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Speculum di Luce Irigaray

  • Relazione tenuta al seminario di Diotima, Università di Verona, 5 novembre 1999

 

 

Speculum viene pubblicato a Parigi nel 1974. E’ uno dei testi maggiori del pensiero della differenza sessuale. In Europa come negli Stati uniti, in tempi e modi diversi[1], Speculum è stato accolto come  un testo fondamentale, cioè imprescindibile che apre a un nuovo modo di pensare all’essere donna nella nostra tradizione di pensiero.

Con Speculum Irigaray dà voce a un periodo particolarmente vivo per la filosofia, la psicoanalisi e il movimento delle donne[2]. Ma in questo testo non c’è solo l’aria del tempo, c’è una grande scommessa.

In quegli anni Irigaray era allieva dello psiconanalista Jacques Lacan e psicoanalista a sua volta, attiva nel gruppo di donne psych.et.po. (psicoanalisi e politica) fino al 1970. All’uscita di Speculum, nell’ottobre 1974,  Irigaray viene sospesa dagli incarichi di insegnamento che ricopriva fino a quel momento all’università di Vincennes – università che era stata al centro del 68 e aveva dunque fama di luogo di libertà politica. C’è anche questo in Speculum, uno scontro per la libertà femminile che i protagonisti del 68 non sono stati in grado di reggere[3].

 

Speculum si può dunque leggere come un atto di guerra – è questo che vorrei mettere in luce in questa lettura, vorrei leggere quest’opera come atto di guerra. Una guerra simbolica, condotta da Irigaray con  un uso magistrale del discorso, della teoria e dei suoi meccanismi, che ha avuto delle ricadute di fatto, come quell’espulsione.

Si tratta di un aspetto, questo atto di guerra, che fa la grandezza del testo e insieme indica qualcosa di poco convincente, qualcosa che è rimasto non detto.

 

Filosofia e psicoanalisi, una psicoanalisi che nella versione lacaniana dà molta attenzione al linguaggio, sono gli assi portanti che Irigaray mette a frutto e scompiglia nel suo magnifico testo. Sui suoi rapporti con la politica delle donne Irigaray stessa fa risalire la fine della propria appartenenza al movimento e alle sue “fazioni” al 1970[4]. Dunque alcuni anni prima dell’uscita di Speculum.

 

Per dire come si configura la guerra di Speculum citerò in particolare i due capitoli “Ogni teoria” e “Il volume senza contorno” che aprono e chiudono la seconda sezione di Speculum e che presentano in modo più generale gli intenti di Irigaray. Sono capitoli in cui Irigaray presenta una sorta di manifesto della guerra condotta contro il pensiero occidentale e il suo fallocentrismo e insieme dà delle tracce per aprire a un pensiero differente sull’essere donna.

 

Penso che Speculum sia noto a molte di voi, ma dare un breve cenno sulla struttura dell’opera[5] mi aiuta nello sviluppo del discorso, penso che lo renda più chiaro.

Speculum si divide in tre sezioni, la prima è dedicata a una critica di Freud, soprattutto al suo scritto tardo sulla femminilità.

La seconda inaugurata dal capitolo di cui dicevo ‘Ogni teoria’ è un excursus attraverso i momenti più importanti del pensiero occidentale, da Platone fino a Hegel, e sui modi in cui viene trattato il femminile, dalla donna, alla madre, alla materia, alla natura. La sezione si chiude con il capitolo ‘il volume senza contorno’. Infine la terza sezione è dedicata a una lunga analisi del mito della caverna, quel mito con cui Platone nella Repubblica illustra il rapporto degli uomini con la conoscenza[6].

Dice dunque Irigaray:

 

ogni teoria del “soggetto” si trova sempre ad essere appropriata al “maschile” 129

e così la donna non ha ancora avuto luogo (210)

 

sono le frasi d’inizio dei due capitoli che aprono e chiudono la seconda sezione, quella dell’excursus sui momenti del pensiero occidentale. Sono dichiarazioni nette, perentorie. Non c’è luogo teorico, non c’è concetto che una donna possa mettere a frutto per sé, per far parlare la propria differenza.

Irigaray sta facendo pulizia delle illusioni. In un’intervista su un quotidiano francese[7] Irigaray critica le donne ‘sapienti’, quelle che pensano di poter entrare nell’ordine del sapere costituito. Bando a queste illusioni, dice, nella teoria una donna, la donna, non ha posto, o meglio ha un posto predefinito, quello che l’uomo e il suo discorso le riserva.

