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Solo per un piatto di lenticchie?

Il mio intervento non è solo il frutto di un mio lavoro, è piuttosto la risultante di uno scambio con tutti i relatori del seminario e Chiara Zamboni, in particolare con Livia Alga, Sara Bigardi e Ludmila Bazzoni. Ringrazio inoltre Eva Feole, un’amica, per aver accompagnato questo percorso.

Seppur ampliato questo scritto mantiene, per quanto possibile, il carattere orale della sua prima destinazione.

 

La domanda che muove il mio intervento è la seguente: è possibile autonomia senza indipendenza economica? Si noti: non se è possibile vivere senza una sussistenza economica, ma se è possibile autonomia. È una domanda apparentemente molto semplice che, in realtà, di fatto, crea notevoli malintesi e fraintendimenti. Porre la domanda non vuol dire negare le difficoltà che la dipendenza economica implica, significa piuttosto vedere quanto spazio di libertà sia possibile.

Vorrei far notare questo punto perché spesso si liquidano i tentativi di autonomia senza indipendenza economica come naïf.

Il tema dell’indipendenza economica è un tema classicamente battuto dal femminismo in particolare da quello emancipazionista, ma non solo. Per esempio Simone de Beauvoir considerava l’indipendenza economica come condizione necessaria, anche se forse non sufficiente, per essere libere. Il classico quesito è: come faccio a mollarlo, se dipendo da lui a livello materiale? Sì, perché quando si parla di questo tema spunta sempre un fantomatico uomo da mollare, mai, o quasi, una donna, un amico, un parente o altro.

Il femminismo può assumere diverse posizioni anche in contrasto l’una con l’altra, ma, nonostante i molti doverosi distinguo teorici constato che, a livello esistenziale, se si va a sondare il terreno, non aver un, seppur piccolo, gruzzoletto porta in molte ad un traballamento della propria centratura, della propria capacità di autonomia. Il denaro, quindi, e la dipendenza economica, in particolare, toccano un importante punto emotivo dentro di noi.

Ho constatato questo soprattutto nel lavoro con le “3 G”, piccolo acronimo che sta per “tre generazioni”, in cui donne di differenti età si sono interrogate a partire dalla loro esperienza col denaro.

Preso atto dei dati attuali sulla disoccupazione giovanile possiamo avanzare l’ipotesi che considerare l’indipendenza economica come prima tappa obbligata per costruirsi una propria autonomia sia un problema da femministe d’antan? O comunque una modalità di porre il problema in modo ormai superato? Sappiamo bene che ora l’indipendenza economica è ondivaga, ora appare ora scompare. Cosa ci succede quindi? La nostra autonomia entra ed esce al ritmo della nostra capacità d’acquisto?

La posizione di Carla Lonzi è certamente differente dalla posizione di molti giovani perché per la prima si tratta di una scelta ben precisa, per i secondi di una necessità dettata dalla realtà contingente. Nonostante le differenze credo si possano trovare elementi fruttuosi anche per l’oggi.

Carla Lonzi potrebbe forse riuscire a darci la misura di come sia possibile vivere con libertà senza poter contare sull’indipendenza economica?

Il rapporto con il lavoro e la dipendenza economica sarà per Lonzi notevolmente complesso. Da giovane fa vari lavori: dà ripetizioni di francese, fa la segretaria e altri piccoli lavoretti. Dal 1964 inizia il periodo più fruttuoso nella critica d’arte, lavoro che lascia nel 1969 per dedicarsi esclusivamente, dal 1970, al femminismo, in particolare a Rivolta Femminile, alla casa editrice connessa, alla sua autocoscienza e a tutte le sue relazioni. Da queste attività non ricava alcun compenso, sarà Pietro Consagra, un artista, a garantirle la sussistenza economica per circa 10 anni. Nel 1980 si separano, anche se non definitivamente; due anni dopo Carla Lonzi muore.

Possiamo considerare la sua vita come un controesempio della tesi: non c’è libertà senza indipendenza economica?

Lonzi decide di lasciare la critica d’arte perché ormai incastrata in un ruolo che le impediva risvolti imprevisti nei rapporti, perché si era resa conto che il momento dell’espressione di sé con gli artisti non avveniva mai poiché loro cercavano in lei solo una spettatrice. Restare era una forma di tradimento di sé.

