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Sopra la legge[1]

 

 Il sopra la legge è il luogo dell’esistenza simbolica,

il luogo dell’autorità che io oggi riconosco ad altre donne e mi riconosco (…).

Nel momento in cui c’è autorità femminile c’è tutto l’ordine simbolico necessario

perché le donne possano diventare libere

nei rapporti con le altre, con gli uomini e con l’intera società[2]

 

Legge e libertà: le mediazioni della pandemia

 

Mi trovavo in Francia quando è iniziata la pandemia e questo fatto ha segnato la mia esperienza in molti modi, a cominciare dal vivere una chiusura delle frontiere che non avevo mai conosciuto prima: l’impossibilità reale di tornare a casa, qualsiasi cosa accadesse, e l’impossibilità che le persone care potessero raggiungermi dove mi trovavo io, qualsiasi cosa mi accadesse. La pandemia ha anche concentrato la mia attenzione su un confronto costante e inquieto tra le misure politiche e legislative prese in Italia e in Francia, a partire dall’abisso interiore che si era aperto quando in Italia già tutto stava chiudendo e in Francia i colleghi mi chiedevano, con sorpresa e una certa superiorità, che cosa stessero combinando dall’altra parte delle Alpi. I decreti e le leggi hanno invaso i miei pensieri. Uno squilibrio interiore si è così prodotto nella ricerca di parole che dessero un senso a quello che stavo vivendo: inizialmente la mia ricerca pendeva tutta dal lato dell’analisi dei provvedimenti presi, delle nuove leggi e decreti, del senso che riuscivano a dare o meno a quello che stavo e stavamo vivendo. Per un certo tempo, è stata la fonte di simbolico che, tanto nella prossimità quanto nella distanza che di volta in volta avvertivo in me rispetto ai diversi provvedimenti, ha captato la mia domanda di senso e misura, di un senso e una misura condivisi.

Così, da quando l’epidemia è diventata, da timore lontano, una realtà, il rapporto tra legge e libertà è stato per me l’oggetto di un’esperienza nuova.  E la questione del senso dell’una e dell’altra, della legge e della libertà, nel loro rapporto, si è approfondito e trasformato in questa esperienza, rendendo non semplice ritornare a quel che ne avevo detto e scritto prima del febbraio 2020. Così, questo testo è preso fra un prima e un dopo, le parole dette e scritte prima suonano oggi in modo inatteso, intrecciate a un’esperienza che ne trasforma in parte il senso e la consistenza. C’è stato un passaggio – che per ora è anche una frattura – che chiede di essere attraversato e che qui lo sarà solo in parte, come l’inizio di un lavoro sul rapporto tra legge e libertà che mi pare oggi ancora più importante.

 

Durante le prime settimane di confinamento, il mio spazio di pensiero era tutto occupato da domande sulle leggi adottate e le politiche pubbliche attuate: perché talvolta erano così diverse tra la Francia e l’Italia? Quante e quali erano necessarie? Quanto arbitrio, quanti calcoli di potere, quanta giustezza e giustizia in ciascun provvedimento? La presa che queste domande hanno avuto su di me mi ha interrogata: so che la giusta misura, il senso di quel che accade, non può venire dall’esterno, da un insieme di norme e politiche pubbliche e neppure dalla loro critica, non si trova al di fuori di sé, fuori dalle relazioni che contano e in cui circola libertà e autorità. Di fronte a un evento così inatteso e sconvolgente, quasi irreale, portare l’attenzione sulle norme dava però l’impressione che qualcosa tenesse e avesse realtà condivisa.  Consentiva di non fare fino in fondo i conti con sé, con le proprie paure, per il presente e il futuro, nel vacillare di tutto.

Eppure, so anche che in quelle domande non vi era solo questo ritrarsi, questo dismettere capacità di senso e libertà di fronte all’ignoto e alla paura. Vi era anche – con una lucidità da guadagnare – la ricerca di qualcosa che è dell’ordine di una libertà che si fa mondo[3]. La libertà relazionale, che comincia con la mediazione femminile, mediazione incarnata tra sé e il mondo – parole dette da te a me, da me a te – è un salto, che eccede le mediazioni date e irrigidite e fa accadere l’impensabile. È un’eccedenza di pensieri e desideri rispetto a mediazioni, misure e relazioni esistenti, un’eccedenza che sottrae credito e realtà al mondo che non sa aprirsi ad essi[4]. Ma questo situarsi altrove non è rinunciare alla realtà. Con questa libertà, infatti, si contratta nella realtà e per la realtà[5], facendo essere altri pensieri, desideri e azioni in un mondo che non li prevede e che per questo li rigetta, li offusca, li minaccia.

La posta in gioco della libertà è allora, per questo, generativa, non è chiudersi in un luogo isolato e separato, in cui ci si fa piccole, piccole per poter continuare a sopravvivere[6] in un mondo che va avanti per la sua strada. Ma è un agire e un parlare che sta là dove le cose accadono, e accadono per davvero, là dove le si tessono le mediazioni, cioè un altro mondo appare. È mettersi in gioco nel punto in cui libertà e realtà si rispondono. Capire dove accada la libertà, e la realtà che le corrisponde, è allora la grande scommessa[7].  Da lì si tiene il filo per far essere e mostrare un altro mondo, un mondo che è sempre anche l’insieme delle mediazioni linguistiche, pratiche, e anche istituzionali, con cui intessiamo il senso e l’esperienza.

Ed è in questa prospettiva che si gioca, secondo me, il rapporto tra legge e libertà, a partire da una libertà che scarta tanto rispetto a norme autoritarie che deresponsabilizzano, quanto rispetto a quelle che vorrebbero emancipare e distribuire diritti. Un rapporto in cui le norme sono pensate e valutate a partire da una misura e un’autorità femminile, che si fa e si trova tra donne, e che aiuta a capire quali mediazioni si possono o meno chiedere alla legge e alla sua pratica – pratica di giuriste, magistrate, avvocate innanzi tutto, ma anche di tutte quelle che, incontrando la legge, vi hanno a che fare con una propria misura[8]. Nelle loro pratiche, e nella molteplicità di queste, vi è un orientamento prezioso per stare nella realtà con libertà e autorità.

