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Quanto è brutta la nostra bella lingua

La lingua non è democratica

 

Sappiamo che la parola “fratello” nasconde anche la parola “sorella”. Lo stesso vale per la parola uomo, bambino, professore, sindaco. Ciò che appare nei nostri discorsi, nei nostri libri, nelle nostre ricerche universitarie non è altro che la metà della realtà, cioè della verità della nostra vita. La lingua mente. E non intendo che mancano dal discorso solo le donne, ma intendo anche che parte della popolazione non ha trovato voce nella lingua. Sappiamo anche che l”essere non potrà mai esprimersi completamente nella lingua.

Non finiremo mai di cercare parole per ciò che viviamo, sentiamo e vediamo.

 

L’inadeguatezza non è solo una  problematica di grammatica bensì una questione semantica ed ontologica. La lingua non è democratica. Non porta a visibilità in parti uguali, o meglio dignitose, ciò che la società vive.

Posso fare un esempio preso dalla realtà quotidiana della mia zona d’origine. La Ruhr, nell’epoca dell’industrializzazione, ha visto una massiccia immigrazione di lavoratori polacchi  che hanno dato vita ad intere aree di popolazione attiva di lingua e cultura polacca. Uno si immaginerebbe una forte influenza del polacco sulla lingua della regione. Invece no, ci sono pochissime parole polacche che sono entrate nel linguaggio comune.[1]

La lingua non si fa democratica se noi non la rendiamo l’espressione di tutte noi. Nella storia ci sono stati alcuni tentativi di rinnovare il linguaggio in questo senso. Lutero, per esempio,  quando ha tradotto la Bibbia in tedesco ha cercato di portare ad espressione anche le parole delle donne al mercato e della gente di strada.[2]

Ha creato una lingua comune nella quale tutte e tutti potevano riconoscersi. Ed è stato uno dei motivi della diffusione immediata del suo testo in tutta la Germania, e questo è stato uno dei motivi della rivoluzione sociale che si è fatta strada.

 

Il colonialismo accompagnato dalla cristianizzazione hanno prodotto il contrario: sottratto autorità e stima alle lingue e culture locali.

 

Christa Wolf nel suo libro Città degli angeli fa dire al personaggio Bill qualcosa con il quale sono completamente d’accordo e che considero ancora oggi  causa del disagio culturale e linguistico fra noi europei e i migranti extracomunitari:

 

“Il primo passo di ogni colonizzazione, disse, era sradicare la religione, la fede di coloro che erano stati sottomessi, per privarli della loro identità. Inoltre, suonava forse incredibile, un profondo complesso di inferiorità spingeva i conquistatori ad affermare con forza la superiorità non solo delle proprie armi, non solo delle proprie merci, ma anche della propria fede e del proprio pensiero.” [3]

 

Ricordo ancora l’ immagine del piccolo negretto: senza religione e senza lingua e cultura che aspettava di essere convertito.

Di conseguenza, il primo atto di accoglienza è restituire autorità alla lingua e cultura nativa delle persone che incontriamo. Non bastano le danze e i canti folcloristici che risultano un po’ museali e comunque riduttivi. Resta lo sguardo coloniale su di loro come massa colorata, che si diverte come i bambini.

Comunque, le lingue e le culture svalorizzate non sono solo quelle dei paesi conquistati ma anche alcune all’interno del nostro paese: penso ai dialetti, alla  parlata della povera gente e dei nostri studenti che provengono da famiglie che non hanno cultura borghese.

 

Sottrarre autorità alla lingua provoca la de-culturazione dei parlanti e la perdita della loro dignità attraverso la falsa coscienza del disvalore del loro modo di parlare. Per esempio, ci sono dei genitori che si vergognano di parlare con gli insegnanti perché non credono di potersi esprimere in modo adeguato. Inoltre non vogliono insegnare ai propri figli la propria lingua d’origine perché la ritengono una lingua povera, assumendo il giudizio dei conquistatori di un tempo e di sempre.

 

Ora tocca a noi rinnovare questo lavoro sulla lingua, parlando la lingua che parte da noi, che dia visibilità a noi e a chi vive vicino o lontano da noi, che dia dignità alle persone di tutte le culture.

I migranti, che vivono con noi e con le tante loro lingue, ora hanno bisogno anche loro di entrare nel nostro linguaggio dignitosamente. Certamente non potremmo noi imparare le loro mille e una lingua, ma potremmo riservare a loro uno spazio linguistico e molta attenzione.

