Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Sono stata bene in compagnia di questo libro; in veglia e anche in visioni. Ha arricchito il mio pensare e, standoci insieme, ho percepito una dolce complicità. Sarebbe molto lungo raccontare tutto ciò che ho elaborato stando in sua compagnia, per cui scelgo solo alcuni aspetti per me importanti per raccontare la trama tessuta in queste pagine poetiche.

Non mi piace parlare di “punti” da evidenziare, preferisco parlare di stanze che divengono luogo poetico. In ogni stanza sono nascosti infiniti dettagli che lettrici e lettori avranno modo di scoprire.

Le stanze sono tre.

Dalla prima stanza o il primo luogo raccolgo la Maestria femminile.

Dalla seconda stanza o secondo luogo raccolgo le pratiche e soprattutto l’invito a un metodo: poetica e pittura, in particolare l’acquarello solcato dall’inchiostro a china.

Dalla terza stanza invece, riscatto la posizione dell’autrice: rivolta verso Oriente.

Iniziamo dunque questo viaggio interiore.

Per introdurci invito all’ascolto della poesia che apre la trama poetica del libro.

 

Ci sono segni che ho bisogno di portare con me

le ali dispiegate in volo del gabbiano

l’ apparire circospetto del capriolo

la curva dolce dei delfini festanti

il ripiegarsi appena accennato delle betulle

verso la terra

l’ apertura solenne dei rami di faggio

l’ordinato incolonnarsi dei pioppi

la tensione verso il cielo dei castagni

l’abbondanza lieve degli ulivi

il circolo riposante del gatto dormiente

i profondi occhi imploranti del cane …

 

Entriamo nelle tre stanze.

La prima come ho detto è la Maestria femminile. Un filo di saggezza che accompagna tutto il libro, perché l’esperienza è diventata maestra e la vita, come direbbe Carl Jung, non è incapsulata nella testa perché è l’intero corpo che vive. Un corpo abitato, anche quando attraversato da esilio di solitudine.

Il libro si apre in quiete, così da fare pensare che questa scrittura poetica ci farà riposare, ma l’autrice ci riporta subito alla concretezza espressa anche nel titolo: non si ricorderà solo la vita in quiete ma la vita, così come la vita è, perché vivere è procedere in metamorfosi esistenziali che l’autrice definisce, giustamente, inattese.

Dopo la quiete della prima poesia, subito ci viene affidato con sapienza il contesto che ha ispirato la scrittura e il disegno. Ci viene detto che in quiete ci sono anche giorni senza sole, anzi anni, perché Delfina ci fa entrare in un contesto datato e abbastanza lungo: dal 2000 al 2014. Da parte mia preferisco parlare di giorni, perché sono i giorni che formano lunghi anni, infatti dal libro affiora la quotidianità, tra accadimenti e giornate monocolore definite “giorni senza sole”.

Di che Maestria sto parlando? Entrare subito tra quiete e solenne pesantezza del vivere; trama che intreccia tra loro, corpo, psiche, intelligenza e cultura. Quindi: debolezza, fatica della natura, colori che si smorzano tra le nebbie, relazioni che si stancano e tacciono. Questa è la Maestria femminile della verità profonda degli esseri e dei loro complessi contesti.

Il fatto che l’autrice ci sveli fin dall’inizio questi chiaroscuri esistenziali in cui avvengono le metamorfosi inattese, lo recepisco come gesto prezioso di Maestria. Quando si ricercano cammini da percorrere in ascolto e alla presenza delle ispirazioni dell’anima, maestre e maestri mettono in guardia e avvertono i neofiti che le vie trasformative si districano tra i labirinti inaspettati che la stessa vita ci presenta.

Il ritmo giusto delle pratiche esistenziali sulle vie trasformative è sempre quello che segue il ritmo prezioso del sole e della luna; del giorno e della notte, della luce e del buio. Usando il linguaggio dell’autrice: la nebbia che convive nelle pianure armoniose della quotidianità della vita e la polvere stellare che convive con il buio della notte più oscura.

Non si tratta di una irrisolvibile dicotomia ma piuttosto di una magica sincronicità dell’esistenza. “E fu sera e fu mattina” è il ritornello dell’antico mito ebraico della creazione (cfr. Gen. 1). Nelle vie spirituali il ritmo è rovesciato: si attraversa notti e coltri oscure o spesse nebbie mattutine, per arrivare alla chiaroveggenza. Intanto, le trasformazioni hanno luogo. In questo senso il libro di Delfina Lusiardi è prezioso nel fare emergere pratiche trasformanti. Sono esercizi di volo (pag.76), come le chiama lei.