Ed è a quest’opera di disillusione che Speculum è soprattutto dedicato. Né Freud, grande scopritore dell’inconscio, né i vari filosofi sono capaci di creare uno spazio di pensiero in cui la donna, una donna, possa dire liberamente la propria esperienza, darle una forma. Anzi, e di qui il titolo, il femminile, in tutte le figure che assume, la donna castrata, la madre fallica, la materia informe, la natura gratuita, l’esclusa etc., è lo specchio, il supporto, il suolo perché il soggetto maschile possa ritrovarsi, possa riconoscersi uguale a se stesso.

 

Mi fermo per segnalare un paradosso: Irigaray ribadisce continuamente che la donna ha per destino il mutismo, non può produrre un pensiero che sia suo, che faccia riferimento a un proprio ordine, eppure, lei stessa, donna che denuncia questo mutismo, gli muove guerra, parlando, con grande finezza e maestria.

Irigaray rivela dunque una trappola simbolica che si chiude sulla soggettività femminile, la rivela e la articola nei minimi dettagli, eppure in questo gesto di disvelamento della trappola lei è altrove, non vi rimane chiusa dentro. Insomma, si potrebbe fare un esercizio di immaginazione: Speculum avrebbe potuto essere solo un libro di denuncia, di denuncia dell’oppressione, stavolta non solo materiale ma simbolica, relativa alla possibilità di pensarsi di pensare la realtà, e credo che sarebbe stato un testo fra gli altri (all’epoca ce ne sono stati molti altri di questo tipo)[8]. La grandezza di questo testo, la sua fecondità, sta nel fatto che il grande e imponente disvelamento dei meccanismi di esclusione che regolano il pensiero occidentale viene in qualche misura smentito nel testo stesso. La trappola descritta è una trappola in cui Irigaray non sta già più. Perché non ci sta più? La lettura che voglio dare è che questo non esserci già più accade in virtù dei suoi rapporti politici con altre donne, quelli che aveva avuto fino al 1970 in modo costante[9]. Reali rapporti con altre donne, rapporti che venivano elaborando un pensiero, al di là di uno stato di guerra che registra un’oppressione. Ma di questo nel testo non si dice. E’ il non detto. Insomma, voglio sottolineare come la grandezza di questo testo è data dalla tensione tra l’atto di guerra dichiarata e qualcosa che il testo non riesce a dire, le condizioni che hanno reso possibile quell’atto[10].

 

Tornando al testo. Nelle pagine del capitolo ‘Ogni teoria’ troviamo i punti della posta in gioco di questa guerra e il modo in cui l’autrice vuole condurla:

 

l’Altro serve a mantenere in lui decaduto l’organizzazione di un universo sempre identico a sé … un universo che sta dietro la rappresentazione (di sè) … la somiglianza riprende a proliferare, in una quantità di analogie. Il ‘soggetto’ allora si fa molteplice, plurale, a volte dif-forme, ma continuerà a postularsi come causa di tutti questi (suoi) miraggi … il soggetto, il modello (del) medesimo. Al confronto del quale tutto ciò che è fuori resta sempre condizione di possibilità dell’immagine e della riproduzione di sé (131)

Insomma ci sono motivi di guerra tra una donna che cerca uno spazio di discorso e un ordine, quello maschile o fallocentrico, che glielo nega. Si tratta di una questione di vita o di morte, simbolica. La donna in posizione di questo altro del medesimo, del soggetto maschile che cerca sempre e solo se stesso, il proprio valore, diventa il rovescio della medaglia, di un’unica medaglia. E non c’è luogo del discorso, delle teorie in cui questo non avvenga, a sentire Irigaray[11]: Freud definisce la donna come castrata, dunque come qualcosa sì, ma come un non-uomo; quanto alla madre e allo scompiglio che porta nella coppia attivo e passivo, visto che una qualche attività bisogna pur riconoscergliela, la madre sarà allora definita fallica, cioè dotata di un’attività che comunque appartiene al modello maschile, e via dicendo.

Con i filosofi non va meglio. Oltre a tutti i passi delle opere platoniche dove alle donne sono attribuiti gli stereotipi classici: le donne sono più passionali, si esprimono con minore proprietà, etc., troviamo Aristotele e come trasforma il femminile in materia, e dice che la donna tende all’uomo come il brutto tende al bello; insomma la lista è lunga.

