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Rinnamorarsi del femminismo. Intervista a Ida Dominijanni: “Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi”

Difficile reimmergersi in un ventennio che per molti versi e svariati motivi abbiamo desiderio di rimuovere e dimenticare. Ma la lettura de Il Trucco riporta immediatamente alla nostra attenzione quanto invece sia estremamente interessante oltre che necessario, anche e soprattutto per avere un lucido sguardo sul presente, tirare le somme e analizzare con attenzione l’evoluzione e gli esiti del berlusconismo in Italia. Più di due anni sono serviti a Ida per la stesura del testo, attraverso il quale ha voluto riprendere, ripensare e rielaborare un lavoro di analisi e lettura del reale, e di quel che stava accadendo in Italia, sviluppato nel corso degli anni a partire dalle sue riflessioni sulle pagine de “il manifesto”. Il libro, in un certo qual modo, rappresenta anche una sorta di atto d’amore nei confronti del femminismo: riporta al senso del perché siamo all’interno di questa impresa, anche se attraversate da dubbi e incertezze. È una sorta di amore ritrovato e non presupposto, il tentativo di rispondere alla domanda se il femminismo oggi è in grado di leggere il presente. È un invito al fatto che non occorre sempre ricominciare tutte le volte da capo, tenendo invece in conto di quello che è stato, rimettendolo in gioco per capire e leggere la realtà che sta accadendo.

 

Dalle pagine de Il Trucco emerge come questo libro sia in qualche modo la realizzazione di un percorso di interrogazione sul portato e sull’efficacia del femminismo nel presente, rispetto alla reazione/risposta del neoliberalismo degli ultimi anni. Vuoi parlarmi di cosa abbia significato per te scriverlo e di come si è sviluppata la stesura nel corso degli anni?

 

Il Trucco è un libro sulla fine del berlusconismo e sul ruolo decisivo che in essa hanno avuto la parola femminile e il gioco della differenza sessuale, a cavallo fra reale, immaginario e simbolico. Ma è anche il punto d’approdo di un lavoro trentennale sul rapporto, asimmetrico, fra politica della differenza e teatro politico “ufficiale” della rappresentanza e della rappresentazione, lungo tutto l’arco della cosiddetta “transizione italiana”. Infine, è un tentativo di ricollocare questo lavoro nel contesto più ampio, internazionale, dell’egemonia neoliberale e segnatamente del rapporto fra donne, femminismo e neoliberalismo. Un gioco di scatole cinesi, in cui la libertà femminile è contemporaneamente parte attiva e posta in gioco.

Non so se e quanto questo gioco di scatole cinesi risulti efficace; posso raccontarti com’è venuto fuori via via. Quando è scoppiato il Berlusconi-gate, nella primavera del 2009, mi sono state chiare subito tre cose. Primo, che il regime berlusconiano era destinato a finire grazie alla presa di parola di alcune donne – Veronica Lario in primis – che stavano scoperchiando il sistema di scambio fra sesso, potere e denaro sottostante ai cosiddetti scandali sessuali, e grazie alla voce di altre donne – un’opinione pubblica femminista, o segnata dal femminismo – che riuscivano a interpretare e contestare quel sistema in modo più pregnante e sensato di quanto facessero i media mainstream o il ceto politico. Secondo, che la sessualità stava facendo irruzione nel discorso pubblico con una forza uguale e contraria a quella con cui vi aveva fatto irruzione con il femminismo degli anni ’70, presentandosi cioè non più come vessillo della contestazione e della presa di coscienza ma come protesi del potere; il che comportava la messa all’opera del sapere su corpo e politica accumulato nel femminismo, ma anche il suo aggiornamento al livello della biopolitica contemporanea e delle sue trappole. Terzo, e di conseguenza, che noi, in quanto donne e in quanto femministe, eravamo convocate, interpellate e messe a rischio dal terremoto che si annunciava, e non ne saremmo uscite uguali a prima.

Queste intuizioni hanno orientato per tre anni, e con buoni riscontri, i miei commenti quotidiani degli eventi su «il manifesto»; ma a un certo punto ho sentito che era necessario un lavoro più disteso per esplicitarne e svilupparne i presupposti. Da qui il libro. Nello scriverlo, all’inizio avevo in mente soprattutto due obiettivi; il terzo si è chiarito via via.

