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Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale  

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Introduzione

 

“Sbilanciamoci dal lato della politica delle donne” è il titolo del Grande Seminario di Diotima del 2018, ed è stata la risposta che nel lavoro di pensiero della comunità abbiamo trovato alla questione di leniniana memoria “Che fare?” di fronte al contemporaneo propagarsi dei populismi di destra. Anche la mia riflessione prende piede da questa domanda, alla ricerca di una possibile interpretazione dei meccanismi culturali profondi sottesi al fenomeno, e di pratiche per contrastarne la diffusione.

Il mio percorso è cominciato da un’osservazione del fenomeno populista in Italia e dai discorsi che nel panorama nazionale si intrecciano con esso, per sostenerlo o cercare di combatterlo. I nuovi mezzi di comunicazione – internet e i social networks – sono fondamentali per i populismi odierni: da un lato permettono una propaganda capillare e priva di mediazioni, dall’altro sostengono un processo culturale di delegittimazione delle “verità ufficiali” in nome di complottismi e “verità alternative”. Le fake news sono all’ordine del giorno, e non sembrano provocare nemmeno troppo scalpore nel clima generale dell’indistinta sfiducia verso qualsiasi notizia o informazione che spesso si rovescia – al contrario – in una fiducia cieca verso le parole di alcuni, indipendentemente dalla verifica dei fatti.

La sinistra italiana si mostra sfatta, frammentata, persa, di fronte al populismo di destra. Nell’agosto del 2018 Massimo Cacciari ha lanciato un appello[1] sul giornale La Repubblica, chiamando all’azione pubblica chiunque fosse disposto ad impegnarsi in prima persona per contrastare il dilagare delle destre, richiamandosi agli ideali illuministi della cultura europea e auspicando infine una “discontinuità” nei volti di punta del Partito Democratico che potesse aprire un nuovo orizzonte di reazione politica. Il fronte su cui i partiti si scontravano quotidianamente nell’agorà pubblica era, ed è tutt’ora, il tema dell’immigrazione. Molti hanno risposto all’appello di Cacciari attraverso articoli e interviste, i cui discorsi e le cui strategie di azione si arrestano però su un livello di discussione molto astratto e intellettualistico rispetto alla concretezza della situazione. Vorrei riportare alcuni esempi di queste risposte: c’è chi auspica una «battaglia contro la disumanizzazione» dei migranti (Guido Viale, Il manifesto), o un recupero della Storia italiana per ravvivare la memoria dei fascismi (Alberto Asor Rosa, La Repubblica) e dei loro lasciti (Umberto Gentiloni, La Repubblica) – compiti esplicitamente riservati agli intellettuali. Vi è anche una blanda denuncia del neologismo imbracciato da Salvini, il «cattivismo» (Antonio Polito, Corriere della Sera), che nasce come opposizione al «buonismo» della sinistra. Il «buonismo» identificherebbe la posizione politica secondo la quale non è possibile fermare o regolamentare in alcun modo l’immigrazione, in quanto fenomeno naturale e storico intrinseco alla storia umana sin dalle origini. Il «cattivismo» sostiene al contrario una visione guerresca che vedrebbe l’Italia sottoposta ad una «invasione» – anche strategicamente organizzata ad opera di complotti segreti – e quindi legittimerebbe gli italiani a difendersi contro gli invasori, i migranti, e persino ad abbandonare qualsiasi forma di pietà nei loro confronti.

Tra le analisi del dibattito e le voci emerse in campo, credo che l’articolo di Alessandra Ciattini su La città futura sia quello che riesce a cogliere meglio il difetto fondamentale della linea comune sia dell’appello che delle discussioni. Nel dibattito sembra infatti mancare completamente un riferimento alla crisi globale, ai gravissimi danni provocati al mondo del lavoro dalle politiche neoliberali e al conseguente impoverimento della popolazione, al riemergere virulento del colonialismo, al possibile concretarsi di una guerra totale (v. per esempio, i vari numeri del Bulletin of Atomic Scientists), alla migrazione di milioni di individui a causa delle guerre locali aizzate e sostenute dalle grandi potenze e delle politiche di saccheggio etc. […] evitano di inquadrare la crisi italiana ed europea, connessa alla generale disgregazione delle organizzazioni politiche e sindacali, in questo contesto interpretativo, cadendo da un lato nella vuota astrattezza e dall’altro nel semplicistico pragmatismo.