Anche se non se ne fa menzione diretta, l’autrice ci invita a guardare e discernere gli angeli della visione, i compagni di viaggio, anche quelli che non si relazionano a noi in quiete e che non ruotano nell’orbita delle nostre sinergie, ma anch’essi sono preziosi. Ci sono tracce lasciate nella realtà quotidiana che l’autrice chiama: segni che ho bisogno di portare con me. Tracce date, che emergono dal quotidiano, tracce di presenza indipendenti da noi.

La nostra vita si plasma e si corregge a volte si deforma per poi tornare ad essere formata.

La poetica di questo libro prende forma dal complesso contesto della quotidianità che brilla di luce propria, che non chiede permesso pur nelle sue irruente inserzioni e che popola le nostre giornate. Tempo feriale che nelle vie trasformanti va accolto, ospitato e letto intensamente dal di dentro. Anche questa è pratica importante delle nostre metamorfosi: ospitare ciò che accade.

La seconda stanza è quella della metodologia. Il libro va letto secondo due delle coordinate più belle del nostro esistere: la scrittura poetica (genere letterario poetico-narrativo) e la pittura. Raccolgo il primo poetico-narrativo: non solo scrittura ma stile di vita. È la poetica che detta questo ritmo esistenziale perché la poesia è modus vivendi. Il gioco etimologico dell’antico termine greco lo dimostra: poiein fare e poiesis è il gesto che crea e, in quanto metodo usato in cammini trasformanti, è iniziazione allo stare nel mondo. Verbo di relazione e non solo di trasmissione di parole in versi. Gesto emergente per sanare la ferita creatasi nei rapporti; soglia d’incontro degli esseri umani tra loro nelle relazioni interpersonali e politico-collettive e recupero della grande relazione tra l’umanità e il cosmo. Osservando attentamente si nota come il testo è ricco di presenze: oggetti, animali, risorse naturali e tutti emergono grazie ad accadimenti particolari che provocano lo sguardo alla metafisica dell’esistenza. Ma non è solo la poetica-narrativa a rivelare la pratica metodologica.

Nel libro è evidente anche un’altra pratica: il disegno, la pittura e in particolare l’acquarello. Si tratta di frammenti dipinti e metamorfosi colte senza essere imprigionate nella limitante prospettiva umana ma lasciate libere per ulteriori metamorfosi. Forme che escono dal ruvido del foglio che ha la funzione di uno spazio-luogo. Superficie da cui emerge l’implorante o mendicante presenza dell’accadimento; la provocazione che suscita metamorfosi trasformanti. E per tratteggiare il passo delle “presenze” si dipinge e ci vuole l’acquarello.

Arte ancestrale dell’Estremo Oriente già nel 250 a.C. Inchiostri diluiti per decorare la seta. Anche gli egizi usavano tecniche simili per la scrittura sui papiri e lo stesso facevano in Giappone. Arte presente nelle miniature dei manoscritti medievali, pratica di preghiera contemplativa e di pazienza ma anche tecnica usata in schizzi di opere più complesse e su parete.

L’acquarello, in realtà, si presta molto bene per riscattare il fremito e l’imprecisione della realtà quotidiana. È espressione di uno sguardo non tanto colpito dalla geometria euclidea e dunque misurabile e ben squadrata, ma dalla frattalità dei contorni reali della vita. Dunque, espressione della natura, delle piante e del loro movimento, anche se appena accennato. Espressione dei movimenti leggeri dei corpi umani e di quelli di ogni altro essere non umano.

La materia prima è l’acqua che gioca in simbiosi con le polveri di colori naturali presenti nella natura: le piante, alcune pigmenti di insetti, pollini, ecc.

Direi che l’acquarello è la pratica delicata del nostro sguardo; gli occhi non si appropriano di ciò che vedono, anche quando ciò che accade ci riguarda personalmente, cioè: era davvero per noi. Lo sguardo, senza distogliersi dalla realtà, coglie la presenza e ne segue il passaggio.