Con questo abbandono Carla Lonzi pone il suo desiderio, compie un gesto iniziatico che riguarda la propria autenticità, come direbbe lei stessa. Ogni gesto ha poi delle conseguenze, tra cui il problema della sussistenza economica, e nel diario ne fa davvero i conti tutti i giorni. Constata, momento per momento, cosa è o meno irrinunciabile e questo comporta rischi, dubbi, sbandamenti e continui assestamenti. (Cfr. Maria Livia Alga, Una visione organica della pratica femminista)

Carla Lonzi non ci offre un pensiero compiuto sul denaro o sull’indipendenza economica; anzi a volte aveva l’aria di non voler considerare quell’elemento. Si riconosce una fastidiosa “pretesa di vivere senza affrontare la sussistenza economica”1.

“Non ho mai pensato a come il problema economico ha condizionato la mia vita. Ho minimizzato quel fattore, ho avuto fiducia”2.

In lei c’è sempre quel misto di caparbia e fragilità, quella lucidità frammista di illusione e sprovvedutezza, che la rendono profondamente umana e più viva di chi mostra un’indipendenza tutta d’un pezzo. “Io ero così fragile, ma decisa a non farmi sopraffare dal mondo”3. Questo mi interessa: la capacità di mostrare tutti gli aspetti di sé, di non dare l’impressione di riuscire a cavarsela disinvoltamente da sé, né di essere, usando il suo linguaggio, “dell’uomo”4.

La garanzia della sussistenza economica da parte di Pietro è quindi un punto fondamentale da indagare nel loro rapporto, è Carla stessa che se ne rende conto: “Una difficoltà con Simone [Pietro] è che lui è più ricco di quanto potrei mai esserlo io, così un guadagno alla mia portata mi è sempre sembrato ridicolo a confronto. E dunque perché rischiare la pelle per aggiungere pochi spiccioli alle sue entrate? E poi lui non fatica a guadagnare con le sculture e è felice di mantenermi. Però questa facilitazione mi paralizza, mi toglie un’esperienza di base che mi mantiene in un rapporto padre-figlia che per tanti versi è superato”5.

Nonostante queste difficoltà sembra chiaro dal diario che Lonzi non ricatta mai Consagra per legarlo a sé perché senza soldi, si vede come invece cerchi di mantenere sempre un certo grado di autonomia che permette loro di vivere anche crisi profondissime. L’autonomia trovata nel rapporto con Pietro credo si fondi sulla ricerca di sé che parte dall’affermazione di sé nel campo della sessualità riconoscendo a se stessa la propria fonte di piacere. (Cfr. Ludmila Bazzoni e Sara Bigardi, Con il libretto sul sesso tra le mani). Da questa scoperta di sé può affrontare e rigiocare gli ingredienti contraddittori del suo rapporto, come, per esempio, la dipendenza economica.

Lonzi è consapevole che la sua scelta comporta difficoltà materiali e psichiche, in alcuni punti del diario mette in luce le problematiche della sua “maledetta dipendenza economica”6; cito un passo per tutti: “È brutto non avere soldi miei perché mi rimane un disagio sia nell’adoperarli che nel non adoperarli, e poi vedo che Simone [Pietro] ha una famigliarità a me sconosciuta nel disporne con balordaggine. Perché sono suoi. Non sono miei, qualsiasi cosa accada non sono miei”7.

Nella scelta di Lonzi di lasciare il lavoro e conseguentemente dover accettare una dipendenza economica si possono intravedere due aspetti.

Il primo è che uno degli esiti del suo rifiuto dell’emancipazione come via inautentica è anche, forse suo malgrado, quello di avvicinarsi alla figura tradizionale della donna in quanto dipendente da un uomo.

Il secondo aspetto, invece, riguarda il rapporto col mondo. Il mondo ha riconosciuto il valore di Carla Lonzi se ha permesso che vivesse di elemosina privata?