Mi è capitato di assistere a una chiacchierata di due uomini a un bar: uno nero e uno  locale e bianco. Non conoscevo il loro tipo di relazione ma li ho visti più volte seduti assieme, parlandosi con una certa confidenza. Ma in che modo si esprimevano? Il bianco usava  modi di intercalare come “ma sei scemo, ma non capisci niente, stupido” e  altri anche più pesanti. L’altro non reagiva, ma subiva questi insulti.

Anche in Kenya ho sentito, da parte di alcuni turisti, dispregiativi di questo genere. Occorre fermarsi un attimo e osservare il proprio modo di parlare. Molte volte non ci accorgiamo neanche che siamo usando il linguaggio dei colonizzatori.

Dobbiamo invertire la rotta e parlare  in modo più consapevole.

Agli africani diamo sempre subito del tu anche se non li abbiamo mai visti prima. Questo tu segnala due cose: da una parte  li tratto come dei bambini ma anche, dall’altra, come dei familiari o delle persone amiche. Il “tu” trasporta questo doppio messaggio. Ormai è uso comune ma dobbiamo renderci conto che esprime sempre un nostro atteggiamento di superiorità.

Inoltre… Pensiamo a come parliamo fra di noi. Quando siamo in privato, nei nostri bisticci quotidiani, con famigliari o con amiche, dove emergono profondi strati di inconscio o di modi di dialogare che sono automatizzati e non rispondono al nostro livello di personalità. Spesso sono modi infantili di parlare con l’altra o con l’altro e non sono degni di noi.

Cerchiamo di vedere con occhio attento anche i nostri modi di parlare. E’ più facile notare quelli degli altri perché ci offendono certi modi di rivolgersi a noi, ma noi… come parliamo?

La lingua democratica comincia in casa nostra, nei dialoghi quotidiani.

 

Il significato non condiviso delle parole

 

Quando un uomo dice “violenza” intende una certa cosa. Quando la stessa parola è detta da una donne significa qualcos’altro. Quando è detta da uomo o donna di un altro luogo o un altra storia individuale vuole dire qualcos’altro ancora.

Ogni definizione di significato è una generalizzazione. È un miracolo che ci comprendiamo ugualmente. Sì, ci comprendiamo, ma non teniamo sempre conto della differenza che rimane. Il tuo significato non potrà mai essere il mio perché ogni parola è costruita di emozioni, sfumature, esperienze ed informazioni che si sono accumulati nel tempo. Il mio bagaglio che porta la parola “violenza” è fatto di tutto ciò che ho vissuto nel tempo, in misura minore anche di tutto ciò che ho letto su questa parola.

Certo un comune contesto ci aiuterà a capire: viviamo nella stessa famiglia oppure abbiamo frequentato la stessa classe o siamo colleghi di lavoro da molti anni. Abbiamo fatto esperienza insieme e perciò la stessa parola può fare riferimento a esperienze simili ma, comunque, vissute a partire da caratteri diversi e sensibilità diverse, da uomo o d donna.

“Attenzione” quando pronunciamo parole importanti. Non intendiamo la stessa cosa. Il significato di una parola è sempre solo un’approssimazione.

 

Negli ultimi anni diverse ricerche hanno indagato il linguaggio di uomini e donne per vedere se si potevano individuare tratti strutturali differenti fra il i due usi del linguaggio, ma, a citare solamente il libro di Anne Grimm, “Männersprache und Frauensprache?”[4], non si sono rilevate evidenze a sostegno di questa tesi. Di fatti, è un dato percepito che non ha però riscontro scientifico. Eppure siamo convinte che la differenza esista. Certo, non è nella struttura grammaticale o nella scelta del lessico bensì si nasconde da tutt’altra parte.

La vera differenza fra uomini e donne e fra una persona e l’altra si trova nell’enorme campo semantico al quale una persona parlando fa riferimento, ma che rimane nel non detto.

La comunità linguistica ha sempre cercato di negare la differenza e ha voluto cancellare il pensiero delle donne. Così, come nella parola ‘uomini’ è compresa, e perciò cancellata la parola ‘donna’, anche il contenuto delle parole è definito secondo l’esperienza dominante. Ma il pensiero dominante non ha potuto cancellare ciò che le donne hanno pensato in segreto.

Tuttora le donne parlano troppo umilmente del loro operato. Leggendo, per esempio, le vicende di alcune badanti che a Roma hanno creato una comunità ortodossa e trovato un luogo di culto per potersi incontrare e celebrare la messa, si nota che non dicono di essere state loro a creare la comunità,  parlano del loro lavoro di cura (pulizia, ricamo) e non del loro più importante impegno di avere reso possibile questa pratica religiosa. Anche se, in un punto almeno, affermano “La chiesa eravamo noi stesse, la costruivamo in qualche angolo tranquillo della città.”[5]

Ma la differenza non sta solo nella modalità di porsi bensì rimane nascosta.  Dove?