Volevo in primo luogo salvare il suddetto ruolo decisivo della voce femminile dalla rimozione in cui ero certa che sarebbe caduta (come infatti è stato), spostando il fuoco dell’analisi dall’uso strumentale del corpo delle donne, di cui tanto s’è parlato durante il Berlusconi-gate, alla potenzialità liberatoria e generativa della loro parola, e con un energico invito a metterla in gioco con più convinzione ed energia nell’analisi e nella modificazione del presente. In secondo luogo, volevo raccogliere un momento in cui la scena della politica ufficiale ha dovuto aprirsi, suo malgrado, a una materia “oscena” che ne metteva in discussione i confini convenzionali. Vero è che a questa invasione dell’osceno la politica ufficiale ha reagito, come ricostruisco nel quarto e quinto capitolo del libro, con mosse difensive e autoimmunizzanti; ma è altrettanto vero che in circostanze come queste il confine predefinito della politica si slabbra, si sposta, si apre a soggettività e discorsi, se vuoi anche a deliri, imprevisti. Così è stato infatti anche nel nostro caso, se ripensiamo alla ricchezza del dibattito pubblico – femminile, ma anche maschile, e per la prima volta con una qualche esposizione maschile sulla sessualità – durante i tre anni in questione, una ricchezza che si è immediatamente impoverita quando la materia oscena della sessualità è tornata fuori campo. Il terzo obiettivo, come dicevo poc’anzi, si è chiarito via via, quando mi sono resa conto che per tentare di sciogliere i nodi più intricati del berlusconismo – il cambiamento di segno della libertà, lo svuotamento della democrazia costituzionale, la perdita di autorità della legge -, nonché quelli attinenti alla soggettività femminile emersi durante il Berlusconi-gate – le ambiguità della libertà femminile, l’autoimprenditorialità rivendicata dalle Olgettine (e non solo da loro) nello show business e nel sex work, una certa versione individualista ed euforica della performatività del gender, un ritorno di emancipazionismo all’insegna della parità e dei diritti – bisognava fare i conti con la controrivoluzione neoliberale e specificamente con il modo in cui essa ha puntato ad assorbire, spuntare e cambiare di segno il portato del femminismo. Qui il libro dialoga con le letture foucaultiane e lacaniane del neoliberalismo, e con la letteratura femminista anglofona che sul rapporto fra femminismo e neoliberalismo ha lavorato prima e meglio di noi. Ma torna a puntare sulla scommessa che il discorso della differenza sessuale sia tuttora capace di produrre un’eccedenza rispetto all’ordine neoliberale delle parole e delle cose.

Puntare sull’eccedenza del discorso della differenza sessuale è un po’ diverso dal valutarne l’efficacia rispetto all’ordine neoliberale. L’efficacia implica una commensurabilità e una traducibilità fra l’uno e l’altro che io non vedo né vagheggio. Il Trucco lavora dall’inizio alla fine sull’asimmetria e l’eccedenza – due parole che sono da molti anni il perno del mio lavoro – della politica della differenza rispetto alla politica tradizionale. Il punto, però, è come ce le giochiamo, queste due parole. Per me, esse non significano che siamo o che possiamo chiamarci fuori dal contesto in cui viviamo; significano al contrario che ne siamo inevitabilmente coinvolte, sia pure in una posizione appunto asimmetrica ed eccedente, e che su questa posizione possiamo e dobbiamo far leva per modificarlo. Parafrasando una formula fortunata sull’altrove e l’altrimenti della politica delle donne, direi che siamo altrimenti, ma non altrove. In questo senso, Il Trucco vuole essere anche un appello vigoroso alla nostra responsabilità politica.

 

Un aspetto che mi ha colpito, nella lettura, è il tuo modo di analizzare e interpretare il berlusconismo non esclusivamente come esperimento di manipolazione passiva, ma come esperienza sintomatica del modo in cui il rapporto tra psiche, corpo e affetti siano entrati in maniera prepotente nella “cosa” politica, dando un’impronta specifica alla forma che la biopolitica ha preso in Italia (senza dimenticare, ovviamente, quanto la sessualità stessa sia tornata centralissima nel discorso politico prima nel processo di edificazione, poi in quello del disfacimento del cosmo berlusconiano). Come si è modificato lo sguardo rispetto a questo, nel nostro paese?

