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Segrete trame della vita: il complesso tessuto misticopolitico

“La poesía es el vocablo virgen de todo prejuicio…” (Huidobro, poeta cileno)

 

A modo d’introduzione

  

Confesso che ogni volta che mi raggiunge l’eco di questi due termini, mistica e politica, da una parte vengo attratta come mi attrae il profumo della salsedine marina mentre percorro la sagoma della costa Ligure, durante una passeggiata invernale. Dall’altra sento, dal di dentro, come un sobbalzo, un’inquietudine, perché percepisco che si tratta di voler avvicinare due termini così complessi, come se fosse qualcosa di semplice e cercare di miscelarli come se fossero degli elementi facilmente compatibili tra di loro. Ho, dunque, dei dubbi e più mi avvicino a questa tematica, più sento la difficoltà di dire: ho capito qualcosa di più.

Da una parte quindi, il desiderio di entrare nella sfera più segreta di un immaginario individuale e collettivo, ma, allo stesso tempo, l’insufficienza del linguaggio. Paura di svuotare queste parole di tutta la loro concretezza, che riguarda anche la storia segreta e pubblica di tante persone che hanno consegnato il loro spirito esistenziale alla vita stessa, trasformando e percorrendo il tempo e gli spazi, anche i più impervi e faticosi.

Lungo la storia delle culture e della spiritualità, chi ha osato dire qualcosa, ha forse solo descritto delle esperienze, sia per quanto riguarda la mistica che per quanto riguarda la politica e, certamente, se la mistica non si è mai riuscita a ridurre a una dottrina o a una vera e propria sintesi di pensiero, nel caso della politica forse, è stato più facile e le sintesi teoriche sono state possibili.

Eppure percepisco e penso, che questo connubio ormai si è realizzato, almeno nel desiderio, ed è importante lasciarlo tale e seguirne le tracce. Come sia avvenuto o chi l’ha reso possibile, non lo so; quello che so è che ha molte madri e molti padri che, per lo meno hanno intravisto questa possibilità e ne hanno riconosciuto l’urgenza.

Altro aspetto di cui sono certa, è che ciò che lega questi due elementi, è l’esperienza, il corpo e la sua sensibilità e la vita quotidiana, tra desideri, bisogni reali, iniziative, processi di riconoscimento delle identità e cura profonda verso ciò che si è sognato, ma non è ancora stato realizzato. Dico: “lega”, proprio come se fossi in un laboratorio dove si ha a che fare con delle formule chimiche; interazioni tra atomi, formazione di molecole e cristalli.

Ma, in realtà, nella storia culturale, il destino di queste due parole divenute concetti, sembra segnato da un progressivo allontanamento dalla vita più reale. Forse fu l’invidia di qualcuno a sospingerli sempre più lontani dagli orizzonti dell’umano, così come –nel mito delle Scritture Ebraiche- fu l’invidia a cacciare lontano dall’Eden, Adamo ed Eva. E, quello che è certo, è che questi alchemici elementi forgiati nei laboratori interiori degli esseri umani sono stati cacciati fuori dalla nostra stessa vita, così da perderne coscienza.

Da parte mia, riproverò ad avvicinarli, anche attraverso il linguaggio. Se questo breve scritto, dunque, ha la forma della prosa, in realtà, la sua anima è quella della poesia, perché sono convinta che solo il lessico poetico può addentrarsi in quegli interstizi della vita, più peculiari e difficili. Perché la poesia è porta di entrata per prendersi cura dell’anima dell’umano e del cosmo.

Nelle riflessioni che seguono proverò a unire questi due termine non solo simbolicamente ma anche nel ricamo della scrittura stessa, anche se durante la battitura, il computer me lo segnerà sempre in rosso come se la parola fosse scritta in modo errato: misticapolitica. Se fossimo delle esperte alchimiste, ci domanderemmo: chissà che non sia proprio la misticapolitica la pietra filosofale della storia e della vita.