Potremmo commentare un testo scritto o parlato evidenziando differenze semantiche di un testo che letteralmente appare uguale. Parlando o scrivendo le stesse parole non intendiamo le stesse cose.

E la nostra libertà si trova proprio in questa dimensione, la libertà di ognuna di noi, uomini e donne, di conservare un nostro particolare alone intorno a ogni parola e di non doverne rendere conto. Possiamo comprare le stesse cose, mangiare le stesse cose e usare lo stesso smartphone ma l’iceberg che sta sotto le nostre parole rimane nascosto.

Certo, a partire da questa consapevolezza, possiamo entrare in un dialogo che costruisca una comune esperienza. Come lavora questo scambio di parole in presenza l’ha detto molto bene Chiara Zamboni nel suo testo: Parlare in presenza[6]. La lingua democratica è una cosa a venire, la costruiamo giorno per giorno noi tutte.

 

 

La parola non è la cosa

 

La parola non è la cosa. Il vedere, il sentire, l’annusare, il gustare e tutte le impressioni di senso e sentimento non potranno mai essere dette esaurientemente. Una metafora e una metonimia potrebbero avvicinarsi a ciò che vorremmo esprimere. (Luisa Muraro sostiene più una metonimia di una metafora)[7] Ma non ci sarà una soluzione perfetta. Qualche immagine ci piacerà di più qualche altra di meno. Potrà essere più o meno condivisibile, ma sappiamo anche che nemmeno la condivisione è una garanzia di riuscita. Ciò che già si è sentito suona generalmente come meglio, non perché si avvicini di più alla verità ma solamente perché tutto ciò che riconosciamo come familiare ci fa piacere. Perciò anche le metafore consuete ci danno il senso di una lingua e di un sentimento condiviso. I testi non parlano in modo adeguato della nostra vita di uomini e donne, di migranti e locali, di culture sempre diverse.

La nostra bella lingua fa fatica a recuperare i sottili spostamenti del farsi della vita e del farsi società.

La lingua tende a cullarsi nelle espressioni di sempre, nei luoghi comuni, nelle espressioni abituali, tende a diventare lingua sacra o, dall’altra parte, lingua burocratica.

In breve: la psiche umana pare amare la ripetizione. Essa dà un senso di familiarità e di sicurezza, un senso di appartenenza, mentre i continui cambiamenti danno un senso di smarrimento.

Basti pensare alle nuove traduzioni della Bibbia. Sono spesso state rifiutate perché la gente non trovava più i testi sempre uguali e diventati sacrali proprio in quella dicitura nuova. Diversa era la traduzione di Lutero, alla quale ho già accennato prima, essa è stata accettata immediatamente e la gente si è sentita come se il libro sacro parlasse con la loro propria lingua. Si tratta di un esempio piuttosto raro. La nuova traduzione con un linguaggio più rispettoso delle donne non è stata accettata altrettanto unanimemente.

Nello stesso momento la vita non si ferma. Le nostre battaglie, alle volte, vedono anche dei frutti, per esempio le battaglie femministe rispetto alla lingua meno inclusiva e meno razzista diventano talvolta realtà. Ma la lingua, in genere, non segue le lotte politiche pari passo, cammina per conto suo. Essa corre il rischio di diventare forma vuota, puro rumore.

Basti pensare alla lingua sessista, alla lingua inclusiva, alla lingua burocratica, alla lingua troppo umile delle donne e a tante altre forme di falsificazione della verità. In Italia l’Accademia della Crusca continua a raccomandare un linguaggio più consono al rapporto fra uomini e donne nella società, ma la lingua segue strade che l’Accademia non riesce a influenzare.

 

Quando la società non esprime un desiderio sociale o politico di cambiamento forte le metafore strane si possono lasciare alle poete o ai creativi in generale, quando invece nella società si fa sentire un forte desiderio di cambiamento politico, culturale e sociale quelle metafore e quei modi di dire non sono più accettate e il linguaggio si spinge verso altre immagini e altri significati da sottolineare o da far emergere per la prima volta. Ma è indispensabile che il movimento politico lavori direttamente sulla lingua e dica con parole nuove quello che è in gioco.

Alcune femministe, in particolare Ida Dominijanni e Luisa Muraro fanno questo lavoro da sempre.

 

La lingua è sempre disponibile, non si rifiuta al cambiamento proprio per questo fatto che la parola non è la cosa e che la ricerca del linguaggio non è mai finita.

 

Capire la duttilità delle nostre lingue è importante per non cadere in un pessimismo linguistico-culturale che afferma che siamo già sempre vittime del potere della lingua preesistente su di noi e che noi stessi non abbiamo la possibilità di alcun cambiamento.