Arrivata a Plotino Irigaray radicalizza questa verità che va scoprendo – cioè che non c’è posto per una parola di donna nella teoria occidentale. Nelle pagine dedicate a Plotino Irigaray  non dice niente, ci sono solo le parole del filosofo e dei punti di sospensione. Questo capitolo permette di vedere, di percepire proprio, cosa sarebbe stato il libro se Irigaray avesse effettivamente coinciso con la donna suolo muto di cui lei dice: una serie di frasi e discorsi sulla donna intervallata da espedienti grafici per segnalare che lei c’è ma non parla, non può parlare. Pensate se tutto Speculum fosse stato così, sarebbe stata una performance, particolarmente forte, drammatica, ma non sarebbe stata un’opera, quell’opera che ha generato il lavoro teorico e che ha potenziato il lavoro politico di tante altre donne.

Quanto agli elementi di apertura che pure Speculum ha, la possibilità di leggerli e svilupparli appartiene a una posizione diversa. E’ da un’altra posizione che li si potranno rendere significativi.

 

Tornando ancora al testo. Di fronte a questa chiusura così compatta, dice Irigaray

perché non rinforzare, fino all’esasperazione, il malinteso? (138)

ma come fare? poichè le parole ‘sensate’ – di cui tralaltro dispone soltanto per mimetismo – sono impotenti a tradurre ciò che è pulsante, sospeso e sfocato (…). Allora… mettere ogni significato sotto sopra, dietro davanti, alto basso. Scuoterlo radicalmente, riportandovi, reintroducendovi quelle convulsioni che il suo ‘corpo’  patisce (…). Insistere inoltre e deliberatamente su quei vuoti del discorso che ricordano i luoghi della sua esclusione, spazi bianchi che con la loro silenziosa plasticità assicurano la coesione, l’articolazione. (…) Bisogna che per un tempo non si possa più prevedere da dove, verso dove, quando, come, perché… queste cose succedono…(137)

Irigaray sta qui proponendo il da farsi. Un discorso è fatto anche di quel che non dice, di ciò che permette il dire. Altrove in Speculum Irigaray dimostra che questa condizione gli uomini l’hanno trovata nella madre, nella donna, nel femminile. Propone dunque di rintracciare quella condizione, ma non stando alla lettera di quello che gli uomini effettivamente dicono della madre, della donna, del femminile, ma piuttosto cercando i punti dove non riescono più a dire, si contraddicono, saltano a delle conclusioni la cui necessità sfugge, là dove ci sono dei vuoti. E’ questa la strategia del mimetismo, che è stata evidenziata soprattutto da una certa lettura statunitense, come strategia dello scontro con l’ordine dominante del discorso[12]. Mettere in scena quello che l’altro dice di me, donna, per farne esplodere le contraddizioni. Irigaray fa riferimento alla figura dell’isterica e al modo in cui mette in scena il desiderio del padre: la messa in scena è così eccessiva che produce uno svelamento di quello che invece le convenienze sociali vogliono nascondere.

Insomma, Irigaray sta proponendo una guerra all’ordine costituito del discorso che intrappola la parola di donna. E per fare questo propone di assumersi il ruolo di fattore di disordine, di perturbante che l’occidente ha attribuito al femminile. Ma stavolta si tratta di assumerlo deliberatamente per far saltare l’ordine stesso.

 

A questo punto vorrei tornare al paradosso di cui dicevo. Irigaray sta parlando di una guerra, questa guerra va mossa contro un ordine, assumendo deliberatamente il disordine di quell’ordine. Uno dei modi in cui lei nomina questo disordine femminile è la figura dell’isterica, con i suoi sintomi, con la ripetizione caricaturale di “così come tu mi vuoi”, come eccesso. Questa figura Irigaray la riprende per delineare una figura possibile della soggettività femminile, in ‘Il volume senza contorno’, come qualcosa di fluido che rifugge dall’ordine dalla formalizzazione.

Ma. C’è una grande obiezione da fare. Se la donna rimane disordine, è disordine, coincide con esso, che guerra può mai fare? Speculum è il grande esempio di un conflitto agito, mirato, dove la padronanza di sé, di ciò che si vuol dire, di ciò cui si mira, ha la sua parte.

Troviamo infatti una frase di Irigaray, che dice

 

questo sconcerto del linguaggio si presenta ben anarchico nel suo programma, ma nondimeno richiede un paziente rigore (138)

in effetti, il lavoro di Irigaray è tuttaltro che disordinato e informe, la maestria della scrittura in Speculum smentisce quel preteso disordine. Irigaray piuttosto lo assume deliberatamente e, talora, la sua maestria è tale che la scrittura esemplifica la fluidità di cui lei parla[13]. Di nuovo, è già  fuori da quel disordine, e anche da quell’ordine. Altrimenti non avrebbe potuto muovergli guerra.

