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Rivolgersi a pensare, con altre, quel che facciamo

La traduzione spagnola di questo testo, a cura di Milagros Rivera,  è pubblicata nella rivista “Duoda” n.51 (2016) con il titolo Volver a pensar, con otras, en lo que hacemos.

 

 

DIALOGO MAGISTRAL  – DUODA , Barcelona 6 Maggio 2016

  

 
 

Inizio leggendovi un koan, lo riprenderò alla fine:

 

Ascolta il suono di una mano sola!

(Koan di Hakuin)

 

Una premessa “accidentale”

 

Penso che molte delle presenti abbiano letto il resumen, il breve testo spedito in previsione di questo incontro. Le mie intenzioni erano chiare allora, erano le stesse che mesi prima mi avevano spinta ad accettare l’invito di Milagros Rivera a venire qui oggi per il Dialogo magistral. Sentivo di dover tornare a rispondere a un dialogo iniziato tanto tempo fa, con il Master di Duoda. E sentivo che quel che avrei voluto fare era restituire qualcosa che ho ricevuto in questa esperienza, ritornandoci sopra.  Per questo avevo scelto di usare il verbo volver, che traduce entrambi i verbi, che mi facesse da guida[1]. In un ripensare che sapevo mi avrebbe portata a fare i conti con tante, tantissime, cose del mio percorso personale, interiore, intellettuale, politico, e di quello fatto insieme ad altre, compresente a tutti questi aspetti. Soprattutto col mio essermi trovata nel master ad assumere una autorità magistrale e col mio essere una autrice che aveva avuto il privilegio di avere come alunne delle lettrici straordinarie, “ideali”, che stavano facendo un corso per acquisire a loro volta un “master”, con le quali ero stata presa proprio in un comune movimento di volver, un rivolgersi.

Avevo, insomma, in mente che cosa avrei dovuto scrivere, anche se come sempre mi succede sapevo che avrei fatto molta fatica a farlo, ad affrontare la porta stretta della scrittura. Ed, eh sì, anche su questa soglia della scrittura mi promettevo sarei tornata questa volta non solo in pratica, facendolo e scrivendo dunque, ma con un rivolgimento di pensiero in più, avendolo potuto ripensare insieme ad altre.

 

Poi  sono successe due cose che hanno travolto i miei buoni propositi, minacciando di farli naufragare ma contemporaneamente rendendoli più urgenti.

La prima è stata che scrivendo il testo della relazione che avevo fatto al grande seminario di Diotima[2] sono ricaduta esattamente su quella soglia: in un blocco della scrittura. Lo conoscevo già, ma questa volta è stato così sofferto da farmi dichiarare: dopo questo non scriverò mai più! Molto grave, ho rifiutato di scrivere per il nuovo libro nonostante le amiche di Diotima preoccupate mi sollecitassero.

Ma c’era questo appuntamento, non potevo mancare, almeno questa promessa andava onorata.

Rimandavo il momento, mi sono infine messa a scrivere il resumen, ma poi temevo la prova di stendere il testo, di affrontare di nuovo la scrittura. Anche se avevo una speranza: quello di farlo con il buon auspicio di una esperienza che, come dirò, mi aveva un po’ riconciliata con lo scrivere e i miei scritti

 

E’ però successa una seconda caduta, questa volta non metaforica: un incidente, sono caduta, non per mia colpa, esattamente sulla soglia di casa mia, al cancello, andando a scuola in bicicletta e mi sono rotta il braccio sinistro. Immobilizzato per un mese.

Io non credo ai segni del destino e nemmeno granché al chiamare in causa l’inconscio quando ci capita una malattia o un incidente. Certo qui la tentazione è forte, ma da razionalista la metto sotto la categoria della contingenza. Una contingenza sfortunata, senza chissà che spiegazione precedente nell’ordine della nostra vita o nel suo senso, ma comunque qualcosa che nel momento in cui accade viene a toccare quell’ordine e quel senso facendone saltare l’equilibrio, sì, però anche rivelandolo nelle forze che lo tenevano, saldo o precario che fosse.

Così il trovarmi nella difficoltà materiale di cavarmela nella vita da sola e di dover scrivere al computer con una mano sola ha messo in evidenza un senso più grande della cosa. Mi ha fatto mettere all’ordine del giorno il modo in cui si tengono l’essere da sole e l’essere insieme, il fare da sé e il fare con altre, il pensare da sé e con altre. E infine come la scrittura, questa attività che è tipicamente per una mano sola nella scrittura a mano, che io ho non so più fare,  rappresenti per me come una croce dove queste due condizioni mi mettono, e spesso finiscono per inchiodarmi.

 

E’ ben noto che esiste il blocco dello scrittore, ma c’è anche un blocco della scrittrice. E non posso fare a meno di affrontarlo.

Sono fenomeni uguali, è lo stesso? No, sono segnati dalla differenza sessuale. Se si tratta di una patologia con sintomi affini, nei due casi ha presumibilmente cause e cure diverse.

Come sono diverse la posizione dell’autore e quella dell’autrice, la donna che si pone all’impresa di una scrittura e specialmente di una scrittura femminista. La mia ipotesi è che si tratti di una malattia che riguarda esattamente l’incrocio tra quelle due dimensioni, singolarità ed essere insieme ad altri: una patologia eminentemente pertinente la libertà e l’autorità nella significazione e circolazione simbolica, e anche la politica.   (Quel che fa l’impresa del master fa parte della cura...)

 

Questa situazione di blocco, la condizione “menomata”, di essere non certo magis ma minus, in cui mi sono trovata per l’infortunio alla mano, questa ultima riflessione e ipotesi, insomma tutto questo ha segnato il mio volgermi a scrivere, il tornare a scrivere, ed è diventato una chiave di lettura per riprendere il dialogo lì dove lo avevo lasciato con la mia dichiarazione di intenti nel resumen. Ho scoperto poi che non era poi tanto diverso da quel che mi proponevo di mettere a tema.

E a cui ora ritorno.

 

Con una avvertenza, però: sto scrivendo, e certo dirò: sono qui. Ne sono felice, ma questo che forse sarà un lieto fine, un sollievo, non significa che io stia per raccontare una storia edificante. Chi mi conosce, o mi ha letta, sa che non c’è nessuna che abbia più gratitudine di me per il positivo avuto da mia madre e dalle donne che nel femminismo mi hanno fatto riconoscere questo primo dono. Ma sapranno anche che diffido della “liturgia materna” che spesso ci porta a disegnare una immagine edulcorata tutta dalla parte del bene, e credo nel fare i conti col negativo, anche e soprattutto quando mobilitano il rapporto con l’autorità materna.

Ora sono in un momento di passione del negativo di questa natura, ho imparato dal femminismo ad aver fiducia nella pratica di partire da sé, nelle relazioni, e che autorità magistrale non significa stare nello splendore della forza o del sapere, o del bene, come l’autorità materna non sta nell’essere stata nostra madre la madre assolutamente buona.

Lo dico, me lo dico, ve lo dico, va detto… ma non è senza ombre, c’è una passione che mi muove e un patire che mi trattiene, quel che vi dirò ne porta il segno, anche nel modo, che non somiglierà tanto alla competenza di scrivere saggi, piuttosto ad un faticoso esporsi in un dare saggio di sé.