Per quanto riguarda il primo punto nel diario afferma: “Per fortuna non sono nata uomo, forse sarei riuscita a mettere insieme uno stipendiuccio, ma non ad avere tutto, tutto quello che desidero, come adesso. Sono nata donna e ho sofferto anche molto ma almeno non avevo da pensare ad altro. Il poter pensare a me stessa anche a lungo mi portava al punto che toccavo il fondo, e risalivo. Guai se intorno a me avessi avvertito, oltre la prigione invisibile, quella visibile con orari, colleghi, formalità, prestazioni, rendimento, interesse, alienazione. Per fortuna non sono nata uomo: mi dispiace per i miei fratelli, meritavano di essere donna anche loro”8.

La dipendenza economica di cui Carla è cosciente implica sì una dipendenza, ma implicherebbe un altro tipo di dipendenza l’essere inserite in un circuito lavorativo, una nuova subordinazione che si può riassumere nella perdita di sé.

Lonzi sembra affermare: non sono nata uomo quindi ne approfitto, non sono obbligata a guadagnarmi da vivere. In Sputiamo su Hegel scrive: “La differenza della donna sono millenni di assenza dalla storia. Approfittiamo della differenza”9.

Portando alle estreme conseguenza l’estraneità alla società mostra che entrare nella società così com’è è, di fatto, confermare l’uomo, il suo mondo, le sue leggi, senza poter usufruire dei suoi privilegi. È un’estrema critica all’emancipazione ed il lavoro, per come è strutturato, è un modo di entrare nella società attraverso l’emancipazione. Uscire dal ruolo della donna remissiva attraverso la via dell’emancipazione significa rinunciare all’autenticità, vuol dire essere costrette a “comportandosi secondo il ”noblesse oblige” della donna al corrente di tutti privilegi e le disinvolture maschili”10, piegarsi ad una tenuta di sé a livello del ruolo col quale si è voluta definire superiore nel timore di essere sconfitta. Lonzi cerca un modo per uscire dal ruolo tradizionale della donna senza passare dall’emancipazione, perché sarebbe l’ulteriore conferma ad un mondo che ha voluto le donne parte della “specie vinta”11.

Nel tema dell’inerzia, presente nelle poesie di Scacco Ragionato si esprime la sua ritrosia al fare se comporta un tradimento di sé; se da un lato l’inerzia è il suo “maggior tormento”12 dall’altro capisce che è la sua resistenza all’emancipazione per far sì che – come recita una delle sue poesie: “dove si posa il piede […] / [si posi] il cuore” per mantenere la propria autenticità – nominata fragranza nelle poesie – “fragranza, che vuol mai dire?”13. Lonzi cerca questa via “in sciopero / per un’attesa dove si dispieghi / il necessario frutto d’inerzia / del non-belligerante”14.

La fedeltà a se stessa l’ha portata quindi ad un netto rifiuto dell’emancipazione, un rifiuto portato alle estreme conseguenze. Con questa mossa si avvicina scandalosamente anche al ruolo femminile tradizionale tanto da immedesimarsi e vivere il destino atavico della donna. Annota, per esempio nel diario: “Piango per lo sconforto di sempre, sconforto della mia specie. […] la pena vera, interiore, vittimistica la provo per me, per mia madre che abbiamo sgobbato tutta la vita e accompagnato le varie fasi dei nostri uomini condividendone le difficoltà, e alla fine ci ritroviamo degli zeri assoluti”15.

Lonzi vive in pieno la tragicità storica di nascere donna. Constata, volta per volta, che se lei afferma se stessa lui dopo un po’, non sta più al gioco, la chiama “pazza” e reclama quel ben noto bisogno di sostegno amoroso e privato per affrontare l’avventura del mondo. Lonzi cerca di portare a fondo il destino atavico della donna, ma anche di forarlo quel destino fino ad arrivare a un “punto di crisi, di spaccatura” perché sembra che nel mondo ci sia una sola coscienza che va a ruota libera e si comporta come se altro non ci fosse16.

L’arrivare a questo punto di rottura segna la differenza del rapporto tra Pietro e Carla rispetto ad un tradizionale rapporto uomo-donna.

Il secondo aspetto, dicevamo, riguarda il rapporto col mondo.

