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Rio+20: un senso di vertigine

*Oriella Savoldi è attualmente responsabile del Dipartimento Ambiente e Territorio della CGIL Nazionale.

Leggere la Dichiarazione finale, il documento di 283 paragrafi uscito dai negoziati della Conferenza delle Nazioni Unite Rio+20 mi provoca un senso di vertigine. Se non sapessi che i negoziatori sono stati i capi di Stato, di Governo e i rappresentanti di alto livello di quasi duecento Paesi convenuti a Rio de Janeiro lo scorso mese di giugno per discutere e promuovere lo “sviluppo sostenibile”, potrei essere indotta a credere che i soggetti parlanti sono parte di quella società civile che a Rio ha inviato tanti suoi protagonisti in veste di osservatori. Questo effetto è legato al fatto che tante sono le parole in questo testo, riconducibili alle riflessioni di questi ultimi. Ma le parole si sa, circolano come moneta e possono essere usate anche se svincolate dalla realtà che resta un’ altra.

Per intenderci, il testo non mi evoca i soggetti istituzionali che detengono il massimo potere decisionale presenti a Rio de Janeiro in veste di negoziatori, ma i diversi protagonisti della cosiddetta società civile, quelli che hanno investito   l’appuntamento di Rio di richieste, di attese e di speranze per un cambiamento nella direzione dello sviluppo, per porre fine alle pratiche predatorie di risorse disponibili in natura e superare sfruttamento e povertà di tanta parte delle popolazioni mondiali.

Non che i soggetti istituzionali potenti ignorassero quanto l’attuale sistema stia mettendo a rischio l’equilibrio ecologico e producendo sofferenze in tanta parte del mondo, ma su quel testo parlano studiosi e scienziati, gli stessi che producono studi ed esortazioni, che han fatto sentire le loro voci anche a Rio insieme a quelle delle molteplici associazioni diversamente impegnate a livello sociale, ambientale ed economico che, in concomitanza con la Conferenza, hanno animato il dibattito alla Cupùla dos Povos. Sono voci al cui fondo si avvertono le stesse preoccupazioni vive fra le persone semplici allertate nella loro percezione dai fenomeni climatici nuovi.

“Cosa sta succedendo?” È stata la domanda di mio padre davanti alla caduta anzitempo dei fiori del pero, dopo un’ondata di caldo imprevista la scorsa primavera. “Quest’anno anche il rosmarino è impazzito”, gli aveva fatto eco un vicino di casa, scuotendo la testa, mentre lo sguardo di entrambi svelava lo smarrimento davanti a qualcosa che insieme ai frutti e ad un cespuglio rinsecchito, sembrava andar perduto. Era lo stesso smarrimento che ho colto in   Italia, in tante persone, prima del Referendum sull’acqua, e che ora incontravo in donne e uomini presenti alla Conferenza, non solo fra le fila degli esponenti della società civile, ma anche fra i rappresentanti di Paesi dove i rischi legati ai cambiamenti climatici sono più evidenti, quando non già tragiche realtà per le popolazioni. “Le nostre isole stanno per essere sommerse” ha denunciato il Presidente della Federazione degli stati della Micronesia, Emanuel Mori, nel suo intervento all’Assemblea, esortando i negoziatori a prendere provvedimenti. Gli ha fatto eco il Ministro del suolo, acqua e ambiente dell’Eritrea, Testai Ghereselasie Sebhatu; di un’area la cui popolazione è minacciata dalla desertificazione e decimata dalla carestia.

Ad entrambi, indirettamente, ha risposto la vice presidente della Repubblica della Gambia, Aja Isatou Njie-Saidy. Il suo intervento è stato una   denuncia alla pretestuosità di richiami alla crisi finanziaria economica dei Paesi più industrializzati quale impedimento all’adozione di provvedimenti per favorire lo sviluppo sociale e la salvaguardia ambientale. “L’appetito insaziabile di dominio del mondo alimenta la guerra…la spesa in ricerca al novanta per cento va alle tecnologie per la guerra e soltanto il dieci alla medicina” ha esordito, denunciando Governi e multinazionali insensibili: “alla distruzione, alla santità della vita e alla povertà endemica”. Le sue parole hanno ricevuto applausi dal fondo della sala riservato agli osservatori. Gli stessi che avevano già applaudito il Presidente della Bolivia, Evo Morales, all’affermazione che: “la questione da risolvere è politica. Non è la crisi – ha detto – a impedire di governare il mondo rispettando il diritto delle comunità alla naturaleza, a vivere in armonia con Madre Terra...