E’ qualcosa che mi ricorda quel che Luisa Muraro dice dell’impreparazione di quando “è chiesto di far essere l’essere e dar vita alla vita. Avere studiato non aiuta, né aiuta l’essere buoni e bravi, come molti credono, ma solo non essere all‘altezza e saperlo e starci lo stesso (cioè, amare)”[3]. L’amore funziona, ma forte è anche la chiamata…

 

 

Rivolgendomi a pensare l’esperienza del master di Duoda

 

Riprendo quindi il filo del resumem.

Sono passati ormai dieci anni da quando ho iniziato a partecipare al Master di Duoda con un corso on-line, con cadenza biennale. Anche allora la richiesta venne, mi pare, da Milagros Rivera e alle spalle c’era il rapporto tra Diotima e Duoda e la vicinanza teorica e politica sul pensiero della differenza sessuale. Una storia lunga, un terreno già coltivato da tante relazioni e occasioni, in particolare altre amiche italiane, Luisa Muraro e Clara Jourdan già avevano tenuto dei corsi (Chiara Zamboni, Annamaria Piussi, Donatella Franchi e altre avrebbero poi partecipato). Questo mi confortava, loro me ne parlavano come una esperienza importante, io ero preoccupata di non essere in grado, tanto più che sapevo solo leggere il castellano, non scrivere o parlare… come vedete bene!

Su questo aspetto della lingua, fondamentale ostacolo ma non insormontabile, tornerò forse poi.

Potevo usare come materiali per il corso dei testi che già avevo pubblicato tradotti. Sebbene ora mi sembri una scelta un po’ presuntuosa, allora mi parse la più facile. Per fortuna a volte non pensiamo troppo a quel che stiamo per fare.

Scelsi come titolo una frase di Hannah Arendt: Pensare quel che facciamo. E’ quel che lei dice della propria impresa in Vita activa, e segna tutto il suo pensiero, la condividevo fortemente. Ora mi rendo conto di condividerla ancora di più. Per fortuna a volte in quel che facciamo c’è già un segno di senso più forte di quel che pensiamo.

 

Sapevo che sarebbe stata una avventura, l’inizio di un viaggio che mi entusiasmava. Non sapevo ancora quanto sarebbe stato un vero e proprio viaggio di formazione, e quanto quel titolo fosse profetico. Come accettare una missione quasi impossibile, però praticabile, per una meta che sempre si sarebbe spostata mano a mano che fossi avanzata, spostandosi avanti e anche indietro e anche di lato in direzioni impreviste. Avevo un programma di viaggio, sì, un itinerario che io stessa mi ero data, che immaginava di percorrere tappe che già credevo di conoscere, avendole già segnate e conquistate in viaggi precedenti insieme ad altre, in altre avventure. Ma la compagnia sarebbe stata di altre donne, sconosciute, lontane, anche lontanissime, che però pur da quelle distanze mi avrebbero  scelta come guida, con chissà quali desideri e mete, ma con fiducia. Avrei dovuto guidare compagne di viaggio insieme fiduciose ed esigenti, distanti e estranee e insieme forse vicinissime e intime.

 

Avrei dovuto saperlo che mi avrebbero fatta viaggiare, spostare, dislocare, deviare, rischiare, più di quanto potessi prevedere e programmare! Quando mai nella mia esperienza con altre donne nel femminismo avevo potuto dare per scontato un programma di viaggio? Ma avrei guidato io, questa volta, i testi che proponevo erano scritti da me, altrettanti passi del mio cammino già condiviso, quelli che ero riuscita via via a marcare nel pensare quel che avevo fatto insieme ad altre di Diotima. Vero, ma quanto anche sono stata guidata in un altro viaggio, che però era anche lo stesso, il mio, già non solo il mio, e ora non più il mio. Anzi “di più” il mio.

 

 

 

Un movimento che porta  più lontano e più vicino

 

Poiché, tuttavia, questa strada non è pianeggiante e lineare ma è piuttosto un percorso a spirale, gli inizi non possono essere semplicemente lasciati dietro le spalle. Devono invece venire ripresi più e più volte, capiti e ascoltati sempre più profondamente, in un contesto in continua evoluzione.

(Mary Daly, Al di là di Dio padre)

 

Tutta l’esperienza del master è stata all’insegna della scommessa di come si possa andare lontano non perdendo il legame al punto di partenza, non tagliando con l’origine ma ritrovandola, come prendere distanza da sé ma guadagnando prossimità a sé. E viceversa come tenersi quasi ostinatamente fissate al punto da cui veniamo e trovarsi, proprio per questo, portate a saper coprire distanze e percorrere lontananze che ci danno un orizzonte più largo, ma orientato.

O ancora è stata una lezione sulla distanza e il partirsi da sé che avviene nella scrittura e nel rivolgersi ad altre. E di come la lettura e il rivolgersi di altre all’Io assente che ha scritto e a io che rispondo presente faccia ritrovare un Io “spartito”, ma anche “ripartito”.

Difficile andare con ordine, quando l’ordine è quello del movimento del volver, del rivolgersi. Il racconto stesso si involve. Bisognerebbe saper danzare girando in tondo, come nel valzer o in una Sardana che allarga sempre il suo cerchio. Vorrei come partire dall’inizio, ma l’inizio è ora, e quel che era l’inizio sembra uno strano luogo di inconsapevolezza profetica, come già abitato dalla sua destinazione fuori di sé.

Così, naturalmente posso parlare di quel che ho imparato, più che di quel che ho insegnato, non solo perché questo starebbe al racconto delle mie alunne, ma soprattutto perché quel che ho insegnato lo ho io stessa davvero imparato, le o so forse solo ora. E tutto questo incrocia attraverso il nodo della scrittura e la difficoltà di assumere la posizione di essere autorizzate a scrivere ed essere autrici che rivivo al presente, pur essendo un passaggio che ho vissuto ad ogni pagina scritta. Su questo il master mi ha aiutata a comprendere meglio le forze e le dinamiche che agiscono sia nella scrittura in prima persona di un testo che si vuole femminista, sia in quella scrittura comune di un testo che è l’impresa del femminismo.

Come diceva Francoise Collin (ripresa fortemente da Chiara Zamboni) :

 

“l’azione politica femminista è più come la scrittura di un testo che la produzione compiuta di un libro. Vive di passi frammentari ed è come un’opera che “ha il suo centro ovunque e la circonferenza da nessuna parte.. continuamente ricomincia mentre continua”[4].

 

Ma prima di procedere a riflettere su come è stato, devo dare brevemente alcune informazioni.

Suppongo vi sia noto come funziona il master e non mi dilungo: le iscritte ricevono i testi, con l’invito a rispondere ad alcune domande, brevemente o meno, cosa che fanno scrivendo in spagnolo, quindi la docente risponde a sua volta, una o più volte, io lo facevo in italiano. Tutto questo preceduto da uno scambio di presentazioni autobiografiche. Un momento per me di allegria, curiosità, sorpresa, stupore e soddisfazione, senso di forza per la distanza che la rete delle relazioni femminili da una parte, la tecnologia e il medium della scrittura dall’altra mi consentivano di raggiungere.