Questo lato della faccenda è ben sintetizzato da un aneddoto riportato nel diario. Lonzi racconta di essere furiosa con un’amica, Regina nel diario, che vuole darle un consiglio. L’amica le consiglia di partecipare più attivamente ai problemi economici di Pietro facendo relazioni pubbliche per lui. Per Regina questo sarebbe il debito che Carla dovrebbe pagare per risarcirlo della possibilità che le dà di “vivere senza guadagnarsi il pane”. Carla commenta: “Così non vede la diversità di un appoggio ricevuto in direzione di una sua minore dipendenza dagli altri e un’esplicita, intimidatoria spinta a corrompermi per un altro, io che non l’ho fatto neppure per me stessa. Simone [Pietro] guadagna solo dei milioni l’anno, poverino, com’è misconosciuto e con quanta fatica li mette assieme, e poi ha quattro figli da accontentare e al cui futuro lavorare! Mentre nessuno si scandalizza che io, con tutto quello che ho dato nell’arte e nel femminismo (ma vale davvero meno oppure niente rispetto ad una scultura?!), debba vivere di elemosina privata e in più anche con senso di colpa e escogitando possibili risarcimenti”17. Quel desiderio di non corrompersi è il desiderio di mantenersi salda e centrata su se stessa, “senza altra responsabilità che non di fronte a se stessa”18. Di non rinunciare all’autenticità, appunto.

L’autenticità di cui parla Lonzi non è un contenuto, è qualcosa di vero, ma forse di indimostrabile tanto da essere, in un certo qual modo, destinata al fallimento se si riduce a fatto culturale. Se si vuole propagandare o più semplicemente divulgare davvero si perde la sua fragranza, si svilisce, si svende per quattro soldi. Anche ora che siamo qui a parlare, all’università, lei ci fa, in qualche modo, resistenza.

Questo è il dramma che vive Carla Lonzi assieme a quelle donne che non vogliono barattare la primogenitura per un piatto di lenticchie. La primogenitura richiama ad un episodio biblico nella Genesi: quello tra Esaù e Giacobbe, fratelli gemelli, figli di Isacco e Rebecca. Esaù, arrivato dalla steppa, esausto, per un piatto di lenticchie vendette la sua primogenitura a Giacobbe, tanto poco Esaù stimava la primogenitura19. Nella libera interpretazione di Lonzi il piatto di lenticchie è l’identità data da altri, quell’identità culturale che Carla ha sempre rifiutato, perché concentrata sulla propria identità che è la primogenitura e che si fonda sul rischio di vivere al limite perché fuori dai ruoli.

Da ragazza, per esempio, trovava banale, futile, addomesticato diventare una scrittrice, ovvero ricadere nel ruolo (il piatto di lenticchie), era più entusiasmante il suo cammino di ragazza nel mondo. Carla ragazza non sa ancora che è proprio quel mondo a esigere che la primogenitura (l’autenticità) venga barattata per un piatto di lenticchie (il ruolo).

Che prezzo ha fare lo scambio? Vendere la primogenitura è perdere la tramontana, ma è il piatto di lenticchie che ci dà un ruolo e quindi ci realizza nel mondo. Lonzi quindi si accorge che entrare nel mondo e perdere se stesse diventa un tutt’uno.

Tutta la sua vita da ragazza era stata improntata all’uscire dalla casa del padre certa che Hegel non avesse ragione: la sfera della donna non poteva essere quella domestica. Nel 1974 avanza dei dubbi: “Mi chiedo se non sia vero quello che afferma Hegel, che la donna è “sfera privata”. In passato avevo sentito di no con tanta chiarezza, ora non capisco più. Sto fuori dal mondo e sto bene, il mondo ha perso attrattiva per me”20.

Questo non significa un ritorno alla domesticità, alla casa, ma ci permette di constatare che l’autenticità, la primogenitura, la piccola verità (termine che prende dalla Kristeva), la fragranza tendono al privato proprio perché il pubblico, per come è strutturato, tende a strumentalizzare e farne un fatto culturale, intellettuale. Nonostante ciò Lonzi si rende conto che senza un passaggio nel pubblico, senza un suo riconoscimento pubblico tutti i suoi sforzi sono “gesti nell’aria”, ed è per questo che tutta la sua vita è un tentativo di forzare le categorie di spazio pubblico e privato.

