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Rio+20 tra frustrazione, autocritica e bisogno di speranza

* Giulia Massobrio è giurista e consulente  presso Centro Internazionale di Formazione dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro)

 

Se – come me – hai 28 anni e lavori nella cooperazione internazionale, partecipare alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile (Rio+20) è al tempo stesso un’opportunità ed una responsabilità immensa. Opportunità di vivere in diretta la teoria studiata sui Manuali di Diritto Internazionale; responsabilità di osservare criticamente la pratica degli equilibri geo-politici mondiali, per costruire la tua versione dei fatti al di là dalle verità ufficiali.

A Rio, le Nazioni Unite si sono fatte una domanda ambiziosa: come adattare un modello di crescita infinita ad un mondo finito. Come conciliare l’aspirazione di sviluppo dei paesi “emergenti” con la crisi ambientale, sociale, economica e politica che quello stesso modello di sviluppo ha provocato nell’ultimo secolo. Come ammettere, per i paesi “ricchi”, di aver vissuto al di sopra delle possibilità del Pianeta Terra, oltre ad aver prodotto esclusione sociale e concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi. Se dovessi descrivere l’evoluzione dei miei stati d’animo durante le negoziazioni di Rio+20, parlerei di incredulità, ingenuità, rabbia, frustrazione e bisogno di speranza. Incredulità, di fronte alla totale incapacità dei governi di impegnarsi concretamente per cambiare l’attuale modello di produzione e consumo.

Ingenuità, a cui è seguita la necessità di fare autocritica, quando mi sono trovata a parlare di “incapacità dei governi”. Non si tratta di incapacità bensì di mancanza di volontà, in quanto le priorità sono altre rispetto alla giustizia sociale e alla protezione ambientale. Inoltre, i governi non sono soli nel prendere le decisioni, in quanto queste sono fortemente dirette da potentissimi interessi di mercato transazionali. In terzo luogo, c’è uno scarto significativo tra la prospettiva di vita dei governi e i tempi necessari per costruire un modello sostenibile: i governi tendono a ragionare in termini di breve periodo (scanditi per lo più dalle elezioni), mentre le decisioni “sostenibili” per la società, l’economia e l’ambiente hanno effetti di medio-lungo periodo.

All’autocritica è seguita la rabbia, per la sensazione che l’opinione pubblica sia stata “un po’ presa in giro”. Come se fra le osservatrici e gli osservatori non si fosse notato il contrasto tra l’ambizione della forma e il vuoto dei contenuti nelle negoziazioni previe alla Conferenza, volte a discutere la bozza del Documento Finale da adottare. Come se fra questi ultimi non avessero prevalso interrogativi sulla legittimità della sostituzione di quella stessa bozza, risultato di due anni di negoziazioni lunghe e costose, con una nuova bozza proposta dal Brasile, poi sottoposta al vaglio dei Governi ed adottata. Con queste premesse, i discorsi ufficiali di Stato e di Governo sono suonati per la maggior parte privi di credibilità, “pre-cotti”, accondiscendenti e ripetitivi. Fra le eccezioni mi ha colpito lo splendido discorso del Presidente Uruguayano Mujica, il quale ha sostenuto che la vera crisi non è ambientale ma politica; dipende dal modello di civilizzazione che abbiamo creato, basato sulla dipendenza assoluta dal consumo e dalle regole di mercato, invece che sulla promozione della felicità umana.([1])

Questo susseguirsi di stati d’animo ha portato me -e mi risulta anche molti esponenti dei Gruppi Principali della società civile che hanno partecipato alla Conferenza di Rio+20- a provare una forte frustrazione, nel leggere il documento finale della Conferenza ([2]): i problemi che l’umanità ha di fronte sono troppo urgenti, troppo estremi e troppo drammatici, per considerare adeguati gli impegni volontari che quel documento contiene. La volontarietà non basta, la definizione di “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” entro il 2015 non basta, perché si tratta di accordi volontari, ossia lasciati alla buona volontà e agli interessi dei singoli paesi.

A Rio c’era in gioco non solo il benessere ma la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta, perché le decisioni da prendere riguardavano acqua, terra, aria, cibo ed energia. C’era bisogno di solidarietà, assunzione di responsabilità, coraggio politico, prospettiva collettiva di lungo periodo. Al contrario, ci sono state parole cariche di diplomazia formale ed individualismo sostanziale, relativismo, miopia ed ipocrisia politica. La frustrazione provata a Rio+20 è un sentimento naturale e legittimo, ma pericoloso: può spingere a pensare che non valga la pena continuare a chiedere un modo di essere sociale, economico, politico ed ambientale radicalmente diversi.

Alle persone che come me lavorano e credono in questo modo di essere, chiedo di reagire alla frustrazione come hanno fatto a Rio sindacalisti e sindacaliste riunite dalla Confederazione Sindacale Internazionale ([3]), così come i protagonisti che hanno animato le tante iniziative dell’Assemblea dei Popoli ([4]): documentandosi, discutendo, includendo sempre più voci nel dibattito, cercando alternative coerenti e concrete, promuovendo processi decisionali democratici.

Essendo coscienti del fatto che le Nazioni Unite rappresentano i governi e dunque ne riflettono il linguaggio, gli interessi e le contraddizioni. Ma tenendo presente che noi quei governi li votiamo, quindi siamo in parte responsabili della loro negligenza così come dei loro impegni. Costruendo la nostra verità, accettando il dubbio, rifiutando risposte etero-dirette. Per sperare, perché questo bisogno è diffuso, come quello di lottare, di esserci, presenti e pensanti, tanto più vista la dimensione e l’urgenza del cambio da realizzare. Personale e collettivo.

 

Note

[1]          Discorso di Mujica: http://www.youtube.com/watch?v=TBXNcQrqUoo

[2]          Testo del documento: http://www.uncsd2012.org/thefuturewewant.html

[3]          Campagna della Confederazione Sindacale Internazionale per Rio+20: http://www.ituc-csi.org/rio-20.html

[4]          Sito dell’Assemblea dei Popoli: www.cupuladospovos.org.br

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