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Rileggere quello che ci è successo. Le verità dei ritorni mancati

 

  1. Tra la pressione dell’urgenza e il desiderio di radicamento

 

Ogni rilettura del presente si lega a un fermoimmagine che in sé ha inevitabilmente qualcosa di innaturale. Nella situazione della pandemia che stiamo vivendo, ciò è particolarmente vero: gli eventi non hanno finito di accadere e lo stato d’animo oscilla continuamente – e spesso in modo scomposto – tra il negativo della paura e il desiderio di rinascita. Tuttavia è proprio nel limite del divenire che si agita la responsabilità della filosofia più viva, quella che accetta il rischio della provvisorietà pur di restare fedele alle storie, eccezionali o ordinarie, singolari o condivise. Non si può dunque voltare lo sguardo altrove: c’è da rispondere al reale attraverso quel pensiero incarnato che da sempre attrae le donne e tutti coloro che non temono le forme incompiute perché proprio in esse avvertono delle urgenze.

La pressione è forte: gli eventi della pandemia hanno preso così tanto spazio in noi e fuori di noi da catalizzare e orientare riflessioni, emozioni, gesti e discorsi. Se ci mettessimo a misurare il tempo e le energie dedicate a pensare, a parlare o a preoccuparci del Covid-19, resteremmo impressionate/i da come questo virus si sia imposto nel nostro sentire. Si è verificato infatti un vero e proprio sconvolgimento nella nostra percezione del mondo: nell’invisibilità del reale ora si annidano minacce impreviste capaci di attentare la vita umana più fragile. La morte, rimossa da tempo, è tornata in scena rivestita d’angoscia: ora si prende le vite lasciandole senza ossigeno e senza compagnia. L’esistenza si è fatta incerta e diffidente, ormai lontana da quella religione della sicurezza nella quale i nemici si vedono sempre, vengono da lontano e in qualche modo si possono respingere.

C’è dunque molto su cui confrontarsi sia sul piano dell’esperienza vissuta, patita ed elaborata personalmente, sia sul piano del senso spartito insieme, in una prossimità vulnerabile ancora tutta da significare perché espressa in tonalità differenti, a volte armoniche e più spesso dissonanti.

 

  1. Le onde della corrente narrativa

 

Come ha insegnato Hannah Arendt di fronte al gerarca nazista Eichmann[1], se si vuole comprendere qualcosa o qualcuno occorre sempre fare attenzione a che cosa succede nella lingua. Sulla scorta di questa lezione politica della filosofa tedesca, le diverse correnti narrative che hanno fatto da colonna sonora a questo difficile periodo pandemico si rivelano particolarmente interessanti. La loro trama espressiva è solo apparentemente semplice, perché nella linearità degli slogan si nascondono conflitti simbolici, attriti tra i significanti, agitazioni dei termini. Si tratta allora di mettersi in ascolto di ciò che resta in memoria e che da lì apre il futuro. Possiamo farlo pur essendo ancora in mezzo alla corrente e senza aver del tutto chiaro da che parte questa ci stia portando, se verso la nostalgia di ciò che abbiamo perduto, verso la maturità di chi ha finalmente imparato una lezione o verso novità inedite.

Andrà tutto bene è stata la cifra degli inizi, quando poesie, canzoni musiche, arcobaleni, flashmob dai nostri balconi erano divenuti convocazione a sentirci insieme sotto la stessa minaccia, ancora capaci di resistere e di disegnare la speranza attraverso le mani dei bambini. Il mal comune si lasciava percepire come mezzo gaudio. La realtà però andava in un’altra direzione e portava con sé momenti davvero difficili, per qualcuno drammatici. In quell’espressività così fiduciosa c’era qualcosa di profondamente stonato e un sentimento di rigetto ci ha risvegliato dal sogno e dall’illusione di poter arginare in quel modo ingenuo le nostre paure e le nostre angosce. Le speranze solide non sono mai troppo a buon mercato.

#Io resto a casa è una formula differente, perché nasce per nominare una presa di posizione responsabile. L’idea sottesa è quella di una postura di cura verso le comunità anche se a dire il vero in una modalità un po’ troppo implicita: c’è l’io e non il noi, la casa non è quella comune ma è chiaramente la propria abitazione. Un vuoto interessante e forse non casuale: non abbiamo molte parole per far risuonare ciò che ci accomuna né per esprimere il desiderio di salvarlo dal male. Il sistema simbolico occidentale ruota tradizionalmente attorno a un soggetto collocato in una trama di tensione tra pubblico e privato, senza passaggi, mediazioni o contaminazioni positive tra i due mondi.

Andrà tutto nuovo è un altro slogan interessante ripreso dalla diocesi veronese per immaginare una pastorale postcoronavirus all’insegna dell’«antifragile»[2], termine che nasce per indicare una cura della fragilità distante sia da un adattamento sia da una resilienza senza rotture. Il principio di antifragilità, ben descritto da Nassim Nicholas Taleb[3], indica la capacità di un sistema di trasformarsi quando l’imprevisto e l’incertezza hanno perturbato il suo ordine. Un sistema antifragile assume così il rischio del disordine, accetta le provocazioni, accoglie le richieste di cambiamento. Non resiste né si adatta: si rinnova. Tutta l’attuale espressività della rinascita va in questa direzione. Ne è diventata emblema la canzone Rinascerò, rinascerai musicata dallo storico cantante dei Pooh, Roby Facchinetti, e scritta da Stefano d’Orazio, recentemente scomparso proprio a causa di complicazioni dovute al Coronavirus. Un inno alla vita capace ostinatamente di non ritirare il credito al domani. Sentiamo però che tutto questo ha bisogno di mediazioni, di parole non logorate e di pratiche creative, per non restare sul piano del sogno o del dover essere.

Il lavoro non è che all’inizio e convive con l’immagine del cosiddetto New normal, tempo fatto di riprese e di incertezze, in una inevitabile convivenza con il virus e con gli esiti della sua presenza nel mondo. Le destabilizzazioni vissute – nella nostra quotidianità, nel nostro modo di lavorare, nei nostri sistemi economici, sanitari, educativi – lasciano e lasceranno segni indelebili. Si tratta allora di guardare con attenzione alle abitudini consolidate durante il confinamento e a quelle perdute forse per sempre, perché lì ci sono spazi epifanici di quello che stiamo diventando o che desideriamo diventare. Siamo in tempo per fare qualcosa, sostenendo i processi, interrompendoli o riorientandoli.