 

Le tracce: Breve mappa di un complesso itinerario storico

  

Il vero maestro è un ospite discreto e non un invasore […] così l’alchimista è uno che cammina in un labirinto. […] Chi lo percorre vi si può fermare dentro senza fretta né angustia… (Paolo Cortesi)

Pur non volendolo più separare la mistica dalla politica, posso dire che ho sempre pensato che sia l’una che l’altra, sono come alchemici elementi di un laboratorio simbolico e reale della vita e, chi li avvicina, lo deve fare tenendo in conto che ciascuno ha la sua forza. Ciascuno ha una sua lunghissima e complessa storia, intessuta con la progressiva comprensione che l’essere umano ha di sé e della realtà che lo circonda: gioco a nascondino nelle trame dell’inconscio e della consapevolezza; intuizione ed esperienza.

Il loro esistere infatti, non si deve solo ad un determinato contesto storico, sociale o religioso, ma sembra abitare nelle vene della vita stessa. Forse come necessità, come sogno, impulso e ricerca coraggiosa. Quando si dice alchimia si dice anche studio dell’energia della materia e, quando invece, si dice alchimia spirituale, si dice studio dell’energia della forma. Così che l’alchimista è colui o colei che libera l’energia della materia e alchimista spirituale è colei o colui che libera l’energia della forma. Chi conosce questa particolarissima disciplina, se così la si può chiamare, sa che gli alchimisti conoscono molto bene la differenza di ogni elemento, così come quella di ogni essere vivente.

È per questo che affianco, come molto spesso si è fatto lungo i secoli, questa problematica al mondo alchemico. Sia la mistica, che la politica, riguardano la vita, con tutto ciò che la vita comporta; un complesso groviglio dell’umano più umano, sia individuale che collettivo; ecosistema e compatibilità tra gli esseri umani e l cosmo e, dunque, pratica politica.

Dovuto alla mia deformazione esistenziale e professionale, entro in questo connubio, passando per il termine mistica. Ma, proprio per non svuotarlo, vorrei riprendere, molto semplicemente, alcuni aspetti di ciò che questa parola ha significato nella storia, rivendicando però, il suo carattere multidisciplinare, che la rende più vicina allo spirito e alle sue anarchiche leggi, piuttosto che alle sintesi dottrinali e logiche delle differenti discipline.

Quasi sempre, si muove nell’universo simbolico-religioso di un individuo o di un gruppo. In tutte le religioni e le culture incontriamo il suo eco, anche se con sfumature diverse che, comunque diventano chiave di lettura preziosa.

Ora, dovendo scegliere alcuni punti di riferimento della lunga trama in cui tante donne e altrettanti uomini, hanno tentato di ricucire lo strappo che si è creato nella vita umana, tra mistica e politica, risalirò la china della tradizione cristiana, cioè quella più consona alla mia esperienza. Per recuperare questo lungo filo della storia fatto di molteplici tentativi, si tratta principalmente, di riscoprire, la creatività che hanno avuto donne e uomini nella storia, per ricucire quella lacerazione dell’esistenza che ha reso l’individuo distratto dal suo intorno e frammentato nei suoi gesti, tra amore e giustizia, bellezza e bontà, responsabilità e grazia.

Nel cristianesimo, la mistica vive soprattutto nelle trame segrete della sensibilità e della riflessione teologica dell’Oriente Cristiano. In realtà, la ricerca di una data o di un punto d’inizio cronologico è relativa e certamente, a mio avviso, poco utile. Quasi sempre questo inizio, si identifica con la pratica spirituale dei Padri e delle Madri della Chiesa, solo perché le prime sintesi pensate e scritte ci vengono da loro. Nella lunga lista di questi pensatori e pensatrici amanti, il nome di Gregorio di Nissa, per esempio, risalta come il primo e uno dei più importanti, insieme a Origene e allo pseudo Dionigi. Dalle loro sintesi e dal desiderio di decodificare qualcosa che in realtà è del tutto inesprimibile, nasceranno, in seguito, correnti di pensiero e al tempo stesso stili di vita.