 

 

Da chi dipende la libertà? Ghada Hatem sopra la legge

 

Gli ultimi mesi hanno messo alla prova il nostro mondo, nelle sue mediazioni pratiche e linguistiche: e questo è accaduto non solo a stretto contatto con gli eventi e le trasformazioni portati dalla pandemia. È come se tensioni e contraddizioni profonde che lavoravano la nostra vita collettiva fossero state scaraventate al centro della scena, viste e vissute con l’intensità di quello che non è più contenuto dalle vecchie mediazioni. È saltato un coperchio e tutto ribolle fuori. In Francia è particolarmente evidente: la grande questione della religione islamica sembra trovare sempre meno parole e pratiche politiche per poter essere detta e pensata. Agli atti terroristici degli ultimi mesi si accompagnano misure politiche disorientate, che vorrebbero riaffermare con forza, se non con violenza, un passato laico e repubblicano.

Da quando c’è stato l’attentato a Charlie Hebdo, le lacerazioni della vita collettiva francese si sono fatte sempre più profonde e violente. Sul davanti di questa scena si vedono quasi sempre solo degli uomini – i fumettisti, gli attentatori, il professore che ha mostrato le caricature di Maometto o il padre dell’alunna che ne ha fatto un caso sui social, innescando il corso di eventi che hanno portato all’assassinio dell’insegnante[9]. Le donne sembrano entrare in queste vicende come le sventurate che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato, come le due donne uccise nella chiesa di Nizza a fine ottobre. In realtà, le donne e la loro politica hanno un ruolo sempre più importante: come oggetto di calcoli politici, ma anche come una possibilità – forse la migliore – che le cose non vadano per il peggio.

Da molti anni, una parte importante della risposta politica e legislativa agli attentati e ai conflitti che dividono la società francese si fa sulle donne (si pensi, ad esempio, alla proibizione del velo nei luoghi pubblici e nelle scuole), disconoscendone, di fatto, la parola, l’autorità e le pratiche. O meglio, riconoscendo e sottraendo al contempo autorità: quello che le donne dicono e sono ha di fatto un peso e un valore, in famiglia e nelle loro comunità in primo luogo, quindi, secondo questa politica, per trasformare ed educare i giovani e le comunità, le donne musulmane devono essere emancipate, seguendo un ideale di emancipazione che è stabilito da quegli stessi valori repubblicani che riescono a dare sempre meno ordine e senso alla convivenza. Quella proposta e imposta è così un’emancipazione che si sostituisce alla libertà e che subordina le donne ad un progetto politico di supposta pace sociale. È un’altra forma del contratto sessuale a sostegno di un nuovo contratto sociale.

È in questo contesto che si sono rivelate per me particolarmente importanti le riflessioni sul sopra la legge, per rendere visibili, nella loro scommessa politica radicale, delle pratiche che non stanno nelle forme né nel vocabolario di questa emancipazione. È per me una chiave di comprensione e una risorsa simbolica preziosa.

A settembre sono state proposte in Francia alcune leggi contro quello che qui chiamano “separatismo”, leggi definite di “sostegno ai principi repubblicani”, secondo un’idea di legge cui si assegna il compito di intervenire dall’alto per ricostituire una supposta unità sociale perduta. Tra queste leggi ne è stata proposta una che vieta a dottori e dottoresse di redigere dei “certificati di verginità”, che sono talvolta richiesti da donne solitamente di origine magrebina. Molti e molte, anche nella Sanità pubblica, hanno salutato la legge positivamente, come uno strumento di emancipazione, di difesa della “dignità della persona” e all’occorrenza di quella delle donne, di protezione rispetto al controllo da parte della famiglia e come la messa in causa di una certa connivenza dei medici.

Alcune dottoresse e molte donne che lavorano nei centri antiviolenza si sono però opposte alla proposta di legge. In questo contesto ha preso pubblicamente la parola una ginecologa, Ghada Hatem, franco-libanese, tra le fondatrici de la Maison des femmes di Parigi – un centro antiviolenza, un consultorio, un luogo di accompagnamento per donne vittime di mutilazioni e uno spazio indipendente di incontro tra donne francesi e immigrate. Intervenendo sui giornali, Ghada Hatem si è opposta al progetto di legge, dichiarando peraltro di aver firmato, in situazioni particolari, alcuni di questi certificati. Ha preso la parola per dire che questa legge sconfina in uno spazio in cui non è sensato né opportuno legiferare, e che questa norma è incapace di situarsi all’altezza di una pratica politica altra e migliore, che lei descrive nei termini che ora racconto, riprendendo degli stralci di alcune sue interviste[10].

Mi pare importante dire che la sua opposizione a questa legge, così come la scelta di redigere, in alcune circostanze, dei certificati di verginità, non nascondono né l’umiliazione né le relazioni di violenza in cui si trovano le donne che si rivolgono a lei. Ma il modo di stare e lottare in questa situazione non è quello di una legge che intervenga con un divieto. Parte invece dalla relazione con la singola donna: “Questo certificato rappresenta il controllo degli uomini sulla sessualità delle donne, il desiderio disperato di sposare una vergine. È profondamente umiliante (…) Penso però che, prima di legiferare, occorra lasciarci esercitare la nostra professione. Noi – noi – conosciamo quali sono le difficoltà delle pazienti e sappiamo come aiutarle (…)”. È un modo di prendere tutta la realtà, per quello che è, dalle violenze e oppressioni alla scommessa della libertà nelle sue molteplici forme, con l’esigenza di stare in questa realtà contrattando. Il che significa innanzitutto riconoscere che “ogni storia è singolare e ogni donna ha, o meno, la forza di opporsi alla propria famiglia” e che il gesto più importante è quello di ascoltarle.