Approfondisco allora quanto dicevo sull’atto di guerra e sulle sue condizioni. Dicevo che secondo me la dimensione simbolica dell’atto di guerra che è Speculum è stato reso possibile da qualcosa che nel testo non c’è, non è detto. Che cos’è questa cosa? Questa lettura rivela che sono i rapporti di sapere, le parole teoriche che Irigaray ha scambiato nei suoi rapporti politici con altre donne[14]. Questi rapporti hanno creato lo spazio extrateorico, di esperienza, di vita, uno spazio che non è già più selvaggio, fatto com’è anche di parole teoriche, di conoscenze e letture, che hanno permesso a Irigaray di lottare sì contro le teorie dominanti, cercando di farle esplodere dal loro interno, ma senza esserci tutta, senza coincidere con quel che loro dicevano. C’è dunque alle origini di Speculum la mediazione di un sapere di donne che permette a Irigaray di non essere schiacciata, ammutolita dal corpo a corpo con la teoria. Insomma, sto parlando del rapporto tra teoria e politica nel pensiero di una donna, di Irigaray, un rapporto in cui uno dei due termini, la politica, in questo grande testo, è rimasta non detta.

Mi spingo oltre, secondo me l’atto di guerra di Speculum è stato possibile perché l’autrice ha vissuto, sperimentato, la possibilità di un amore delle donne per loro stesse[15]. E con “amore” non intendo il compiacimento o una statica accettazione di sé.

In altri termini, solo sperimentando il riconoscimento, uno scambio che rende amabili a sé e all’altra[16], è possibile portare la guerra fuori di sé, non coincidere con essa, non stare ai suoi termini, è possibile agire lo scontro anzichè essere il terreno di quello scontro. Se non fosse stato così, Speculum sarebbe rimasto un grido di indignazione, doloroso quanto sterile, un “non è vero” urlato agli autori che si arrogano la pretesa di dire la verità sulla donna. L’amore in questo caso può allora essere inteso come ciò che genera la capacità di discernimento, ciò che rende capaci di mirare la rabbia, la rivolta, sapendo insieme ciò che si vuole, ciò che vale per sé.  Insomma l’amore, di sè, dell’altra, è la condizione per condurre una guerra che sia simbolica.

 

Tornando ancora una volta al testo, torno un po’ indietro. Irigaray  ha detto che la donna non ha ancora avuto luogo, ma tuttavia dà delle indicazioni di come potrebbe essere questo volume, questo luogo senza contorno. Siamo infatti al capitolo ‘il volume senza contorno’.

 

la donna non è né chiusa né aperta. indefinita, in-finita, in essa la forma non è completa. Non è infinita e nemmeno una unità … L’incompletezza della sua forma, della sua morfologia, le permette di diventare altra cosa, in ogni momento, il che non vuol dire che sia mai univocamente niente.  (211)

e ancora

(La/una) donna fa segno verso l’indefinibile, il non numerabile, il non formulabile, l’informalizzabile (212)

Cito questi due passi, che mostrano un po’ il tono generale del capitolo. Ed è qui che mi sembra che Irigaray si sia fatta prendere la mano dalla forza d’inerzia del suo discorso e dalla contrapposizione all’ordine che vuole combattere. Il tutto fluido della soggettività femminile, lo scompiglio permanente, l’irriducibilità a qualsiasi forma, mi sembrano essere più una definizione in negativo di quel che può darsi per una soggettività femminile, piuttosto che delle aperture a un pensiero a venire. Tanto più che questa avversione della donna per la forma entra in flagrante contraddizione con la possibilità di Irigaray di frequentare autorevolmente le teorie. A prenderla alla lettera si cadrebbe in quella contraddizione di cui dicevo a proposito delle pagine su Plotino.

