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Stefania Tarantino, Senza madre. L’anima perduta dell’Europa. María Zambrano e Simone Weil

Stefania Tarantino, Senza madre. L’anima perduta dell’Europa. María Zambrano e Simone Weil, La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2014

 

Il bel libro di Stefania Tarantino su María Zambrano e Simone Weil si fa apprezzare per almeno due motivi: in primo luogo, per la felice intuizione di leggere parallelamente il pensiero di queste due filosofe del Novecento, accomunate, nonostante la diversità dei loro percorsi, da alcune affinità profonde; in secondo luogo, per il rilancio della scommessa del pensiero della differenza sessuale come chiave di lettura feconda per interpretare due autrici che, pure, non furono femministe.

Il testo è diviso in due parti, la prima dedicata a María Zambrano, la seconda a Simone Weil: il confronto, lungo il testo, è per lo più suggerito attraverso brevi rimandi, mentre è sviluppato esplicitamente nella conclusione. Un primo elemento di affinità fra le due filosofe, a mio parere, è la diagnosi dei mali e della violenza dell’Europa, imputati a uno stravolgimento dell’autentico messaggio cristiano, che ha privilegiato in Dio la potenza della creazione e non la misericordia, impedendo di sentirsi creature (Zambrano), e che condotto a una forma drammatica di sradicamento e di idolatria (Weil). Tarantino riconduce l’origine della violenza europea, in entrambe le autrici, all’oblio della madre-materia, alla mancata accettazione della propria creaturalità e vulnerabilità e alla cancellazione del sapere iscritto nei corpi, il quale implica anche il sentirsi in armonia con il cosmo. A tale proposito, Tarantino ricorda giustamente la predilezione di entrambe le autrici per la sapienza pitagorica – e anche stoica –, che indicava, alle origini della filosofia occidentale, un altro percorso possibile rispetto a quello aristotelico, che invece storicamente è prevalso, la lettura attenta da parte di entrambe della tradizione mistica e delle vie sapienziali dell’Oriente, queste ultime molto apprezzate soprattutto da Weil. L’insieme di questi elementi configura un sentire-sapere in sintonia con il mondo che ci circonda: Zambrano valorizza la costituzione passiva della soggettività femminile, la sua recettività e il sapere dell’anima che essa custodisce, e Weil, da parte sua, elogia la madre, la materia, la matrice come esempio di perfetta obbedienza a Dio, che reca al tempo stesso in sé il sigillo della bellezza.

Buona parte del testo è dedicata al pensiero politico delle due autrici, dall’interrogativo sulle origini della violenza europea e sul delirio di deificazione dell’uomo occidentale fino all’azione sacra di Antigone, nel caso di Zambrano, dall’idolatria e dallo sradicamento dell’Occidente fino alla sacralità dell’impersonale nell’essere umano, all’azione non agente e alla proposta di una nuova politica per l’Europa, nel caso di Simone Weil. Particolarmente riuscita è la parte sull’impersonale in Simone Weil, la cui interpretazione è sorretta dalla penetrante analisi di Angela Putino, che di Stefania Tarantino è stata maestra. A tale proposito, tuttavia, vorrei avanzare una piccola riserva: sarebbe stato opportuno un confronto diretto fra le due autrici sulla questione della persona e dell’impersonale, che rappresenta un punto di attrito e di dissenso fra le due filosofe, nonostante le loro affinità di fondo, ben argomentate nel testo. Dispiace anche che non sia registrata nel libro di Tarantino la testimonianza, resa da María Zambrano in una lettera scritta da La Pièce ad Augustín Andreu, di un breve incontro avvenuto fra la stessa Zambrano e Simone Weil durante la guerra di Spagna: è vero, come si sottolinea nella conclusione, che la mediatrice fra le due grandi pensatrici fu Cristina Campo, che fece conoscere a Zambrano le opere di Weil, ma il ricordo di un incontro effettivamente avvenuto avrebbe forse aggiunto qualcosa di significativo.

Invece, un apprezzamento del tutto personale deriva dall’accostamento, suggerito in alcuni punti del testo, delle due filosofe alla scrittrice Marguerite Duras, chiamata in causa soprattutto per le sue riflessioni sulla vita materiale, che ben si accordano con quel sapere “che affonda nei corpi prima che nei libri” (p. 225), con cui non solo Zambrano e Weil ma le donne in generale sono maggiormente in sintonia. Entrare in contatto con la materia e risuonare musicalmente in sintonia con gli elementi naturali significa essere in armonia con il sacro e con la physis, e rimediare così alla cancellazione della madre, che disgraziatamente è stata prevalente nella cultura occidentale fino ai nostri giorni. Questo potrebbe essere anche il punto di partenza di una politica attenta a non devastare l’ambiente e a non distruggerne le risorse, ma capace di avere rispetto per la natura che ci nutre e ci sostiene, e capace inoltre di esercitare l’attenzione nei confronti della singolarità incarnata di ciascuno e di ciascuna.

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