Certo, questo è vero per il passato e per persone che dispongono solo di un unico linguaggio che reputano capace di dire la cosa. Chi ne sa solo uno penserà facilmente che lingua e mondo si sovrappongano esattamente ma, oggi, a contatto con mille diverse nominazioni linguistiche non possiamo più credere alla favola di Babele e della sua unica lingua, o lingua dell’epoca d’oro, quando la vera lingua riusciva a dire la verità del mondo.

 

Oggi sappiamo che dal nostro profondo, da strati non immediatamente accessibili, nascono delle risorse che possono sconvolgere il nostro dire e la nostra immaginazione. Lo chiamiamo inconscio o sfera di lingua materna o qualcos’altro. La nostra lingua é viva e disponibile al cambiamento.

 

Ogni dialogo può essere un mettere a punto gli strumenti verbali. Provare se sono ancora sufficienti per dire ciò che desideriamo esprimere. “Non so come dirlo”, sarà una frase utile che ci invita a provare a spingere la lingua in quella direzione nuova per dire ciò che finora non siamo stati capaci di esprimere.

 

Le persone che vivono un certo affanno sono le prime che possono spingere in questa direzione. In questo senso l’arrivo di persone di tutto il mondo con le proprie culture e lingue è un’occasione per noi per rendere il nostro sguardo e la nostra lingua più precisi, più liberi. Attraverso l’incontro con quelli che hanno vissuto sulla propria pelle che il linguaggio mente e li fa soffrire: sono le migranti, uomini e donne.

E in questa compagnia che la lingua rinasce, non la bella lingua dei poeti di corte. Ma la nostra brutta bella lingua.

 

 

Lingua universale. Lingua perfetta

 

Esiste una lingua universale che non si trova in una determinata regione geografica, né a sud, ne a nord, né a est o a ovest, né nel continente africano o americano, ma nella vita dal basso, delle cucine, delle sale delle partorienti.

Lì dove si genera la vita e la lingua in un continuo partorire, nutrire e curare in condizioni di semplicità e dignità.

Questa è la lingua che ci unisce e che ci permette di comprenderci e di stare vicine le une alle altre. Non è la lingua universale o lingua perfetta degli uomini[8], costruzione teorica che non mi interessa, ma la lingua universale che nasce dalla nostra comune condizione umana, condizione di donna soprattutto.

 

Casa di Ramìa[9]

 

Il lavoro di Casa di Ramìa è possibile grazie a questa comunanza che va oltre la lingua specifica di ognuna di noi.

Le donne straniere e le donne italiane che si incontrano nei diversi gruppi sia del Tandem che delle Narrazioni, della Poesia o del Coro accedono a uno spirito comune, all’esperienza di essere donna, di essere madre, di essere donne alla ricerca del dialogo con un’altra o con altri, alla ricerca della libertà femminile.

In questo luogo le donne possono sviluppare pienamente la loro personalità. Non solo. A casa di Ramìa anche le donne straniere possono essere autorità per altre. Così da poter manifestare in pieno la ricchezza della cultura della propria origine. In questo luogo condiviso non devono più  sentirsi debitrici. Non saranno più una che solamente riceve, che deve sempre ringraziare ma, al contrario, diventeranno anche loro persone che possono dare.

Christa Wolf, nel romanzo cui ho già accennato, si accompagna ad  un angelo, Angelina, perché altrimenti la sua anima è smarrita e non trova speranza e forza per andare avanti. Sceglie un angelo che è una donna nera che fa le pulizie nel suo albergo. Si fa guidare da lei.

La figura dell’Angelo custode ci è molto familiare. Fa parte della mia lingua materna. All’ombra di questa figura immaginaria mi sentivo protetta ed accolta. Wanda Tommasi mi ha citato la preghiera dell’angelo custode in italiano e l’ho trovata bellissima:

 

«Angelo di Dio,


che sei il mio custode,


illumina, custodisci,
 reggi e governa me


che ti fui affidato/a

dalla Pietà Celeste.


Amen.”

 

Ecco, lingua materna è anche ritualità consolatoria che ci protegge.

Anch’io voglio farmi accompagnare da un Angelo che è una donna straniera, di un’altra cultura, di un’altra lingua, di un’altra religione, per comprendere meglio il mondo, per usare la mia lingua in modo più veritiero e rispettoso.

Sono più di una le donne straniere che conosco e ammiro profondamente.

E’ vero. Anche la religione con l’angelo custode ha voluto che ci innalzassimo in un’altra dimensione. Quell’altra dimensione per me è una donna africana.

