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Se non ora quando: prospettive di una nuova pratica politica (Cristina Comencini e Serena Sapegno ospiti a Verona)

Il 22 maggio i 400 posti del teatro erano quasi completamente esauriti nonostante il caldo estivo e la presenza in contemporanea di altri eventi. L’occasione era un incontro con Cristina Comencini e Serena Sapegno, nota scrittrice e regista la prima, studiosa italianista specialista in studi di genere la seconda. Presenti in quanto fondatrici di Dinuovo, associazione promotrice dell’appello Se non ora quando che il 13 febbraio ha riempito 230 piazze in Italia e all’estero, a Verona hanno presentato il video ‘Libere’ di Cristina e Francesca Comencini e ci hanno dato un aggiornamento sull’attività di questa nuova rete di donne che fa capo al blog  senonoraquando 13febbraio2011.wordpress.com/

Il video dello spettacolo, prodotto nella seconda metà del 2010, mette in scena un dialogo tra due donne di diverse generazioni nato in un contesto occasionale. Una delle due (Lunetta Savino) ha ‘fatto il femminismo’, l’altra è una trentenne che sta oggi facendo i conti con la precarietà e la difficoltà a costruirsi una vita. Il dialogo nasce in un clima di diffidenza iniziale da parte della giovane per poi lasciare spazio a una condivisione di vissuti e problematiche diverse che, inaspettatamente, conducono allo stesso senso di straniamento nei confronti del mondo.

Nelle parole della Savino il femminismo appare una stagione fenomenale, di apertura al possibile e con un forte sentimento di un in-comune tra donne che, secondo la sua esperienza, è oramai scomparso. La giovane, nel condividere i suoi problemi di precarietà lavorativa ed esistenziale, condivide il punto di vista sul momento attuale ma si pone in maniera critica rispetto al femminismo. Troppo forte è per lei la sensazione che non sia cambiato niente di sostanziale e attribuisce proprio alla generazione del femminismo il mancato raggiungimento di un significativo cambiamento nel costume e nella politica. O meglio: oggi si è sicuramente più libere, ma di quale libertà stiamo parlando? Della libertà di fare un uso strumentale del proprio corpo in un mondo che riconosce quello –il corpo- come principale merce di scambio? Siamo più libere, sì, ma in un mondo che però non è cambiato.

‘Ci avete educato alla libertà, al rispetto di noi stesse, siamo andate nel mondo piene delle vostre aspettative. Solo che fuori non ne sapevano niente e tutto andava nel solito vecchio modo.’

 

‘Sono arrabbiata’ ‘ E quindi?’ ‘Non lo so’. È una delle frasi nelle quali mi riconosco di più e in cui riconosco molti miei amici e mie amiche della mia età.

 

Manca quello spazio tra donne dove poter condividere, scoprire insieme, lottare. Manca il senso di un in-comune tra noi.

A differenza di quello che si afferma nel video, credo che gli spazi tra donne ci siano e ci siano sempre stati: spazi di un pensiero e di un agire libero dal simbolico dominante. Ci credo perché quegli spazi li ho frequentati e in parte li frequento ancora. Oggi però è per me evidente che quel simbolico è rimasto dominante e che quegli spazi sono sempre più spazi protetti nei quali molte persone della mia generazione -che pur si sono nutrite di questi spazi di libertà- non si sentono più parte di un processo, non percepiscono più un essere nella storia.

Per molto tempo, dunque, ho frequentato gli ambienti della politica delle donne, in particolare il seminario politico presso i locali dell’università di Verona che ho contribuito a creare 12 anni fa insieme ad altri e ad altre. Il seminario è un’occasione di incontro e di confronto per donne e uomini di diverse generazioni sia che ruotano attorno all’Università sia che arrivino lì attraverso relazioni politiche. All’inizio condividevo con altri ed altre, allora studenti, la sensazione forte che quello fosse il nostro modo di fare politica, di cambiare il mondo attraverso un agire simbolico che potesse modificarlo a partire da noi e dalle relazioni più prossime. Ma in questi ultimi anni, dopo la fine dell’università e l’ingresso –sempre mancato-nel mondo del lavoro, questa convinzione ha perso la sua forza. L’impressione è che fuori da questi contesti il mondo stia andando avanti secondo altre leggi nonostante il nostro appassionato lavoro sul simbolico. Dov’è il cambiamento culturale di cui il femminismo e la politica delle donne si sono fatti portatori? Siamo cambiati/e noi, ma basta uscire dai soliti giri che ci si trova su un altro pianeta. E questo mancato contagio culturale si rispecchia non solo nello spettacolo desolante della politica istituzionale, ma anche nella mancanza di un’alternativa politica e istituzionale credibile, nel simbolico che domina il linguaggio comune e i mass media, nei discorsi di molte persone che ancora sostengono questo orribile sistema patriarcale. Mediaset è forse stata più forte di quarant’anni di lavoro sul simbolico?