[…] Si potrebbe dire che i firmatari dell’appello accettano perlopiù la versione data degli sconvolgenti eventi degli ultimi decenni dai mass media dominanti, non puntando il dito, per esempio, sulle collusioni occidentali che stanno all’origine del terrorismo islamico e auspicando il ripristino dell’egemonia culturale europea, come se non sapessimo di che pasta è fatta.[2]

Ciattini allude qui a quello che potremmo definire il “lato oscuro” degli ideali illuministi tanto sostenuti da Cacciari e alla conseguente cecità di queste strategie intellettuali e politiche rispetto alla situazione reale. Il progresso democratico europeo è stato infatti costruito sul privilegio a discapito di altri gruppi umani, che fossero le donne[3], gli schiavi, le colonie, o, in questo caso, i Paesi meno sviluppati del Medio Oriente. Dimenticarsi di aver fatto – e in molti casi di fare ancora – parte della causa del problema alla radice significa fallire in partenza nella ricerca di una soluzione.

Come proporre un’alternativa valida ai populismi di destra che non si perda in intellettualismi ciechi, come costruire un’azione politica in questa cornice?

 

Radicarsi nelle parole

 

È mia opinione che per individuare una linea di azione sia necessario prima di tutto comprendere il più possibile i meccanismi profondi del fenomeno. A questo proposito vorrei costruire un percorso riprendendo le caratteristiche del concetto di «radicamento» sviluppato da Simone Weil. Ne La prima radice, l’autrice riflette sulla situazione politica della Francia occupata dai nazisti e in generale sulla situazione europea del ‘900, sul valore della propaganda e dei mass media nella politica.

Nel corso della sua analisi, Weil scrive che per provocare un’azione nella società c’è bisogno di carburante, come della benzina per muovere una macchina. Questo carburante è per lei rappresentato dai «moventi della politica». Weil ne individua cinque: la paura e la speranza, ispirati attraverso le minacce o le promesse; la suggestione; l’espressione di pensieri e sentimenti inespressi nelle masse o in alcune parti della società; l’esempio; le modalità dell’azione e le sue organizzazioni. Secondo Weil nel ‘900 i moventi più usati erano la paura e la speranza – da parte di tutti i politici – e la suggestione – da parte di Hitler, in modo costrittivo. Guardando al nostro presente, sono facilmente riconoscibili nell’agorà politica l’utilizzo principalmente di paura e speranza e, diversamente dal ‘900, dell’espressione dei sentimenti inespressi.

Ma come si configura esattamente questo terzo movente? Weil scrive:

 

Accade che un pensiero, talvolta formulato nell’intimo, talaltra non formulato, scavi sordamente l’anima e tuttavia solo debolmente agisca su di essa. Se si sente invece formulare quel pensiero al di fuori di noi, da altre persone e da qualcuno le cui parole ci paiono degne di attenzione, esso centuplica la propria forza e può talvolta provocare una trasformazione interiore. Accade anche che si abbia bisogno, più o meno consciamente, di sentire certe parole le quali, quando vengano effettivamente pronunciate e provengano da un luogo donde naturalmente ci si aspetti del bene, ci porgono conforto, energia e quasi un reale nutrimento.[4]

 

Per fare un parallelo con il lessico del femminismo, potremmo riconoscere nel terzo movente della politica la capacità di dire parole di verità su di una situazione, che possano essere riconosciute da altri ed altre, ed essere l’inizio di un nuovo modo di stare e di agire politicamente. Queste parole conducono infatti ad un radicamento, un riconoscimento nelle parole che portano alla luce nel tessuto sociale la verità dell’esperienza. Weil continua: «Queste due funzioni della parola vengono adempiute, nella vita privata, dagli amici o dalle guide naturali».[5] Le parole di verità emergono cioè dalle relazioni che si hanno con le persone vicine, dall’affetto, dall’essere parte di un tessuto intrecciato comune. Emergono cioè da relazioni che potremmo chiamare “orizzontali”.

Ma c’è anche un’altra circostanza, dice Weil, che è quella in cui queste parole di verità non sono date da un rapporto orizzontale, ma da uno che potremmo definire verticale. Accade quando a condividere un sentimento latente, o parte delle sue sfumature, non è una persona soltanto ma un gruppo sociale. In quel caso può emergere una persona, o poche persone, in grado di smuovere masse politiche dando voce a questo sentimento, in un rapporto che non è più uno-a-uno ma è uno-a-molti, o pochi-a-molti. Le persone che fanno parte del gruppo sociale si riconoscono in quelle parole, si radicano nella rappresentazione della realtà che esse creano e si muovono nello spazio politico seguendo la narrazione in cui vengono inserite, qualunque essa sia. Questo movente funziona, secondo Weil, nel bene e nel male.