Questa rilettura ha certamente bisogno di dati, ma ha anche bisogno dei loro contesti, per non ridurre tutto a misure quantitative. I cosiddetti numeri della pandemia, che ultimamente accompagnano gli eventi e le loro interpretazioni, sono il lato oggettivo della forza del contagio, della tenuta del nostro sistema sanitario, delle persone che perdiamo, ma le cifre sono significative solo se si radicano nella storia degli esseri viventi.

No al liberi tutti, si sente ribadire ormai sempre più spesso. «Liberi tutti» è un’espressione che viene dai giochi d’infanzia, quando uno si mette a contare e tutti gli altri si nascondono. L’ultimo che rimane ha la possibilità di salvare tutti gli altri che invece sono stati scoperti, riuscendo ad arrivare di soppiatto a toccare il luogo della “tana”. Oggi quest’espressione ha assunto una valenza diversa, legata a una postura irresponsabile e poco attenta alla dimensione sociale. Si apre sullo sfondo una questione cruciale, che è quella della libertà. Intendere e vivere la libertà come la potenza formale di un soggetto senza radici aveva chiuso il mondo in un individualismo vorace, ossessionato dal controllo e dalla sicurezza. È questa libertà vuota e senza vincoli ad aver corroborato l’ideologia di un’uguaglianza senza differenze e una fratellanza escludente e fratriarcale, in quella triade illuminista che di fatto tradisce le donne e tutti i soggetti che non rientrano nel modello antropologico dell’Uomo vitruviano.

Tutte queste formule, irriducibili tra loro, indicano un conflitto simbolico in atto. Sono espressività che possono farsi vicinissime alla vita o spegnersi nei simulacri e nelle metafore morte. Tra questi due esiti contraddittori e radicali esse custodiscono anche alcune essenziali energie di resistenza verso qualcosa che non torna del tutto. Nella lingua spesso se ne trova traccia: per esempio, come mai continuiamo a dire «il sole sorge» o «il sole tramonta»[4] anche se di fatto non crediamo più al sistema tolemaico? È segno che siamo refrattari ai cambiamenti o è una forma di fedeltà all’esperienza percettiva nella quale la terra sotto i piedi ci sembra ferma e il sole pare fare il giro da est a ovest?

Indubbiamente al di là delle formule, contano anche le tonalità emotive dei linguaggi. Emergono allora il tono apocalittico, quello bellico che ci fa sentire in trincea e che ci spinge a ogni tipo di accaparramenti, quello più depresso, sostenuto a volte da un cattivo realismo, quello arrischiato di una scienza a cui è stato chiesto troppo sul piano politico, quello di una rinascita possibile attraverso buone trasformazioni, quello asettico di un mondo a colori senza sfumature, diviso in zone gialle, arancioni e rosse.

Le forme di discorso apocalittiche spesso patiscono il limite di trattare il Covid-19 come un profeta, come se questo virus avesse una verità divina da rivelare, una critica da condividere, una richiesta di conversione da far risuonare, un altrove da far sperimentare. Non sono mancati tra l’altro coloro che in un modo o nell’altro lo hanno presentato come un castigo divino, che per evidenti ragioni non meritano troppa attenzione. Non ci troviamo nemmeno di fronte a un maestro di vita, seppure delle lezioni ci siano state giustamente impartite[5]. Sarebbe bene intenderlo piuttosto come un reagente rispetto ai nostri contesti. Questo virus ha portato a evidenza processi reali che, seppure confusi, erano già in atto e li ha accelerati[6]: sfruttamento della natura, sottrazione di risorse ai sistemi sanitari, abbandono delle persone anziane in case di riposo sovraffollate e dimenticate, abitudini ormai stanche, tempi sottratti alla vita, legami di facciata, didattiche ripetitive, vite spirituali stanche… È stato un brusco risveglio, nel quale sembra ora necessaria una nuova lingua, che vada però oltre anche a quella militare, scientifica e della rinascita ingenua. Il linguaggio militare ci rende sospettosi, diffidenti, accaparratori, rivali e non sa rendere ragione del nostro desiderio di legami con cui spartire la vita. Ci fa pensare al “dopo” come a un dopoguerra, dove alla fine si deve solo pensare a come mantenere e rilanciare il poco che resta. Il linguaggio meramente scientifico, certamente fondamentale e ineludibile per gestire l’incertezza degli esiti e i problemi della malattia, è insufficiente sul piano politico, spirituale e comunitario, dove si richiedono una riflessione critica solida e un discernimento continuo. Al di fuori di un dialogo intelligente, tra l’altro, si resta in balìa delle opinioni e del tragico dubbio ricordato dalla filosofa Donatella di Cesare: l’“esperto/a” potrebbe anche assomigliare al timoniere di Agamennone, «che riuscì portare a casa il suo padrone dove però fu ucciso»[7]. I pensieri di rinascita sono a questo punto essenziali, ma non possono offrirsi come formule magiche. Si devono cercare mediazioni ma anche pazienti attese di fronte ai vuoti.

 

  1. La vita imprevista

 

Nulla come l’imprevisto può rivelare la vita, la qualità della nostra capacità recettiva e responsiva, cioè la nostra capacità di ricevere e di rispondere alla storia. La pandemia ha infranto quella «metafisica della sicurezza»[8] che costituiva la fede occidentale, provocando una grave rottura simbolica nella psiche e nella prassi. Il sapere accumulato non può più fare da garanzia e da legittimazione a pensieri e pratiche di onnipotenza che hanno emarginato le persone più deboli e hanno depredato la natura. L’ottimismo aggressivo e arrogante che serpeggiava tra noi si è infatti rivelato immaginario: l’imprevedibile è accaduto rivelando che in qualche modo esso era già presente, sommerso nei rivoli minori del grande fiume dell’esistenza. La rielaborazione di tutto questo non è facile né compiuta: come con i terremoti, in cuor nostro continuiamo a non credere fino in fondo all’impossibilità di una previsione e di un controllo pieno degli eventi. Questa ostinazione, però, è una cattiva maestra ed è in altra direzione che occorre guardare.

