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Quel che è possibile e quel che si fa. Il lavorio della libertà non si riduce alla scelta.

La tesi del libro di Luisa è questa: la relazione materna non è sostituibile, mentre la madre è sostituibile. È importante tenerlo a mente. Il dibattito di questi mesi ha ruotato attorno a temi quali la sostituibilità o meno della madre, la relazione tra più madri, le nuove forme di parentela come aggregazioni comunitarie impreviste. E così via. Ma questa massa di questioni, che pure sono discusse nel libro, vengono in seconda battuta rispetto alla posizione centrale che Luisa Muraro propone e che non va lasciata a lato, presi dall’urgenza del dibattito. Si tratta del fatto che è la relazione materna ad essere simbolica e insostituibile. È il rapporto che si crea nei mesi di gravidanza, nel parto e nelle cure dei primi mesi di vita. Si struttura poi attorno all’imparare a parlare dalla madre, aprendosi al mondo. Si crea così “uno speciale sentimento interiore che dura tutta la vita”. Questo continuare tutta la vita l’esperienza e il rilancio dell’essere in due, che imprime un movimento interiore, è una riflessione di Luisa che trovo molto vera.

Ho iniziato dal cuore del libro perché nell’attuale dibattito questa affermazione si pone di traverso, di sbieco rispetto alle posizioni che fanno della madre un monumento insostituibile e di quelle che fanno all’opposto del bambino il monumento da difendere. È infatti montante una retorica attorno alla figura del bambino che diventa un feticcio intoccabile e sacro. Si pone di traverso proprio perché mette in campo l’aspetto creativo della relazione tra la madre e il bambino. Che poi rappresenta il grande rimosso della cultura maschile che non sa che statuto darle. La qualità creativa di tale relazione è specifica, del tutto diversa da altri generi di creazione relazionale, e questo non semplicemente perché è tra una madre e una creatura, ma perché nel rapporto avvengono una serie di iniziazioni al mondo che nessun’altra relazione umana possiede. Nella relazione materna, dice Luisa, è la creatura piccola quella che si assume la maggior parte del lavoro simbolico. Ora, il punto essenziale della posizione di Luisa è che questo legame non va interrotto senza necessità. Ed è su questo che apre il conflitto politico-simbolico. Infatti il legame tra la madre e la creatura può interrompersi per tanti motivi diversi, che capitano e a cui non si può andare incontro. Può venir meno la madre. Può essere molto fragile il figlio. Possono accadere tante cose, a cui non si può porre rimedio. Si è nell’impossibilità di farlo. Ma nel caso della generazione per altri, della maternità surrogata, il legame creativo della relazione materna viene interrotto senza che accadano cose dell’ordine della necessità. Infatti nell’esperienza della maternità per altri il corpo femminile fecondo è isolato dal legame con la creatura e dallo slancio, che di suo avrebbe, e solo così viene reso disponibile al mercato. La relazione materna viene interrotta per scelta.