Alla conferenza del Grande Seminario di Diotima 2018 ho definito queste relazioni come “orizzontali” e “verticali”, per semplificarne la comprensione a chi ascolta. È ora il momento però di fare un distinguo, perché in ogni rapporto, compreso quello di amicizia, come diceva Weil ci sono sempre disquilibri di energia o di potere tra le persone, perciò non sarebbe pienamente corretto parlare di orizzontalità. La definizione che ho usato, tuttavia, non si voleva riferire tanto alla relazione che le persone creano e intrattengono tra loro – all’amicizia ad esempio – quanto alla gerarchia classicamente intesa: sono allora “verticali” quei rapporti che implicano una sudditanza del gruppo sociale verso un capo, un leader, e “orizzontali” quelle relazioni tra singoli che non riconoscono alcun “capo” tra loro ma si intrecciano allo stesso livello. A ben guardare, come diceva anche Weil, nelle relazioni orizzontali si trovano anche rapporti gerarchici e fluttuazioni di potere, così come in quelle verticali sono riconoscibili intrecci tra singole persone e non solo rapporti tra gruppi. Come sempre, la realtà difficilmente è fatta di insiemi omogenei e perfettamente distinti tra loro.

Per esprimere parole di verità in un rapporto verticale come in uno orizzontale, Simone Weil pone delle condizioni:

 

Per un simile compito è indispensabile un interesse appassionato per gli esseri umani, chiunque essi siano, e per la loro anima; una capacità di mettersi nei loro panni e di far attenzione ai sintomi dei pensieri inespressi, un certo senso intuitivo della storia che si sta compiendo, e la facilità di esprimere per iscritto sfumature delicate e relazioni complesse.[6]

 

«Sfumature delicate e relazioni complesse» è tuttavia quanto di più lontano rispetto ai linguaggi populisti a cui ci è dato di assistere.

Credo che una delle possibili interpretazioni del fenomeno del populismo possa essere quella di riconoscervi l’utilizzo del terzo movente della politica descritto da Weil per generare un radicamento emotivo del gruppo sociale, da cui gli deriva quindi il sostegno politico. Il radicamento che pongono in atto ha però, rispetto ai caratteri descritti da Weil, una forma degenerata.

Ad un’analisi attenta è possibile ritrovare nei populismi quel rapporto verticale e quell’espressione di un sentimento inespresso ma largamente condiviso citati dalla filosofa. Il sentimento contemporaneo di cui i populismi si nutrono nasce da una serie di fattori storici, economici e sociali recenti: la crisi economica del 2008, la globalizzazione e i cambiamenti del mercato nazionale e globale, l’affermarsi del capitalismo avanzato, l’immigrazione disperata delle persone dall’Africa e dal Medio Oriente in seguito alle guerre per le risorse, ai neocolonialismi, ai conflitti religiosi, al cambiamento climatico. Marco Revelli e Pierre-André Taguieff hanno dato valide descrizioni delle conseguenze di questi fattori.

 

Il diffuso declassamento del ceto medio. Con lo sfarinamento del cosiddetto «mondo del lavoro» […] con l’impoverimento di strati fino a ieri ascendenti e l’ascesa vertiginosa di piccoli gruppi di vecchi e nuovi privilegiati, segno inquietante di un’improvvisa inversione di marcia del cosiddetto «ascensore sociale» … cui fa riscontro una altrettanto improvvisa e inquietante lacerazione dell’involucro di «buone maniere», di relativa tolleranza e di «incivilimento» del conflitto politico […] sostituito ora da tutto ciò che appare «scorretto» (e in quanto tale sincero […]), aggressivo (e quindi diretto), rapido e fattivo.[7]

 

La neoreligione della mondializzazione salvatrice non entusiasma tutti, soprattutto non può entusiasmare la massa delle vittime della globalizzazione così com’è attuata, come macchina per disfare e rifare, per destrutturare e ristrutturare all’infinito, senza soggetto né finalità: immenso processo cieco e apparentemente incontrollabile, produttore di un’insicurezza generalizzata che getta gli uomini nell’instabilità perpetua e nell’ansia permanente, provocando quindi anche dure reazioni contro questo stato umanamente insopportabile.[8]

 

Di questo sentimento generale, i populismi italiani contemporanei si sono posti come “traduttori ufficiali”. Tuttavia, il loro tradurre in parole non rispetta le condizioni espresse da Simone Weil, non ha la capacità – né l’intenzione – di esprimere «sfumature delicate e relazioni complesse», preferendo invece narrazioni per slogan e soluzioni semplicistiche, individuando capri espiatori deboli, facili da colpire, pur di ottenere potere nell’immediato. L’agire dei populismi somiglia così molto di più alla descrizione che Weil fa della propaganda: «La propaganda non mira a suscitare un’ispirazione; essa chiude invece, essa condanna ogni fessura attraverso la quale possa penetrare un’ispirazione: gonfia tutta l’anima col fanatismo»[9].