Spesso, ha notato Annamaria Piussi[5], questo era il momento di una auto-rappresentazione un po’ seduttiva e delle fantasie, ma per me era quando la rivelazione reciproca poteva scattare così che ci si tendesse un mano oltre la distanza. Era il momento in cui la mia interlocutrice alunna si situava rispetto allo stile della comunicazione, al registro “istituzionale” del master, e anche nelle proprie aspettative, desideri personali, teorici e politici, e soprattutto spesso descriveva, si situava, contestualizzando la sua partecipazione al master rispetto a sé, la propria vita anche materiale, esplicitando i limiti, le condizioni, del suo poter rispettare o meno i tempi e i modi, testando la mia disponibilità. Durante il corso c’erano due occasioni di scambio in chat, molto calorose, quasi una festa dove ci si trovava insieme in una contemporaneità e presenza virtuale .

Alla fine c’era il passaggio, difficile, della valutazione… Inoltre alcune mi hanno scelto, nel corso degli anni per seguire la tesi finale, un altro momento che mi ha fatto affrontare dei problemi..

Ci sono stati anche degli incontri in presenza, a Verona, con le alunne e le altre docenti. Di nuovo, una intermittenza di momenti di distanza, assenza, e di presenza. Questo rapporto tra presenza e assenza nella pratica politica delle relazioni fra donne è una delle questioni su cui ho più pensato, anche rispetto alle difficoltà che si manifestano nella scrittura e ci tornerò fra poco.

 

Ma il punto centrale del master è lo scambio che avviene a partire dai testi scritti da me, letti, che alimentano una scrittura in dialogo.

 

Come erano i testi, o meglio come sono ora per me:

 

1 Porque Teresa (1989)[6]: è il primo testo che ho scritto per Diotima, avevo 30 anni, nonostante il tempo passato è uno di quelli che colpisce sempre di più, per merito di Teresa! C’è l’idea del circolo ermeneutico sessuato. Quello dello scartare dall’autorità maschile dominante con i movimenti dell’estasi e dell’instasi, e poi dell’autorità che viene dalle relazioni tra donne e la nominazione  dell’ordine simbolico della madre

 

2 Nacimiento y nacer en la acción. A partir de Hanna Arendt (1996)[7]. Nessuno è autore della propria storia: è contro le politiche dell’identità, contro l’idea di poter avere un controllo da autrice sulla propria storia e la propria azione. Promuove una politica femminista aperta, performativa, dove non si esprime una identità già data, ma la si scopre nell’agire e nella parola comune.

 

3 Intermedio, strategia de la abuela (1999)[8]: è sul sapere pratico, tacito, non portato a teoria esplicita, sul rapporto tra pratica e grammatica. L’immagine più forte è quella della strategia de la abuela che lascia portare i pantaloni del comando al nonno, mentre si mantiene nella forza del fatto che in realtà governa lei. Si interroga se questa strategia femminile sia ancora valida.

 

4 Un vínculo sin legado (2002)[9] il legame senza contenuto, aperto. E’ un testo molto difficile. Riguarda l’autorità materna e come non sia vincolata a una eredità di contenuto, di ruolo femminile, ma al riferimento alla prima relazione materna che offre il primo passaggio tra contingenza e trascendenza. Come nell’imparare dalla madre una lingua particolare, contingente, che però offre il passaggio alla significazione stessa del linguaggio.

 

5 Libertad “con “. La orientación en las relaciones (2004)[10] E’ un testo breve, radicale. Propone di usare le relazioni costitutive come orientamento, e non i contenuti di verità, suggerendo come pratica politica di chiedersi: “Ma chi te lo fa fare?”

 

Sono testi che ho scritto nell’arco di 15 anni (tra i 30 e 44 di età), l’ultimo 12 anni fa. Sono successe moltissime cose nella mia vita in tutto questo tempo, e parecchie altre ne ho scritte in quel periodo e dopo. Certo avevo scelto quei pezzi perché avevano un filo tematico, il pensare quel che facciamo, ma non era affatto un filo così rosso e visibile come mi appare ora. E’ stato grazie al master che lo ho davvero riconosciuto.

 

Innanzitutto quei testi che erano distanti nel tempo, e scritti in momenti diversi, per me, sono diventati contemporanei nello sguardo offerto dalla lettura delle alunne: loro li hanno letti uno dopo l’altro, in un breve arco di tempo e come appartenenti ad un unico discorso, come capitoli di un unico testo più esteso che parlava loro al tempo presente, tutti con una firma, la mia che diceva Io.

Sono tutte lettrici esperte, abituate a considerare il contesto storico di un testo, donne che  seguivano il dibattito culturale generale e la discussione femminista. Non avevano scelto Duoda per caso! Molte facevano frequente riferimento a testi del femminismo e del pensiero della differenza, soprattutto in spagnolo, ma anche in inglese della gender theory, o francesi come quelli di Irigaray, o a testi importanti di filosofe del passato. Dopo i primi due corsi ero un po’ preoccupata  di dover aggiornare mettendo testi più recenti. Ma nessuna mai ha fatto cenno all’aspetto del tempo, l’effetto di contemporaneità era predominante.

Ed era un tempo al presente: quello loro che stavano leggendo e quello dell’Io della scrittura (fissato a quando avevo scritto io al presente), rafforzato in questo senso di contemporaneità, di sincronia, dal mio essere ora distante ma in una sorta di presenza, a rispondere di quell’io che aveva scritto e dell’Io soggetto del testo.

Una parte di questo fenomeno di sincronicità, di annullamento del tempo, è sempre presente nell’atto della lettura, che attualizza ciò che la scrittura stessa ha congelato del corso del tempo. Mi aspettavo e quasi contavo su questo effetto nel momento in cui proponevo testi di cui ero autrice, nella distanza temporale, nella lontananza spaziale, nella diversità dei contesti e della lingua che erano nella scommessa del corso. Io stessa avevo avanzato proprio nel primo dei testi, quello su Teresa d’Avila, l’idea di un circolo ermeneutico sessuato che si attiva quando si legge della vita e dell’esperienza di un altra donna. In quel caso però spesso può trattarsi di qualcosa che, pur fondamentale e sovente illuminante fornendo un riferimento di esemplarità, può restare nell’ambito dell’identificazione e della proiezione su una figura femminile assente. Diverso è il caso del master dove la donna-autrice, dall’assenza che sempre la scrittura comporta, è riportata in presenza, anche se per iscritto, e può rispondere. Non solo: dal punto di vista dell’autrice, questa assenza costitutiva che è anche non coincidenza tra io scrivente e io soggetto della scrittura, viene rimessa in gioco e lei-io viene richiamata in nome proprio e in compresenza a quella corrispondenza e a quella presa di distanza avvenuta scrivendo. E se è vero che quella lettura attenta, puntuale, fiduciosa ma anche estremamente critica, mi chiedeva conto del contenuto di quel che era scritto, mettendone alla prova la tenuta, la coerenza e la capacità di nominare anche la realtà nella loro esperienza, in verità quello che veniva richiesto era ben di più. La mia autorità di autrice non si sarebbe misurata solo sul valore del contenuto, né tanto meno sul fatto che io lo difendessi o lo ribadissi magari spiegandolo meglio. Quasi il contrario: quei testi che avevo “chiuso” scrivendoli loro li stavano “riaprendo” e stava a me mostrare di sapermi non “chiudere” difensivamente sul già detto, sulla fotografia fissata né della parola scritta né dell’immagine di Io, dell’identità di autrice  di quegli scritti. Piuttosto sarei stata tanto più “maestra” quanto più fossi riuscita a stare in una posizione di apertura e riapertura condivisa della scrittura e della mia stessa posizione soggettiva. Il che, per quel che ho imparato da questa esperienza, è ciò che mi ha fatto in un certo senso riconoscere me stessa come legittima “autrice”. Proprio quando, fuori da ogni pretesa di autorialità intesa come possesso, controllo del proprio testo e della propria identità di Io che ha scritto, venivo rimandata all’origine sia dello “spossessamento in nome proprio” che era stata la scrittura, sia alla pratica di relazione che mi ci aveva condotta, e che mi aveva autorizzata.