Abbiamo infatti scoperto un virus che a propria volta ci ha scoperto. Da sempre le cose ci scoprono mentre noi le scopriamo, ma di solito non ci accorgiamo di questo effetto retroattivo del mondo su di noi. Si può dire che l’America abbia in qualche modo scoperto Colombo, scrive giustamente Jean Baudrillard, che già vent’anni fa ricordava l’inevitabile reversibilità di ogni epifania del nuovo, «sia esso un “indiano” o un virus»[9]. Il virus ci ha s-coperto e con questo trattino aggiunto viene richiamata l’immagine di qualcosa che ci ha tolto le coperte di dosso. Le mascherine che indossiamo sono a loro volta smascheranti, perché hanno rivelato la nostra posizione nel mondo e il nostro modo spesso perverso di generare e di sostenere i legami.

Non è con i discorsi generali, però, che si può impostare una riflessione vicina agli eventi. Ogni storia, infatti, ha un’impronta singolare ineludibile. Il lockdown ci ha riportato nelle nostre case, da soli o in compagnia, spesso richiamandoci da vite estroflesse che gravitavano per lo più attorno ad altri spazi. Questa prima differenza si è intrecciata con una miriade di altre differenze: c’è chi ha patito una triste solitudine e chi ha goduto di un’intima sospensione della vita; ci sono famiglie che hanno visto acuirsi la conflittualità nelle coppie, famiglie impreparate a un contatto così ravvicinato con la turbolenza di figli(e) adolescenti o con l’insofferenza di bambine/i in età scolare da seguire nei compiti, famiglie con persone disabili che sono state abbandonate a loro stesse, famiglie in cui qualcuno si è effettivamente ammalato, che mettevano i piatti fuori dalla porta della camera o che, per l’ultima volta, hanno salutato per sempre i propri cari vedendo chiudersi una porta di ospedale che non hanno più potuto varcare.

Non è solo una questione di spazi ma anche di tempi sottratti per i quali non è la stessa cosa essere giovani o anziani. L’età della vecchiaia vive di compagnia, di ricordi da scambiare, di pranzi da condividere e di feste da celebrare. Nella consapevolezza che il tempo stringe, ogni momento mancato è avvertito come uno strappo spietato e la paura del contagio per qualcuna/o si fonde paradossalmente con un rigurgito di vita che per nulla al mondo è disposta a perdersi il meglio. Nelle persone più giovani non si avverte questo senso di privazione del tempo, anche se l’insofferenza non manca.

Le differenze non finiscono qui. Non è la stessa cosa restare a casa e trovarsi lo stipendio accreditato ogni mese o rilevare l’esaurirsi, più o meno graduale, delle proprie entrate. Chi ha una professione legata alla cura, invece, ha patito l’urgenza del momento e una tragica contrazione del riposo, facendo i conti con un rischio di contagio a volte ingiustamente accresciuto da gravi carenze politiche e gestionali. Tutto questo ha gravato in modo diverso su donne e uomini, perché le prime si sono rivelate più esposte alla violenza famigliare, più impegnate nella cura dei figli, più colpite dalla perdita del lavoro.

In questo squilibrio, il nostro respiro è gravemente messo a rischio non solo sul piano fisiologico ma anche su quello simbolico. È di quella «cultura del respiro» di cui parla Irigaray[10] che ci sarebbe ora bisogno. Essa si costruisce con pratiche che fanno più attenzione a ciò che nasce rispetto a ciò che muore e che, in questo momento così particolare, cercano nei ritorni mancati non solo il segno della perdita ma anche qualcosa che parli d’altro.

 

  1. Ritorni mancati: idoli e ricreazioni

 

L’ordinario è stato dunque sconvolto in profondità. Il filosofo Giorgio Agamben giustamente ricorda che non dovremmo sottovalutare il collasso delle abitudini quotidiane e che il vero dramma si compirà quando ci renderemo conto che tornare alla vita di prima è praticamente impossibile[11]. La sua argomentazione si conclude però con un problematico invito alla disubbidienza verso leggi che in nome di un’emergenza finiscono per esautorare le esistenze e per abituarle a qualcosa che non è affatto normale: lasciare i propri cari malati in ospedali divenuti inaccessibili e magari poi rinunciare ai loro funerali, insegnare attraverso forme didattiche impoverite sul piano simbolico e relazionale, smettere di andare a trovare gli amici e definire sociale un distanziamento che di fatto riguarda separazioni e confinamenti. Tutto questo, secondo lui, accade in nome di una vita ridotta alla propria durata biologica.

Raccolgo la sua provocazione sullo stato di eccezione: dobbiamo fare attenzione a che cosa succede quando questo si normalizza, diventa un’abitudine, una forma mentis, una quotidianità e certamente non è vita quella che ha solo paura di finire. Tuttavia prendo le distanze da questo immaginario della «nuda vita» perché esso non porta molto lontano e, anche senza intenzione, finisce per rinforzare gli sguardi riduzionisti che spogliano i corpi del loro vissuto e li gettano lontano dalla rete di legami essenziali[12]. Indubbiamente la pandemia spaventa e rende docili a sequestri simbolici di vario genere, nati come eccezione e improvvisamente entrati nella nostra ferialità, ma qui non si tratta di aver venduto la propria esistenza alla legge, alle burocrazie o ai poteri, bensì di ripensare il nostro stile di vita, il nostro modo di stare insieme e di abitare il mondo nella comune vulnerabilità. Con questa posta in gioco, la libertà non può essere intesa esclusivamente come spazio espressivo singolare centrato sul diritto all’autonomia, così come diventare grandi non è mai solo imparare a fare da sé.

Meglio allora avvicinare la situazione da una prospettiva differente, nella quale la vita è ricevuta, passa per l’ospitalità simbolica e concreta di una donna, fiorisce solo ed esclusivamente nei legami affettivi di giustizia ed è costantemente esposta alla durezza del mondo. In questa prospettiva il limite è accettato non come sacrificio esistenziale personale, ma per fare spazio ad altro e soprattutto ad altre/i che sono magari più vulnerabili di noi. Secondo questa logica, la vulnerabilità degli esseri viventi non è un imprevisto o un incidente di percorso nelle vite malriuscite, ma un tratto esistenziale di cui si tiene conto fin dall’inizio della storia. Attorno a questa vulnerabilità prende corpo l’esperienza stessa della libertà, perché essere libere/i significa trovare la forza per prendersi cura del bene fragile, offrendogli spazio e durata.