Le aperture in Speculum ci sono, ma non in questa parte che proclama la fluidità e l’indefinitezza femminile. Eppure è una delle indicazioni che più hanno avuto ascolto, nella lettura di Speculum[17], e sta all’intelligenza pratica e politica di alcune lettrici, l’aver saputo cercare e mettere in valore dell’altro rispetto a ciò che l’indice di Irigaray puntava in modo insisitito. Ma questo fa parte degli sviluppi del pensiero della differenza sessuale[18]. Su questi sviluppi voglio piuttosto lasciare in sospeso una questione: l’ultima parte del lavoro di Irigaray, almeno da Amo a te, quando tratta di politica, utilizza senza remore il termine di identità. Ne è stata fatta di strada da quell’informalizzabile di Speculum[19]

 

E così, se è vero che il testo non riesce a dire dell’amore che ha reso possibile quella guerra, è anche vero che la possibilità di muovere una guerra simbolica ha a che fare con il rapporto tra sé e sé. La possibilità di muovere guerra riguarda i conti che ognuna riesce a fare con ciò che è la sua singolarità, nella capacità di accogliere quel che sfugge a un ordine possibile e di non cancellarlo. Insomma, di nuovo, c’è un gioco tra ordine e disordine da fare, questa volta nel più intimo di ognuna, perché queste due forze non si irrigidiscano in un tutto dentro e un tutto fuori e producano spostamenti e significati nuovi. Ho trovato una traccia visibile, che dice che Irigaray questo l’ha saputo fare, è una questione di stile, è l’espressione “Il che non vuol dire…” che lei usa molto di frequente.

La capacità di smarcarsi da una propria affermazione – anche quando ha implicato un lavoro così strenuo come quello che sta dietro a Speculum – è l’indice di una leggerezza, di un gioco tra sé e sé, che toglie all’altro la sola funzione della negazione. E’ l’indice di quell’amore di sé, fatto di accoglienza e discernimento, che permette di accogliere e mostrare nel discorso quel che è successo senza che lo si fosse previsto, e di farne qualcosa di buono da pensare. Di nuovo, però, questo rapporto tra sé e sé, perché non sia il delirio di una bella pensata, ha per condizione la parola dell’altra.

La posizione di lettrice che  mi è disponibile oggi, dopo tante opere di donne e di Irigaray stessa, mi ha permesso di mettere in luce quel che nel testo c’è e quel che non c’è, l’amore che è condizione per fare guerra e, insieme, una certa solitudine necessaria, o per meglio dire, un certo saper stare in compagnia di se stesse.

 

[1]              Sui tempi e i modi della ricezione statunitense di Irigaray, v.  N. Schor, M. Whirtford e C. Burke, Engaging with Irigaray, Columbia UP, New York 1994. Della particolare ripresa e rielaborazione italiana, parla Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga, Milano 1987; in Inghilterra, M. Whitford, propone una  lettura di Irigaray che si discosta dai luoghi comuni dell’analisi statunitense, in Luce Irigaray. Philosophy in the Feminine, Routledge, London-New York 1991. Fra le altre letture di Irigaray, segnalo E. Grosz, Sexual Subversions: Three French Feminist, Unwin Hyman, Winchester MA 1989; R. Braidotti, Dissonanze, La Tartaruga, Milano….; T. de Lauretis, The essence of the Triangle, “differences” summer 1989.

[2]              Per la contestualizzazione storica di Speculum e più in generale dei primi anni Settanta: Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg e Sellier, Torino 1987; C. Zamboni, La filosofia donna, Demetra, Verona 1997; “memoria”, n. 19-20, 1987, R.. Braidotti, Dissonanze, cit.; “signs”, 3, 4, summer 1978, A. Jardine, E. Menke, Shifting Scenes, Columbia UP, New York 1990; “ideology and consciousness”,1, 1977; N. Fraser, Lee, Barky, Revaluing French Ffeminism, Indiana UP 1992; G. Stanchina, La filosofia di Luce Irigaray, Mimesis, Milano 1996. Baruch, Serrano, Women Analyze Women in France and in the United States, Harvester-Wheatsheaf, 1988; Espulsa e condannata, intervista di G. Gagliardo,”il messaggero”, 20. 12.19 76; “Le torchon brule” sei numeri dal 71 al 73;  A. Fouque, I sessi sono due, Pratiche, Parma 1999.

[3]              Su questo punto si sofferma di recente la discussione di I. Dominijanni su I sessi sono due di A. Fouque, “il manifesto”, 12.10.1999.

[4]              Intervista a Baruch, Serrano, cit.

[5]              Della struttura di Speculum parla Irigaray in questo sesso che non è un sesso, Feltrinelli, Milano 1975, pp. 55 e ss.

[6]              Da ampliare la descrizione generale di Speculum.

[7]              Intervista di R.-P. Droit, “Le Monde”, 18.3.1977.