L’acquarello è pratica non violenta, perché non giudica e non occupa e invade il mondo, lascia che sia la realtà a fornire l’ispirazione. Realtà detta o dipinta ma accennata nel linguaggio dei versi e in quello della mano che disegna, ma sempre nella consapevolezza profonda che tutto ciò resta aperto ad altre esperienze. Una specie di apofatismo della poetica e della pittura.

Nei disegni che accompagnano le poesie dell’autrice, c’è un altro tocco particolare: l’inchiostro, la china. L’inchiostro è la scia, la traccia ma anche la ferita che resta nel percorso della materia trasformata. Traccia che dà all’acquarello una solennità particolare, insegnando il suo movimento ma evidenziandone il chiaroscuro che mentre da corpo e amalgama in un unico il colore, dall’altra segna e traccia la misteriosa incisione lasciata dalla trasformazione.

Chi è poeta con gli occhi e con il cuore e chi fissa il fremito del reale su fogli di ruvida carta, deve chiedere alla realtà circostante, ai contesti quotidiani di donare la luce giusta. Arte rispettosa che segue anch’essa le vie dell’esicasmo trasformante e cioè il silenzio che coglie la parola e ogni attimo, visitandone le loro profondità.

Questo aspetto che emerge anche dal testo a pagina 20:

 

Se non venissi tu

scotano

ad accendere il verde

arrugginito dei pendii

se il giallo

dei castagni

non illuminasse

questi grigi

rigonfi di pioggia …

 

Veniamo dunque alla terza stanza: lo sguardo del corpo verso Oriente.

Non ho chiaro se è l’autrice ad aver guardato verso Oriente o se è lo spirito archetipico dell’Oriente, ad averla raggiunta. Di fatto l’Oriente diventa luogo trasformante che cura l’ansia e lascia la scia di pace:

 

…non ho avuto paura

e le bestie

non mi hanno fatto

 del male (pag. 26).

 

Testo critico verso ogni possibile religione ed etica del sacrificio; parresia più vicina ai percorsi spirituali dell’Estremo Oriente in cui la Virtù nutre. Fanno crescere e danno cibo, sostengono e allevano, alimentano e covano. Generare senza possedere, fare senza dipendere, lasciar crescere senza dirigere: questa è detta la Virtù Misteriosa. (da: AAVV. Fili di Seta. Introduzione al pensiero filosofico e religioso dell’Asia. A cura di Donatella Rossi. Ubaldini Editore. Roma 2018. pagg. 284-285).

Ma l’Oriente non è solo sinonimo di luoghi e vie sapienziali ma archetipo dei processi vitali dell’universo, perché custode del Sole, grazie al quale l’universo si muove nelle sue più segrete linfe vitali. Raggiunge tutti, secondo l’adagio delle prime comunità cristiane: sorge sui cattivi e sui buoni, sui giusti e sugli ingiusti. (cfr. Mt 5,43-48). Se dunque l’Oriente è archetipi e non solo punto di una coordinata geografica, significa che non è un optional, ma per tutti diviene sorgente della nascita. È Archè primordiale da cui scaturisce quel ritmo rovesciato: sera e mattina, oscurità e luce, imbrunire e tramonto, a cui accennavo all’inizio e che lascia spazio a nuove aurore.

È mondo insonne che non legherei a nessuna religione o filosofia spirituale particolare perché nelle geografie spirituali fa la funzione dell’anima. Soffio vitale verso cui l’occhio deve guardare, l’orecchio ascoltare e la bocca nutrirsi, perché l’anima -come direbbe Carl Jung- non è di oggi! Essa conta milioni di anni. Ma la coscienza individuale è solo il fiore e il frutto di una stagione, germogliato dal perenne rizoma sotterraneo, e che armonizza meglio con la verità se tiene conto dell’esistenza del rizoma, giacché l’intreccio delle radici è la madre di ogni cosa. (cfr., Simboli della trasformazione)

Questo, a mio avviso, è il viaggio interiore intrapreso da Delfina Luisardi, viaggio destinato a continuare di metamorfosi in metamorfosi, inattese e trasformanti, tra pratiche di poesia e di pittura, anelli di congiunzione assai preziosi, tra il mondo manifesto e quello intangibile.

Chiudo queste riflessioni con un breve versetto della poesia che si trova a pagina 33 (verso la fine):

 

Chiamo amore

 i pensieri d’amore

 e chiamo amore

 il pensiero

che ritrova le vie dell’amore.

 

 

 

 

 

 

 

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