Accanto a questa tesi di fondo su cui il libro di Luisa Muraro si attesta e apre alla possibilità di un conflitto politico, sottolineo che l’intenzione del libro è anche quella di far ragionare sulle questioni che si aprono a partire dalla gestazione per altri. Il desiderio è quello di comprendere e discutere il ventaglio di condizioni simboliche che emergono a partire dalla pensabilità stessa della gestazione per altri. Il libro vuole evitare l’appiattimento che viene dall’essere semplicemente a favore o contro la maternità surrogata. Così, partendo dalla posizione politica che afferma che non si fa mercato del corpo fecondo della donna e non lo si sfrutta per denaro, risulta alla lettura un libro filosofico in senso proprio per la volontà di far ragionare su diverse condizioni esistenziali che hanno una portata simbolica. Ad esempio, prendere il corpo fecondo e separarlo dal figlio e vederne gli aspetti di mercato significa prenderlo come un corpo fecondo vivente qualsiasi. Creatore di vita. Aggiungo che allora la vita risulta senza aggettivi. In questo caso ci sarebbe una specificità umana, una declinazione umana di una vita che è più generale e che complessivamente è inumana. Vedo qui un saldarsi tra la surrogazione della maternità di cui si fa mercato, a cui è attenta Luisa Muraro, e il contributo di Alessandra Allegrini alla distorsione dello sguardo sul concetto di vita a cui hanno portato le tecnoscienze, attente più alla vita, che alla vita umana, che risulta così una declinazione tra le altre della vita. Tesi di Alessandra che lei ha sostenuto nel libro di Diotima, Femminismo fuori sesto, (Liguori, 2016).  Questo di Luisa Muraro è dunque un libro di filosofia nello stile che le è proprio e che ammiro. Consiste nella capacità di trovare il significato di quello che accade e muove gli animi. Senza giustificarlo ma anche provocandoci a pensarlo affinché si eviti di farne un’abitudine tra le altre. Non propone una posizione, ma invita a confrontarci su quel che sta accadendo e portare argomentazioni. Quando si giustifica un costume, una inclinazione della realtà, allora si razionalizza il dato di fatto. È la critica che Hannah Arendt portava ai suoi amici intellettuali durante il nazionalsocialismo: avevano adoperato la loro intelligenza e capacità di usare il linguaggio per giustificare quel che era già avvenuto. (La si può leggere in Che cosa resta? Resta la lingua materna , «aut aut», 239-240, 1990). Ma anche l’abitudine è pericolosa. La maggior parte delle persone semplicemente si abituano a quella che è la linea di tendenza prevalente di un certo periodo. Fare filosofia nel suo senso migliore è sottrarsi sia alla giustificazione del dato di fatto sia al farci l’abitudine.

Mi ero chiesta leggendo L’anima del corpo che legame avesse questo libro con L’ordine simbolico della madre. Mi sono resa conto che c’è tra i due libri una sostanziale fedeltà perché qui come là al centro viene posta la relazione creativa tra la madre e la creatura. E qui come là il lavoro simbolico maggiore è fatto dalla creatura.  A questo proposito pongo una domanda. In L’anima del corpo risulta anche più evidente quel che era presente in L’ordine simbolico della madre e cioè che al centro è la relazione materna, intesa come relazione a due, dove è la creatura a fare la maggior parte del lavoro simbolico. Allora forse l’espressione “ordine simbolico della madre” è una espressione sbagliata. Il fatto è che l’ordine sarebbe piuttosto quello di una relazione tra la madre e la creatura. Anche in L’ordine simbolico della madre il lavoro simbolico e politico è fatto dalla figlia più che dalla madre.

 

Vorrei ora riprendere le due questioni filosofiche che mi sembrano più importanti in L’anima del corpo. Vorrei fermarmi sul perché non abbiamo bisogno di adoperare la parola “etica” nel dibattito sulla maternità surrogata e mi sembra di poter portare buone ragioni a partire dalla riflessione di Luisa Muraro sulla libertà. Cerco di spiegare perché. Nel libro Luisa Muraro sostiene che sono soprattutto le donne che hanno lottato per l’indipendenza simbolica dall’asservimento patriarcale ad essere quelle che con più forza affermano la libertà di scegliere. Non accettano quindi l’invito a fare un passo indietro rispetto a tutte le possibilità che il mercato e la tecnologia ci offrono. Avendo guadagnato in libertà, la vogliono esercitare nelle scelte concrete offerte dalla contemporaneità comunque e al di là di un giudizio. Questo è un passaggio molto importante. Si può leggere un breve brano dal libro di Luisa:

 

“Alle donne che protestano, rispondo che la nostra critica della surrogazione che si traduce in una nuova forma di subordinazione delle donne, secondo me è coerente con l’impegno femminista per la libertà. (…) Se dovessi definirla, direi che la libertà è un godere di essere secondo la misura delle proprie possibilità, quelle che una (o uno) va scoprendo di sé e cerca di realizzare. La possibilità di diventare madre è una di queste…Bisogna scegliere tra sposarsi e non sposarsi, fare un figlio o non fare un figlio, tra votare Pinco o votare Pallino, ma la libertà non si riduce alla scelta. Iris Murdoch ha scritto che scegliere è quello che resta quando tutto è già perduto.  (…) Vuol dire che, quando abbiamo perduto la forza del desiderio, l’energia di cambiare, l’orientamento e tutto quello che ci fa decidere e agire con quel godimento di essere che è esperienza della libertà, allora ci resta la scelta di fare così o colà, secondo i mezzi che abbiamo e le offerte che ci fanno: nei nostri supermarket abbondano.”  (p.37)