Ci sarà un andare e venire dall’alterità alla mia familiarità di sempre e questo movimento mi permetterà di rifondare la mia lingua, di evitare gli automatismi, di metterla su piedi più solidi.

 

 

Ma che italiano parlano loro e che italiano parliamo noi?

 

L’incontro con i migranti è un’occasione per noi. Ci costringe a una riflessione sulla nostra lingua, sul nostro modo di vivere e sulla nostra capacità di accogliere l’altro e l’altra. Non in senso caritativo, ma in senso mentale. Permette alla nostra mente di fare un salto di creatività. Ci permette di pensare in modo nuovo, di ringiovanire assieme a loro.

Noi tendiamo a rifare gli stessi percorsi mentali che ci portano a esiti sempre uguali, talvolta bloccati.

Così nella questione delle migrazioni e dei problemi che portano con sé. Ripetiamo continuamente le stesse istanze senza trovare una via per uscirne.

Christa Wolf raccontando un suo sogno mi ha suggerito un cambio di rotta, non concreto ma nel  tagliare diversamente la rappresentazione delle cose:

 

“Mi trovai in una delle case in abbandono dei miei sogni, stavolta era un albergo trascurato, stavo su una terrazza, circondata da suppellettili che erano tutte inutilizzabili. Cominciavo a rimettere ordine, trascinavo ogni sorta di roba senza valore da un angolo all’altro, ma lo spazio non diventava più confortevole né meglio organizzato. Dietro una spessa lastra di vetro c’era una zolla erbosa incolta, un po’ bruciacchiata, sulla quale trafficava una donna pallida, …. si avvicinò, volse il viso verso di me, lo schiacciò contro la lastra di vetro e disse, con tono imperativo: cominciare dall’altro lato!”[10]

 

Cominciamo anche noi dall’altro lato.

Lingue in contatto, dovremmo diventare[11]. La cosa più sensata sarebbe ricostruire assieme una lingua che ci corrisponda. Parlo di un’utopia. Comunque ci sono luoghi, segnati da una particolare situazione storico-politica dove sarebbe opportuno farlo presto. Per esempio in Alto Adige. Quando si vive la stessa situazione dovrebbe nascere una lingua comune. Ma la politica, e la gente rivolta al passato, tengono artificiosamente le due comunità separate in modo che questo non avvenga. La lingua viene usata come fattore  di ricatto, anche in Veneto e altrove. Invece, a mio avviso, non si tradisce l’origine quando si dà libertà  di creare una lingua comune, al contrario si inganna la realtà delle relazioni quando si mantiene un linguaggio che non corrisponde più alla vita vissuta. Nella realtà le lingue si mescolano e nasce fra i giovani il cosiddetto: Krautwalsch: una lingua fra due lingue.[12]

Pensiamo all’Africa e ai suoi problemi linguistici: da una parte l’inglese dei colonizzatori che nel contatto si è trasformato in Pidgin-English, una lingua povera che ha schiacciato la lingua materna delle tante diverse popolazioni che vivevano nei territori conquistati. D’altra parte per quanto il Pidgin sia svalorizzato continua ad affermarsi perché ormai ha una sua realtà, è lingua franca e permette di parlarsi fra persone di origine diversa. Essendo usato quotidianamente si sta anche arricchendo di grammatica e di lessico, così da diventare una lingua sempre più duttile.

E non hanno effetto i proclami di intellettuali africani, per esempio del Kenia e del Senegal, che vorrebbero che si sviluppassero le loro antiche lingue maggioritarie come per esempio il kiswahili.[13]

Il Marocco, invece, ha la sua Darija che è la lingua parlata. La Darija è utilizzata spesso per pubblicità e per tradurre telefilm. Risente fortemente dell’influenza del francese, del berbero e dell’arabo.

Quale dei poeti e scrittori o scrittrici ha il coraggio di pubblicare in una lingua africana? Anche Léopold Sédar Senghor e Assia Djebar, entrambi impegnati per dare autorevolezza alla propria cultura e lingua hanno, comunque, pubblicato in lingua francese.

Certo, in francese hanno avuto successo, più visibilità.

Sono conflitti che riscontriamo in tutto il mondo. La lingua è sia causa che sintomo dei conflitti politici.

I colonizzatori non hanno mai tenuto conto delle aree linguistiche delle diverse popolazioni. Hanno tracciato i confini sulla carta geografica e fatto una spartizione con il righello.

Ho parlato di alcune realtà linguistiche dell’Africa ma lo stesso discorso si potrebbe fare per gli altri continenti e le loro lingue.

Non si potrà, comunque, mai evitare che in un paese ci siano delle minoranze linguistiche. Questo non esiste in nessun paese al mondo, ma si dovrebbe attuare una politica linguistica più rispettosa.