La narrazione dei populismi ha la caratteristica di dare parola in termini di sentimenti pieni, privi di qualsiasi sfumatura. Sembra che le persone si identifichino ugualmente in queste parole, forse perché vi riconoscono comunque una parte della verità del loro sentire. Ad aggravare lo stato di manipolazione narrativa dei populismi è il fatto che la sinistra politica, invece di intraprendere strategie di svelamento della manipolazione o di contrasto, invece di radicarsi sul territorio e aprirsi all’ascolto di questo sentimento, sembra cercare di sfruttare a propria volta la dinamica della narrazione per sentimenti pieni. Ciò che è infatti ugualmente riconoscibile sia nei discorsi di Salvini sui social networks, sui giornali o a Pontida, sia nel dibattito scaturito dall’appello di Cacciari, è una retorica che oppone due coppie di contrari assoluti: amore-odio, buoni-cattivi. È da questo orizzonte retorico che nascono definizioni che sono in realtà mostri narrativi, come la suddivisione in «buonismo» e «cattivismo».[10]

La narrazione per sentimenti pieni ha l’effetto di ridurre il ventaglio di posizioni possibili su un dato problema, costringendo le persone a polarizzarsi su un fronte o sull’altro. La suddivisione in campi opposti ha due effetti: un aumento di potere e, intrecciato ad esso, un rapido innalzamento del livello di violenza. Quando la narrazione è aperta, distesa, vicina alla realtà, non sono possibili polarizzazioni. Non è possibile creare fronti compatti contro qualcosa o qualcuno. Questo implica anche che il potere che circola sia molto difficile da accentrare, non possa essere tenuto stretto da poche persone e usato a piacimento perché è un potere intrecciato al contesto, contingente alle relazioni. Stringere invece la narrazione su posizioni rigide, che abbandonano il contesto e si legano sempre più all’ideologia, significa rendere questo potere accentrabile nelle mani di pochi, e utilizzabile con un margine di libertà sempre più ampio, che viene dal non essere più sottoposto alla verifica e al controllo delle relazioni orizzontali. Ecco perché la verifica dei fatti è sempre più svalutata in nome di una verità intrinseca al partito o al movimento, che non può essere intaccata da elementi che la confuterebbero, rendendo il gruppo fragile e diminuendo la sua possibilità di poter accentrare potere.

Vorrei citare un esempio per mostrare quanto questo genere di narrazione possa sfociare in violenza politica e fisica, ma anche come siano possibili pratiche di riapertura in grado di scardinare il meccanismo di chiusura narrativa.

Nel 2017 si è tenuto a Barcellona il referendum indipendentista per la Cataluña, di cui ha parlato anche Maria José Gil Mendoza nella parte finale della sua presentazione al Grande Seminario di Diotima dello stesso anno. Come riportato da Maria José e attraverso i racconti di Asunción López, le posizioni politiche dei catalani in quei giorni sembravano essere molto più complesse di un semplice essere a favore o essere contro all’indipendenza. I politici hanno però forzato il conflitto, obbligando al sì o al no con il referendum, «con una lotta per il potere dove circolano parole di forza e di rivincita, mattoni lanciati contro»[11], che ha portato nei fatti ad un innalzamento rapido del livello di violenza. La violenza si è esplicitata non solo fisicamente negli scontri per strada ma anche politicamente, con un irrigidimento delle posizioni e dei toni e la chiusura del dialogo, a cui sono poi seguiti arresti e sequestri. In questo clima pericoloso, è stata invece la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ad aver spinto verso una riapertura scegliendo Marina Garcés per inaugurare les festes de la Mercè, una delle celebrazioni più importanti di Barcellona. Il pregò[12], nome dato a questo discorso inaugurale che viene rivolto alle persone della città ma anche all’intera Cataluña, ogni anno viene affidato ad un personaggio di rilievo della vita pubblica catalana. Ada Colau scelse una donna con cui condividere il desiderio di migliorare la vita in comune e l’amore per la città, e il discorso ebbe luogo in una delle sale più emblematiche della politica istituzionale catalana: il Salò di Cent. Riprendo le parole di Maria José:

 

Marina Garcés prende la parola in un momento difficile; uno di quei momenti in cui – come lei stessa dice altrove -, «saturi di clichè e di attività comunicativa, smettiamo di parlare». […] Le parole di Marina Garcés, precise e accurate, non assumono una posizione di critica, ma stanno appresso le cose, scorrono amunt i avall, ripercorrendo la storia della città e la sua propria, entrambe intrecciate, e compongono un mosaico che ci restituisce la complessità di un momento storico che, come lei stessa mostra, richiede di essere letto con verità e coraggio. «Parlar» – scrive Marina Garcés – és interrompre el soroll i trobar aquella paraula que realment necessito dir-te, aquell sentit que il.lumina d´una altra manera el que estém vivint» [«Parlare» –– «è interrompere il rumore e trovare quella parola che ho bisogno di dirti davvero, quel senso che illumina in un altro modo ciò che stiamo vivendo»]. Marina Garcés parla e lo fa con un’autorità e una fedeltà a ciò che vuole dire tali che, in mezzo al rumore generale, crea uno spazio di profondo silenzio, che apre ad un nuovo orizzonte di senso, in cui il «desiderio di scommettere per la vita e la relazione», come racconta Asunción López a proposito delle donne anziane e giovani che incontrò il giorno del referendum, è la spinta vitale a parlare e agire. […] Al discorso astratto del potere risponde con una lingua legata alla vita, alla concretezza delle cose, che restituisce la fiducia nelle relazioni, nella convivenza. Lì vedo una rivolta.[13]

