale queste stesse attività di pensiero si corrompono verso il delirio. Il delirio per sua essenza satura qualsiasi possibile domanda, impedendone la formulazione, e lo fa anticipando risposte ad un ritmo vertiginoso, attraverso interpretazioni che creano realtà ex-novo. Narrare, al contrario, consente di entrare in una relazione d’esperienza con il delirio, potendolo interrogare e ri-interrogare.

Interrogare il delirio ripristina la possibilità di pensare quelle domande che sono poi il nocciolo della nostra condizione di essere esseri umani sessuati, nocciolo intorno al quale la polpa del nostro essere individuale declina risposte possibili, univoche o molteplici, ma che non possono pretendere di essere universali ed esaurienti le domande stesse. Queste domande infatti riguardano la vita e la morte, l’essere vivi e l’essere morti, il sesso, la procreazione, il corpo e lo spirito, l’altro, l’altro che si ama e che si vorrebbe eternamente possedere, il desiderio e la forma delle sue realizzazioni e delle sue mancate realizzazioni, la realtà dell’interdipendenza fra gli esseri nella dimensione dell’umano sociale, la realtà del male….

Se le domande che vengono redente con l’uscita dai deliri, e che attraversano tutto il racconto di Antonella, sono domande che riguardano lo spettro della condizione umana, contemporaneamente, esse parlano la differenza sessuale femminile e vogliono parlarla per ciò che è e che può essere, fuori dai recinti rassicuranti dell’ideologia.

Antonella Moscati dice che scrive per sé e perché raccontare può essere di aiuto a chi vive o ha vissuto esperienze analoghe. Io penso che è un racconto che può essere di grande aiuto anche a coloro che stanno a contatto con persone chiuse nella loro esperienza psicotica e a coloro che si trovano in una posizione di curanti, soprattutto pensando alla linea di tendenza attuale della psichiatria, ridotta a procedure diagnostiche valutative grossolane che svuotano di senso quell’interesse alla relazione e quella curiosità della differenza che sono state, nonostante tutto, una componente fondamentale della nostra tradizione psichiatrica.

Dalla narrazione infatti emerge, con grande precisione, raffinatezza e in forma dettagliata, lo svolgersi di quei passaggi che inesorabilmente portano al delirio: il raffinamento delle percezioni, la scomparsa di quella rassicurante barriera per la quale le parole non sono le cose, l’essere collocati in un mondo di coincidenze, l’essere esposti continuamente ad imperativi ineluttabili (“i verbi all’infinito cominciarono a parlarmi all’imperativo”), l’assenza di limiti per la quale i significati slittano all’infinito, il fatto che ogni elemento perde la propria parzialità e diviene l’innesco di una serie, la confusione fra le sensazioni e le cose che le suscitano, i sensi di colpa brucianti per i quali non ci sono rappresentazioni possibili se non una terrorizzante amplificazione grandiosa e seriale, la sovversione delle sequenze temporali e delle dimensioni spaziali….

L’accento sull’esperienza, a mio avviso, è un punto fondamentale anche nella cura: la cura necessita di una forma di presenza che, pur intervenendo attivamente, pur lavorando con interpretazioni e spiegazioni possibili, rispetti l’esperienza psicotica accettando quello strato di enigmaticità che consente di proteggere la dimensione vitale dell’esperienza stessa, la sua possibilità di re-interrogarla, di non esaurirla nelle spiegazioni.

È proprio questa scelta di non disperdersi in spiegazioni che da forza e pregnanza a quella affermazione lapidaria che suggella, nella narrazione che Antonella ne fa, l’entrata nel delirio: “meglio la follia della morte”.  È una affermazione che fa emergere con grande efficacia ciò che la psichiatria e la psicoanalisi clinica individua come movente di quelle costruzioni di realtà ex novo che sono le formazioni deliranti: difese dalla morte psichica, difese dai pericoli di implosione. È la ricerca di un sollievo paradossale che pur generando angoscia, protegge tuttavia dal pericolo maggiore di una sparizione, di un annientamento, di un risucchio nell’indicibilità. Il delirio contiene dunque, occluso nella sua mortiferità, qualcosa di vitale, l’atto di un dissenso non altrimenti pronunciabile contro un equilibrio di morte esteso nel proprio sé e nel gruppo di appartenenza.