Ghada Hatem accoglie così le donne che la contattano nel contesto della Maison des femmes non per visitarle, ma per avere un tempo di scambio con loro, a tu per tu, un’occasione par tentare di stabilire una relazione. Nell’incontro, lei fa valere anche l’importanza di una parola che potremmo definire autorevole: la possibilità, nello scambio, di dire all’altra che “si sta mettendo in un ingranaggio forse spaventoso”, che il resto della sua vita potrebbe essere un inferno e che deve tutelarsi. E continua: “mi piacciono queste consultazioni, sono quelle che mi prendono più tempo. Resto anche un’ora con queste giovani donne e in effetti questa è talvolta la sola occasione che hanno per avere un po’ di informazioni sulla sessualità (…). Sono momenti importanti, sarebbe un delitto privarsene. Talvolta mi dicono che, redigendo questi certificati, aiuto gli oppressori. Penso invece di aiutare le donne a ingannarli. E faccio parte di coloro che pensano che talvolta sia importante disobbedire”.

Disobbedire a che cosa? All’eventuale legge, agli ordini di chi, se è in buona fede, è preda dell’illusione di una via veloce all’uguaglianza e alla dignità, e, se è in malafede, fa politica sulla testa e il corpo delle donne, con un’ingiustizia che non si vergogna di travestirsi da emancipazione. Disobbedire è togliere credito a una certa idea di libertà e società, che nasconde le ingiustizie e le contraddizioni dietro a un’apparenza di progresso civile. Forse anche per il suo percorso, tra due culture e società, Francia e Libano, Ghada Hatem ha uno sguardo differente su libertà e politica, che preserva uno spazio di relazione prossimo a quello che Lia Cigarini nomina come “sopra la legge”. Preserva e nomina uno spazio in cui si parte dalla parola della singola, in cui il senso della libertà non è definito in anticipo, ma libertà e misura si cercano nella relazione – uno spazio che prende, per questa ginecologa, la forma concreta de la Maison des femmes, contesto fondato da donne e organizzato da donne. Indica uno spazio di relazioni e pratiche che hanno a che fare con percorsi rispetto a cui si chiede di non legiferare, perché ciò che vi è in gioco si radica profondamente nei vissuti, nelle storie di ognuna, nelle singolari possibilità, lotte, fragilità, nel tempo che ci vuole a mettere tutto questo in parole e a portarlo in una relazione. È segnare un al di fuori della legge, con cui essa potrebbe stare in rapporto senza inglobarlo; è riprendersi titolarità di azioni e pensieri rigettando la solitudine cui destina una legge che vuole arrivare fin lì, misconoscendo e negando il lavoro di relazione tra donne e il simbolico che può nascervi.

Riconosco in questo posizionamento quel che scrive Lia Cigarini: la forza politica delle donne non risiede nel fatto che le donne sarebbero portatrici di valori salvifici per la civiltà, ma nell’esperienza simbolica e politica di fare in modo che un’esistenza imposta diventi l’occasione di un’esistenza più grande[11].

 

Posta in gioco

 

Nel qui e ora in cui ci giochiamo libertà e esistenza ci sono grandi trasformazioni, difficili da pensare e da governare. Molte forme politiche, e pratiche, come gli stati nazione e la rappresentanza politica, crollano, vacillano, non hanno più presa nè prestigio. Hanno meno vita, la vita che era la loro, più o meno mortifera. Ci sono rapporti di forza violenti, legati allo sviluppo di quel che chiamiamo capitalismo finanziario, che tolgono senso, giustizia e realtà alla nostra vita, la vita di ciascuna e quella che possiamo fare con altri. Di fronte a ciò, alcuni uomini reagiscono con quelle passioni identitarie che li portano a difendere un sé e un collettivo irrigiditi e sempre più vuoti, ma non per questo meno feroci. Altri uomini restano nella depressione, nella ricerca di più giustizia attraverso la ripetizione di vecchie parole e forme che sono un segno di quella stessa depressione. In fondo, queste due reazioni, quella identitaria e depressiva, sono due forme diverse di un “desiderio pietrificato”, pietrificato perché in un modo o nell’altro ruota attorno al potere e alle sue oscenità o al suo prestigio.

Ma nel qui e ora, ci sono donne con pratiche, desideri, relazioni e parole incarnate che sono e fanno un’altra politica, un’altra realtà – altra nella misura in cui e per quel tanto che è indipendente simbolicamente dal potere. E questo innanzitutto in luoghi, relazioni, istituzioni privilegiati, rispondenti alla loro misura, alla misura del loro desiderio.

Tuttavia, nel contesto descritto, ci sono anche le occasioni e la necessità di una sfida più grande, quella che Lia Cigarini indica da tempo – e che ci porta direttamente alla questione del sopra la legge: trasformare le forme della politica per tutti, senza mediazioni al ribasso, con tutta la forza e l’autorità di cui si è capaci. Una politica “praticamente rivoluzionata”[12]: una politica rivoluzionata da quel primo atto che si dice nel e col partire da sé. Il suo orizzonte è forse proprio quello dell’Europa, un’Europa da inventare. La distinzione tra politica prima e seconda si assottiglia, è guardata da un desiderio che si è spostato, e da una realtà che forse a questo desiderio risponde.

È in questa prospettiva che mi sembra importante ritornare sulla questione del sopra la legge.