In questa visione dell’universo mistico, il confine tra teologia, filosofia ed etica è quasi inesistente, soprattutto quando queste riflessioni e teorie si manifestano nella dinamica affettiva dell’amore per la vita e il suo Invisibile Archè.

Tuttavia in alcuni momenti della storia ci imbattiamo in qualche esperienza che possiamo definire come un elogio della mistica, mentre, in altri momenti del pensiero teologico e spirituale, si entra in un profondo oblio e, a volte, un vero e proprio rifiuto.

Nomino solo pochi esempi: nell’epoca della scolastica medievale caratterizzata da una metodologia filosofica e teologica più speculativa, ci fu una corrente mistica minoritaria, sostenuta soprattutto da Bernardo di Chiaravalle e da quelli che chiamiamo Vittorini. Si tratta di scuole, centri di studio, dove si cerca di descrivere l’esperienza mistica come un itinerario costituito da diverse tappe… uno schema che sarà adottato anche da Bonaventura da Bagnoregio.

Il fiorire di veri e propri movimenti mistici, forse i più importanti nella storia del cristianesimo, si sviluppano nel secolo XII e proseguono sino al secolo XVI. Sono i periodi della mistica tedesca, spagnola e fiamminga. I centri di riflessione sono soprattutto i monasteri femminili, anche se i rappresentanti ufficiali saranno alcuni frati, “maestri di teologia”: Jan Van Ruysbroek, Meister Eckhart, Taulero, Enrique Suso o Susone, Hendrik Herp, Giovanni della Croce. Senza dubbio nella storia rimangono anche i nomi di molte donne: Ildegarda Von Bingen (1098-1179); Gertrude la Grande (1302-?), Caterina da Siena (1347-1380), Giuliana de Norwich (1342-1412); Teresa d’Ávila (1515- 1582), ecc. E se nelle correnti mistiche anteriori veniva definito l’esperienza mistica come un itinerario, nelle mistiche e nei mistici spagnoli l’esperienza si concretizzò almeno simbolicamente, come l’entrata consapevole nella “dimora o castello”. Circoli interiori che si vanno aprendo progressivamente, ampliandosi, ma anche esperienze esistenziali di essenzialità dell’amore, equilibrio, unione.

Al centro di tutto c’è Cristo, mentre la sensibilità vibra nell’esperienza interiore tra assenza e presenza divina. Saranno solo alcune e alcuni mistici, coloro che si lasceranno attrarre nelle vaste coordinate cosmiche, sintetizzate anche in veri e propri trattati di cosmologia. L’interiorità, come parte fondamentale di queste esperienze, sarà il punto di partenza per nuove relazioni con ogni frammento della realtà, superando i confini dell’esperienza puramente religiosa.

Non potendo fare un percorso dettagliato di tutte le sfumature che ci hanno accompagnato fino alla consapevolezza di questo intenso legame tra mistica e politica, mi fermo qui per quanto riguarda una velocissima e incompleta memoria storica. Voglio invece soffermi su un aspetto che per me diventa uno dei più eloquenti e che forse è il legame che interagisce su questi due elementi, senza cancellarne la differenza.

Ciò che unisce questi due elementi è il corpo, la sensibilità più acuta dell’epidermide umana, perché il corpo non è semplice esposizione ma profondo mistero e creatività dei sensi. Quel corpo-volto, viso, come direbbe Emmanuel Lévinas, appunto perché il corpo non sia semplice accumulo di energie senza identità, ma varco nella crosta di un’esistenza che gli esseri umani, molte volte, hanno reso ermetica e senza senso, cioè priva di desiderio di vita e di vita per sempre. L’altro volto. Non un ritratto da appendere in qualche salotto mentale a far da contorno alla propria bontà, indaffarata magari a mostrare agli altri come essere buoni […] far ruotare ancora il mondo su se stessi […] Nel suo volgersi, l’altro spezza la visione, taglia lo sguardo – decentra, fa impazzire. […] Non solo volontà, protagonismi. Ma distorsioni e disfacimenti, irruzioni, sorprese, spiazzamenti. Abissi, rischi, infiniti. Conferme. Trascendenze. (Cfr. Emmanuel Lévinas, Franco Riva, L’epifania del volto, Servitium editrice – Macondo Libri, 2010)