Nel racconto c’è poi lo sguardo che svela una verità innegabile sul mondo degli altri, gli altri che stanno intorno a chi delira: mentono tutti. “Non c’è solitudine più grande, credo, di quella a cui si è consegnati quando ci si accorge che tutti coloro che ci stanno intorno ci mentono, e sono convinta che non sia possibile non accorgersene”.

A.M. paragona questa solitudine a quella di coloro che hanno una malattia fisica mortale.

Questa solitudine è l’effetto di ciò che genera e sostiene la menzogna: una difesa dall’angoscia, da parte di chi mente, che scava un fossato, tanto più ampio quanto più la persona che delira ci è affine. L’altro ci ricorda che potremmo non essere esentati e ciò accentua la costruzione della barriera fra salute e malattia che si vorrebbe a tenuta stagna, come se il fatto stesso che qualcun altro si trovi nello stato di malattia magicamente ci esentasse dalla malattia stessa.

Un mio paziente a questo proposito si è espresso dicendo che questo atteggiamento altrui non solamente lo lasciava estremamente solo, ma finiva per accentuare la sua paranoia e lo ricacciava ancora più profondamente nel suo mondo delirante persecutorio. A.M. peraltro, sottolinea che proprio la reazione semplice di un amico che le dice la pura verità sulla sua follia, le consente di incrinare e rompere la catena infinita di rinvii generati dal delirio.

A proposito di ciò che ha la potenza di costituire un aggancio per emergere dal delirio, oltre ai momenti di verità di ciò che Moscati chiama “il quotidiano”, ritorna in diversi momenti del racconto l’importanza della dimensione somatica come limite “il mio corpo era ritornato a farmi da limite”.

È qualcosa che mi ha ricordato una conversazione con un paziente schizofrenico tanti anni fa. Questo paziente pur essendo da anni consegnato ai suoi deliri riusciva a costellare la sua parte di funzionamento sano proprio sul corpo: mi aveva parlato delle tante sue tante identità, dato che ogni esperienza emotiva, ogni esperienza del mondo coincideva per lui con una identità, con una delle sue diverse personalità ad ognuna della quali aveva dato un suo nome.  Ad una mia domanda sul corpo, sulla sua possibilità di averne cura, mi rispose “ma certo che ne ho cura, ho tante personalità, posso saltare da una identità ad un’altra, ma di corpo ne ho uno solo e devo trattarlo bene!

Le parole che dicono la verità, la dimensione del quotidiano come limite, la dimensione del corpo proprio come limite, hanno la potenza di smagliare la trama delirante. Danno il sollievo grande che deriva dall’evidenza che qualcosa dentro di sé e fuori di sé esista indipendentemente dal soggetto delirante, danno il sollievo grande che deriva dall’evidenza dell’esistenza di un mondo comune, bello o brutto che sia.

Un altro aggancio di via d’uscita, dice Antonella, è dato dalla bellezza delle cose e ciò, penso, per quanto può esserci di inappropriabile  nella bellezza, perché la bellezza  c’è, e senza perché.

A.M. scrive:Fui aiutata dall’acqua del mare e dalle luci della Provenza, da ciò che in quell’occasione mi si chiarì come il vero limite del linguaggio e della follia: la bellezza delle cose. Da allora ogni felicità che provo mi pare provenire da un primato della cosa ‘in carne e ossa’ sull’immagine che ce ne facciamo: primato della cosa palpabile, assaporabile, udibile, in cui i sensi si accasano, distribuendo quiete.”

Primato dunque dell’esperienza e della testimonianza sulla rappresentazione, primato che, scongiurando il pericolo della negazione e dell’annullamento, consente persino la chance, la quiete del dimenticare.

Concluso il racconto dei deliri, una parabola sui tonni che finiscono nella mattanza riapre un raccontare, riprendendo il tema della morte, della salvezza e della possibilità della testimonianza, in un fuori: fuori da un giudizio, ma anche fuori da una intimità, e fuori dal rischio dell’univocità di una conclusione.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+