Le domande, le risposte e le considerazioni personali di quelle lettrici, che volevo coinvolgere a “pensare quel facciamo”, ora mi portavano a ri-volgere me stessa e mi riportavano a pensare quel che avevo fatto, a riprenderlo e testimoniarlo in presenza. D’altra parte era un volver quello che io speravo avvenisse in loro, e quello di cui erano alla ricerca  intraprendendo il master di Duoda, un volver che desse una svolta, o il senso di un volver già avvenuto di cui fare pensiero. Erano donne che cercavano con il master qualcosa di più, ma non nel senso di un “titolo” che si aggiungesse al loro curriculum, un accumulo di altre conoscenze uniformi a quelle che già avevano in un movimento rettilineo e progressivo, nemmeno per quanto riguarda gli “studi delle donne”. Piuttosto qualcosa capace di portare un rivolgimento, in un movimento diverso, quello del volver, che si rivolta al presente e rivolta quel che è dato e stato, aprendolo ad un di più. Quel che, richiamandomi al significato originale di “master”, da magis, chiamerò maestria, ma ci tornerò meglio più avanti.

Sia loro che io, insomma, avevamo domande esigenti da rivolgerci, e non ci sarebbero state risposte se non fossimo state da entrambe le parti in un medesimo movimento di volver, disposte a farci prendere nel vortice di una comune rivoluzione simbolica che sapesse rinnovarsi al presente.

 

Si trattava quindi  una chiamata al presente e alla presenza, ma non si trattava affatto di immediatezza, né di alimentare una fantasia di intesa immediata femminile o di un confortante rimando di specchi, anzi le mediazioni erano al centro della struttura stessa del master, come lo sono della politica delle relazioni e del femminismo della differenza. In questo caso anche rafforzata dalla messa in gioco di autorità femminile e dalla scommessa di farlo nello spazio grande e potenzialmente, anzi programmaticamente, alienante della distanza della lingua, della diversità delle situazioni e nella sfida di muoversi in un contesto accademico. Non immediatezza, quindi, e nemmeno l’illusione di un ritorno ad un Io immediato una volta smascherato lo schermo delle mediazioni maschili del sapere tramandato, sebbene l’aspettativa fosse quella di ritornare a fare parola dell’esperienza, a partire da sé e quindi anche con un forte di desiderio di dire “io”.

Ma come ha efficacemente raccontato Milagros parlando del suo rapporto con le alunne nella loro singolarità “esa experiencia me ha ensenado que soy un haz de relaciones, un haz abierto de relaciones”[11]. La ricerca di dire autenticamente “io” rimanda alla trama di relazioni, a volver al segno delle relazioni marcate sull’io, ed è una trama filata in profondità, a partire dalla prima con nostra madre, e poi diventata fitta ed estesa di relazioni che ci costituiscono, ci situano, ci sostengono, ci autorizzano. Sono state all’inizio relazioni in presenza, poi si sono articolate in pratiche che anche hanno saputo svilupparsi a distanza e in assenza, prima fra tutte la scrittura, ma non solamente. Questo passaggio non è affatto semplice né privo di rischio, cioè quello di perdere il contatto con l’inizio e con ciò perdere quel che Arendt chiamerebbe la condizione della natalità: in forza della nostra iniziale condizione natale, di essere nati, abbiamo la capacità di essere a nostra volta degli inizi, e per lei la facoltà di iniziare è la definizione stessa della libertà.

L’inizio per sua natura c’è già stato, e nostra madre “Lei era lì dall’inizio” con le parole di Virginia Woolf in Momenti d’essere. In quell’inizio abbiamo imparato anche un principio (come nel termine greco archè) che governa quel che viene dopo, a questo ci riferiamo parlando di lingua materna, ma questa non è semplicemente data, va ritrovata con un movimento che solo ri-volgendosi ci rimette al mondo e al linguaggio con la libertà di dire Io. Persino il linguaggio che nostra madre ci ha insegnato così che in esso ci potessimo muovere fiduciosamente, in modo appropriato e libero, può diventare un luogo di deportazione ed espropriazione se quell’inizio e quel principio non vengono resi nuovamente presenti.

Non è una cosa immediata, richiede un volver e anche nel senso di una svolta e una rivolta. Tutto spinge in direzione opposta, è il moto fondamentale dell’ordine paterno quello di tagliare il legame all’inizio natale, all’origine materna e alla lingua materna come prima radice, primo legame tra corpo e parola, realtà e linguaggio. Saper essere davvero presenti alla realtà significa tenere presenti quel primo legame e le relazioni che ci hanno fatto credito, ma con le quali siamo in un debito che occorre anche saper volver, ritornare e restituire.  E non è un debito che si restituisce una volta per tutte, c’è un riconoscimento iniziale, un volver di libertà, ma non basta, poi ci vorranno ancora attenzione, una pratica e una disciplina, una politica: insomma è necessario acquisire una maestria di libertà.

 

Un primo volver

 

Tutte noi abbiamo familiarità con quel fenomeno per cui una donna ritorna, racconta e colloca al cuore della propria vita e della propria traiettoria evolutiva l’evento di libertà che la ha come rimessa al mondo vitalmente da un mondo che appariva mortificante e mortifero. Un volver, come una conversione, che la ha fatta rinascere, riprendendo la prima nascita e la relazione alla madre che la ha messa al mondo. Ognuna ricorda il proprio, anche nel master ci sono stati molti racconti di questo tipo, solitamente ci riconosciamo ed emozioniamo, ancora, di nuovo, ogni volta che accade.

E’ il momento in cui si scarta, ci si gira, si svolta dalla traiettoria letale dell’impossibile adeguamento al nome del padre e si prende nome proprio. Il femminismo si ri-racconta in questo inizio, questo taglio che esonera dal nome paterno che condanna ad una ripetizione coatta e sempre inappropriata e manchevole, o all’inseguimento di una missione impossibile che mai darà riconoscimento, dove non sarò mai “io”, ma “meno che io”, non io, fasullo io. Ha la natura di un evento, di una svolta, di una rivoluzione, di una rivolta: si stava in un punto di arresto, di blocco, dove si stava incastrate, in sofferenza, in una posizione impossibile e alienata, in un punto dove una è ma non può stare, non c’è ritorno dell’io che quella posizione restituisce indietro all’io.  Quando si taglia non si cade nel vuoto, si ritorna all’inizio della parola, dove non si era sole, il posto dell’io non è guadagnato come operazione di estrarre l’io dalla presa della lingua astraendone una posizione solitaria e sovrana, ma ci si rivolta verso la lingua materna, si trova la relazione che ha messo al mondo e al linguaggio (io lo chiamato il salto sul posto [12]).