 

Questo passaggio per me è stato molto importante, innanzitutto quando dice che la libertà non è la libertà di scelta. È vero che noi siamo liberi di scegliere, ma, quando si riduce la libertà allo scegliere, allora l’essenziale della libertà è stato perduto. È vero: la libertà è una esperienza di possibilità che ognuna (e ognuno) trova tra sé e sé e non inventa. Per dare una dimensione simbolica a tale esperienza di possibilità abbiamo bisogno di fare un lavorio interiore per aprire un varco tra l’angoscia e il senso di colpa, che tendono ad invadere l’anima. Contemporaneamente occorre fare un lavorio esteriore linguistico-simbolico per aprire uno spazio altro rispetto ai costumi della propria epoca, alle norme e ai codici linguistici che non prevedono questo crescere di tale possibile nell’ordine della realtà. Non lo prevedono e dunque indirettamente lo ostacolano. Più che di libera scelta si tratta dunque di un orientamento che coinvolge tutto il nostro essere. Un tendere, una vocazione, un modo nuovo di darsi dell’essere in cui ci sentiamo impegnati.  Allora scegliere è un momento di questa crescita interiore ed esteriore, ma in questo senso risulta essere solo uno dei gesti di tale movimento. Molto più importante è la capacità di dare spazio simbolico interiore ed esteriore a tale vocazione, o orientamento. Il che presuppone l’energia di cambiare e di prendersi l’autorità per farlo. Così intesa, la libertà, che è apertura di questo spazio, finisce per rendere superfluo l’uso della parola “etica”, perché rimanda ad un movimento che coinvolge lo stile di abitare il mondo condiviso e le relazioni con gli altri e con i codici simbolici. L’uso della parola “etica” implica invece che da una parte stia la conoscenza che abbiamo del mondo e dall’altra la valutazione delle scelte che compiamo. Si ripete quella scissione tra oggettività del conoscere e soggettività delle scelte, che ci viene dalla cultura che ci ha formato, ma che nella mia esperienza ho sempre trovato astratta. Viene dall’esterno, cioè dalle forme culturali già date e non esprime il movimento esistenziale che ho cercato di descrivere. Porto un esempio. Mi riferisco alle commissioni di bioetica. Hanno il compito di dare dei limiti etici alle scienze e al mercato che governano le nostre vite. Ritengo che là dove si senta il bisogno di creare commissioni etiche questo sia indice del fatto che certe trasformazioni tecnologiche e di mercato sono già avvenute e si sente con tali commissioni di dover limitare il danno. Ma a posteriori e con norme intese a porre limiti. Tuttavia una civiltà non si trasforma in negativo, ponendo limiti. Piuttosto in un divenire di cui tutti partecipiamo e dove le donne sono portatrici di un sapere valido per gli altri. In questo senso il movimento della libertà, che fa spazio dentro e fuori di sé, implica tutto il nostro essere in un processo trasformativo e coinvolge le relazioni con gli altri e con il tempo. Allora lo scegliere è solo un momento di questa crescita interiore ed esteriore, che trova senso nel processo stesso. Essenziale è darle spazio simbolico sia nell’anima sia nel linguaggio condiviso. Vi ho restituito con le mie parole e con i problemi che sentivo essenziali lo scarto tra libertà e libertà di scelta che è centrale nel libro.