Con questa attenzione torno allora ai piccoli e grandi spostamenti della nostra quotidianità ma anche del nostro sentire. María Zambrano scrive giustamente che «di certi viaggi si comincia a sapere solo al ritorno»[13], ma ora che l’imprevisto ci ha portato al limite della nostra vulnerabilità comune, quali ritorni ci aspettano? E soprattutto come interpretare i ritorni mancati, come una negazione senza appello o come l’eco felice di un versante della storia rimasto muto per troppo tempo?

Vorrei scommettere sul versante della storia rimasto muto, non riconosciuto o comunque non raccontato con parole trasparenti, che ci farebbero riconoscere la realtà così come la sentiamo. È questa una sana forma di sospetto verso il simbolico già espresso, che una donna impara in fretta a praticare quando cerca di sintonizzarsi con le narrazioni del proprio tempo senza rassegnarsi al fatto di non trovare immediatamente la propria voce. Quest’ostinazione alla sintonia tra il dentro e il fuori è una risorsa femminile che però viene buona per il mondo intero: come giustamente scrive Simone Weil, leggere altrimenti è un comandamento che viene dal grido di ogni essere[14].

Dentro questo conflitto c’è da prendere posizione a partire da ciò che, da donne, abbiamo riconosciuto come essenziale, nella consapevolezza che ciò sia importante e fecondo per tutte e per tutti, e nell’ostinazione di volerlo custodire in vista di ciò che sarà.

Si tratta di un’attenzione al proprio vissuto singolare là dove questo porta i segni di una risonanza con il mondo, ma anche là dove paradossalmente riecheggia il silenzio di un incontro mancato. Un’ottica di complessità deve sempre preoccuparsi sia di ciò che c’è sia di ciò che manca.

Per rispondere, si può immaginare di trovare per strada un segnale di divieto imprevisto, che si presta bene al prosieguo del discorso proprio perché evoca simbolicamente sia il piano delle leggi sia quello di uno stato di tensione:

 

 

Immaginiamo allora che il cartello ci induca a cambiare itinerario interrompendo consolidate abitudini sia per non trasgredire le regole ma soprattutto per non rischiare qualche brutto incidente. Se un giorno il cartello venisse rimosso, torneremmo a passare per l’antico percorso o continueremmo per la strada nuova? E se indietro non si tornasse, sarebbe per inerzia, per paura o per convinzione di aver trovato di meglio? Forse tutte queste cose insieme: è vero che certe tensioni non possono essere riassorbite facilmente e indicano a volte perdite definitive, com’è vero anche che il ritorno mancato potrebbe essere il testamento di un simulacro divenuto impossibile da tenere in vita e dunque l’alba di un nuovo giorno. I simulacri non sono tutti uguali: il sociologo francese Jean Baudrillard distingue tra quelli che rappresentano la natura come un’armonia divina, quelli che risentono dell’arroganza prometeica e quelli che simulano un’iper-realtà. Su questo sfondo ma senza alcuna intenzione di cercare queste differenze analitiche, con lui mi chiedo: «Cosa ne dobbiamo fare degli eventi che non hanno luogo?»[15].

Vorrei dunque riflettere su questi ritorni mancati, per fare i conti meno con la nostalgia – il dolore per il ritorno di qualcosa che non è più disponibile – e più con il senso di promessa che forse si sperimenta. Non è facile distinguere bene i livelli, perché c’è una certa ambiguità nella situazione. La quotidianità, in altri termini, è fatta anche di ritorni mancati che possono essere il frutto di una tensione non assorbita oppure il presagio di una novità positiva da cui trarre ispirazione e della quale prenderci cura con creatività.

In questa complessità le risposte non sono immediate, ma certamente le domande dovranno restare aperte e profonde, gli sguardi attenti a ciò che emerge dall’inconscio personale e collettivo e le nostre posizioni coraggiose ma sempre aperte.

 

  1. Non come prima, ma con buone domande

 

Le trasformazioni in atto sono molte ed eterogenee, per cui non è facile darne conto. Esse sono urgentemente in attesa di parole che le attraversino e le mettano in contatto con i desideri e i bisogni dell’essere umano. In questa ricerca di mediazioni la sapienza di tenere insieme i piani, praticata con decisione da molte donne, offre un punto d’appoggio stabile. Non può venire nulla di buono infatti da quel tipo di ermeneutica che è stata definita NOMA (non overlapping magisteria)[16], basata sul principio secondo il quale l’autorità etica, politica ed economica vanno tenute distanti tra loro. Questo principio si basa su una lettura schizoide dello spazio sociale, nella quale la sfera dei valori, quella dei fini e quella dei mezzi si trovano irrimediabilmente separate. Di questo principio il paradigma neoliberista ha fatto un dogma scientifico, squalificando come utopico, irrazionale o semplicemente sbagliato ogni tentativo di pensare altrimenti. Non si tratta ora di trascurare le competenze o di confondere i processi, ma di mettersi in ascolto degli eventi senza lasciarsi dettare l’agenda dagli specialismi che di fatto funzionano come chiusura e gerarchizzazione del sapere, nella sordità rispetto a quello che effettivamente accade nei diversi ambiti della vita.

 

  • Sul lavoro…

 

Stiamo vivendo una crisi economica pesante. Molte persone non sono potute tornare al lavoro, soprattutto donne e i giovani che avevano contratti a tempo determinato. Tante attività sono entrate in crisi e non si sono risollevate. Le disuguaglianze si sono fatte e continuano a farsi sempre più evidenti e acute. Certi lavori prima discriminati si sono rivelati più essenziali di altri, come quello dei rider e dei braccianti[17]. Coloro che lavorano negli ospedali hanno mostrato la loro esposizione al dolore, alla fatica e alle cattive politiche. Le persone più direttamente legate al cosiddetto “lavoro sporco” nelle RSA o nei luoghi di cura sono divenute straordinariamente preziose per i malati ma anche per i loro parenti. Lo smart working si sta avviando verso una normalizzazione ancora tutta da configurare, ma certamente il lavoro è chiamato a disfarsi della logica del controllo, della valutazione solo quantitativa delle prestazioni, di una logica individualista e gerarchizzata.