 

Io stessa ricordo bene quell’evento di svolta, ci sono tornata più e più volte, ma sono stata condotta a tornarci ancora dall’esperienza del master rispetto ai miei scritti e poi di nuovo proprio nelle circostanze di difficoltà per scrivere questa relazione e per farlo essendo con una mano sola. Che strano non lo avessi visto prima: come ora anche allora il punto dove mi trovavo era quello di un blocco della scrittura. Ero sempre stata una studentessa brava, anzi proprio quella di cui si dice “la più brava”, anche se (o forse proprio perché) non mi sembrava mai di sapere abbastanza. Non riconoscevo nessun maestro come misura, nessuno mi sembrava davvero sapiente, solo la misura universale di “tutto quello che bisogna sapere”. Avevo sempre preso il massimo dei voti nei tempi previsti, ma naturalmente (ora lo so che doveva succedere) quando si trattò di scrivere la tesi di laurea scelsi un argomento enorme, cominciai a studiare furiosamente, lo feci per alcuni anni e andai fuori corso. Penso che quasi nessuno a quel punto ne sapesse più di me riguardo l’argomento su cui lavoravo, ma io ero bloccata. Per mia fortuna, era il 1984, incontrai Diotima ai suoi inizi che stava facendo una scommessa molto più grande di me con la filosofia e lo scrivere filosofia per una donna e la riconobbi subito. Lì trovai una maestra della quale fidarmi, Chiara Zamboni: mi liberava da quella impossibile rincorsa e da quella solitaria sfida al sapere, col saper dire “adesso è abbastanza”. Così riuscii a scrivere.

 

Avrete riconosciuto la struttura di questo blocco femminile della scrittura, che è differente da quello noto come blocco dello scrittore. La traiettoria dello scrittore, come quella del soggetto maschile, sono differenti: l’autore è colui che è destinato e autorizzato nella nostra tradizione ad assumere la posizione simbolica dell’Io scrivente, per quanto ciò sia problematico. Molto si è parlato di morte dell’autore e di scrittura nella crisi di quella tradizione,  e ad alcune donne questo è parso delineare una possibile alleanza. Non mi soffermo, ma a me pare una falsa vicinanza[13].

Nel blocco dello scrittore, per quanto senza dubbio drammatico per un individuo, a fare da bilanciamento alla domanda, sempre eccessiva e alienante per l’io vivente, della scrittura c’era l’autorizzazione all’iscrizione simbolica e la gratificazione del mito dell’autore e dell’espressione narcisistica di un Io che si pone in posizione fallica e potente, quasi onnipotente e creatrice dal nulla, divina.

Nel blocco della scrittrice che tante hanno vissuto e descritto c’era una più radicale interdizione a scrivere in nome proprio femminile, ad assumere la posizione soggettiva stessa. Una donna non poteva ricoprire la posizione dell’autore, se non inscrivendosi nel Nome del Padre, cosa impossibile. Poi il progetto dell’uguaglianza ha affermato che una donna poteva essere anche lei autore, in nome proprio come individuo, ma scrivendo in nome neutro, il che era in realtà non meno impossibile. Si trattava di un vero e proprio double bind, una ingiunzione paradossale. La rivoluzione femminista ha consentito di essere autrice in nome proprio, ha messo al mondo un nuova dimensione che lo rende possibile, quel che chiamiamo l’ordine simbolico della madre o almeno uno dei sensi che può avere questa espressione, per me il più essenziale. E’ questo ad aver consentito che una donna enunci Io, non ammutolita o assimilata all’ordine del Nome del Padre. Il che è a dire che una donna ha un orizzonte di indipendenza simbolica, o che c’è libertà femminile. Ma in questo c’è di più di Io, dell’accesso al nome proprio. Non ci sarebbe questa nominazione propria senza una dimensione più grande che la accoglie, entro cui si inscrive. Per riferirsi a questo di più si è nominata la madre come origine di vita e insieme parola. E si è parlato di lingua materna. Non c’è alcun maternalismo o culto nostalgico in questa esigenza, che vedo come simbolica ancor più che esistenziale, o le due insieme. Ma ci sono parecchi fraintendimenti e problemi rispetto a come si articolano l’Io e quel che è più dell’Io in quel che si esprime, in quel che si fa e massimamente in quel che si scrive.

 

Dopo il primo volver

 

La rivoluzione simbolica femminista ha scartato, ha fatto un volver (Luisa Muraro la chiama la schivata), da questo incastro, ha posto le condizioni di uno spazio di comunicazione, un ordine di riferimento che consente l’accesso alla presa di parola al soggetto femminile, è la svolta risolutiva, quella essenziale. E’ accaduto, è stato quell’inizio, ed è stato fatto e nominato. E dopo? Cosa accade in quel dopo in cui siamo, e non da poco? Si è aperto un mondo, moltissimo è stato detto, scritto, intrapreso, fatto sopratutto tante vite femminili sono cambiate. Ma quell’inizio di libertà non è solo del passato, è del presente, è anche principio di un movimento che non ha fine. Sebbene si sia discusso sulla fine del femminismo. Il femminismo finisce se quell’inizio non ritorna e non si riprende: come diceva il titolo di un Grande seminario di Diotima anni fa “Sempre ancora l’inizio”. Ogni donna lo riprende per sé, da questo il ritornare di quei racconti.

A volte può prendere un senso di ripetizione, persino di stanchezza: di nuovo lo stesso gesto inaugurale, sempre di nuovo. Può sembrare una monotonia, ma ricordo quel che ne diceva Francoise Collin, sottolineato fortemente da Chiara Zamboni: è monotonia del mai identico, che richiede cocciutaggine e attenzione, vigilanza[14]. D’altra parte lo dicono delle femministe che sono delle “fissate”! In verità questo tratto singolare di fissazione femminista è importante davvero, proprio perché c’è qualcosa del femminismo, come della libertà femminile, che non si può fissare una volta per tutte, anche se quel primo taglio simbolico, quella rivoluzione, è avvenuta. Questo perché non si tratta di un costrutto, ma di una postura di libertà. Allo stesso modo per cui ciò che si è chiamato “ordine simbolico della madre” non riguarda tanto l’accumulo di un sapere, quanto le condizioni stesse di produzione di un sapere, le condizioni che rendono un sapere vivente, rispondente alla vita singolare e comune dell’umanità di donne e uomini che condividono il mondo.

Perciò dicevo sopra che dopo il primo volver si apre la scommessa, e anche la difficoltà, di acquisire una maestria di libertà.

 

Voglio affrontare la cosa approfittando sul mio blocco della scrittrice, ma la questione è di portata più vasta: riguarda la scrittura che assume il taglio della differenza e quello femminista, riguarda la produzione simbolica, la costruzione di un mondo comune e di un sapere condiviso, l’autorità femminile, che cosa significhi la trasmissione dell’eredità del femminismo, cosa si intenda con ordine simbolico della madre, che cosa sia quel che insegniamo, come si insegni la libertà nel pensare e nell’agire, in che cosa consista, se in una tradizione o altro, come fare genealogia, in che rapporto stanno la singolarità e ciò che facciamo e pensiamo insieme… Riguarda anche l’impresa del master di Duoda, la sfida che ha fatto, che avete fatto voi che lo avete promosso, quella delle docenti e quella delle iscritte, come, cosa si insegna e come, cosa si apprende, come lo si valuta.