Quelli che per me un tempo potevano essere contesti politici dove la realtà trovava uno spazio nel quale si rifletteva e, riflettendosi nelle parole nostre e di altri si modificava, in questo momento mi sembrano spazi a sé stanti, autosufficienti e mortalmente autoreferenziali. Credo di poter parlare anche a nome di altri ed altre quando dico che non troviamo le connessioni con gli altri pezzi di vita che conduciamo altrove. Il linguaggio che abbiamo imparato a parlare in questi spazi, dopo l’esperienza dell’università non lo capiva nessuno e ci siamo orgogliosamente arroccati/e nell’attribuire agli altri una mancanza di elaborazione e di pensiero. Tranne che poi ci siamo ritrovati/e soli/e in un mondo che non ci rappresenta e che non sa che farsene della nostra libertà. E questa situazione ha un peso diverso a seconda che ci si trovi in una fase della vita piuttosto che in un’altra.

 

Il dibattito che è seguito si è sbilanciato quasi completamente sulla tematica della rappresentanza femminile in politica e in luoghi ‘che contano’, ambito nel quale il nostro paese è tra gli ultimi in Europa. Pur non credendo che sia questa la strada privilegiata, ritengo che a questo stato delle cose non si possa non riconsiderare la questione dell’interlocuzione e dell’ingresso nella politica istituzionale. Alcuni dei cambiamenti duraturi avvenuti durante il femminismo sono nostro patrimonio proprio perchè diventati legge – ad esempio il diritto al divorzio e all’interruzione di gravidanza, ottenuti attraverso quegli stessi referendum che oggi, trenta anni dopo, rischiano ogni giorno di essere delegittimati. Come ha sostenuto la Comencini però, credo che più donne in politica non servano a nulla se non sono sostenute da un movimento delle donne che sia forte, che continui a fare lavoro culturale e sappia farsi sentire sulle questioni che interessano alle donne. Ecco, è questo saper farsi sentire che sento carente se penso agli ambiti della politica delle donne da me frequentati.

La forza dell’appello Se non ora quando, è stata invece nella buona riuscita della comunicazione – che, come è risaputo, è sempre nel gioco delle due parti, di chi ascolta ma anche di chi parla..[1] – e che è stata un aspetto decisivo per la riuscita del 13 febbraio[2].

Dunque, l’aver saputo farsi sentire. E anche l’aver creato l’occasione perché ci si potesse attivare per dare voce, insieme a tante altre e a tanti altri, alla rabbia e all’indignazione che attanagliavano molte donne e uomini estranei agli ambiti della politica delle donne. E tutto questo non dal nulla. I mesi precedenti all’appello -per come ce li hanno descritti la Comencini e la Sapegno- sono stati mesi di raccolta e di mediazioni, di tentativi di ascoltare e di parlare con altre, cercando per prime donne che hanno fatto e fanno ancora il femminismo. L’appello finale della mobilitazione del 13 febbraio è infatti il risultato di una interlocuzione proprio con quelle donne che non hanno mai smesso di pensare e di fare politica. Ovviamente di quelle, tra le molte, che hanno accettato di stare in questa interlocuzione. Considerato tutto questo, il valore dell’appello per me non è nel risultato finale ma nel suo essere frutto di un desiderio e di un processo di ricerca, di interlocuzione e di mediazione con donne di diversi gruppi e associazioni. Risultato di una pratica.

Se non ora quando vorrebbe infatti essere una rete delle realtà femminili e femministe che già ci sono, con la richiesta che, pur conservando le proprie caratteristiche e la loro autonomia, si mettano in una prospettiva nazionale e contribuiscano a raccogliere e proporre pochi e chiari obiettivi da mandare avanti sia al livello di azione culturale e consapevolezza sul proprio territorio, sia a livello nazionale e della politica istituzionale.

Come in molti ambiti che si stanno rivelando laboratori politici innovativi -vedi il medio oriente e le piazze degli indignados– anche qui ricopre una certa importanza la ricerca di nuove pratiche di partecipazione e mobilitazione che vadano oltre i canali tradizionali. E questo è stato ben visibile anche solo nel modo in cui Cristina e Serena hanno cercato un confronto con noi di Verona sulle modalità di svolgimento della prossima tappa nazionale. Il 9 e 10 luglio, infatti, è stato indetto un incontro nazionale di tutti i comitati Se non ora quando. A loro volta i comitati locali dovrebbero mettere in rete le realtà di donne del proprio territorio. Il tentativo è quello di avviare una forte interlocuzione sulle tematiche della rappresentazione delle donne e della rappresentanza delle donne nella vita pubblica e di individuare le linee di una azione comune, che sappia farsi sentire. E io ci andrò.

[1]              Il riferimento è all’obiezione di chi, criticando la scelta dell’appello di usare le parole ‘Uscire dal silenzio’, sostiene ‘noi abbiamo sempre parlato, sono gli altri che non hanno ascoltato’.

[2]              Non a caso il movimento Senonoraquando ha vinto il premio Enzo Biagi ‘per essere riuscito, attraverso i social network e il passaparola, a creare una vasta adesione di donne nell’organizzazione un evento che, fino ad ora, non ha eguali in Italia.’ (Citazione dal sito)

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