 

La scelta politica e simbolica di Ada Colau e le parole di Marina Gracés rappresentano per me un esempio di spostamento femminile, perché sono state in grado di riaprire il ventaglio simbolico delle posizioni politiche, superando l’opposizione dicotomica stabilita dalla narrazione semplificatrice. Il loro non è tanto uno spostamento quantitativo, che permette di passare da due posizioni a tre, cinque, dieci. È piuttosto uno spostamento qualitativo, che cambia il livello del discorso abbandonando le logiche astratte e radicandolo invece nella soggettività e nelle relazioni, nella vita di ciascuno e ciascuna.

Le pratiche dello spostamento del discorso e delle relazioni orizzontali sono al centro della politica delle donne. Consistono prima di tutto nell’agire in prima persona, intrecciarsi al contesto, avviare pratiche politiche che entrino nel tessuto del simbolico e della società e spostino lentamente – ma inesorabilmente – la questione su parole e linguaggi, modalità di pensiero, differenti. È un muoversi sul piano orizzontale delle relazioni da cui, come scriveva Simone Weil, possono emergere parole di verità che fungano da guida.

Una delle pratiche politiche che più agiscono sul simbolico è la pratica del pensare in presenza. È la pratica della discussione orale improvvisata che nasce dal desiderio politico ed esistenziale di alcuni e alcune di riallacciare il significato delle parole all’esperienza reale. Sorge come reazione a quella sensazione di distanza, di perduta corrispondenza, tra le parole e l’esperienza vissuta, la sensazione che qualcosa del mondo resti oscuro e muto. Scrive Chiara Zamboni:

 

non è semplicemente il suo senso che cerchiamo. Si tende piuttosto verso qualcosa che chiamerei verità, quella verità che resta innominabile e che segnala il punto di tangenza tra linguaggio ed essere. Un punto di intersezione che rimane velato e che ha a che fare con i limiti del simbolico. […] e tuttavia la verità resta inesprimibile. Piuttosto cogliamo l’effetto della verità dal fatto che noi avvertiamo intimamente vincolanti tali parole. Ci sentiamo impegnati per esse.[14]

 

“Sbilanciarsi dal lato della politica delle donne” vuol dire quindi innanzitutto intraprendere l’azione e le pratiche individuali, allontanarsi dal sottoscrivere opinioni o appelli altrui. È proprio grazie al desiderio di verità, a questa fedeltà e precisione alle sfumature del sentire e dell’esperienza personali che si può portare un vero cambiamento nei linguaggi e nel simbolico, tornando ad ancorare la narrazione del mondo alla realtà e non più alle ideologie.

 

La narrazione

 

Proseguendo l’analisi del fenomeno dei populismi, è ora il momento di osservare più da vicino lo strumento della narrazione. Quali distinzioni è possibile fare per separare una buona narrazione, una narrazione che sappia rispecchiare il visibile e aprire all’invisibile della realtà, da una narrazione che manipola il sentimento per fini di potere?

Per rendere chiare le distinzioni che vorrei proporre mi sembra utile usare la metafora del tessuto: la suddivisione è posta in base alla posizione di chi parla rispetto all’intreccio dei fili. Il tessuto rappresenta il contesto che si considera, che può essere un gruppo di persone, un’associazione, un partito, gli abitanti di una città o la società nel suo complesso. Del tessuto è fondamentale sapere che le relazioni, i fili intrecciati, sono ciò che lo creano e ciò che lo muovono, e che l’azione politica si svolge sempre all’interno di esso. Tenendo presente il tessuto – a qualsivoglia livello di complessità lo si voglia considerare – chiunque parli cercando di dire la verità dell’intreccio dei fili, cioè di descrivere i sentimenti inespressi delle persone che appartengono al contesto – potremmo dire, di descrivere il disegno che il tessuto crea – sta cercando di farne una narrazione. La questione da porre per poter costruire una distinzione è: da dove racconta?

Tre sono i posizionamenti possibili della narratrice o del narratore.