 

Torno quindi al mio racconto. Dicevo, dopo la prima svolta da quel blocco sono riuscita a scrivere. La mia tesi, innanzitutto, ma poi altri testi, niente che prescindesse da quel taglio femminista, senza quello sono convinta che non sarei mai riuscita a scrivere nulla. Tra questi anche quelli che ho proposto per il master ed è proprio questa esperienza che mi ha fatto volver al modo in cui sono arrivata a scriverli in una dinamica che metteva in tensione, proprio come nel master, presenza e assenza, il fare da sola e il fare con altre.

Tutti quei testi sono nati da una pratica di pensiero in presenza, quella di Diotima  che Chiara Zamboni ha nominato e ricostruito restituendone il senso[15] e che anche Milagros Rivera ha raccontato paragonandola al “gioco della dama”[16]. E’ una pratica dove ognuna porta tutta sé, in uno scambio vivo di relazioni dove sono in gioco il corpo, la parola e i silenzi, la lingua materna, il godimento di esserci in modo insieme conscio e inconscio, proprio e impersonale. Un processo di improvvisazione disciplinata, dove circola autorità che rende possibile creare discontinuità dal simbolico dominante. E’ da questa pratica vivente in presenza che mi è venuta l’autorizzazione e la richiesta esplicita di scrivere, di affrontare quella pratica molto diversa che è l’impresa  della scrittura. Non ho mai avuto il piacere di scrivere, né di parlare in pubblico, anzi è una sofferenza, parlando mi si abbassa la voce, e nella scrittura ogni volta mi blocco.

Eppure quel primo blocco di interdizione lo avevo superato! Questo è un fenomeno diverso,  una sorta di blocco della scrittura femminista. In genere sono riuscita a sbloccarmi, ma confesso che in gran parte resta per me enigmatico; tuttavia l’occasione offerta dal master di fare i conti in dialogo con altre sui miei scritti mi ha dato alcuni elementi di comprensione maggiore, o almeno di riflessione. Questi hanno a che fare con la maestria di libertà cui ho sopra accennato, con le pratiche che seguono e sviluppano il primo volver in una dinamica di presenza-assenza, con la posizione autoriale in nome proprio e il legame a qualcosa che riporta quella posizione a un di più di ciò che è proprio, ma anche con un ritorno di negatività. E’ un nodo intricato che cercherò di articolare un po’, ma che spero il dialogo con voi in questo incontro mi aiuterà a dipanare. Perché so per esperienza che solo mettere nel circolo del dialogo in presenza in relazioni di fiduci,a come questa, può aiutare a sciogliere o tagliare i nodi che da sole ci stringono.

 

Comincio dalla cosa che mi è più chiara, compresa grazie all’esperienza del master, e cioè che questa è stata una esperienza di felicità. Ci sarà stata anche una certa soddisfazione narcisistica, ma con un tratto peculiare che andava oltre, come ho detto, la gratificazione dell’immagine dell’Io la cui firma stava sotto al testo, che appongo sempre con riluttanza. Non era la riconferma dell’Io garante come autore, a fare da termine ultimo di quell’ascolto e di quella fiducia che ho avuto, ma il riconoscimento della fedeltà alla pratica vivente comune che li aveva mossi e autorizzati.  Venivo chiamata a più di Io, in un movimento di volver che mi faceva rivolgere a un io che era più di Io, sia nella capacità di stare al presente, sia a quella di tenere presente l’origine relazionale in presenza a partire dalla quale quell’Io aveva dovuto prendere una distanza per la scrittura.

La significazione scritta comporta infatti di avventurarsi da sole in una dimensione di assenza. E’ una situazione che espone a dei rischi la scrittura femminista.  Al primo ho accennato dicendo che firmo sempre con un certo senso di colpa, come se mi appropriassi di un bene comune.  So che più volte questa questione si è verificata nei primi tempi del movimento, quando una si proponeva di scrivere rendendo conto di quanto si era guadagnato in un comune lavoro politico, e non sono rari nel femminismo episodi clamorosi di accuse di tradimento e di appropriazione di un pensiero comune (es. Irigaray per tutte). In alcuni casi c’è stata la scelta di usare un nome collettivo, come la Libreria delle donne di Milano per Non credere di avere dei diritti. Nei nostri libri la l’autrice risulta Diotima, ma ognuna firma i suoi testi e abbiamo detto che “Diotima è un nome comune di relazione tra donne”.

Un altro rischio, connesso al primo, è quello che l’atmosfera di solitudine e assenza tipica della scrittura evochi l’antico fantasma dell’autore solitario e onnipotente/impotente, cui fa da controparte l’appello dell’assunzione della misura universale e astratta dell’ordine paterno. E’ un pericolo che è sempre in agguato massimamente nella scrittura teorica, filosofica, in quella che cerca la nominazione concettuale  dell’esperienza della realtà e del pensiero che ne abbiamo fatto, nel nostro misurarci con i saperi. Pur partita da sé e da una pratica con altre, con i piedi ben piantati per terra, una può trovarsi come assunta in cielo, disincarnata e distaccata a contemplare il mondo con lo “sguardo da nessun luogo” (view from nowhere).

 

Parentesi, un avvertimento che viene da Platone

 

Un suggerimento ci viene dal momento in cui la nostra tradizione ha imboccato il sentiero della scrittura e dalla separazione dall’oralità e dalle situazioni in presenza. Sulla scrittura la storia della filosofia si è tormentata dai tempi di Socrate, che non scrisse, e di Platone che, pur scrivendo, espresse nel mito di Theuth il più noto avvertimento sui suoi pericoli[17]: la scrittura è un pharmakon una medicina ma anche un veleno, che invece che memoria offre il ricordo di cose dall’esterno, non dall’interno di sé, e una sapienza che è solo apparente. Il segno scritto promette di fissare ed eternizzare, ma porta con sé qualche cosa di mortale, la lettera morta, si dice. Non c’è dubbio che l’avvertimento di Platone fosse ambiguo, e nemmeno ce ne è sul fatto che la nostra tradizione abbia privilegiato proprio a partire da lui la potenza della scrittura pur col suo tratto alienante e mortifero e la ragione monologica su quella dialogica. D’altra parte a lui si deve il mito della caverna su cui Irigaray ci ha avvertite. Ma qui ci dice qualcosa di importante, proprio mentre se ne distacca: i segni scritti produrranno solo apparenza di sapienza, perché faranno ricordare le cose dall’esterno e non dall’interno, e ciò farà dimenticare e renderà difficile la synousia, l’essere insieme e il saper stare insieme.