 

Cosa ha a che fare questo con la gestazione per altri? C’entra e questo mi permette di affrontare un altro punto filosofico importante del libro di Luisa Muraro. C’entra perché nel dibattito sulla gestazione per altri sono veramente molte le argomentazioni che seguono lo schema seguente: la tecnologia ha reso disponibili molte possibilità, prima impossibili e impensabili. Tra esse c’è la gestazione per altri. Noi siamo libere nelle nostre scelte. Dunque allora si realizzano tutte le possibilità date. In questo ragionamento c’è un piano inclinato che si contrae nella formula: “È possibile, dunque si fa”. Il fatto che di mezzo ci siano esseri umani tra la possibilità e la realizzazione e che essi possano pensare e nel caso fare altro o non fare, diventa quasi impensabile. Così che l’appello alla libertà è, più che superfluo, finto. Il fatto che la libertà non faccia attrito, ma diventi solo funzionale alla meccanicità del passaggio da “è possibile” a “allora si fa”, risulta inquietante sia sul piano esistenziale, sia su quello di un intero costume simbolico. È questa meccanicità di ragionamento a circolare nell’opinione pubblica e la maggior parte delle donne e degli uomini non se ne rende conto, dando autorità indirettamente alle tecnologie coniugate al mercato che rendono sempre disponibili nuove possibilità. Naturalmente questo atteggiamento va oltre la questione della generazione per altri. È un luogo comune della nostra contemporaneità. Ha come effetto la cancellazione di un pensiero incarnato e coinvolto soggettivamente. L’umano risulta allora solo l’anello di una catena descritta falsamente come ovvia, necessaria. Si potrebbe dire che si tratta dell’ideologia del progresso che, nonostante quel che se ne dice, non è affatto morta.

Occorre distinguere il discorso dominante scientista dalle scienze e dai comportamenti degli scienziati. Ci sono scienziati – alcuni, non tutti – che hanno avuto ben presente che su certe ricerche scientifiche occorreva fare un passo indietro e non andare avanti. È il caso degli scienziati che si occupavano di riproduzione artificiale della vita che hanno deciso per un certo periodo di tempo di non svilupparla perché ritenevano che la riproduzione artificiale della vita avrebbe potuto essere un pericolo per gli esseri umani. Non hanno attraversato il ponte tra il possibile e il fatto. Hanno pensato più in grande rispetto al loro settore scientifico. Altra cosa è l’ideologia scientista, che consiste nel ritenere che la scienza sia l’unica autorità in tutti i campi umani, come un tempo lo era la chiesa. Non la si può criticare. Ma nella comunità degli scienziati ci sono donne e uomini che pensano e immaginano la realtà condivisa.

 

Arrivo ad un terzo punto importante sul piano filosofico in L’anima del corpo. Luisa Muraro sostiene che il discorso dominante, che sposa tecnologia e mercato, è sicuramente quello che ha disegnato i contorni del dibattito sulla generazione per altri. Ma ad un livello più profondo e meno evidente c’è un’altra questione in gioco oscurata dalla critica rivolta al legame tra tecnologia e mercato. Luisa mette in evidenza verso la fine del libro che è in gioco la dissimetria tra uomo e donna. Basti pensare che la relazione materna con la creatura è un’esperienza simbolica delle donne e non degli uomini. Una dissimetria che nella sua portata simbolica viene rimossa a favore di una parità tra donne e uomini che finisce per essere indifferenza sessuale. Con la questione della generazione per altri di fondo siamo di fronte ad un attacco subdolo, ma molto duro, nei confronti della differenza sessuale. È un tentativo di cancellarla a favore di una indifferenza sessuale.  Infatti, con la volontà di relegare la relazione materna ad una questione solo di donna gestante, di tecniche sofisticate e di soldi vengono messi sullo stesso piano le donne, che non possono avere figli, e gli uomini. Pari pari. La tecnologia diventa la nuova forma di emancipazione, che libera dal corpo incarnato sessuato. Aggiungerei che la tecnologia emancipa dal corpo inconscio sessuato. Emancipa, cioè libera illuministicamente da ciò che ci radica. Se è vero che il corpo inconscio ci vincola, l’indifferenza sessuale nega però l’inconscio, e azzera così illuministicamente quei vincoli che rappresentano il nostro impedimento, ma anche contemporaneamente la possibilità di una crescita libera e autentica.

 

 

 

 

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