Lo faccio seguendo soprattutto le riflessioni di Lia Cigarini, per la sfida che ha lanciato e che ora ho ricordato. E per le formulazioni politiche di questo sopra la legge in cui si è impegnata nella pratica politica e nella riflessione. Richiamo queste formulazioni: nessuna legge sui nostri corpi; depenalizzazione e non legalizzazione dell’aborto, affinché lo Stato non vi intervenga, come invece accade, e con gli effetti che conosciamo. Querela di parte nel caso delle violenze contro le donne e non procedibilità d’ufficio, per contare su uno strumento più flessibile e più vicino al partire da sé.

Trattare la questione del sopra la legge a partire dai suoi scritti, mi permette di spostarmi dal lavoro sui concetti alla domanda che chiede “come si produce sapere sessuato”, che radica nella pratica e in quel che essa genera, talvolta inaspettatamente.

L’esserci qui e ora della politica delle donne è un movimento, in cui mi sembra che si possano riconoscere tre momenti: uno smarcarsi dalle mediazioni simboliche e pratiche esistenti, che le interroga e si sottrae ad esse, ricavando e facendo circolare autorità, riducendo la presa del potere; l’invenzione e la scoperta di un altro simbolico[13]; e poi un nuovo scarto, che porta a non restare attaccate alle nuove mediazioni, ma invita a lasciarle dietro di sé, guadagnando in lucidità e realtà e tenendo dietro all’accadere della libertà e, con essa, della realtà. Ritornerò su questo punto alla fine. Questo movimento in tre momenti, con i primi due strettamente legati e lo scarto del terzo, lo riesco a capire e pensare al meglio a partire da quella singolare collocazione che l’espressione “sopra la legge” indica.

 

Ancora Antigone?

 

Nel provare a descrivere meglio il posizionamento simbolico di chi si situa sopra la legge, mi sembra che si imponga un passaggio, importante e obbligato, quello attraverso la figura di Antigone[14]. L’ambiguità della figura e del rapporto alla legge che essa esprime si riflette nelle diverse prese o abbandoni di cui è stata oggetto nel pensiero di donne e femministe. Ma qui voglio lasciare sullo sfondo il lavoro filosofico-teorico, per partire dagli atti di due donne: Ilaria Cucchi e Carola Rakete. Per parlare di entrambe la figura di Antigone è stata evocata, da diversi giornalisti e commentatori, in Italia e all’estero.

Di entrambe, parlerò attraverso una mediazione, per andare dritta al punto: da un lato quella offerta dall’articolo di Luisa Muraro, Fermiamoci a ringraziare Ilaria Cucchi, che sposta e interroga il riferimento ad Antigone; dall’altro, quella di Ida Dominijanni, Il fattore D. Ascesa e rovina dei leader coi muscoli[15]. Ida Dominijanni che, da parte sua, non parla qui di Antigone, a ragion veduta.

 

La vicenda di Ilaria Cucchi è nota: il fratello Stefano, arrestato per spaccio, muore in custodia cautelare. Forte di sorprendenti risorse, e sicuramente anche di un sentimento di amore per il fratello, denunciando le violenze dei carabinieri che ne hanno causato la morte, l’inadempienza connivente dei medici, gli abusi di potere, l’omertà, Ilaria Cucchi fa appello alla legge. Ad essa si appella perché sia rispettato ciò che la legge ordina, nel giusto trattamento dovuto ai detenuti e nella punizione dei crimini perpetrati dai pubblici ufficiali. Si tratta di portare le istituzioni e leggi al loro ideale, di prenderle alla lettera, facendo valere quello che dicono di essere e di fare, contro la realtà e oscenità della violenza e del potere che invece le attanaglia.

In questo senso, Ilaria Cucchi scarta da Antigone, non fa valere un’altra legge, osserva Luisa Muraro. Quel che fa è riscattare leggi e istituzioni dalla bassezza e dall’ingiustizia, per fare giustizia e verità, con “la forza del voler bene”. E viceversa: il voler bene si slancia verso grandi imprese. Per questo abbiamo da ringraziarla, per la lezione politica che ci dà. La sua forza, personale e politica si è data questo compito. Ma Luisa Muraro ci chiede “e dopo?”. Come fare giustizia con quella giustizia di cui si abusa e che abusa, che è intaccata e corrotta dalla violenza che dovrebbe controllare? Che mediazione ci dà questa legge, anche richiamata al meglio di ciò che è?

Simbolicamente si può indicare un orizzonte più grande, come parte irrinunciabile della nostra politica, per non essere quell’Antigone da cui Irigaray e altre prendono le distanze, una donna che dà dignità e esistenza (talvolta anche la propria) a una giustizia e una legge ancora troppo al di sotto del movimento interiore e pratico che mostra e fa essere un altro ordine di rapporti (il massimo di autorità con il minimo di potere, il massimo dell’indipendenza simbolica dal prestigio del potere, si dice alla fine dell’articolo). È il movimento del sopra la legge, che può fare chi può farlo, chi ha in quel momento l’energia propria e relazionale di quel salto.

 

I fatti sono noti anche nel caso di Carola Rakete: approda a Lampedusa il 29 giugno 2019 con la Sea Watch 3 e 40 migranti che erano passati per la Libia e non volevano tornarci. E lo fa nonostante il decreto sicurezza e i divieti espliciti dell’allora ministro dell’Interno, obbedendo alla legge del mare e al dovere di salvare quelle persone. Che si tratti di un dovere – un elemento messo in rilievo e difeso anche dalla Gip di Agrigento che ne ha ordinato il rilascio – è quel che più di tutto porta ad associare il suo gesto a quello di Antigone. Si tratta di rispondere a un obbligo legato a una legge antica e senza origine e per un senso più alto di umanità.