 

Tornando alla scrittura femminista

 

Nel femminismo si sono inventate molte pratiche per combattere rischi come questi che si corrono con la scrittura, ma anche in altre imprese che implicano presa di distanza, assenza, un agire singolare in nome proprio, ogniqualvolta l’amore del mondo spinge una donna ad andare dappertutto, e ancora oltre, per necessità o per qualcosa di più. La scrittura femminile e femminista ha attivato varie pratiche per mantenere il legame alla pratica natale della presenza, derivate molte dal partire da sé: lo scrivere in lingua materna, il tenere il vincolo all’esperienza e al corpo, il segnalare le relazioni e i debiti con altre donne, l’interrompere le regole previste del discorso etc… Ma niente è garantito se non è ripreso e rilanciato da una stessa pratica di altre donne, nella lettura e nel dialogo nel mondo comune cosi che circoli autorità femminile. Altre pratiche sono state inventate per altre situazioni, basti pensare all’affidamento, e tutte hanno al cuore di tenere il legame e la relazione a fronte della tensione tra presenza e assenza. Il master stesso è una di queste pratiche, preziosa, è stata orientata, o continuamente attratta dal volver alla presenza, allo stare insieme, anche se non dei corpi, alle relazioni che il femminismo come politica della libertà femminile ha inventato. Un modo di riattivare la forza dell’essere insieme, e di ciò che accade al presente e in presenza, tenendolo presente, che ci porta a essere più di quel che pensiamo di essere, ci richiama a un di più, e questo quando anche ci si allontana, proprio per un di più, da quella compresenza.

Riconosco in questa pratica un nuovo senso del titolo Pensare quel che facciamo: non è solo un invito a pensare quello che si fa, a dare la priorità a quel che si fa e poi portarla al pensiero. La frase usa il plurale non a caso: facciamo, si tratta di quello che facciamo insieme, della pluralità e relazionale costitutiva dell’agire, e Arendt lo sapeva bene. Anche quando pensiamo, parliamo, scriviamo, agiamo in prima persona e apparentemente da soli c’è una rete plurale di riferimenti che ci sostiene, e che non va cancellata o dimenticata in nome di una malintesa libertà come sovranità dell’Io. Un invito valido ancora di più quando, come nelle pratiche femministe delle relazioni, pensiamo insieme quel che facciamo.

Questo saper pensare quel che facciamo insieme riguarda l’acquisire una maestria di libertà, una espressione che ho usato più volte e a cui ora mi rivolgo.

 

 

Maestria di libertà, rivolgersi alla pratica natale

 

La radice etimologica di master rimanda all’essere magister e a sua volta il termine ha in sé un magis che segnala un di più.  Il significato corrente dominante di master è quello di intenderlo come l’essere un capo, un superiore, chi ha il controllo e un potere, una autorità intesa in questo senso. Però il significato di questo di più ho imparato essere diverso in questa esperienza di essere magistra, e nell’avere alunne che frequentavano un master, non per avere un titolo in più nel loro sapere, ma per acquisire qualcosa di più, che desse loro una maestria di libertà sul sapere stesso.

Che cosa significa avere maestria? Saper fare qualcosa bene, con scioltezza e soprattutto con libertà. Non si tratta, infatti, solamente di un sapere, una tecnica o una competenza che si è imparata e che si sa ripetere, eseguire. Piuttosto è un saper fare la cosa appropriata, nel senso sia che è la cosa giusta, sia che la abbiamo fatta propria, nostra, la abbiamo come incorporata così che siamo noi stesse, il nostro giudizio e la nostra azione in una certa situazione, ad essere la misura di quel che va fatto. Una capacità simile all’essere di madrelingua, a praticare la lingua materna. La maestria consente di fare la cosa appropriata in situazioni diverse, nuove, rispetto a quelle nelle quali la abbiamo acquisita, con la libertà che serve di volta in volta. Chi ha maestria è capace di fare cose improprie, perché siano appropriate. E’ il coraggio di  esporsi in nome proprio  in modo improprio. Un di più rispetto ai saperi consolidati, una sfida aperta sui saperi.

Ma di più, nemmeno il nome proprio è davvero proprio, la maestria non è un possesso.

La maestria è certo una virtù che si acquisisce e si esercita singolarmente, ma non una virtù che sia meramente individuale e che possediamo come un oggetto di sapere, è qualcosa di tutt’altro che solitario, anche se capita di doverla mostrare in prima persona senza che si sia sostituibili.  Ci sono aspetti diversi: l’io che ha maestria non ha solo appreso a “saper fare da solo” staccandosi dalla relazione e situazione dove ha imparato, di queste piuttosto porta consapevolmente il segno, queste lo hanno autorizzato in quella presa di distanza, ed è questa consapevolezza che consente di immettersi con libertà in nuove situazioni e relazioni. La maestria non è un possesso, è piuttosto una postura, definita dalla posizione relazione che si sa mettere in atto e rinnovare.

 

Seguendo il consiglio di Milagros Rivera di educar como educan las madres [18], pensiamo a come nostra madre ci ha insegnato le tante cose che abbiamo imparato da lei, a guardare, a parlare, domandare, rispondere, agire, reagire, muoverci, camminare.

 

Camminare da soli: Kant parlando dell’Illuminismo come uscita dell’uomo dallo stato minorità[19] esaltava l’essere soggetto autonomo, indipendente che cammina da solo e metteva in guardia dall’autorità dei maestri, sempre pronti ad approfittarsi di chi non ha il coraggio di pensare da solo, di fare uso della propria ragione, come tanta parte dei maggiorenni e con loro, diceva, tutto il bel sesso, le donne. E’ una delle descrizioni più famose del soggetto moderno, maschile, e non c’è da dubitare dell’esistenza e permanenza di quel tipo di maestri. Che Kant stigmatizza agitando il pericolo del restare sotto l’autorità materna. Avrà avuto le sue ragioni, anzi la sua Ragione, ma le madri sono un diverso tipo di maestra! Una madre insegna a parlare e a camminare e stare al mondo da sé, a farlo senza il suo sostegno presente, ma non a pensarsi indipendenti, solitarie e sciolte da ogni legame. Certo c’è il problema che le madri davano questa matrice di libertà, ma nel passato sovente non erano loro stesse libere nel suo esercizio, deportate in un regime di contenuti patriarcali che abbisognavano di quell’insegnamento e di quella prima autorità, finivano per negarla e per lasciare alle figlie un compito di riscatto troppo esigente.

 

 

 

TRE CONCLUSIONI

 

Un negativo materno nel blocco della scrittrice

 

Lo dico come problema a cui sto pensando, accanitamente e senza una risposta confortante.

Il primo volver libera dall’obbligo del nome del Nome del Padre, evviva! Ma anche lega ad un ordine materno, e la madre dà libertà ma è esigente. Scioglie dai fasulli doveri, impossibili, ma anche facili formalmente da ottemperare senza libertà, ma vincola a un obbligo più alto e intimo, se si cerca la libertà. Non solo esonera da una misura paterna impossibile e libera, ma dà una misura più alta. E’ l’unico, grande, problema che ho avuto nella valutazione delle alunne del master. E’ il problema del giudizio di autorità femminile. Il primo gesto è essenziale, essenziale farlo, riconoscerlo e nominarlo. Ma la maestria di libertà che viene dopo? Che misura ha nel giudizio di autorità femminile?

Non ho una risposta, so una cosa della difficoltà che mi mette nel blocco della scrittrice: quella del debito. Quando cerco di rispondere, e di scrivere, devo rispondere a qualcosa che sento enorme, cui sono inadeguata, l’esposizione è a rischio del giudizio materno, non del suo amore magari, ma del di più che lei forse non ha avuto per sé e però ha consegnato a noi figlie.