Si può raccontare da troppo vicino, da una posizione così interna all’intreccio che è impossibile poterne vedere il disegno. Da questa posizione sono visibili solo i fili che circondano più strettamente il filo di chi narra. Questo tipo di narrazione è ad esempio tipica di molti giornalisti che scrivono articoli nati da singole o poche testimonianze, ritenendole sufficienti a dare una visione d’insieme del fatto accaduto. Sono le interviste, per fare degli esempi, alla persona che viveva sotto il ponte Morandi prima che cadesse, o che abitava nello stesso paesino dell’ennesima donna uccisa per femminicidio, o che conosceva la coppia di anziani derubati e uccisi dal rapinatore. Tutte queste narrazioni nascono da testimonianze vere e dall’esperienza diretta, ma non guardano oltre a questa esperienza e non possono quindi costruire uno sguardo d’insieme. Anzi, l’intento giornalistico di questi servizi è spesso quello di intrappolare l’attenzione dei lettori, degli ascoltatori o degli spettatori attraverso l’uso dell’immedesimazione.

L’immedesimazione è un procedimento che ha in generale una buona reputazione. In effetti possiede molti vantaggi, primo tra tutti far comprendere a fondo una sensazione o un’esperienza dal punto di vista di un’altra persona. Ma ha anche un grande difetto, che può renderla pericolosa, di cui molti filosofi del ‘900 hanno discusso: l’annullamento della distanza. Quando ci si immedesima nell’esperienza di un altro, in un certo senso si diventa l’altra persona, ci si trova al suo stesso posto nel contesto. Ciò impedisce tuttavia di astrarsi dall’esperienza individuale e farsi un’idea dell’insieme, di poter osservare con distacco sia la persona che la situazione in cui è calata. Ne manca la possibilità perché manca la molteplicità dei punti di vista e l’intreccio dei rapporti al suo interno, l’esperienza collettiva che ne deriva. L’immedesimazione, quando non è controbilanciata da un interesse per la situazione nel suo insieme, quando non guarda oltre sé stessa, non lascia nella mente di chi la prova nient’altro che subitanei moti d’animo. Così un certo tipo di giornalismo ci espone a una notizia dopo l’altra, senza che nessuna di queste ci comunichi effettivamente un contenuto, un’informazione strutturata. Ciò che si trasmette sono emozioni temporanee, come la commozione o la rabbia, che però non possono trasformarsi in nulla di produttivo politicamente, non diventano azione con un significato. Perciò le narrazioni che si pongono troppo addentro all’intreccio, senza alzare lo sguardo dalla propria esperienza particolare per scorgere una porzione del disegno dell’insieme, non potranno mai essere generatrici di parole di verità. Sono espressione dell’esperienza pura e semplice del singolo, priva di respiro politico – inteso come la ricerca di un sapere che abbia valore per molti.

Un’altra posizione del narratore o della narratrice rispetto al tessuto è quella di chi lo osserva dall’alto, guardando solo alle grandi trame e ai grandi disegni senza prestare attenzione alle sfumature di colore, ai cambiamenti di punto, di spessore o di materiale. La sua attenzione è tesa alla costruzione di un’immagine completa e compiuta, che descriva l’interezza del disegno. Questa è stata ad esempio la posizione assunta da molti degli intellettuali che hanno risposto all’appello di Cacciari dell’agosto 2018, così come dall’appello stesso. È una posizione caratterizzata dall’eccesso di astrazione. È la posizione di chi si pone al di fuori dell’intreccio dei fili del tessuto, credendo che non sia necessario farne parte per capirlo ma che basti osservarne qualche grossa linea o punto per raccontare un’immagine in grado di spiegarne l’interezza. Solitamente queste narrazioni hanno paradossalmente pretese di assolutezza.

È una posizione frequente tra gli intellettuali, ma non solo. È infatti la stessa posizione di coloro che pensano di poter capire – e quindi decidere e legiferare – il funzionamento di un sistema complesso, come ad esempio quello del corpo umano, senza averne una conoscenza adeguata. Sono gli esperti delle ricerche su Google, che si informano su Wikipedia e sui forum online e da queste poche e superficiali informazioni costruiscono mostri narrativi, come le convinzioni che i vaccini siano un complotto di “Big Pharma”, finendo per mettere in pericolo non solo i propri figli ma l’intera collettività[15]. Anche da questa seconda posizione della narrazione non possono derivare parole di verità, perché manca l’esperienza diretta, la conoscenza profonda, manca l’essere effettivamente parte dell’intreccio a cui si vuole dare parola.

Infine, la terza posizione del narratore o della narratrice. È la posizione di chi si trova all’interno del contesto, che fa parte dell’intreccio del tessuto, ma che dall’intreccio si solleva per intravedere una porzione del disegno che si sta formando, per estendere il suo sguardo oltre la situazione contingente. La sua non è una conoscenza “compiuta”, non si pone l’obiettivo di illustrare il disegno nel suo complesso. È una conoscenza parziale, temporanea, fallibile, e – soprattutto – che si pone come tale. È una conoscenza a maglie larghe, aperta. È una conoscenza che lascia spazio a integrazioni, a modifiche durante il percorso, ad altre prospettive. Si tratta quindi di una narrazione che si tiene molto vicina al reale, accettandone la parzialità e molteplicità ma anche la radicale novità. È una narrazione che, se praticata nel presente, si fonda su una scommessa: la scommessa del senso. Raccontare il presente restando intrecciati ad esso è sempre uno sbilanciamento verso l’ignoto, nell’attesa di una risposta, di una integrazione con altre parole, di un rifiuto. Questa posizione è stata lavorata a lungo dalla politica delle donne come pratica del partire da sé[16].