 

Dal sé al fuori di sé

 

Tra le tante sintesi che potrebbero aiutarci a trovare ciò che ha progressivamente legato questi due elementi, ne scelgo una: essere “fuori di sé”. Raccolgo questa immagine da tanti trattati classici sull’esperienza mistica o da quelle narrazioni di chi è stato o stata testimone della profondità dell’esperienza di altrettante donne e uomini. Ma cosa significa?

In realtà l’espressione non è del tutto positiva. Se centelliniamo questa sintesi, il sé, appare caleidoscopicamente nelle sue molteplici posizioni: un pronome riflessivo riferito a un soggetto, o forse un complemento oggetto, quando si tratta di voler evidenziare il soggetto o, addirittura, un complemento indiretto quando il sé è criticato per la sua costante referenzialità: “parla sempre di sé” o, appunto, per: “essere fuori di sé”.

Eppure, è proprio questo intrigante “sé” che sta in questo vortice, sia della mistica che della politica. È questo “sé” che diventa testimone della sua stessa esperienza e può dire dove si colloca nella storia e come, superando ogni immaginario moralista e ristretto, imparando ad abitare gli spazi in un altro modo. E qui si aggiungono altri due indizi preziosi. Lo spazio e l’abitare; il luogo e il modo di stare del “sé”. Due elementi che per essere esistenziali sono anche etici, ogni volta che l’intimità del “sé” è solo punto di partenza, ma non semplice stasi.

Lo spazio abitato, dunque, e il modo di starci dentro che, nell’esperienza mistica sospingono il sé altrove; lo aprono, lo provocano ad innamorarsi dell’altrove, altro, fuori di sé. Per spiegarmi meglio, mi rifaccio alla tradizione cristiana, non perché l’unica valida, ma perché nell’evocazione di un sé che intraprende un viaggio, è una delle tradizioni più eloquenti. Infatti la tradizione ebraico-cristiana è, sia storicamente che esistenzialmente, quella che più invita all’uscita di sé e dunque, una di quelle esperienze cui atto mistico è dedicato all’alterità, o, io preferisco al “fuori di sé”.

Una vera e propria inquietudine, per un essere umano che comunque, per diversi fattori, è tentato sempre a cadere e restare nel labirinto del sé massiccio, usando un’espressione di Sartre, pesante e allo stesso tempo, vicolo stretto del proprio ego, dove tutto ruota attorno all’ asse trasversale del proprio centro, rendendo il resto della realtà estraneo, fastidioso e impicciante, tutte le volte che non è a propria disposizione.

D’altronde non è una novità; la stessa terminologia più classica, dentro del linguaggio della fenomenologia mistica, parla di: l’estasi. Un termine che viene dal greco e significa proprio questo: ex-stasis, “essere fuori”. Uno stato psichico di sospensione o tregua ed elevazione mistica della mente –espressione del sé-, che viene percepita a volte come al di fuori del proprio corpo. In questo ambito, si parla di identificazione con l’alterità al di fuori di sé; incontro della propria anima con l’anima di ciò che la circonda. In qualche modo anche se con sfumature diverse, lo testimoniano tutte le culture e tutti i popoli.

Ma per dire ancora di più su questa bella esperienza umana, che nella tradizione ebraico-cristiana è sia esperienza di popolo che esperienza individuale, userò, come ho fatto altre volte, uno dei testi più conosciuti nella storia della spiritualità. Esperienza di una donna del XVI secolo: Teresa di Ávila.

Scelgo alcuni versetti che decantano questa relazione e lo fanno in modo poetico, unico linguaggio, come ho detto sopra, che può aiutarci a dire qualcosa senza allontanarci dalla realtà reale.