 

Torniamo all’essenziale

 

Ogni violento cambiamento della società cambia la lingua e chiede che si ricominci con la lingua materna, quella lingua che restituisce fiducia nelle relazioni e ricrea un senso condiviso del vivere.

Anche la letteratura ci fornisce numerosi esempi per questa necessità. I testi di Wolfgang Borchert[14], scritti nell’immediato dopoguerra in Germania,  si limitano a un lessico e una sintassi elementari.

Ogni tanto, come tutto nella vita, anche la lingua ha bisogno di tornare all’essenziale.

Parlo con i migranti  in lingua materna che è quella lingua che sta vicino ai bisogni, ai sentimenti fondamentali, al gioco con le parole e all’espressività degli occhi. I neonati seguono lo sguardo della madre per capire. Anche noi seguiremo lo sguardo delle persone arrivate da noi. Cerchiamo di costruire assieme una lingua più vera. Apriamo le porte e le menti. Loro sono un’occasione per noi.

Anche nel bel libro di Jenny Erpenbeck Voci del verbo andare[15], si racconta l’esperienza di un uomo di Berlino che non solo risolve i suoi problemi di solitudine avvicinandosi ad alcuni migranti ma, alla fine, tornando al suo vecchio lavoro accademico, scopre che tutto il suo modo di pensare e di parlare è cambiato.

Un’altra prova che l’esperienza può cambiare la lingua. Non necessariamente, ma spesso, chi ha fatto certe esperienze non si trova più a suo aggio in un certo modo di parlare. Dopo la grande manifestazione delle donne in piazza  a Roma il 13 febbraio 2012
 “Se non ora, quand?” nel giornalismo italiano si è notato un tentativo di usare più termini non inclusivi. E apparso qualche “cancelliera, avvocata e anche ministra”.

 

Anche a casa di Ramia il Tandem d’italiano comincia per aiutare le donne straniere a imparare la lingua italiana, ma presto si può notare che le donne che insegnano hanno un grande guadagno in termini di gioia e di scoperta di un mondo nuovo.

Qui in questo spazio del Comune le donne italiane offrono una serie di attività alle donne straniere o viceversa. Nell’insegnamento della lingua è l’insegnante che scopre la bellezza della propria lingua ed impara ad esprimersi in modo più essenziale. Impara anche ad accompagnare maggiormente le parole di emozioni e gestualità per farsi capire meglio. Questo comporta un vero guadagno in termini di senso della vita quotidiano. Naturalmente ci guadagna anche la donna straniera perché entra finalmente in un incontro autentico con il nuovo mondo. Si tratta davvero di un dare e prendere e, nel tempo, la casa di Ramia ha visto le donne straniere diventare protagoniste, proporre e condurre attività di gruppo. Quando si arriva a quel punto anche il progresso linguistico si nota moltissimo.

Il motivo vero è che siamo entrati veramente in una relazione di grande vicinanza. Come dice la Bibbia: essi furono tutti pieni di Spirito Santo.

La lingua non è mai solo una questione di lingua, ma in primo luogo una questione dello spirito.

Lo sappiamo: finché le relazioni sono buone ci si capisce, ma quando nascono i conflitti improvvisamente le stesse persone che avevano vissuto volentieri assieme non si capiscono più. Non sono allora le parole che mancano, quello che viene a mancare è lo spirito comune. Ed è quello che ci fa capire l’altro o l’altra.

Le comunità religiose sanno cosa è lo spirito, ma noi “infedeli” facciamo fatica definirlo. Pensiamo ai neuroni specchio e tutto ciò che ci dicono le neuroscienze. Comunque, abbiamo fatto esperienza del rapporto con un piccolo o una piccola, figlia nostra o di altre mamme e sappiamo che la dedizione, l’attenzione e la gioia compongono lo spirito che ci avvicina e che ci fa condividere spontaneamente le nostre esperienze. Senza questo spirito la lingua non si dà. La comprensione non avviene e il desiderio di parlare viene totalmente a mancare.

Dello spirito, nella lingua, va tenuto conto assolutamente.

 

 

Pratiche di scrittura

 

Tornare all’essenziale vuol dire talvolta ripercorrere le tappe della nostra infanzia linguistica. Sono tentativi di recuperare un pieno senso del sentire quando pronunciamo una parola ma resta da chiederci:  Come possiamo noi stesse arrivare a una lingua rigenerata?

 

Si, la scrittura. Essa è una via. Prepara la strada alla lingua parlata più equa se nasce da una riflessione profonda.