 

Dipende da quale sguardo. Lo sguardo della politica ufficiale non s’è modificato affatto. Il sistema politico ha archiviato in un baleno, nell’autunno del 2011, il Carnevale berlusconiano sostituendolo con la Quaresima di Mario Monti, ma senza alcuna contezza del significato e degli effetti di questa sostituzione nella percezione collettiva. Monti in persona l’ha confermato di recente con un clamoroso lapsus durante un’intervista in tv: “dopo Berlusconi – ha detto testualmente – ci voleva un leader asessuato, dal punto di vista politico intendo dire: né di destra né di sinistra”. L’ho trovato fantastico, “asessuato” come sinonimo di neutralità politica… Lapsus a parte, il sipario del “decoro” è calato su tutta quella materia “oscena” – corpo, affetti e psiche, per l’appunto – che si era permessa di entrare in scena. Ma, ovviamente, il sipario calato non impedisce che corpo e inconscio continuino a influenzare, in modo determinante, comportamenti, identificazioni e giudizi politici. Quando Renzi ha scalato Palazzo Chigi, mi ha colpito l’entusiasmo con cui un autorevole commentatore, per vent’anni schierato militantemente contro “l’invasione dell’ultracorpo” berlusconiano, ha salutato la discesa in campo del giovane ed energico “acrobata”… Di nuovo il corpo del leader come oggetto d’identificazione e icona del consenso. E di nuovo il corpo femminile come esca seduttiva del leader, anche se ridefinita come esca “decorosa” di un governo “paritario”.

Scarsa attenzione, invece, al cambiamento della sensibilità sociale, che pure, con la fine del ventennio berlusconiano, credo sia stato e sia considerevole. Nella percezione collettiva il cosiddetto sexgate è stato una sorta di ciclone sensoriale, apoteosi e fine di un’estetica, prima che di un’etica, che si era installata sulla pelle del corpo sociale. Non è ancora chiaro come ne siamo stati trasformate/i. L’estetica e l’etica della crisi – sobrietà, rigore, decoro – ha fornito con una repentina inversione di marcia una via d’uscita temporanea, ma la mia impressione è che i depositi dell’esplosione del ventennio passato siano più profondi e che la ricerca di una nuova estetica, di una diversa sensorialità e quindi di un nuovo senso comune, sia ancora in corso. Mi ha colpito di recente come questo sia evidente in una città come Milano, che del berlusconismo è stata la culla e, con le elezioni amministrative del 2011, la tomba: sul piano latu sensu estetico, lì il cambiamento di stagione è tangibile. Ma fra i depositi del ventennio berlusconiano ci sono anche molte passioni tristi: corruzione, cinismo, depressione, senso di impotenza.

 

A proposito di impotenza. Nel mettere a fuoco il titolo, Il Trucco, tu suggerisci abbia a che fare con una specifica rappresentazione del potere, che permette un’identificazione inconsapevole, inconscia, con un maschile per certi versi “impotente”, apparentemente più conveniente in quanto meno minaccioso del maschile patriarcale. Vuoi parlarmene?

 

L’ipotesi centrale de Il Trucco è che nel consenso al berlusconismo abbia giocato un’identificazione di superficie nell’immagine di potenza – sessuale e politica – del leader, ma ancor più un’identificazione inconscia nel fantasma di impotenza che quell’immagine copriva. Per questo parlo dell’identificazione in un trucco: nella capacità di truccare il fantasma dell’impotenza con una fantasia e una maschera di onnipotenza. Vedo qui una radice non solo del consenso a Berlusconi, ma anche del suo ripresentarsi nei confronti dei successivi esperimenti di governo, da Monti a Renzi. La radice depressiva, dunque, di una delega passiva: il che spiegherebbe almeno in parte la passività politica in cui la società italiana sembra intrappolata.