Queste trasformazioni sono il canto funebre del modello economico neoliberista, che già da tempo era in crisi. Il suo collasso era forse iniziato con la corrosione di certe rappresentazioni dell’agire economico, secondo le quali l’essere umano vive calcolando costi e benefici di ogni parola e di ogni gesto e si organizza con lucidità per realizzare il massimo del risultato con il minimo sforzo. Noi, infatti, non siamo necessariamente esseri egoisti che si inventano un’etica solo per motivi culturali o rivali in perenne competizione con gli altri: sappiamo agire per generare uno spazio comune, affettivo, fiduciale e solidale[18].

È il preludio di una nuova cultura del lavoro in cui contano gli anelli più deboli ma anche i legami che attorno a questi si saldano?

Non è escluso che per di qui passi quel nuovo quadro teorico che Pascale Molinier sembra raccogliere nella casa di riposo Villa Plénitude (nome di fantasia), invitandoci a un’esperienza etica e politica: «Diventare sensibili al mondo vissuto dei subordinati del care, al contenuto latente, non espresso pubblicamente, del care»[19]. Si tratta per lei di misurarsi con l’attrito tra il riferimento all’amore per le persone anziane che con convinzione le lavoratrici dichiarano, e la durezza dei rapporti che esse patiscono assieme all’onerosità di alcuni compiti particolarmente gravosi o disgustosi. In un sistema sanitario di marca androcentrica tutto questo è ancora muto, mentre dovrebbe avere i nomi di coloro, soprattutto donne, che osano posizionarsi in questo spazio ambiguo e ambivalente nel quale il lavoro “sporco” sta insieme agli affetti. Che cosa accade se si include questo elemento informe – distante da una certa logica della specializzazione – nei nostri paradigmi del lavoro? Significa aprire la porta alla fiducia, all’amore e alla stima reciproca, sicure/i di aver fatto qualcosa di politico: «Dobbiamo imparare, femministe o meno, a non sputare politicamente sull’amore»[20].

La domanda chiama in causa anche l’Europa, che forse oggi ha l’occasione per uscire da quell’agonia descritta già da Zambrano[21], sviluppando pratiche e visioni dalla fisionomia relazionale, comunitaria e solidale. Certamente questa è un’Europa ancora impreparata a una piena condivisione, ferita da immaginari nazionalisti e da logiche poco generose, ma ci sono anche segni che vanno in altra direzione, che raccontano di leadership materne che hanno il coraggio di ammettere la propria impotenza e di convocare a una partecipazione fatta di fiducia[22], così come non mancano progetti economici che mettono a disposizione fondi di sostegno per gli Stati, anche per proteggere il lavoro delle persone o permettere una rapida ripresa. È un’Europa messa alla prova nella sua capacità di tessere insieme un futuro capace di tenere conto della vulnerabilità comune.

 

  • A scuola…

 

Anche la vita scolastica si è inevitabilmente trasformata, perché le scuole sono state chiuse e di fatto trasferite nelle case. Il Covid-19 ha così portato la tecnologia nella didattica con un’accelerazione imprevista e inimmaginabile prima. Sulla spinta della necessità abbiamo dovuto aggiornarci molto in fretta e la mancanza di un’interazione corporea ha posto nuove e importanti sfide. La mediazione inaggirabile degli schermi ha rimarcato una distanza tra generazioni, che pare drammaticamente più ampia del solito.

Le resistenze di chi insegna non sono tutte uguali: c’è chi giustamente riconosce e difende l’essenzialità della presenza, ma c’è anche chi riveste di buoni motivi il proprio analfabetismo informatico e la propria indisponibilità a uno sforzo in questo senso. Pare che in questi cambiamenti le donne abbiamo mostrato più disagio degli uomini, elemento che meriterebbe un discorso a sé perché tocca l’importante questione del rapporto femminile con la tecnologia, frutto di un’epistemologia che non le prevede e che forse le lascia altrove.

In ogni caso abbiamo sperimentato che il mondo superficialmente definito “virtuale” ha invece una propria materialità, fatta di percezioni diverse, di tempi che possono essere sincroni o asincroni, di schermi che consentono di vedersi anche a grande distanza. Non è un caso che il web abbia un linguaggio spaziale: sito web, pagina home, navigare, finestra, desktop, cartella, password (parola che ti fa entrare), spazio cloud (i file sono salvati su una nuvola).

L’esperienza culturale viene certamente impoverita dagli strumenti digitali, anche se per le/gli studenti più grandi ci sono stati dei vantaggi, riconosciuti nella possibilità di accedere alle lezioni in modo diacronico, grazie alla permanenza dei materiali, e nell’abbattimento dei costi delle spese di trasferta.

Queste modalità didattiche hanno ben presto consentito diverse forme di copiatura nelle prove, rendendo difficile o addirittura impossibile una giusta valutazione[23]. Più che esprimere giudizi morali sulle furbizie – che poi “furbizia” per queste cose è una parola proprio fuori posto – conviene chiedersi: come abbiamo finora trasmesso il desiderio di sapere e che tipo di relazioni abbiamo instaurato nei luoghi di formazione, di alleanza o di strumento?

Noi che sentiamo la presenza come un compito ma anche come un elemento essenziale della comunicazione, dovremmo chiederci come tenere insieme cognizione, emozione e pratiche, nonché creare le condizioni per un sistema di alleanze nelle quali le differenze servono alla condivisione e alla circolazione del sapere[24].

 

  • Nei luoghi di culto…

 

So che non è di moda toccare certi temi, ma tra le trasformazioni avvenute senza consentire una piena ripresa delle antiche abitudini ci sono anche quelle che riguardano le celebrazioni liturgiche. Vale dunque la pena spenderci qualche parola, dato che il tema ha suscitato un certo interesse tra le teologhe femministe[25].