  

Vivo senza vivere in me,

e in sì alta vita spero,

che muoio perché non muoio…”

 

Sottolineo che è una donna che grida; simbolo e realtà religiosa e politico-sociale, di tutte quelle categorie di persone che l’ufficialità ha sempre considerato marginali, secondarie, forse utili in certi casi, ma comunque quasi mai interpellate o scelte come soggetti di trasformazione della realtà reale. Qui invece –ed ecco la misticapolitica- questa irruzione; gemito-grido che lascia intravedere la peculiarità di tale relazione: vivo senza vivere in me … en sì alta vita spero che … affronto la morte per non morire.

È il grido, a volte la testimonianza di milioni di donne e uomini nella storia, fino ad oggi, perché senza affrontare l’ignoto, l’incognita, ciò che ancora ha da farsi, morirebbero. Vivo senza vivere in me, è lo spiazzamento del sé, è: “uscire fuori di sé”; dislocare il proprio centro di gravità esistenziale. Il centro di gravità della persona si è trasferito dice Maria Zambrano, commentando queste parole …Vivere fuori di sé per essere disposti al volo, pronti a qualunque partenza… (Cfr. L’uomo e il divino, Edizioni Lavoro, 2008). Non è forse questa l’esperienza Mistica? Non è forse questa la pratica più alta della politica? Trovarsi fuori di sé nel Luogo dei luoghi, diremmo nell’esperienza spirituale; nel luogo degli altri diremmo invece nella pratica di una politica esistenziale, oltre ogni ideologia e oltre ogni moralismo.

Certamente, l’ermeneutica di questi versetti, potrà sembrare molto povera confrontandola con altri dettagliati commenti di teologia spirituale o psicoanalitiche. Ma, chiedendo scusa, io ci provo. Penso infatti, che questo è uno dei testi più belli per tradurre in parole l’esperienza di una vita molto difficile da raccontare, perché, appunto, le parole sulla quotidianità della vita, sono incandescenti, bruciano, come carboni ardenti. Perché né la mistica né la pratica politica delle relazioni, sono esperienze qualunque, testimonianze di vita per ricevere elogi o premi, ma misteriosa dedizione alla vita al di là e al di sopra di ogni bisogno, bontà o bellezza.

Esperienza d’amore; esperienza di una vita vissuta rivolta al Mistero che non fa distinzione tra pubblico e privato, tra l’interiorità e la fugacità e la fragilità della vita e allo stesso tempo il suo peso, la sua stanchezza, ma anche la sua stessa gioia e la sua creatività e forza, cioè tutti aspetti che a mio avvisto devono essere ripresi nella costruzione sociale e politica.

Allora, vivo senza vivere in me … e in sì alta vita spero che … È un grido a volte inesprimibile, che l’umanità fa salire dalle viscere più segrete dell’essere: de profundis dei sacrificati, come scriveva Kierkegaard. Non si tratta solo dei sacrificati a causa di un destino non voluto o imposto, ma dei sacrificati per grazia d’amore e di desiderio e sete.

C’è una vita infatti che nessuna statistica potrà mai evidenziare, nessuna intervista o nessuna analisi sulla situazione sociale o economica del mondo, ogni volta che la vita è impedita nel suo fluire armonico e nel desiderio delle relazioni umane.

Sono molti, forse troppi i soggetti attuali di questo grido e sarebbero molti di più, se riuscissimo a percepire chi solidarizza con essi, chi li sostiene nel proprio sogno e nella propria sete, chi li affianca nella ricerca di liberazione e creatività. Sono gridi che sorgono da contesti reali, situazioni che agli occhi di chi è abituato a stare comodo, sembrano insostenibili eppure sono gridi quindi rispecchiano ancora la forza e il fiato che è rimasto per elevare questo urlo che ha il potere di spalancare la storia. Niente di idilliaco, ma solo tante storie; donne e uomini, grandi e piccoli che cavalcano il tempo.

Storie di persone che vivono e sopravvivono nonostante tutto.