Che questa identificazione inconscia abbia qualcosa di conveniente, perché afferente a un maschile post-patriarcale meno minaccioso di quello patriarcale, sei tu invece a ipotizzarlo. Ma: conveniente per chi? Per gli uomini, per le donne, per entrambi? Io non vedo convenienza, e non credo neanche che un maschile “impotente” sia meno minaccioso del potere patriarcale tradizionale. Al contrario, penso che il fantasma dell’impotenza sia sempre minacciosissimo per l’immaginario maschile, nonché – sia pure differentemente – per quello femminile. Penso anche che oggi molte manifestazioni “muscolari”, o esibizioniste, della politica maschile abbiano a che fare precisamente con questo fantasma persecutorio: sono manifestazioni ipertrofiche di potenza che ne mascherano la perdita non elaborata. Non parlo solo di comportamenti individuali. Wendy Brown e Judith Butler hanno dimostrato più volte come questo fenomeno della messa in scena artificiale e spettacolare di una potenza perduta abbia le sue radici in un’emorragia di potere, di autonomia e di controllo che trapassa dalla crisi irreversibile dell’io sovrano alla crisi altrettanto irreversibile dello Stato sovrano e della sua architettura istituzionale. Molte convulsioni della politica contemporanea hanno a che vedere con questa doppia, e inconsapevole, crisi. Berlusconi ne è stato un esempio qui in Italia, ma se guardiamo alla storia recente degli Stati Uniti la parabola si fa ancora più interessante. Dopo l’11 settembre e la conseguente rivelazione della vulnerabilità americana, Bush è stato l’emblema di un’esibizione muscolare di potenza direttamente proporzionale alla crisi della sovranità. Mentre lo “yes, we can” di Obama è stato tutto il contrario: un appello alla mobilitazione sociale consapevole del declino della potenza americana – una consapevolezza che Obama ha pagato non poco in termini di consenso.

 

Dicevi poco fa, e scrivi nel libro, che c’è stata, da parte delle donne e della cultura femminile, una grande capacità di lettura e una particolare finezza nell’individuare gli aspetti più importanti e il valore del ruolo della sessualità nella politica berlusconiana. Questo perché partivano da una consapevolezza già acquisita sul fatto che il “personale è politico”; la stessa cosa non è accaduta per la sinistra, che ha invece mantenuto separati i due ambiti, considerando la sessualità come fatto privato e quindi ponendosi per lo più su una posizione moralista. A tuo parere questa lettura femminile è riuscita a trasmettere consapevolezza e a “fare luce” nell’opinione pubblica? O è rimasta una chiave di lettura, ancora una volta, di pochi?

 

Certamente ha “forato” l’opinione pubblica e questo può avvenire anche quando una chiave di lettura non diventa di massa: l’opinione pubblica si forma per cerchie, e il conflitto per l’egemonia discorsiva non sempre si gioca sui grandi numeri. Però attenzione, io non traccio una linea di demarcazione così netta fra il moralismo della sinistra e la finezza interpretativa del femminismo. Molto femminismo ha peccato di moralismo quanto e più della sinistra – direi che ha perfino fornito al moralismo della sinistra degli argomenti in più, tipo quello sulla dignità e la indegnità delle donne. Sul Berlusconi-gate come su tutto, il femminismo è stato solcato da linee di conflitto interno piuttosto marcate, che non riguardano solo il moralismo ma anche la lettura del neoliberalismo, della libertà femminile, della differenza sessuale, della politica dei diritti e via dicendo. Nel libro cerco di ricostruire con franchezza queste linee di conflitto, ma devo prendere atto che nella sua ricezione esse tendono invece a scomparire. Vecchia storia: alle donne piace poco la polemica esplicita fra donne.

 

Sia il femminismo sia il neoliberalismo fanno appello alla costruzione soggettiva autonoma di sé. Anche ripensando al percorso di Patrizia D’Addario, che esamini nella prima parte del libro, qual è il confine secondo te tra i due ambiti? Puoi rimetterne a fuoco gli intrecci, la vicinanza e la differenza?