Il punto che mette in luce Ida Dominijanni è il seguente: per leggere quello che accade, a differenza della maggior parte dei giornali e di molti uomini di sinistra, che hanno perso, entrambi, le antenne per avvertire quel che si fa e si disfa nella vita sociale, bisogna riconoscere i gesti e le pratiche che incrinano il prestigio di leader come Salvini, che li spostano dal luogo in cui pretendono di stare, quello di chi si fa interprete di realtà e desideri collettivi. Così scrive Dominijanni: “Le armi del potere sono dalla sua parte, il consenso xenofobo cresce, eppure a occhi attenti è evidente che la sua immagine è lesionata: l’azione di Rakete l’ha reso vulnerabile”. E per spiegare i gesti avventati di fine estate, la crisi di governo, e quanto ne è seguito, non si può prescindere da questo gesto che apre una crepa, che demolisce un’immagine, mostra un altro ordine. Non spiega tutto, ma non si può prescinderne, così come non si può prescindere dalla presa di parola di Veronica Lario sul regime sessuale che sottostava al regime politico di Berlusconi, per spiegarne la fine[16]. E per avere questa lucidità, la figura di Antigone non ci aiuta.

Non si tratta – osserva Dominijanni – di pensare a una superiorità di genere, a valori portati dalle donne come tali, ma di un conflitto tra le “leadership muscolari e narcisiste maschili” e “la capacità sovente femminile di fare politica a partire da sé, di esporsi al rischio di dire la propria verità”. E il proprio del sopra la legge: non opporre una legge a un’altra (la legge del mare contro quella del governo italiano), ma far emergere e mostrare un ordine di rapporti, pratiche e desideri che si situa su un piano altro, in virtù di pratiche che consentono questo movimento; partire da sé; potenziamento simbolico di quel che accade, come quello realizzato da Ida Dominijanni in questo testo; non giocare al ribasso (Carola Rackete che rifiuta, ad esempio, la medaglia assegnatale dalla città di Parigi), ma pensare, dire e agire con autorità, cioè, credendo alla forza, alla serietà e all’efficacia delle mediazioni femminili, della libertà in relazione.

 

Sopra la legge e pratica del processo

 

Dopo questa prima esplorazione del posizionamento simbolico di chi si situa sopra la legge, vorrei approfondirne alcuni aspetti, a partire dai testi di Lia Cigarini sulla pratica del processo[17]. Come accennavo, quel che conta per me in questi articoli è la prospettiva che li orienta: è “più interessante vedere come si produce sapere sessuato che elencare concetti e idee” [18]. L’indicazione è importante, perché riporta alle pratiche, a quel che accade in esse e che disfa la volontà lasciando il desiderio, fa cadere l’attaccamento ai progetti, anche ottimi, dell’io.

La collocazione “sopra la legge” è in rapporto a due pratiche. Una pratica che apre questo spazio è la pratica dell’inconscio, scrive Lia Cigarini. Essa porta a guardare alle mediazioni giuridiche “facendo un balzo al di fuori”[19], a partire dalla rivoluzione simbolica di un linguaggio che dice ciò che resta muto e scisso, nella sessualità, nell’esperienza quando non c’è libertà né autorità di donne. E vi è poi una pratica che tiene aperto questo spazio e che mostra che esso esiste solo nella misura in cui in esso c’è movimento, quello di desideri in relazione e di pratiche di libertà in cui essi circolano. La pratica del processo ne è il primo esempio.

Il balzo al di fuori della politica femminista del simbolico scarta dalla parità, dalla libertà ridotta a diritto individuale e con ciò rifiuta l’insignificanza della differenza e l’invisibilizzazione delle contraddizioni dell’esperienza che accompagnano l’uso moderno del diritto[20]. Da quanto detto, si potrebbe concludere che, per fare una buona politica, alle donne convenga lasciar perdere il diritto, voltargli le spalle. Ma Lia Cigarini si sposta da questa conclusione, con un’indicazione che trovo preziosa: “C’è, a partire dal proprio desiderio, una pluralità di scelte politiche e una pluralità di mediazioni attraverso linguaggi diversi che possono essere quello del lavoro, quello del diritto e così via. Voglio dire che nell’elaborazione di un diritto sessuato io mi esprimo. Questa mediazione e questo linguaggio, con tutte le implicazioni che comportano, possono essere accettati dalle donne oppure no, però se mi assumo la responsabilità del progetto, il conflitto non sarà distruttivo”[21]. Vi è il riconoscimento di un proprio desiderio che è anche una propria via al lavoro simbolico, è l’assumersi una parzialità su cui si scommette, senza cancellare o negare le altre e le loro pratiche. È stare nella relazione, anche conflittuale. Si tratta anche di stare all’altezza di un desiderio di esserci, secondo altre regole del gioco. Ma come, in che modo? Il racconto di questo come, di questo modo, è il punto centrale.

Siccome non ho esperienza di processi, entrerò in materia grazie a un’opera narrativa, prima di venire al racconto di Lia Cigarini e alle sue conseguenze per il pensiero e la pratica. Il libro è Luky, di Alice Sebold, l’autrice di Amabili resti[22]. In questo testo, la scrittrice rammenda con le parole quello squarcio nell’esistenza che è stato lo stupro da lei subito a 18 anni e con la descrizione del quale il libro si apre senza tante mediazioni. Queste verranno dopo. Il libro si inscrive nella rivoluzione simbolica del femminismo: brilla, nel racconto, la sapienza di trovare e riconoscere le mediazioni, gli appoggi, le relazioni che permettono di avere a che fare con quel che le è capitato e trasformarlo in parole e in qualche modo, in una possibilità di salvezza: “Molti di noi hanno uno scopo che non scelgono, ma che al contrario va a stanarli con l’ostinazione tipica di questo genere di fenomeni. Mi sono servita della cosa che amavo di più, ovvero la lingua, per tradurre in prosa la peggiore violenza che avessi mai conosciuto. Alla fine, credo che la mia più grande fortuna sia stata aver trovato le parole per raccontare la mia storia, e che quelle parole siano state ascoltate”[23].