In questo senso, probabilmente il grido del muoio perché non muoio, non è vincolato agli ambiti eterei di quella mistica che ci ha separati dalla storia. Questo grido: muoio perché non muoio, può significare l’insopportabile dolore o l’insopportabile nostalgia e fatica o, forse, la più grande indignazione che tutti e tutte, dovremmo provare di fronte a una storia privata della propria forza vitale.

Grido di dolore, di chi oramai fatica a vivere e a far vivere; saccheggio delle risorse naturali del nostro pianeta, guerre fatte per trasformare i beni di tutti in risorse private (guerre per l’acqua, per il petrolio, il gas, i rifiuti, ecc.). Uomini e donne che vivono con la paura di perdere il posto di lavoro o la paura di non trovarlo; di lavorare e non essere pagati o, anche, di non poter pagare. Milioni e milioni di rifugiati, perché i loro popoli e la loro Terra, sono diventati inospitali, perché vale più l’industria bellica dei loro corpi lasciati in balia del proprio destino. Paradossale grido di chi riesce a mantenere il silenzio durante le torture, di chi è picchiato sotto la costante repressione fisica e psicologica.

Si capisce allora perché questa relazione tra mistica e politica, non è qualcosa di strano e non c’è bisogno di essere così originali per capirla. Si capisce perché c’è bisogno di misticapolitica e non solo di mistica o solo di politica.

Muero porque no muero; perché non riesco a uscire da questa situazione di esclusione, annichilamento e morte. Muero … se mi viene tolta ogni possibilità, anche se si trattasse solo dell’immaginazione. Muero … se vivo senza quei diritti elementari della mistica umana, cioè la familiarità con la vita, la partecipazione, il diritto al rifiuto quando voglio rifiutare, il diritto alla creatività quando voglio creare, studiare, leggere e scrivere, ecc. Muero, perché “I diritti si prendono, non si chiedono; si prendono alla forza, non si mendicano” come direbbe il poeta e scrittore cubano José Marti. Muero: io muoio, noi moriremo.

Ciascuna o ciascuno, può ritrovare in sé l’eco di questo grido; a partire dalla propria esperienza e dalla più reale quotidianità. Ogni volta che ci accorgiamo di esserci tra limite e infinito, larghezza e profondità, esteriorità e interiorità, tempo ed eternità, intimità e storia.

 

A modo di conclusione

 

Mi avvio a quella che chiamerei una pseudo conclusione inconclusa e ancora piena di domande.

Quante volte lungo la storia, gruppi umani hanno dovuto essere misticipolitici per recuperare i loro spazi: hanno dovuto essere mistiche le donne, gli studenti e gli operai per salvare i loro diritti, gli indigeni per mantenere la memoria viva e i creativi per mantenere la propria creatività. Tutte queste categorie ed altre ancora, hanno dovuto vivere dal di dentro, imparare le strategie dell’interiorità, per non perdere la propria vita e non consegnarla ad altri.

Quante produzioni umane, sociali, comunitarie per poter costruire degli habitat, sono ancora sconosciute e ignorate? Forse è proprio qui che il termine misticapolitica potrebbe evocare qualcosa. Questo mondo delle evoluzioni e rivelazioni interiori, questo mondo del risveglio dei sensi e delle inabitazioni più profonde nella natura, in se stessi; mondo delle cosmovisioni interiori ma anche politiche, sociali, cosmologiche. Questo mondo in cui le labbra si chiudono – come evoca la radice del termine mistica – e si risveglino i sensi.

Noi oggi non possiamo più permettere che il mondo entri in un vortice di mendicità dove si deve chiedere tutto, dove tutto dipende da qualcuno che ce lo vuole dare o togliere, secondo logiche sconosciute. Dobbiamo ridarci una dignità e la misticapolitica, questa visione profonda e “altra”, ce lo permetterà.

Il tema, dunque, coinvolge troppe persone: la biodiversità cosmica, la dignità e la salute fisica e mentale di molta gente e quindi non può essere oggetto di elucubrazioni intellettuali e ancor meno spirituali.