Scrive Arendt a proposito di Karen Blixen: «Dove il narratore è ligio… alla storia, là, alla fine, parlerà il silenzio. Dove la storia è stata tradita, il silenzio non è che vuoto. Ma noi, i ligi, subito dopo aver pronunciato l’ultima parola, udremo la voce del silenzio»[17]. Narrare a partire da sé, tenendosi ligi alla storia genera il silenzio del riconoscimento, del radicamento. Genera il silenzio che segue all’aver trovato le parole giuste per dare nome a ciò che non l’aveva. Al contrario, le parole che non portano radicamento generano il vuoto del significato, che è come il centro di un buco nero: risucchia parole dopo parole, continuamente prodotte ma di cui nessuna si ferma o si àncora, mentre l’interpretazione complessiva è trascinata verso altre immagini già codificate, allontanata dalla realtà del mondo e dal sentire dei singoli. La terza posizione della narrazione, invece, è estremamente rispettosa del sentire, della traducibilità del sentimento in parole. Si pone nella posizione più lontana alla narrazione per sentimenti pieni che la destra populista, e al suo seguito anche la sinistra, propone in questo momento storico. È una narrazione che tiene conto del fatto che ognuno e ognuna non è mai attraversato da un unico sentimento ma che in lui o in lei si intrecciano sempre molteplici sfumature. Perciò sono questa narrazione e questa conoscenza attraversabile e parziale, a poter costituire un terreno fertile per l’emergere di parole di verità, anche in un rapporto verticale.

Specialmente oggi, specialmente di fronte alle strategie dei populismi e ai meccanismi che innestano nel gruppo sociale, il tradurre i sentimenti di molti in parole semplicistiche funziona “nel bene e nel male”, come scriveva Simone Weil. Per contrastare la deriva narrativa, l’allontanamento della narrazione dalla realtà, l’accentramento del potere e la manipolazione, è importante saper distinguere e riconoscere da quale posizione le parole vengano pronunciate. Potremmo così capire se sia un bene prestare loro attenzione, se possano dire la verità. Ma altrettanto controllo va esercitato in prima persona, in quanto narratrici e narratori della nostra realtà e del nostro sentire: se ci si rende conto di non fare parte dell’intreccio a cui si vuole dare parola, è bene fare un passo indietro, lasciare spazio a parole altrui.

 

Le lunghe radici della narrazione

 

La narrazione è uno strumento, la cui capacità di rendere il reale in modo fedele cambia a seconda di come viene utilizzato. Spesso però è facile sentirne sminuita l’importanza da coloro che non conoscono – o non vogliono che sia riconosciuto – quanto profonde siano le radici della narrazione nella struttura di una società umana. Il linguaggio è il tessuto simbolico con cui gli esseri umani tessono il mondo che li circonda. Lo costruiscono, letteralmente, associando parole a significati, oggetti, valori, persone, luoghi, azioni. Il linguaggio non è solo un prodotto del vivere nel mondo, ma sono allo stesso tempo gli esseri umani stessi ad essere prodotti e influenzati dal linguaggio, dal simbolico, che li circonda. Una narrazione è una creazione di linguaggio che costruisce un ordine, delle relazioni di causalità, una sequenza, delle gerarchie di importanza, un inizio e, a volte, una fine a partire dall’esperienza del mondo. Si può dire che la narrazione plasmi il linguaggio e il mondo insieme, costruendo attorno agli altri esseri umani un’architettura di senso con una linearità, una struttura, più chiaramente definita rispetto alle singole parole. Le narrazioni, come tutti gli esseri umani imparano sin da piccoli, possono essere di molti tipi e intrattengono con la “realtà dei fatti” – per quanto anche questo sia un concetto estremamente difficile da maneggiare – rapporti molto vari, che possono sfumare dall’estremo della pura invenzione di mondi di fantasia al polo opposto del racconto di un fatto realmente accaduto che si vorrebbe più veritiero possibile. Le lunghe radici della narrazione si protraggono quindi fino ai centri nevralgici più profondi dei rapporti fra tre poli: l’essere umano singolare, la collettività degli esseri umani e il mondo. Ne deriva che la narrazione si intrecci profondamente alla costruzione delle società umane.