Tra le mediazioni che permettono di fare della violenza – la violenza dello stupro, ma anche quella delle indagini e del processo – una storia, ce ne sono tre che spiccano e che indicano la forza di una genealogia femminile. In primo luogo, il rapporto con l’avvocata, rapporto privilegiato, di scelta reciproca che permette al desiderio di lei di non rinunciare al processo, come invece per lo più accadeva. Ma neppure di soccombere alla sua violenza, la violenza delle sue forme e parole, come uno stupro simbolico che raddoppia il primo: “[Gail] Ti guardava con due occhi intelligenti e scintillanti. Per me fu simpatia a prima vista. Gail era la donna che volevo diventare da grande. Era lì per portare a termine un compito. E voleva quello che volevo io: vincere”[24].

La seconda mediazione è quella della professoressa di poesia, che sta al suo fianco durante le vicende giudiziarie, ma soprattutto che trova la via per farla accedere a un simbolico in cui lei possa cominciare a parlare, con tutto quello che ha e che nessuno tollera che dica.  “«L’hanno preso, questo tizio?» mi chiese dopo un po’. «No». «Alice, mi è venuta un’idea» disse. «Che ne dici di cominciare una poesia con questo verso?». E lo scrisse. Se ti prendessero…”[25]. E dà lì si scrive la prima poesia, mettendo in versi tutte le violenze che immagina per colui che l’ha stuprata.

La terza mediazione è quella più difficile, fragile e forte al contempo. Si capisce alla fine che la scrittura del libro ha dovuto fare i conti non solo con lo stupro. E così il libro si chiude, ringraziando la madre con queste parole: “Fin dall’inizio e con questo voglio dire fin dalla nascita, lei ci ha creduto”[26].

Ho fatto cenno a questo testo, per suggerire questo movimento di mediazioni simboliche e relazioni fuori e dentro il diritto, con cui questo si trasforma, fin dove può, fin dove il desiderio arriva, e fin dove il libro ce lo racconta. È in questo modo che riesco a figurarmi al meglio un tratto di quel che Lia Cigarini chiama “essere libere di produrre diritto” e il guadagno simbolico di questo spostamento.

Cigarini racconta che la tensione tra la professione di avvocata e l’estraneità al diritto aveva inizialmente preso la forma del progetto di sessuare il diritto: una “lunga marcia attraverso il diritto per rendere visibile, alla fine, la sessualità femminile”[27]. Ma era un progetto con cui lei ed altre rischiavano la paralisi, e che quindi era in contrasto con la fonte profonda del desiderio. Il passaggio decisivo era stato, allora, racconta, lasciare dietro di sé questo progetto per stare alla pratica: la pratica dei gruppi di ricerca giuridica tra donne e la pratica del processo. Nell’istituzione del processo le donne, avvocate, clienti, giudici, intervengono come soggetti di mediazione, cosa tanto più vera quanto più questo fatto è assunto e significato tramite relazioni privilegiate che danno forza e misura al desiderio delle donne in gioco, come anche nei passaggi del romanzo che ho citato. Si tratta di stare alla pratica di quel che si fa e si è, perché “le relazioni privilegiate hanno già costituito una realtà diversa”[28]. Questa realtà di relazioni modifica immediatamente le cose: “all’immagine e ai concetti, pure giusti, di estraneità e di neutralità, si è sostituito l’agire” [29]. È un passaggio dai concetti a una pratica. Ma forse più profondamente è il passaggio da una volontà che progetta il da farsi a una pratica in situazione, da cui emerge una nuova realtà, schivando le attese, ma in conformità ai desideri e alle loro mediazioni. Vi emerge un senso più pieno della libertà: “si può affermare la libertà femminile nel momento in cui si trova il modo di agirla, e per noi è l’affidamento tra donne” [30]. C’è un dismettere la volontà, senza cedere sul desiderio, ma lasciando più spazio alla realtà.

Nelle relazioni privilegiate tra avvocate, e tra queste e le clienti, il diritto si mostra altro da sé. La natura stessa della legge è altra, perché quel che essa è vien risignificato dalle  pratiche e le mediazioni che le fanno.  Produce un “diritto originario”, diritto femminile, che scaturisce, si fa dentro e mediante queste pratiche e relazioni. Ne possiamo trarre un insegnamento politico che mi pare importante: saper vedere e dire che cosa accade e ci accade in virtù delle pratiche che abbiamo, che ci sorprendono e sparigliano le nostre carte, quando agiamo con libertà e riconosciamo mediazione e autorità femminile come realtà produttrice di realtà.

Il diritto originario è, continua Lia Cigarini, una condizione per mediazioni che sottraggano il corpo e il desiderio al mercato capitalista e patriarcale. La differenza, nel suo libero significarsi, è un intralcio alle baldanze del mercato e alle forme giuridiche di cui si avvale. A questo proposito, penso particolarmente ai lavori di Silvia Niccolai sulle perdite e le ingiustizie che vi sono, per tutti, quando nel diritto si cancella la differenza sessuale, con il proposito di cancellare stereotipi di genere o brandendo un’uguaglianza astratta (ad esempio nell’imposizione di un’uguale età pensionabile): si chiude il passaggio per un di più di giustizia che quella differenza inscrive nel diritto e che permetterebbe di pensare diversamente, per tutti e tutte, il lavoro o la convivenza sociale[31]. Così, situandosi proprio in questo passaggio attuale, tenendo presente tanto questi conflitti quanto la libertà femminile, Silvia Niccolai segnala uno spostamento rispetto al sopra la legge: “ai tempi di Non credere di avere dei diritti, il tenore del discorso correva intorno al ‘sopra la legge’. Oggi si avverte una rotazione verso il ‘prima’ la legge: la genealogia femminile è prima della legge, la relazione materna è generativa della società”[32]. Situandosi in quella genealogia, è un altro mondo che appare come già reale, tanto nel suo essere presente quanto nella sua storia. Il che porta verso quello che a me pare uno spostamento simbolico, che parte da “una libertà femminile che si fa sempre più mondo”, per riprendere le sue parole. Ed è proprio questo che può consentire di vedere nel diritto non una scena necessariamente “estranea” a questa libertà, ma – con le mediazioni di giuriste, avvocate, magistrate, che stanno nel diritto con la propria misura e dando autorità alle loro esperienze – uno spazio in cui vi sono un simbolico e delle pratiche, come l’argomentazione e la controversia, con cui quella libertà può “allearsi” nel suo farsi mondo, nel suo accadere che è anche l’accadere della realtà.