Ho scritto una volta che c’è un irreparabile nella storia fra una madre e una figlia[20], e occorre accettarlo come tale, ma c’è una consegna a un debito di libertà a se stesse in suo nome che solo accogliere la chiamata della libertà in suo nome può rispondere. Non si può rispondere individualmente, la risposta è più grande e si fa solo insieme, a pezzi inadeguati e frammentari. Insegnare maestria di libertà comporta accettare questo limite dell’io individuale, e scommettere di volver in modo appropriato in nome “improprio”, di più e di meno che proprio, non in nome proprio.

 

Navigare single handed

 

Sul fare le cose da sole, e scrivere con una mano sola, ho fatto esperienza in questo periodo di essere minus, mentre dovevo scrivere dell’essere magis. Ho anche letto parecchio sulla scrittura e lo scrivere con una mano sola, ma non vi tedio con quel che dicono Heidegger o Derrida[21]. Una cosa mi ha colpita però, Heidegger dice che la mano sola e la scrittura con una mano sola sono ciò che è proprio dell’uomo nell’uso del linguaggio, rispetto agli animali. Io ho pensato invece alle mani delle madri, a quando dovevano arrangiarsi con una mano sola avendo figli in braccio o avessero le mani occupate, e a come questo avesse a che fare con l’origine del linguaggio. Ma lascio stare queste suggestioni filosofiche. Piuttosto, da “donna di mare”, voglio concludere con un riferimento nautico. Un single handed è in linguaggio marinaresco un navigatore solitario, avrebbe sì due mani, ma c’è un fondamentale proverbio che qualsiasi marinaio conosce: Una mano per te e una per la barca!

Significa che mai se ti metti per mare, specie in solitaria, devi perdere contatto con un appiglio fisso a quel che ti consente di navigare, la tua barca, mai avere l’arroganza di avere tanta maestria da essere indipendente con le mani libere. Una mano agisce, l’altra tiene il legame, se no finisci in mare e sei perduta..

 

Rivolgendomi all’inizio

 

Torno al koan che ho citato all’inizio, e anche al mio trovarmi con una mano sola, e al volermela cavare con una mano sola.

I koan sono proposti per provocare una svolta, mettendo di fronte a qualcosa di paradossale e come impossibile nel nostro abituale modo di pensare che ci incastra.

Vi leggo quel che di questo koan dice Simone Weil:

 

«“Pensare il suono di una mano”. Significa cercare il rapporto.

Cose che non hanno altro che essere il rapporto»[22].

 

 

 

 

 

 

 

Ex post: Novembre 2016

 

 

RICADUTA.

 

 

Rileggo le mie parole di avvertimento sul non perdere mai l’appiglio alla barca per arroganza o presunzione di maestria. Le confermo con amarezza, avendolo appunto poi perso. La conseguente rovinosa caduta dalla barca mi ha procurato molte fratture e mi ha costretta a letto e a una limitata mobilità per tre mesi. Un forzoso volver alla questione del fare da sole e del dipendere da altri, che non è mai chiusa dalle parole.

 

 
NOTE
 

[1] Nel testo ho lasciato intenzionalmente in spagnolo “volver”, il cui significato ha insieme quelli di: voltare, svoltare, ritornare, voltarsi, trasformare, far diventare, volgere, volgersi, restituire…

[2] E che ora è col titolo Noi che non siamo indifferenti nel n.13 di Per amore del mondo, la nostra rivista on line.

[3] Luisa Muraro, Le amiche di Dio, M. D’Auria, Napoli 2001, p.234.

[4] Chiara Zamboni, Il centro è ovunque, la circonferenza in nessun luogo: la filosofia femminista di Françoise Collin, in Una filosofia femminista. In dialogo con Françoise Collin, Manni, S.Cesario di Lecce, 2015. Françoise Collin,  Praxis de la diferencia, Marta Segarra (ed.), Icaria, Barcelona 2006.

[5] Anna Maria Piussi, De ida y vuelta. Dar un rodeo con la escritura en un máster online, “Duoda. Estudis de la Diferència Sexual”, núm 32 (2007).

[6] Tr. in Diotima, Traer al mundo el mundo: objeto y objetividad a la luz de la diferencia sexual, Icaria, Barcelona 1996.

[7] In  “Duoda”, n. 11 (1996), pp. 135-155.

[8] Tr. in Diotima, El Perfume de la maestra: en los laboratorios de la vida cotidiana, Icaria, Barcelona 2002.

[9] In  “Duoda”  n.22 (2002), pp.57-72.

[10] In  “Duoda”  n.26 (2004), pp.105-115.

[11] Maria-Milagros Rivera Garretas, El Amor es el signo,Sabina, Madrid 2012,  p. 75.

[12] Diana Sartori, Salto sul posto, in Diotima, La festa è qui, Liguori, Napoli 2012.

[13] Penso soprattutto a Derrida e alla sua posizione sulla priorità della scrittura sulla oralità, al centro del logocentrismo e della “metafisica della presenza”. Nonostante aspetti interessanti mi pare che sia una critica che si colloca paradossalmente al culmine di quella tradizione rovesciandola: la traiettoria della tradizione maschile del soggetto, la sovranità dell’autore etc, si rovescia in un totale spossessamento che lo lascia in balia della scrittura. Comunque c’è una rinnovata cancellazione della lingua materna. Diversa la traiettoria del soggetto femminile, già spossessato e alienato nel linguaggio e nella scrittura. La priorità della scrittura sull’oralità e la presenza non fanno il gioco della donna (cfr Adriana Cavarero, A più voci). Piuttosto il riferirsi alla lingua materna riporta il legame tra corpo e linguaggio, io e altro, la possibilità che la dimensione della significazione simbolica nei suoi vari aspetti torni alla sua radice di rispondenza all’esperienza, non ingenuamente o nella presunzione della sovranità soggettiva o della metafisica della presenza, ma alla relazionalità costitutiva del soggetto come del linguaggio e anche della scrittura.

[14] Chiara Zamboni, Il centro è ovunque, la circonferenza in nessun luogo , cit.

[15] Chiara Zamboni, Pensare in presenza, Liguori, Napoli 2009.

[16] Maria-Milagros Rivera Garretas Mujeres en relación, Icaria, Barcelona 2001.

[17]  “…produrranno dimenticanza nelle anime di chi impara, per mancanza di esercizio della memoria; proprio perché, fidandosi della scrittura, ricorderanno le cose dell’esterno, da segni alieni, e non dall’interno, da sé: dunque tu non hai scoperto un pharmakon per la memoria ma per il ricordo. E non offri verità agli allievi, ma una apparenza di sapienza; infatti grazie a te, divenuti informati di molte cose senza insegnamento, sembreranno degli eruditi pur essendo per lo più ignoranti; sarà difficile stare insieme con loro (syneinai), perché in opinione di sapienza invece che sapienti.” (Fedro 274e-275a) .

[18]  Maria-Milagros Rivera Garretas, El Amor es el signo. Educar como educan las madres, cit.

[19]  Immanuel Kant, Risposta alla domanda “Che cos’è l’Illuminismo?”,  (1784).

[20] Diana Sartori, Con lo spirito materno, in Diotima, L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007.

[21] Jacques Derrida, La mano di Heidegger (Geschlecht II), a cura di M.Ferraris, Laterza, Bari 1991.

[22] Simone Weil, Quaderni, vol. III, Adelphi, Milano 1988, p. 75.

 

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