[8]              V. Burke nel suo Report from Paris, “signs”, summer 1978

[9]              In questo la mia lettura rimanda e si differenzia da quella di A. cavarero che in Per una teoria della differenza sessuale, vede la possibilita’ di parlare in un linguaggio o discorso estraneo nel gesto del dire la propria estraniazione. E’ una lettura che rimanda, ma implicitamente, alla dimensione politica, cosa che Cavarero non registra. (Aggiunta del 24 7 2000).

[10]            Dice A. Fouque, in I sessi sono due, cit.: “mi ricordo della fascetta editoriale su ogni esemplare di Speculum di Luce Irigaray: ‘il MLF riceve le sue prime giustificazioni teoriche’. Che umiliazione, che offesa! Che bisogno avevamo di giustificazione? Quanto alla teoria, non avevamo cessato di produrla contemporaneamente all’azione, per sei anni”, p. 156.

[11]            Questo è quel che lei dice in Speculum, meno in Questo sesso e in altre interviste, come ad esempio l’uso della psicoanalisi come strumento per le donne. Ma non è un caso che non lo possa dire in Speculum: la messa in scena di un corpo a corpo, che ha fatto saltare la mediazione di un sapere di donne elaborato altrove, non le permette di dire che anche Freud non è tutto da buttare. Ma questo avviene perché la sua facoltà di discernimento, che pure opera grandemente in Speculum, lei l’ha ottenuta altrove, nell’amore dei rapporti politici tra donne. Questo è avvenuto anche per l’uso che ha potuto fare di Foucault (L’ordine del discorso è una conferenza del 1970) e di alcuni strumenti derridiani.

[12]            L’autrice che più ha sviluppato quest’aspetto è Judith Butler, in Gender Trouble. Avvicinando la strategia del mimetismo al decostruzionismo di J. Derrida, Butler ne radicalizza l’assunto, al punto che fa scomparire la donna a favore di successivi e diversi travestimenti.

[13]            Ad esempio, la scelta, nell’edizione francese, di non introdurre i titoli dei paragrafi nel corpo del testo, risponde a questa messa in scena della fluidità del discorso che Irigaray vuole restituire alla scrittura di una donna. Più in generale, nel commentare i testi di freud o dei filosofi la sua tecnica è quella di insinuarsi nelle frasi, nell’ordine dell’esposizione degli autori.

[14]            Si segnala qui una questione interessante: Speculum è insieme in ritardo e in anticipo rispetto a quel che avveniva, nella politica tra donne. E’ in ritardo, poiché non sa restituire quel che già succedeva nell’elaborazione tra donne, non riesce a dirlo. E’ in anticipo perché Speculum è condizione perché quell’economia del riconoscimento possa avvenire. E’ forse questa la contraddittoria valenza di un’opera grande come Speculum. C’è una circolarità sì, ma sfasata, tra quel che accade tra donne e quel che l’opera restituisce loro. Pensarla in questi termini, mi permette di capire sia l”umiliazione’ di Fouque, sia la maternità dell’opera di Irigaray.

[15]            Rispetto alla mia lettura dell’amore come condizione di guerra, v. L Cigarini nell’introduzione a A. Fouque, cit..: “Vivendo assieme in tante, per più giorni, fu possibile vivere e vedere uno spostamento d’amore verso le donne”, p. 7.

[16]            In Quando le nostre labbra si parlano, Irigaray sviluppa il valore positivo e simbolico della relazione tra donne. Più in generale Questo sesso che non è un sesso andrebbe sempre letto mentre si legge Speculum. Dice, in parte, quel che Speculum lascia in ombra. Etica svilupperà compiutamente la questione del riconoscimento tra donne. ma questa dimensione sarà di nuovo abbandonata a partire da Io amo a te. Al mutare di questa posizione muta il rapporto politico con altre donne.

[17]            Di nuovo la lettura decostruzionista di J. Butler.

[18]            Mi riferisco al lavoro italiano sulla pratica delle relazioni, sull’ordine simbolico della madre che hanno ripreso, ma forse anche incoraggiato, il lavoro di I. sulla genealogia. In fondo, nel capitolo il volume senza contorno c’è la sovrapposizione tra essere non-una, (essere due), essere indefinita, essere disordine. Va tenuto presente anche il lavoro di autrici che, confutando l’accusa di essenzialismo rivolta a Irigaray, l’hanno liberata da una lettura identitaria di Speculum.

[19]            Sebbene M. Whitford, in Philosophy in the Feminine, cit., nel capitolo “Identity and Violence”, non veda discontinuità nella scelta successiva di Irigaray di lavorare sull’identità.

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