 

L’infinito del simbolico. Distaccarsi dall’io e dalle mediazioni?

 

L’espressione oltre la legge s’inscrive anche in un’altra storia, che precede lo scenario della modernità europea in cui finora mi sono mossa. Penso al lavoro di Luisa Muraro su Margherita Porete e all’espressione sopra la legge (“Sopra la legge, non mica contro la legge” 121, 20-21) che compare nello Specchio delle anime semplici, che Muraro riprende, per rilanciare la sfida della politica delle donne e trasformare il nostro sguardo sulle sue pratiche[33]. Indica così uno scarto possibile e necessario che può accadere in esse, per un di più di libertà e di bene.

Siamo sulla soglia della tradizione mistica, soglia oltre la quale ci sono tesori che conosco troppo poco per poterne parlare. Brilla però ai miei occhi per l’amore e lo studio che molte pensatrici le hanno dedicato, innanzittutto per quelli di Erminia Macola, la prima a dirmi che San Giovanni della Croce non voleva niente, eppure è arrivato in cima alla montagna. Sono però colpita dal punto politico, che Muraro mette in luce nel testo Simone Weil, Giancarlo Gaeta e Lia Cigarini. La passione politica, a partire dall’articolo di Cigarini su Weil e l’Europa (Via Dogana, n. 110, 2014) e dallo scambio di lei con Gaeta (Via Dogana, n. 111, 2014), in cui le nuove forme politiche, che già cominciano ad essere o che si attendono, sono colte nella tensione feconda (rifrazione) tra simbolico e soprannaturale.

Il punto politico che mi pare importante per tenere insieme due necessità che emergono nel racconto di Lia Cigarini è questo: da un lato, la ricerca di nuove forme politiche che si dà come orizzonte la scommessa di un’Europa diversa da quella che conosciamo, avendo come orientamento la realtà di luoghi e istituzioni nati dalla forza fondativa di donne che agiscono la loro libertà e trasformano la realtà, come Diotima. Come Diotima aprono un’istituzione, come l’università, a qualcosa che le è proprio e che insieme l’espropria dal suo attaccamento al potere e al suo prestigio, la aprono a un meglio, un di più di bene o di giustizia o di felicità. Dall’altro lato, vi è qualcosa che accade nelle pratiche e ci sorprende, al di là dei piani e dei programmi: è così che io leggo, non so se forzando, il racconto di Lia Cigarini e quel che l’ha portata, lei con altre, a scoprire che già stavano facendo accadere un’altra realtà quando agivano ed erano agite dalla libertà di produrre diritto. È un far essere qualcosa di più e meglio, di sé e del mondo, che accade sui bordi dell’azione responsabile e meditata, e che appare nelle strettoie della necessità.

Questo è il punto che non vedevo prima e che mi pare decisivo: c’è una potenza infinita del simbolico che è una potenza infinita d’esperienza e d’essere. Per stare all’altezza di questa potenza, suggerisce Luisa Muraro, occorrono delle mediazioni singolari, una pratica di queste mediazioni che le lasci via via cadere, senza precipitare nella miseria della parola o dell’azione, nel potere o nella rinuncia alla libertà. Ma al contrario, ritrovando parole, azioni, libertà, proprio nel momento in cui si oltrepassa un limite prima ignoto. Non so ancora a quali pratiche corrisponda, ma capisco che questo non accada senza un passaggio interiore, un accadere al cuore di ciò che ciascuna singolarmente è.

 

[1] Ringrazio tutte le donne che hanno discusso il mio intervento al Grande seminario di Diotima del 2019 e poi il testo scritto. Le loro osservazioni, idee, critiche, rilanci mi hanno accompagnata in questi mesi e continueranno a farlo. Ringrazio Sara Bigardi e Diana Sartori per aver accolto l’articolo e in particolare Sara del sostegno e della pazienza con cui mi ha seguita nelle mie peripezie.

[2] Lia Cigarini, La politica del desiderio, introduzione di Ida Dominijanni, Pratiche Editrice, Parma 1995, p. 197.

[3] In questo, sono stati importanti gli scambi con Sara Gandini e Tristana Dini, e l’incontro organizzato dalla Libreria delle Donne di Padova Eravamo già distanti. Cosa è stato e cosa sarà. Pensieri e pratiche femministe nella pandemia, dibattito con Sara Gandini e Tristana Dini, Introduzione di Ilaria Durigon, 5 settembre 2020. E, in seguito, la Redazione allargata di VD3, Non sembra, ma è una grande occasione, 4 ottobre 2020, introduzione di Silvia Baratella, Adriana Maestro, Alberto Leiss, Giordana Masotto.

[4] Penso innanzittutto all’eccedenza e all’infinito che sono al cuore del libro di Barbara Verzini, La Madre nel Mare: l’enigma di Tiamat, A mano, Verona e Madrid, 2020.

[5] Giordana Masotto, Pandemia, lavoro e cambio di civiltà, Introduzione alla Redazione allargata di VD3, Non sembra, ma è una grande occasione, 14 ottobre 2020, https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/pandemia-lavoro-e-cambio-di-civilta-giordana-masotto/.