 

Esistono diversi esercizi di scrittura. Non tutti con lo stesso esito di catarsi. Molti corsi non insegnano una distanza critica verso il linguaggio bensì sono una sorta di dispositivo per moltiplicare le parole, per “arricchire” la lingua, per usare più parole, per fare un uso decorativo e consumistico della lingua. Anche per esaltare il proprio narcisismo oppure per gettare una luce nostalgica sul passato di chi scrive. Non consiglierei questi corsi.

 

Diversi sono i corsi di scrittura poetica di Ida Travi.

Lei ci insegna a lavorare sulla nostra lingua, prima nella scrittura, nella scrittura poetica:

La prima regola è togliere parole inutili, solo decorative, la seconda evitare metafore troppo scontate, vuote, la terza è nominare tutte le creature che agiscono in campo anche quelle meno appariscenti e non incluse nel discorso. Per fare questo è utile ritornare sulla scena originaria perché è il luogo dove le connessioni fra sentimenti parole e cose si sono generate. La poesia, generalmente toglie elementi grammaticali inutili che già interpretano la realtà. Al contrario è meglio mettere in campo gli oggetti e le persone e tentare una diversa relazione/collocazione fra loro.

 

Queste osservazioni emergono dai testi poetici di Ida Travi e dalla gestione dei suoi corsi di  scrittura. Lei potrebbe certamente parlare di altre regole che stanno dietro a una scrittura che va al cuore delle cose ma a me bastano già queste cinque  elementi che cambiano tutta la lingua.

Ida Travi, nei suoi corsi di scrittura poetica, ci insegna come poter rivoluzionare la nostra lingua e di conseguenza il nostro pensare e parlare. Non parla mai di lingua inclusiva oppure sessista, ma torna alle radici del nostro parlare per ritornare nel gioco della lingua da un’altra posizione.

 

Lo stesso fanno Luisa Muraro e Clara Jourdan con la loro scuola di “scrittura pensante”. Qui si insegna non come moltiplicare inutilmente le parole ma come dire in modo necessario ciò che appare.

 

A pensare s’impara parlando, leggendo e scrivendo. E a scrivere? Leggendo, parlando e pensando. E a leggere? E così via, lo avete capito, è una specie di girotondo che, una volta partito, accelera e rallenta, si gonfia e si sgonfia, con quello che ci capita di vivere.

Però bisogna entrarci e farlo andare. Ci vuole un input. Questo sarà il nostro: dicono che siamo entrati nell’era della post-verità, lo dicono non a torto perché ci sono notizie che, grazie a internet, fanno il giro del mondo e contano, false o vere che siano. Non solo. … Insomma, l’era della post-verità è un’ottima occasione per discutere una questione che era passata di moda ma non d’importanza. Eccola, tutta riassunta in una domanda: se è vero, com’è vero da sempre, che la verità non somiglia alla verità, come facciamo a riconoscerla? Per cercare la risposta, ammesso che esista, useremo pratiche di scrittura e di parola messe in circolazione dal femminismo, come l’autocoscienza e il partire da sé.”[16]

 

Un altro approccio arriva dai corsi e dai testi di Lea Melandri. Lei lo chiama “scrittura di esperienza” e vuole disseppellire i frammenti linguistici per portare in superficie le schegge di pensiero:

 

A differenza dell’autobiografia, che lavora sui ricordi, sulla loro messa in forma all’interno di una narrazione, di un senso compiuto, la scrittura che vuole spingersi ‘ai confini del corpo’, in prossimità delle zone più nascoste della coscienza , si affida a frammenti, schegge di pensiero, emozioni che compaiono proprio quando si opera una dispersione del senso. “ [17]

 

Questo lavoro crea, secondo Lea Melandri, dislocazioni e modificazioni del linguaggio.

 

Ogni lavoro di scrittura deve, secondo me, stare nell’ordine della critica del linguaggio, cioè ogni scrittura non vuole solamente riproporre un significato, ma vuole far nascere una lingua a partire dall’esperienza.

 

L’esperienza di scrittura in Poesia dal mondo

 

Il gruppo di Poesia dal mondo è nato all’interno della Casa di Ramia e fu ideato all’interno dei corsi di poesia della poeta Ida Travi. Il suo insegnamento non è stato solo efficace per la mia propria espressione personale, ma anche per desiderare qualcosa di più: volevo condividere la pratica della poesia con altre, con straniere come me e con persone che finora non avevano ancora mai potuto presentarsi in una veste diversa da quella di essere migrante. Mi è sempre apparso troppo povero come percezione di una persona.

Volevo che scoprissimo assieme la personalità di ognuna di noi. Offrire un’accoglienza di tipo diverso, non materiale ma spirituale ed emozionale. L’esercizio della poesia, la scrittura di ognuna di noi, che poi si condivide nell’incontro di gruppo, mi ha avvicinato all’altra come nulla di diverso avrebbe potuto fare.