 

La riscrittura neoliberale della libertà, e segnatamente la traduzione in termini di autoimprenditorialità e libertà di mercato della libertà politica guadagnata dalle donne con il femminismo, è il filo rosso del libro, che in questo senso continua e aggiorna una ricerca che avevo impostato svariati anni fa con un volume collettaneo, Motivi della libertà1, cui sono molto affezionata. In termini teorici è relativamente facile tracciare il confine: la libertà come l’intendiamo nel femminismo della differenza è una libertà politica, (perché vive, arendtianamente, nella sfera pubblica e non nel e del mercato), relazionale (cioè non individualistica ma ancorata alla pratica della relazione fra donne), autonoma (cioè misurata sull’autorità materna e non sulla legge del padre, sul giudizio dell’altra e non dell’uomo), “sopra la legge” (cioè non dipendente dalla grammatica dei diritti), non secondaria né subordinata all’emancipazione (cioè praticabile anche da donne non emancipate secondo i canoni occidentali), sorgiva ed “eventuale” (cioè riconoscibile anche in eventi e contesti non contemplati dalla logica tradizionale e dagli schieramenti politici tradizionali). Laddove la libertà neoliberale è una libertà di mercato, individualista, consumista e autoimprenditoriale, che punta al godimento dell’oggetto e vive di trasgressione, non sopra ma contro la legge. Ma nella realtà, e questo è il problema, i confini sono molto più incerti e indecidibili, proprio perché la trascrizione della libertà femminile in autoimprenditorialità e autovalorizzazione è stata ed è uno dei target cruciali del neoliberalismo, che ha cambiato non solo la condizione materiale – precariato, messa al lavoro delle qualità femminili, commercializzazione dell’immagine eccetera – ma lo stesso dispositivo di soggettivazione delle donne. La soggettivazione neoliberale passa per l’interiorizzazione degli imperativi di sistema, e dunque, nel caso delle donne, non più per il rifiuto ma per l’accettazione e la gestione in proprio dell’oggettualizzazione, del farsi oggetto dello scambio sociale. L’incontro con Patrizia D’Addario, che ho lungamente intervistato nel 2009, è stato per me illuminante proprio per capire la potenza di questo dispositivo, ma anche per coglierne la porosità. Quando decise di raccontare le sue notti a Palazzo Grazioli, Patrizia era un esempio vivente della condizione femminile postfordista e neoliberale: del tutto presa nell’ingranaggio dell’autovalorizzazione del proprio corpo inteso come “capitale umano” – il lavoro di escort, in cui peraltro erogava più prestazioni affettivo-relazionali che sessuali – , e nell’illusione di padroneggiarlo. Il che però non le ha impedito, quando quell’illusione è caduta, di rompere il dispositivo con un gesto di libertà, grazie anche alla relazione, secondo me determinante, con la sua avvocata. È un esempio sintomatico, fra i molti possibili, di come le donne, proprio in quanto sono il target privilegiato del dispositivo di soggettivazione neoliberale, siano anche le più titolate a spezzarlo. Ma in questo, sia chiaro, non c’è nulla di automatico, né di predestinato o garantito. Più che mai in tempi di egemonia neoliberale resta vero quello che diceva Hannah Arendt: la libertà va sempre rimessa al mondo. E la libertà femminile non è mai conquistata una volta per tutte: resta una scommessa, la nostra scommessa, affidata alla pratica politica.

 

Ida Dominijanni, Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse edizioni, Roma 2014

 
 

*La registrazione che segue è avvenuta il 24 marzo 2015 e riporta una conversazione tra noi di Diotima, alcuni amici invitati e Ida Dominijanni sul suo libro “Il Trucco”. L’incontro è avvenuto via Skype in un’aula del dipartimento di Filosofia (Scienze umane) dell’Università di Verona, in collegamento con Ida dal suo studio alla Cornell University negli Stati Uniti, dov’era per un periodo di ricerca.
La qualità della registrazione non è ottima, soprattutto per le difficoltà di collegamento, tuttavia era buona la qualità del discorso, per cui si è deciso di inserirla lo stesso.

Intervista Parte 1

 

 

Intervista Parte 2

 

 

Intervista Parte 3

 

 

Note

  1. Ida Dominijanni (a cura di), Motivi della libertà, Franco Angeli, Milano 2001.
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