Sono questi interventi quelli più in sintonia con l’intervento di Britney Trifford, giovane diciasettenne della nuova Zelanda che aveva scosso il primo giorno l’avvio titubante della Conferenza, sfidando i negoziatori: “Ci avete promesso di combattere la povertà, ci avete promesso lo sviluppo sostenibile e la lotta contro i cambiamenti climatici. Le multinazionali si sono impegnate per rappresentare l’ambiente…” aveva ricordato, sottolineando come le stesse promesse fossero: “già state fatte in passato mentre il nostro futuro è sempre a rischio. Siete qui – aveva concluso, chiedendo –   per curare la vostra immagine o per salvarci, per fare un mondo migliore”?

L’assenza di provvedimenti nel documento finale non incontra nessuna delle due opzioni. I potenti del mondo con i tanti paragrafi da loro condivisi nel documento finale hanno consegnato al mondo una lunga serie di considerazioni, buoni propositi, prese d’atto, dichiarazioni di intenti, incoraggiamenti e inviti. Si sono svelati deboli e smascherati e non “ci hanno salvati”. Hanno dichiarato tutta la loro comprensione per i problemi aperti e urgenti; con le loro parole scritte nero su bianco si sono incoraggiati e si sono promessi di prendere decisioni nel prossimo futuro, entro il 2014, per attuarle dal 2015.

Per sostenersi, hanno rilanciato principi ripresi dalle conclusioni del primo Summit della Terra, di vent’anni fa, e impegni scaturiti da incontri successivi; principi ed impegni importanti e condivisibili, sebbene il fatto che li hanno riconfermati evidenzi la persistente mancata attuazione. È per questo che nella lettura dei paragrafi del documento finale si può provare un senso di vertigine.

L’azzeramento di venti anni e nello stesso tempo un uso del linguaggio che appartiene al senso comune diffuso nel tessuto sociale di come dovrebbero andare le cose nel mondo, ma che, i capi di stato, di Governo e i rappresentanti di alto livello, anche a Rio hanno disatteso, investendo i governi nazionali di decisioni future; ovvero investendo su loro stessi. Con il tentativo di camuffarsi dietro paragrafi in cui risuonano il sapere e le necessità marcate dalla società civile, la loro debolezza in realtà si è resa più evidente.

Nel testo licenziato risuonano infatti le esortazioni della comunità scientifica, le riflessioni e le proposte espresse dalla società civile, dalle tante organizzazioni sindacali che in concomitanza con la Conferenza hanno discusso in una Assemblea durata tre giorni, elaborando esperienze e necessità vive e urgenti nel mondo del lavoro, per consegnarle ai negoziatori.

Tutte queste realtà possono “riconoscersi” nella Dichiarazione finale, salvo constatare che i negoziatori non hanno nemmeno provato ad assumere decisioni e ad adottare azioni conseguenti.

Molti sono stati i giudizi negativi che hanno accolto quest’esito. Sharan Burrow, segretaria della Confederazione internazionale dei sindacati ha cosi stigmatizzato il documento: “Il movimento sindacale mondiale è seriamente contrariato dalla Dichiarazione finale del vertice RIO+20, una dichiarazione che manca delle misure concrete necessarie ora per porre fine all’insensata distruzione dell`ambiente, guidare investimenti nell’economia verde per creare posti di lavoro e ridurre l´allarmante crescita nelle diseguaglianze con la garanzia della protezione sociale per le persone più vulnerabili. Le parole non sono sufficienti. Un processo delle Nazioni Unite senza obiettivi definiti, senza una programmazione dei tempi e senza una reale inclusione dei sindacati e della società civile non fa nulla per alleviare l’ansia delle persone che soffrono per la disoccupazione, la povertà o per le distruzioni ambientali delle loro terre e delle loro possibilità di autosufficienza“.

Il suo giudizio è abbastanza simile a tanti altri venuti dall’arcipelago della società civile e per molti aspetti risulta quasi “dovuto” per la cronaca. Ha un tono sicuramente diverso da quello da lei usato in conclusione dell’Assemblea sindacale dei giorni precedenti, quando ha espresso soddisfazione per i passi in avanti raggiunti nel dibattito sindacale. Un dibattito duro, come lo è la realtà del lavoro in tanti Paesi in cui non ci sono o vengono messe in discussione le sue condizioni materiali e simboliche, ed insieme le libertà sindacali conquistate in precedenza.