Da ragazza il suo motto era “N’importe où hors du monde”, e lo interpretava fuori dalla famiglia, dalle regole, nella spontaneità e nell’autenticità. Sul mondo aveva ancora illusioni, l’illusione che la sua avventura fosse permessa. Col passare degli anni si accorge che per lei, che vuole assaporare la fragranza il mondo è sbarrato: è proprio la sua pretesa di autenticità a renderla irrealizzata nel mondo perché ha “l’andatura innocente da chi si tiene equidistante dal nulla”21. Da un lato il mondo ti misura e ti fa stare alle sue regole, dall’altro canto il mondo ti dà la possibilità politica di creare il tuo posto per non far rimanere d’aria i propri gesti. Qual è il punto di tensione? Il mondo permette di non tradirmi? Che fare quindi se il mondo non vuole saperne di adeguarsi a me? La tensione verso il Carmelo, il desiderio della clausura è proporzionale al rischio di tradire se stesse nel mondo, di perdere la propria autenticità. Afferma, infatti: “Il misconoscimento mi appariva come estrema salvaguardia: abbandonare era niente rispetto al dolore di tradire me stessa”22.

La figura del Carmelo deriva certamente dalla sua esperienza in collegio dalle suore. A nove anni, infatti Carla decide di vivere in collegio finché, con suo immenso dolore, nel 1943 il padre, vedendo la figlia sempre più distaccata dalla famiglia, decide di portala via. Questa esperienza è per la piccola Carla la prima sperimentazione di autonomia, e in futuro sarà un punto di riferimento costante: “Non sarei quella che sono se non avessi avuto modo in collegio di sperimentare tante possibilità spirituali, tante emozioni fuori dal rapporto con la famiglia, proprio in me stessa per la mia ripresa”23.

Come uscire da questa strada a cul de sac? Quale possibile grimaldello?

Infatti se Lonzi vuole restare fedele alla scoperta di sé, ma allo stesso tempo desidera entrare nel mondo vive un’impasse: se entra nel mondo non può restare fedele alla propria autenticità perché il mondo la porta a perdersi, ad allontanarsi da sé. Se, viceversa, ne rimane fuori, pur non tradendo se stessa, i suoi gesti diventano d’aria e saranno dimenticati tra le mura domestiche.

Carla Lonzi nel maggio del ’74 scrive: “Nei giorni passati ero arrivata alla conclusione che l’uomo per me è il principio di realtà. Ma come mai è così staccato dal principio del piacere che ho scoperto è il principio di se stessi?”24. I termini sono ovviamente presi dal lessico freudiano, ma rigiocati e modificati. Qui in particolare si riferisce alla sua relazione con Pietro Consagra. Si accorge che lui trova in lei un’oasi per ritrovare se stesso. L’uomo si realizza in una progettualità, va nel mondo, si mette alla prova, sfida, combatte, poi torna a casa, dalla donna e torna in se stesso, alla parte intima di sé. Pensiamo, a tal proposito, alla vicenda di Ulisse che dopo il suo lungo peregrinare ritorna da Penelope.

Una piccola digressione terminologica. È abbastanza complesso definire cosa Lonzi intenda per uomo e donna; in genere direi che usa spesso il termine “uomo” in senso molto lato: sia come uomo singolo che come cultura a cui storicamente l’uomo è referente, a volte sembra anche essere un sinonimo di patriarcato. Il termine “donna” è ancora più complesso da definire, ma, in questo caso, potrei azzardare ad affermare che si tratta di una “tendenza storica”, di un “posizionamento storico”.

Carla Lonzi approfondisce fino a portarlo a coscienza il destino atavico della donna che è principio del piacere cercando di mettere in atto un cambiamento tale per cui il principio di piacere, che è scoperta di sé, diventi principio di realtà. Una modalità che suggerisce esplicitamente è quella di creare relazioni tra donne in modo tale da mettere in vita un altro mondo.