A mio avviso, si tratta davvero di una “questione”, nel senso medievale del termine: una questio. Perché dietro a queste problematiche, ci sono infinite domande, esigenze, reclami, denunce, gridi reali. Dietro a questaquestione ci sono storie di persone, di risorse naturali, di cose. Se noi troveremo dunque dei nuovi approcci a queste problematiche, significherà soprattutto che siamo disposti a trovare nuovi soggetti di relazione politica, economica e mistica. Significherà che ricostruiremo delle relazioni differenti nei nostri mondi di vita quotidiana.

La misticapolitica, forse indica proprio l’intuizione che oggi abbiamo di provare a rileggere la vita con altri criteri, osando, dunque, anche un modo di ricostruire delle relazioni politiche differenti. La misticapolitica indica il giudizio critico e la sapienza pratica disobbediente e intelligente, di chi percepisce che così non possiamo più andare avanti, in una società dominata da criteri di competitività che mettono tutti gli uni contro gli altri; criteri di sfruttamento nei confronti dell’ambiente, che svuotano ogni sogno di creatività. Allora la misticapolitica, non evoca solo il contributo di altri, ma un modo altro di affrontare questo problema, la proposta di liberarci da questa morsa economica che ha il potere di disincantarci dalla vita vera, dalle sue profondità; di riqualificare con gioia le cose, di riscoprire gli interstizi della vita stessa.

Alla misticapolitica si arriva attraverso un itinerario, attraverso viaggi di crescita interiore, autocritiche costanti di ciò che siamo e abbiamo già conosciuto e aperture verso l’assenza, ciò che ancora manca. Alla mistica si arriva affinando la sensibilità e chi meglio della vita stessa potrebbe esserci maestra per affinare questa sensibilità! Sforzi, scelte, rifiuti di qualcosa che non serve per vivere né a noi, né a nessuno.

Chiudo, e lo faccio con il versetto di un Salmo Sufi:Ciò che chiamano paradiso, i palazzi, le urì, dalli a chi li cerca. Ho bisogno di Te, di Te solo … e tutto ciò che mi hai riservato nell’altro mondo donalo ai tuoi amici; perché Tu mi basti.” (Salmi Sufi, canti della spiritualità musulmana, Icone Edizioni, Roma 2006).

Anche questi versetti, sostengono in qualche modo ciò che ho disegnato fino ad ora: la mistica e la politica, per diventare una cosa sola, sono percorsi di vita che partono da sé sospingendo al di fuori di sé; progressivi cammini di “uscita da sé”.

È per questo che riprendo l’eco del salmo Sufi, premessa importante per ridare alla mistica e alla politica quel senso più bello che di per sé questi due elementi contengono. Progressivo spostamento del baricentro del proprio ego o di quello culturale e religioso di un popolo.

Ma questi versetti, aggiungono qualcos’altro. Tutto ciò che si considera “paradiso”, donalo ai tuoi amici; perché Tu mi basti. Che strana sintesi, cosa significa?

Questo “sé” così fuori di sé, è rivolto totalmente, direi quasi occupato nella ricerca di ciò che non è ancora accaduto, non è ancora pienamente svelato, dato che tutto il resto, bello e buono, resta in secondo piano, è lasciato ad altri amici.

Ma chi è questo Tu? La risposta più semplice ed evidente, sarebbe che il Tu è Dio. Personalmente penso che è troppo semplice e soprattutto troppo evidente e forse anche escludente, come se in questo modo volessimo chiudere ogni inquietudine e preoccupazione e rimandare tutto all’avvenire e all’aldilà. Invece il Tu non riguarda l’aldilà; il Tu è troppo presente e non sappiamo chi è. Quello che percepisco è che è diverso e altro da me.

A questo punto, forse, la domanda è ancora un’altra: come si arriva al Tu e solo Tu? Quali sono gli itinerari per uscire fuori di sé? Lascio la questione aperta, perché – permettetemi ancora un “forse” – il primo passo per trovare qualche risposta, sarà proprio uscire da sé e continuare insieme.

Dolcissima crescita nei passi dell’identità dell’essere. Ho bisogno di Te solo … Tu mi basti.

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