Anche in quest’ambito durante la pandemia sono divenuti fondamentali i canali web, le piattaforme informatiche, i file audio che viaggiano da un telefonino all’altro. Anche qui sono aperti dibattiti sull’urgenza di salvare i corpi, proprio in quanto è nella corporeità viva che si danno le esperienze spirituali. Senza entrare direttamente nelle questioni teologiche implicate, apro ancora una volta la domanda sui ritorni mancati, che nei luoghi di culto sono abbastanza evidenti. Le loro ragioni potrebbero essere molto diverse: esaurimento dell’efficacia e della forza simbolica di alcune esperienze, paure di contagio, novità alternative più capaci di nutrire il desiderio. La domanda buona però non riguarda le cause degli eventi, ma i processi che ora vanno iniziando senza essersi annunciati, e suona così: quali mediazioni viventi ed efficaci – “sacramentali” diremmo in termini teologici – abbiamo ancora a disposizione per celebrare la vita che si riprende, si rigenera, rinasce?

Questa domanda, certamente necessaria, domanda tempo. Il rischio è sempre quello di rispondere compensando lo squilibrio attraverso ciò che già si conosce, modificando luoghi e simboli richiudendo maldestramente il vuoto che si è aperto. Il desiderio ne verrebbe immiserito proprio nelle sue potenzialità di riconoscere il sacro nella ferialità delle giornate e si spegnerebbe la vitalità delle nostre stesse fonti d’ispirazione[26].

 

  • Nei luoghi di cura…

 

In questi ultimi tempi abbiamo giustamente apprezzato e ringraziato le persone che lavorano negli ospedali, nelle RSA, nelle case di cura. Poi su di loro è caduto il silenzio e qualche volta è stata scagliata anche la rabbia. Eppure non è di capri espiatori che abbiamo bisogno, è ovvio. Tuttavia non dovremmo aver bisogno nemmeno di eroi o di eroine e forse questo è meno ovvio.

In un’opera della fine degli anni Trenta, Bertolt Brecht mette in scena un Galileo Galilei che, per aver abiurato di fronte alla Santa Inquisizione, viene severamente attaccato da un allievo deluso e irritato: «Sventurata la terra che non ha eroi!», grida al suo maestro. Galilei non si giustifica ma cambia prospettiva: «Beato invece il paese che non ha bisogno di eroi!», risponde lo scienziato. Il brano è riportato anche dal giornalista Riccardo Iacona in un testo illuminante che raccoglie storie di cura e che non a caso si intitola Mai più eroi in corsia. Vi si possono recuperare anche le parole di Li Wenliang, il medico che per primo cercò invano di sollecitare le autorità politiche e sanitarie di Wuhan a prendere coscienza della situazione e che morì di Covid-19 il 6 febbraio 2020, lasciando scritto:

«Non voglio essere un eroe, […] ho ancora i miei genitori, i miei figli, mia moglie incinta che sta per partorire e molti dei miei pazienti nel reparto. Non voglio essere un eroe, ma solo un medico, che combatte questo virus sconosciuto che fa male ai miei coetanei e a così tante persone innocenti. Anche se stanno morendo, mi guardano sempre negli occhi, con la loro speranza di vita…»[27].

Questa lettera si chiude con un saluto ai suoi cari, ma anche alla sua città, richiamandola alla giustizia:

«Arrivederci, miei cari. Addio, Wuhan, mia città natale. Spero che, dopo il disastro, ti ricorderai che qualcuno ha provato a farti sapere la verità il prima possibile. Spero che, dopo il disastro, imparerai cosa significa essere giusti. Mai più brave persone dovrebbero soffrire di paura senza fine e tristezza indifesa»[28].

Non è solo questione di un sistema sanitario che impedisca il sacrificio dei singoli, ma è anche questione di ordine simbolico, di forma mentale, di pratiche di vita. La filosofa Eva Kittay parla in questo senso di cura dell’amore. L’espressione è filosoficamente imbarazzante, perché tocca la sfera intima, non è direttamente politica e dipende dal desiderio, che è in sé instabile e può sempre spegnersi da un momento all’altro.

Eva Kittay è filosofa e madre di una figlia disabile che ha bisogno di tutto. Immersa in quest’esperienza in modo profondo e continuato, Kittay ripensa la vita, la sua fioritura e la trama relazionale affettiva e politica in cui le storie accadono. La giustizia non può esaurirsi in una legge che rispetti le libertà, perché sorge da una necessaria attenzione alla qualità dei legami e delle risorse simboliche e pratiche che si annodano attorno alle persone più fragili. Per questo non basterà chiedersi, con Platone, chi custodisce i custodi, ma occorrerà andare oltre e domandarsi: chi si prende cura delle/dei curanti? Si tratta di «doulia»[29], scrive Kittay, termine che evoca i processi di attenzione e di premura verso le neomadri. Di quest’immagine la filosofa fa un uso analogico che le consente di chiamare in causa lo spazio pubblico e di chiedere alle comunità di preoccuparsi e di sostenere coloro che tra una miriade di problemi mettono e tengono al mondo qualcosa di buono e di vivo: dalle persone che si occupano della cura vengono domande di giustizia. Come le madri, queste persone dovrebbero non smettere mai di restare figlie e figli di una comunità. Il suo discorso parte da un ricordo di bambina:

«Mia madre ci sta servendo la cena. Io e mio padre abbiamo quasi finito di mangiare. Solo lei non ha ancora mangiato. Un sospiro annuncia il compimento del suo dovere e l’inizio di una ben meritata tregua. Si siede a tavola. Con una scrollata di spalle, un sorriso e un filo di ironia, dice: “Dopotutto anche io sono figlia”»[30].

La bambina di allora non capisce il senso della frase, ma intuisce che in quelle parole è racchiuso qualcosa di prezioso e le custodisce nella memoria. La donna e la filosofa di oggi le ha invece comprese molto bene: il desiderio e il compito del benessere di un’altra persona non dovrebbero mai annientare i soggetti che vi sono implicati per lavoro, per condizione di vita, per caso o per amore.

Da questa situazione si sprigiona una verità che potremmo dire “femminile” in quanto viene dalle donne e dalla loro esperienza/riflessione di cura, ma che tuttavia si riversa sul mondo intero: l’esistenza è vulnerabile, ha fame di relazioni responsabili ed esige una comunità sensibile anche verso chi non indietreggia di fronte alla fragilità ma se ne preoccupa e ne assume il destino.