Ci incontriamo da più di dieci anni e abbiamo al nostro attivo tre libri collettivi (Le lingue si parlano, Sono radice, Puri suoni), anche se non tutte le persone sono rimaste assieme a noi, ma ogni tanto si inserisce un viso nuovo.

Ultimamente abbiamo guadagnato due poete nove: Melita e Sandra. Non potevano essere più diverse una dall’altra, ma entrambe ci hanno portato sulla soglia di un’esperienza linguistica diversa. Una l’esperienza di una vita passata in Croazia e l’altra quella in Nigeria.

 

Come lavora il gruppo?

Non esiste una maestra o qualcuna che giudichi l’altra perché la fonte dalla quale sgorga la poesia dell’amica ci rimane sconosciuta. Non sappiamo nulla della tradizione della poesia marocchina o nigeriana o croata né di quella orale né di quella scritta. Possiamo solo accogliere il testo e permettere che i testi dialoghino fra loro. In effetti, è questo il lavoro che avviene: un dialogo fra testi che sposta la percezione e la creatività di ognuna delle poete.

Anche gli errori delle amiche straniere che da una parte nascono da una competenza mancante dell’italiano, dall’altra apportano una nuova sonorità nella lingua presente e gettano una luce sulla lingua materna che si nasconde dietro le parole italiane. A volte nascono nuove metafore, insolite in italiano. Spesso si vorrebbe lasciare quell’errore perché suona così bene.

 

Ognuna esce dall’incontro diversa da quando ci è entrata, anche se il processo di dialogo muto fra le singole donne  è un processo lungo e ha a che fare con il nostro corpo, con la sfera del pre-verbale. Ogni new entry fa fatica ad essere accolta, ma dopo molto tempo nasce una vicinanza che non è verbale e non è ragionata ma è reale e i confini linguistici di tutte noi si sono sfumati.

[1]          Menge, H.H., Mein lieber Kokoschinski, Der Ruhrdialekt, 2013.

[2]          Martin Lutero, Epistola sull’arte del tradurre e sulla intercessione dei santi, in: Siri Nergaard, La teoria della traduzione nella storia, Strumenti Bompiani, 1993, pp. 106.

[3]          Christa Wolf, Città degli Angeli, a cura di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 2012, p.16.

 

[4]              Anne Grimm, Männersprache“ – „Frauensprache“?, Hamburg 2008, 532 Seiten 
ISBN 978-3-8300-3440-7.

[5]              Donne Chiesa Mondo, 2017, n. 59.

[6]              Chiara Zamboni, Parlare in presenza, Liguori, Napoli 2000.

 

[7]              Luisa Muraro, Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia, Manifestolibri, Roma 2017.

[8]          Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea, Roma-Bari, Laterza, 1993.

[9]              Casa di Ramìa è un centro di donne italiane e straniere del Comune di Verona, fondata circa 10 anni fa da donne dei movimenti e oggi molto frequentata da donne di tutto il mondo che hanno creato un gran numero di iniziative e gruppi per condividere le diverse esperienze di vita e di lavoro: Tandem di lingua, laboratorio di cucito, danze, coro di Ramìa, Poesia dal mondo ecc….

[10]         Christa Wolf, Città degli Angeli, a cura di Anita Raja, edizioni e/o, Roma 2012.

[11]         Angela Biscaldi, Out bad language, Creolizzazione linguistica e conflitto nell’isola di Antigua, 2004, ISBN 9788879753290.

[12]            Un’analisi linguistica della varietà di contatto a Laives (Internet)

[13]            “Lo swahili o kiswahili (pronuncia: suahìli, chisuahìli) è una lingua bantu, della famiglia delle lingue niger-kordofaniane, diffusa in gran parte dell’Africa orientale, centrale e meridionale. È lingua nazionale di Tanzania, Kenya, Uganda e Ruanda nonché una delle lingue ufficiali dell’Unione Africana.” (Internet)

[14]         Borchert fa parte della letteratura del dopoguerra in Germania. Sembrava che non si potesse più scrivere niente. In quel momento nasce la cosiddetta Letteratura delle macerie.

[15]            Jenny Erpenbeck, Voci del verbo andare, Traduzione dal tedesco di Ada Vigliani, Sellerio 2016.

[16]         Luisa Muraro, Scuola di scrittura pensante, Libreria delle donne di Milano, Milano 2017.

[17]         Lea Melandri, Materiali per un suo corso di scrittura. Vedi anche: Lea Melandri, Alfabeto d’origine, Neri Pozza 2017.

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