La donna, dunque, ha sempre lavorato sul piano del privato e dei rapporti, ma non ne ha preso coscienza; Carla Lonzi, invece, amplia la propria coscienza tanto da, non solo essere autentica, ma cosciente di quello che è e di quello che fa. Questo la porta da una parte ad un’uscita dai ruoli di moglie e di cura tipici della sfera domestica e dall’altra a portare uno stimolo maggiore come ingrediente vivacizzante nel rapporto che è “conoscenza reciproca e modificazione cosciente all’interno di quest[o]”25. L’uomo, Pietro Consagra, invece, seguendo il principio della realtà vive in funzione della realtà, si realizza, quindi, nell’opera, nel prodotto, nel lavoro e, mettendo questi al primo posto, il rapporto risulterà necessariamente secondario e strumentale. Carla tenta di coinvolgerlo nel percorso di autenticità rendendo più entusiasmante il rapporto tra i due; è lo stesso Consagra ad ammetterlo. Via via che Carla prende coscienza, però, dall’essere di stimolo a Pietro, assume nei suoi confronti una posizione più scomoda perché, a questo punto, pretende che venga riconosciuto il suo lavorio affinché umanità e autenticità si possano esprimere in lui. Per far ciò Pietro dovrebbe fare un’inversione di rotta riordinando le priorità tra l’arte e il rapporto con Carla. Se mantiene l’arte in primo piano, Carla diventa semplicemente uno stimolo per l’arte per poi scomparire dovendosi presentare in pubblico non più come Carla ma nel ruolo camuffato di moglie e accompagnatrice. Se, invece, riconosce la coscienza di Carla, non può che ribaltare l’ordine delle priorità.

In questo senso Carla Lonzi non si colloca né nella sfera privata né nella sfera pubblica: è rigorosissima con Piero Consagra a non cadere nel ruolo di moglie o madre, ma allo stesso tempo lei non è niente per la società: non ha un lavoro riconosciuto, non ha nessuna identità culturale. Carla lavora a partire da sé per una modificazione del mondo privato che, se venisse riconosciuto, porterebbe ad un cambiamento anche della sfera pubblica. Lonzi non vuole entrare nello spazio pubblico se non avviene una trasformazione nei rapporti tale da modificare la sfera pubblica. In realtà per quanto riguarda Lonzi parlare di sfera pubblica e sfera privata è fuorviante. Risultano delle categorie ormai logore.

L’esplicito chiarimento di questo conflitto è riportato nello stringente dialogo della fine del loro rapporto raccolto in Vai pure. Questo testo non è un taglio netto ed improvviso, ma un punto di non ritorno a cui Lonzi arriva dopo anni di relazione. Già nel 1963 scriveva a Consagra: “Credi proprio che mi adatterò in te, nelle tue sculture e disegni senza recare disturbo? Hai qualcosa che vorrei vedere andare in frantumi e, comunque, mi ci adopererò”26.

Questo aspetto di Lonzi è complesso. Ci consegna un diario e ci fa vedere quello che nessuno dice mai del femminismo. (Cfr. Maria Livia Alga, Una visione organica della pratica femminista)

Per esempio, che ne è della sua figura di femminista se confessa di essersi sposata per disperazione27 e per il bisogno di essere mantenuta in vita28 perché malata o con un lavoro non retribuito o addirittura senza? Appoggiarsi ad un uomo è, tutto sommato, un modo tradizionale di risolvere il problema della sussistenza. Eppure non vediamo in lei una figura di donna “tradizionale”, nonostante ciò, se leggiamo il diario, non possiamo neppure allinearla al ruolo di ribelle perché “avev[a] sempre le lacrime in tasca”29. Il fatto che Lonzi non voglia rinunciare alla sua libertà, assieme a tutta la complessità che mostra mette in moto in noi sentimenti contrastanti. Si vede in lei una che non è in pari con la società (“Il sangue alla società non lo do”30), e a questo punto sembrerebbe che essere in pari sia avere un ruolo che dia un lavoro retribuito. Sa che è la società a non accettarla e per questo non le deve niente, conosce il suo valore e non cede al senso di colpa per non guadagnarsi il pane. È consapevole di aver lavorato tanto e di non essere stata pagata per questo (il femminismo e la critica d’arte: “ma vale davvero meno oppure niente rispetto ad una scultura?!”). Eppure il sottofondo della rottura col padre e con il marito, Mario Lena, poi, stava in quella che loro leggevano come impertinenza. Detto alla buona: come ti permetti di ribellarti e chiedere autonomia se io ti mantengo? La famosa frase paterna – “Finché sei in questa casa fai come dico io” – è uno dei primi moti che portano a cercare un’autonomia economica.