Uno degli ostacoli che hanno rallentato il riconoscimento di questa verità è il successo storico di un sillogismo decisamente fallace, che funziona più o meno con questi passaggi: 1. le donne svolgono spesso lavori di cura; 2. le donne sono esseri dello spazio privato, intimo e familiare; 3. la cura non ha alcun valore etico-politico. Così si tende a stringere insieme il femminile, il sentimento, le relazioni di cura e la casa, si finisce per credere che il mondo della cura sorga per riparare la vita debole o ferita, e si spaccia per ovvio che questo sia antropologicamente irrilevante sia sul piano teoretico sia su quello pratico.

 

  1. Conclusione provvisoria: i ritorni mancati come una resistenza dei corpi

 

In questo tempo sospeso convivono speranze e cattivi presagi e non è facile orientarsi: come scrive ancora Baudrillard, purtroppo «noi accogliamo il peggio e il meglio con identico affascinamento»[31]. Occorre allora un lavoro del pensiero che abbia il coraggio di abitare l’instabilità, in una condizione che in fisica verrebbe chiamata “margine del caos”. Si tratta di una situazione della materia in cui il disordine è massimo e dunque massima è la creatività, ma è anche molto alta la possibilità di una disgregazione del sistema. Il celeberrimo verso di Hölderlin esprime in fondo la stessa cosa: «dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva»[32].

Fuor di metafora, ciò significa che in questo momento la possibilità di una trasformazione buona e creativa è reale, ma che è altrettanto reale il rischio di far saltare l’equilibrio e dunque di lacerare il tessuto sociale, lasciando che ogni frammento proceda da sé spezzando i legami vitali.

Alcune delle domande necessarie sono ormai sul tavolo e riguardano tutte alcuni ritorni mancati: quali opportunità si vanno aprendo nella cultura del lavoro affrancata dal paradigma neoliberista, nella didattica che non rinuncerà a un’impronta digitale, nelle spiritualità che trovano altre espressività e nelle esperienze di cura per sempre segnate da una vulnerabilità che non può essere gestita né da eroi/ne né da martiri?

Sappiamo bene che questi ritorni mancati potrebbero portare a nuove forme di alienazione, terreno fertile per un’obbedienza cieca a qualcosa che cambia senza preoccuparsi di noi. In essi, però, c’è anche un filo da raccogliere per uscire dal labirinto: una riapertura della storia verso il reale che avremmo voluto e che ora si trova in gestazione. Per dar voce a questo pensiero assumo un verso di Alda Merini, che ha qualcosa di paradossale ma che trovo molto suggestivo: «io tornerei sui monti d’Abruzzo dove non sono mai stata»[33]. L’immagine mi ricorda quella del giardino dell’Eden[34], che da un lato è alle nostre spalle come qualcosa di perduto per mancanza di cura dei legami, ma dall’altro sta davanti a noi come una meta ancora da raggiungere e dunque di fatto sconosciuta. Secondo questa lettura, noi non abbiamo mai passeggiato in un paradiso terrestre. Conosciamo la nostalgia – il dolore del ritorno –, ma non si tratta del desiderio di recuperare il passato. La logica del prima e del poi è sempre stata fuorviante. È questa stessa logica che ci porta a dire «prima gli Italiani!», alla ricerca di un benessere da consumare in solitudine o con pochi ed eletti compagni di viaggio. Meglio assumere invece la logica del “con”, nella quale i corpi hanno ancora qualcosa da dire a tutte e a tutti. I corpi si esprimono in una lingua difficile da interpretare, perché è una lingua che sa disubbidire alle grammatiche sia sul piano temporale, perché fa memoria del futuro, sia sul piano delle forme verbali, perché racconta della vulnerabilità comune in modo soggettivo ma sempre alla ricerca della prima persona plurale. Non c’è altro modo che questo di custodire il mondo per le generazioni che verranno.

Nei mancati ritorni di questa pandemia, dunque, non c’è solo l’effetto di una tensione rimasta nell’aria in forma traumatica, ma c’è il desiderio di salvare le esperienze migliori.

 

 

[1] Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, a cura di Pierluigi Bernardini, Feltrinelli, Milano 2009.

[2] Cfr. Centro Studi Missione Emmaus (a cura di), Andrà tutto nuovo. Per una pastorale dell’antifragile, Tau, Todi (PG) 2020.

[3] Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, a cura di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi, Il Saggiatore, Milano 2013 e Id., Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita, a cura di Elisabetta Trifosi, Il Saggiatore, Milano 2014.

[4] Scrive George Steiner: «Diciamo ancora oggi che il sole sorge o che il sole tramonta. Parliamo come se il modello copernicano del sistema solare non avesse soppiantato definitivamente quello tolemaico. Metafore vuote, figure retoriche logore insidiano il nostro lessico, la nostra grammatica; sono rimaste intrappolate nelle impalcature e nei recessi del nostro linguaggio quotidiano e vi si agitano come vecchi stracci o fantasmi nel solaio». George Steiner, Vere presenze, a cura di Claude Béguin, ebook Garzanti, Milano, pp. 78-81. L’orizzonte di Steiner è qui diverso: mira a sostenere che il nome di Dio che resiste nei nostri discorsi non sarebbe una metafora morta, ma la condizione stessa del linguaggio.

[5] Edgar Morin (con la collaborazione di Sabah Abouessalam), Cambiamo strada. Le 15 lezioni del Coronavirus, a cura di Rosella Prezzo, Raffaello Cortina, Milano 2020.

[6] Su questi temi, il sociologo Hartmut Rosa propone: «La tesi che vorrei qui sostenere è che l’accelerazione sociale è divenuta una forza totalitaria nella e della società moderna e che quindi dovrebbe essere sottoposta a critica come ogni forma di governo totalitario», Hartmut Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica della modernità, a cura di Elisa Leonzio, Einaudi, Torino 2015, p. 105.

[7] Donatella Di Cesare, Virus sovrano?, ebook, Bollati Boringhieri, p. 29.

[8]Silvano Petrosino, Lo scandalo dell’imprevedibile. Pensare l’epidemia, ebook, Interlinea, Novara 2020, pos. 543.