L’esito negativo di questi negoziati nel processo avviato dall’Onu vent’anni fa, tuttavia era prevedibile al punto tale che il loro andamento non ha mai distolto l’attenzione dei partecipanti della società civile alla Cupùla dos Povos, impegnati nelle molteplici iniziative di confronto e discussione a qualche chilometro di distanza dalla sede della Conferenza.

Qui, praticamente sulla spiaggia di Aterro nella splendida cornice di una delle baie di Rio di Janeiro, la Baia di Flamengo, quasi a sfidare le due piattaforme della tanto contestata Petrobrass, compagnia petrolifera brasiliana, le diverse realtà ed esperienze sono emerse dai racconti e accolte da una attenzione palpabile e ordinata.

Mi ha colpito il silenzio di migliaia di persone sedute sul prato, nell’ultima assemblea plenaria, in ascolto dell’esposizione a più voci delle riflessioni maturate nelle cinque riunioni preparatorie durate più giorni.

In queste ultime, durante il loro svolgimento, era naturale osservare file di persone, più donne che uomini, delle più diverse provenienze, in fila, in paziente attesa a lato delle platee per prendere la parola e dire la loro.

Nei tanti interventi che ho potuto ascoltare, la realtà delle singole vite, delle situazioni locali era così presente da restituire l’immagine del mondo, quasi fosse stata un enorme puzzle di pezzi prima sparsi e poi abilmente ricomposti. Molte le voci femminili, appassionate e coinvolgenti, attese e molto ascoltate.

Come avevo già potuto notare nella tre giorni di assemblea sindacale, quasi a guidare interventi e partecipazione fosse la consapevolezza di un destino tutto nelle proprie mani, non ha prevalso alcun tono rivendicativo. Imperativa è stata la necessità di scambiare esperienze e informazioni, promuovere incontri e allacciare contatti, costruire alleanze, con l’intento palese di trasformare il sapere e la forza guadagnata in contributi ed iniziative da giocarsi a livello locale. Solo qui, ognuno, ognuna facendo leva sulla rete di rapporti esistenti, trasversali ai luoghi, agli stessi Paesi, avrebbe potuto modificare la situazione esistente a partire dal rapporto con la propria vita, singola e collettiva.

Non ai negoziatori si sono rivolti le partecipanti e i partecipanti del Summit dei Popoli; si sono limitati a consegnare le loro riflessioni soltanto l’ultimo giorno al Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, più per rendere esplicito l’impegno ripromessosi a Rio, a valere per i giorni che sarebbero venuti.

Sono le politiche sovranazionali delle multinazionali insieme agli accordi di libero scambio fra Paesi, che tanto liberi negli squilibri mondiali non sono, le realtà più contestate. Che la “green economy” sia il nuovo vestito con cui si presentano le multinazionali è svelato. Dalle aree più povere del mondo è venuta la richiesta di mettere al bando questa espressione, sostituendola con economia solidale verde, per significare realmente la necessità di una economia a sostegno della vita degli esseri umani e per la salvaguardia dell’ambiente che ci ospita. “Un nuovo mondo -è stato detto a più voci – non è solo possibile; è necessario”! Una convinzione alimentata dall’esplicita ammirazione riservata alla condanna di Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, titolari dell’ Eternit, multinazionale dell’amianto, emessa da quello che in una città di quindici milioni di abitanti come Rio, è risultato essere un remoto tribunale di una piccola città industriale. Questo fatto insieme all’esito dei Referendum sull’acqua e sul nucleare, fa discutere e capita, quando riconosciuti di provenienza italiana, appaiano degni di essere interrogati per capire quali politiche hanno reso possibili questi fatti.

Rio+20 è stato anche questo; ai capi di Stato, di Governo e ai rappresentanti di alto livello resti in capo la pesante responsabilità della delusione provocata e dei danni che possono derivare dalle mancate decisioni. Per le tante donne e i tanti uomini, che si sono dati convegno mossi da passione politica, vale il guadagno di forza che è venuto nell’incontro,   un bagaglio che ciascuna, ciascuno può spendere in prima persona ovunque si trova, per la vita, per amore della terra.

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