[6] È una necessità cui ho dato parole e forma grazie alla parte conclusiva del libro di Barbara Verzini, La Madre nel Mare.

[7] È quel senso di libertà su cui ha lavorato Arendt, una libertà che non è scelta tra possibilità date ma l’accadere di qualcosa di impensabile e imprevedibile prima, in un gioco tra continuità e discontinuità di cui Françoise Collin chiarisce con profondità il senso: Françoise Collin, L’homme st-il devenu superflu? Hannah Arendt, Odile Jacob, Parigi 1999, p. 18.

[8] Riprendo questa indicazione, di pensiero e pratica, dall’articolo di Silvia Niccolai Femminismo ed esperienza giuridica. A proposito del ritorno di un’antica regula juiris, in Anna Simone e Ilaria Boiano (a cura di), Femminismo ed esperienza giuridica. Pratiche, Argomentazione, Interpretazione, Efesto, Roma 2018, pp. 27-74. Nella conclusione dell’articolo, che approfondisce e trasforma il posizionamento del sopra la legge, per rilanciare oggi la questione del rapporto tra libertà femminile e legge, scrive più precisamente: “Il punto è se vogliamo farlo, se ci sentiamo – giuriste, avvocate, magistrate – testimoni abbastanza autorevoli dell’esperienza da voler mettere la nostra – nascente da un corpo sessuato, ricco di storia, che è genealogia scritta nel corpo e fatta anche di pensieri e pratiche di altre – con il loro singolare peso e la loro influenza nella ricerca del giusto e del vero” (p. 74).

[9] È un punto su cui riflette Clara Jourdan, Libertà delle donne o schiavitù delle gonadi?, Libreria delle donne, 29 settembre 2020, https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/liberta-di-espressione-o-schiavitu-delle-gonadi/.

[10] Su France Inter, un’intervista scritta: https://www.franceinter.fr/certificats-de-virginite-une-pratique-peu-frequente-qui-divise-les-medecins ; qui un intervento su LCI: https://www.lci.fr/population/penaliser-les-certificats-de-virginite-si-une-fille-a-besoin-d-un-papier-pour-lui-sauver-la-vie-je-le-fais-2163876.html ; e qui, su France culture, una nuova intervista-dibattito di inizio dicembre 2020: https://www.franceculture.fr/emissions/le-temps-du-debat/le-temps-du-debat-emission-du-mercredi-09-decembre-2020.

[11] Cf. Lia Cigarini, La politica del desiderio, cit., p. 121.

[12] È la sfida indicata da Lia Cigarini nell’articolo L’Europa di Simone Weil in Via Dogana, n. 110, 2014, L’Europa di Simone Weil, e precisata in Via Dogana, n. 111, 2014, Le donne sono ovunque, dove compare lo scambio tra Giancarlo Gaeta e Lia Cigarini. Sullo scambio, Luisa Muraro, Simone Weil, Giancarlo Gaeta e Lia Cigarini. La passione politica, Libreria delle donne di Milano, 2019.

[13] Si tratta al contempo di inventare e di trovare, in un intreccio tra libertà e necessità, tra sé e la realtà, che Diana Sartori articola con finezza nell’articolo Dare autorità, fare ordine, in Diotima, Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre, La Tartaruga, Milano 1992.

[14] Nella preparazione dell’intervento, ho lavorato principalmente su Luce Irigaray (Speculum. De l’autre femme, Les Editions de Minuit, Parigi, 1974. Id., Sexes et parentés, Les Editions de Minuit, Parigi 1987 e Id., Ethique de la différence sexuelle, Editions Le Minuit, Parigi 1982) e sul libro di Françoise Duroux, Antigone encore. Les femmes et la loi, Coté-femmes, Parigi 1993.

[15] Luisa Muraro, Fermiamoci a ringraziare Ilaria Cucchi, Libreria delle donne, 20 giugno 2019, https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/fermiamoci-a-ringraziare-ilaria-cucchi/ e Ida Dominijanni, Il

 Fattore D. Ascesa e rovina dei leader coi muscoli, Internazionale, 19 settembre 2019,

https://www.internazionale.it/opinione/ida-dominijanni/2019/09/19/fattore-d-salvini-rackete.

[16] Su questo, rimando a Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014.

[17] Lia Cigarini, La politica del desiderio, cit., pp. 107-126.

[18] Lia Cigarini, La politica del desiderio, cit., p. 119.

[19] Ivi, p.197, Cigarini riprende Antoinette Fouque.

[20] Che non sia il diritto in quanto tale, ma il suo uso e abuso moderno, lo devo alle riflessioni di Silvia Niccolai e ai suoi lavori attuali (come nell’articolo già citato, Silvia Niccolai, Femminismo ed esperienza giuridica).

[21] Lia Cigarini, Politica del desiderio, cit., pp.96-97.

[22] Alice Sebold, Lucky, Edizione e/o, Roma, 2018.

[23] Ivi, p. 23.

[24] Ivi, p. 183.

[25] Ivi, p. 139.

[26] Ivi, p. 316.

[27] Lia Cigarini, La politica desiderio, cit., p. 119.

[28] Ivi, p. 120.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] Penso, ad esempio, a Silvia Niccolai, Con l’universalismo è lei che ci perde, Introduzione alla Redazione allargata di Via Dogana, Il corpo femminile fecondo, 13 marzo 2016, https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/con-luniversalismo-e-lei-che-ci-perde-2/.

[32] Silvia Niccolai, Femminismo ed esperienza giuridica, cit., p. 74.

[33] Si veda Luisa Muraro, Sopra la legge, l’eresia di una donna eccellente, “Il manifesto”, 4 ottobre 1994 e cfr. Le amiche di Dio. Scritti di mistica femminile, a cura di Clara Jourdan, D’Auria, Napoli 2001, pp. 58-66.

 

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