[9] «Nel momento in cui il soggetto scopre l’oggetto – sia esso un “indiano” o un virus – l’oggetto opera una reversibile, ma innocente, scoperta del soggetto. O meglio, è una sorta di invenzione del soggetto attraverso l’oggetto inventato», Jean Baudrillard, L’illusione dell’immortalità, Armando Editore, a cura di Cristina Biolghini, Roma 2007, pp. 85-86.

[10] Luce Irigaray (a cura), Il respiro delle donne. Il credo al femminile, a cura di Pinuccia Calizzano, Milano, Il Saggiatore 1997, p. 9.

[11] «Non andrebbe mai sottovalutato l’effetto dirompente che comporta assistere al collasso dei costumi della vita quotidiana», Giorgio Agamben, A che punto siamo? L’epidemia come politica, Quodlibet, Macerata 2020, pos. 1496. In questo testo Agamben scrive che la nuda vita non genera alcun mondo in comune, ma acceca e separa le persone. Il distanziamento sociale non esiste, è solo un nome edulcorato per significare il confinamento. E si chiede: come abbiamo lasciato i nostri cari a morire in solitudine e senza un funerale? Come abbiamo potuto sospendere i nostri legami di amicizia? Come ha potuto la Chiesa dimenticare che una delle opere di misericordia è visitare gli ammalati e che Francesco abbracciava i lebbrosi? Come abbiamo potuto, come docenti, accettare la DAD, finendo per assomigliare a quelli che negli anni Trenta giurarono fedeltà al regime fascista?

[12] In un confronto con Giorgio Agamben e Hannah Arendt, Butler scrive: «La vita può mai essere considerata “nuda”? E la vita non è già entrata nel campo politico in modi che sono chiaramente irreversibili?», Gayatri Spivak – Judith Butler, Che fine ha fatto lo stato-nazione?, a cura di Ambra Pirri, Meltemi, Roma 2009, p. 49.

[13] María Zambrano, Le parole del ritorno, a cura di Elena Laurenzi, Città Aperta, Troina (EN) 2003, p. 24.

[14] «Ogni essere grida per venir letto altrimenti», Simone Weil, Quaderni, vol. I, a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1991, p. 258.

[15] Baudrillard, L’illusione dell’immortalità, p. 51.

[16] Su questo aspetto cfr. Stefano Zamagni, La crisi del neoliberismo, in La fede e il contagio. Nel tempo della pandemia, «Quaderni di Dialoghi» speciale 2020, pp. 101-103.

[17] Gabriele Gabrielli, Le sfide del lavoro dopo il distanziamento, in AA.VV. La fede e il contagio, cit., pp. 105-108.

[18] In realtà noi agiamo per una complessità di interessi, tra i quali c’è anche ciò che Alain Caillé chiama aimance, categoria chiaramente ispirata da Hannah Arendt con cui viene nominata ogni presa di posizione nel mondo che genera uno spazio comune, affettivo, fiduciale e solidale, cfr. Alain Caillé, Critica dell’uomo economico. Per una teoria anti-utilitaristica dell’azione, a cura di Francesco Fistetti, Il nuovo melangolo, Genova 2009, p. 52.

[19] Pascale Molinier, Care: prendersi cura. Un lavoro inestimabile, a cura di Annarosa Buttarelli, Moretti & Vitali, Bergamo 2019, p. 29.

[20] Molinier, Care: prendersi cura, p. 180.

[21] Maria Zambrano, L’agonia dell’Europa, a cura di Claudia Razza, Marsilio, Padova 2009.

[22] Su questo suggerisco di ascoltare la conferenza tenuta alla Libreria delle Donne di Milano da Ida Dominjianni, Libertà in tempo di pandemia https://bit.ly/3pSg4nY e di leggere l’articolo di Giovanna Badalassi, La leadership materna di Angela Merkel (che ci vorrebbe anche in Italia): https://bit.ly/2JRu1Dg

[23] Basta pensare al programma Photomath usato per compiti e verifiche di matematica: si fa una foto all’esercizio che subito viene risolto con tutti i singoli passaggi.

Nelle università, per fare esami scritti, le/gli studenti devono scaricare un programma che blocchi tutti gli altri e dotarsi di un altro dispositivo che inquadri le loro mani.

[24] Su questi aspetti rimando alla relazione di Maria Livia Alga e di Rosanna Cima, La lontananza è come il vento. Dialogo sugli spazi dell’imparare, in «Per amore del mondo» 17 (2020).

[25] Su questo cfr. Simona Segoloni Ruta, Celebrare “a porte chiuse”. Risonanze a bassa voce sulle scelte ecclesiali nell’emergenza del coronavirus, https://bit.ly/2Lrjkrb

[26] Paradossalmente, in questa prospettiva il sussidio per una celebrazione domestica del triduo pasquale, redatto da un gruppo di teologi e di teologhe in risposta alla situazione pandemica, potrebbe addirittura essere inteso in senso più conservatore che creativo. Cfr. AA.VV, #Iocelebro a casa. Riti e parole per fare pasquahttps://bit.ly/3hVMivT  [accesso 10 ottobre 2020].

[27] Riccardo Iacona, Mai più eroi in corsia. Cosa ha insegnato il coronavirus al SSN, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2020, pos. 2059-2061.

[28] Iacona, Mai più eroi in corsia, pos. 2061-2064.

[29] Eva Kittay, La cura dell’amore. Donne, uguaglianza, dipendenza, Vita & Pensiero, a cura di Silvia Belluzzi, Milano 2010, p. 123.

[30] Kittay, La cura dell’amore, p. 41.

[31] Jean Baudrillard, La trasparenza del male. Saggio sui fenomeni estremi, a cura di Francesco Marsciani, SugarCo, Milano 1996.

[32] Friedrich Hölderlin, Patmos, in Id., Poesie, Mondadori, Milano 1971, pp. 216-217.

[33] Alda Merini, Il bacio, recitata da Alda Merini all’interno della versione musicale del testo interpretata da Giovanni Nuti, in Il muro degli angeli, Album del 2017.

[34] Non è questa l’unica interpretazione possibile, come giustamente ha fatto notare Vittoria nel suo intervento al Grande Seminario di Diotima suggerendo di pensare alla vastità dei monti d’Abruzzo, che offre sempre sentieri inesplorati.

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