Mi piacerebbe concludere con una frase che Lonzi scrive a Consagra: “Tu mi hai salvato la vita io ti ho salvato l’anima”31.

 

 

 

Bibliografia

 

 

Carla Lonzi, Autoritratto. Accardi Alviani Castellani Consagra Fabro Fontana Kounellis Paolini Pascali Rotella Scarpitta Turcato Twombly, De Donato, Bari 1969

 

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile 1, 2, 3, Milano 1974

 

Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile 10, Milano 1978

 

Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Roma 1980

 

Carla Lonzi, Scacco Ragionato. Poesie dal ’58 al ’63, Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Milano 1985. Opera postuma a cura di Marta Lonzi e Anna Jaquinta.

 

Bibbia (con introduzione e note di Antonio Girlanda, Primo Gironi, Fedele Pasquero, Gianfranco Ravasi, Pietro Rossano, Stefano Virgulin) San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1987

Genesi 25, 29-34 (versione di Emmanuele Testa)

Note

  1. Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Il diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile 10, Milano 1978, p. 810.
  2. Ivi, p. 463.
  3. Ivi, p. 1225.
  4. Ivi, p. 140.
  5. Ivi, p. 810.
  6. Ivi, p. 1085.
  7. Ivi, p. 349.
  8. Ivi, p. 463.
  9. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel in C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta Femminile 1, 2, 3, Milano 1974, p. 21.
  10. Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale in C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale, p. 100.
  11. Significato dell’autocoscienza nei gruppi femministi in C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, cit., p. 141.
  12. Scacco ragionato V, Milano, 18 gennaio 1960 in Carla Lonzi, Scacco Ragionato. Poesie dal ’58 al ’63, Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Milano 1985, p. 148 Opera postuma a cura di Marta Lonzi e Anna Jaquinta. Le prossime poesie che citerò sono prese da Scacco ragionato quindi, per brevità, non lo nominerò più.
  13. Fragranza, Milano 27 ottobre 1959, p. 133.
  14. Non-belligerante, Milano, 11 novembre 1960.
  15. C. Lonzi, Taci, anzi parla. Il diario di una femminista, cit. p.778.
  16. Cfr. Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Roma 1980, p. 13-14.
  17. C. Lonzi, Taci, anzi parla. Il diario di una femminista, cit., p.755.
  18. Ivi, p. 794.
  19. Cfr. Genesi 25, 29-34 (versione di Emmanuele Testa) in Bibbia (con introduzione e note di Antonio Girlanda, Primo Gironi, Fedele Pasquero, Gianfranco Ravasi, Pietro Rossano, Stefano Virgulin) San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1987.
  20. C. Lonzi, Taci, anzi parla. Il diario di una femminista, cit., p. 669-670.
  21. Migrazione, Milano, 23 novembre 1961.[/.

    Per tutta la vita sarà tirata da due poli, il mondo e il Carmelo. La copertina che avrebbe voluto per Autoritratto era l’esatta immagine del suo autoritratto: una fotografia di S. Teresa di Lisieux mentre recita al Carmelo nelle vesti di Giovanna D’arco. Sono qui racchiuse queste due tendenze, quella della voglia di avventura, dell’andare nel mondo, dell’osare e quella del Carmelo, del desiderio di rientrare in se stesse nella fedeltà a se stesse per dedicarsi alla “scoperta e ornamentazione della [propria] anima”[note]C. Lonzi, Taci, anzi parla. Il diario di una femminista, cit., p, 31.

  22. Ivi, p. 48.
  23. Ivi, p. 32.
  24. Ivi, p. 679.
  25. Carla Lonzi, Vai pure. Dialogo con Pietro Consagra, Scritti di Rivolta Femminile Prototipi, Roma 1980, p. 15.
  26. C. Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, cit., p. 629.
  27. Cfr. Ivi, p. 331-332.
  28. Cfr. Ivi, p. 1228.
  29. Ivi, p. 139.
  30. Ivi, p. 723.
  31. Ivi, p. 690.
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