Sono estremamente interessanti le riflessioni di Jean-Luc Nancy su cosa può creare in una comunità ciò che lui definisce «letteratura» – che possiede le medesime caratteristiche di ciò che intendiamo per narrazione. Quella che emerge dal tessuto di una narrazione molteplice, aperta, attraversabile e parziale del mondo è infatti secondo Nancy una «comunità inoperosa», una comunità cioè che si sviluppa in direzione opposta a qualsiasi forza accentratrice. Le forze accentratrici sono ciò che spinge a fondere progressivamente la singolarità e peculiarità dell’uno in una identità collettiva, a scivolare senza soluzione di continuità in una massa fusionale che è il compimento dello stato di collettività. Perché questo accada, ogni particolarità dei singoli dev’essere progressivamente annullata in un’organizzazione che riunisca la molteplicità sotto un obiettivo e un’identità comuni. Un esempio di comunità accentrate potrebbe essere quello di un formicaio o di un alveare, dove il valore della comunità nel suo complesso, e soprattutto della sua sopravvivenza, cancellano ogni singolarità individuale. Nel mondo umano, le società che si sono avvicinate maggiormente al compimento della comunità sono stati i totalitarismi.

La comunità accentratrice, che Nancy chiama «operativa», è una comunità la cui organizzazione è tesa a “funzionare” come un ingranaggio, predeterminando tutto per ridurre al minimo le varianze rispetto all’identità comune o all’obbiettivo. Al contrario, una «comunità inoperosa» ha la capacità di non fondere le singolarità in un’unica massa, e di seguire non tanto l’ordine del “funzionare” quanto piuttosto quello dell’“accadere”. È una comunità di soggetti in relazioni molteplici non predeterminate, che formano un tessuto orizzontale in cui è mantenuta l’unicità e l’irripetibilità di ognuno.

Il “funzionare” dì per sé riguarda quegli aspetti organizzativi, pratici e progettistici di una comunità. La maggior parte del “funzionare” riguarda ciò che si può controllare in anticipo, ciò che è predeterminabile. L’“accadere” è invece quello che avviene in presenza, che si forma anche grazie all’organizzazione, ma che non è riducibile ad essa. C’è una parte di incommensurabile, di inaspettato, che avviene sempre in presenza, dato dall’intrecciarsi delle singolarità che partecipano al momento di comunità. Se il funzionare ha una tendenza accentratrice, l’accadere rappresenta invece un continuo decentramento, una forza centrifuga.

Per Nancy sono pericolose quelle comunità umane il cui accadere è cancellato e il funzionare occupa tutto lo spazio. Sono comunità che finiscono per mettere al centro un ideale a cui tutti devono fondersi, un mito, e sacrificare l’unicità – finanche la vita – dei suoi membri in nome della sua sopravvivenza. Sono perciò comunità in definitiva mortifere. A queste Nancy contrappone la «comunità inoperosa» che resta sulla soglia tra comunità e singolarità, impedendo alla prima di collassare su sé stessa in una fusione autodistruttiva, e permettendo alle seconde di aprire lo spazio all’inaspettato.

La «letteratura» – la narrazione – è l’espressione intrinseca delle comunità inoperose, perché interrompe il mito ed è la voce naturale della comunità che resta sulla soglia.

 

La ‘letteratura’ (o la scrittura) è quel che nella letteratura […] interrompe il mito, dando voce all’essere-in-comune che non ha mito né può averne. […] poiché l’essere-in-comune non è da nessuna parte e non sussiste in un luogo mitico che ci potrebbe essere rivelato, non è la letteratura che gli dà voce, ma è l’essere in comune che è letterario (o scritturale).[18]

 

A differenza del mito, che si innesta sul soggetto autocentrato, compiuto, la narrazione scivola sul tessuto del continuum delle relazioni tra soggetti molteplici e inclinati gli uni verso gli altri, tra singolarità sempre tese al fuori di sé, all’«estasi». Più ancora che essere come la comunità, un rispecchiamento di essa, la narrazione per Nancy costituisce l’ossatura essenziale della comunità inoperosa.

 

La letteratura iscrive l’essere-in-comune, l’essere per altri e attraverso altri. Essa ci iscrive esposti gli uni agli altri e alle nostre rispettive morti attraverso le quali – al limite – ci raggiungiamo reciprocamente. Raggiungersi – al limite – non è comunicarsi, che è invece accedere a un altro corpo, totale, dove tutti si fondono [la comunità operativa]. Ma raggiungersi, toccarsi, è toccare il limite dove l’essere stesso, l’essere-in-comune, ci sottrae gli uni agli altri e sottraendoci, ritraendoci dall’altro di fronte all’altro, ci espone a lui [la soglia della comunità inoperosa che sfugge alla fusione]. È una nascita: non finiamo mai di nascere alla comunità.[19]

 

La «letteratura», la narrazione, è per Nancy un «gesto», che indica e tocca il limite tra comunità e singolarità senza mai oltrepassarlo, mostrando che lo stare sulla soglia è per ciascuno e ciascuna sempre una nuova nascita alla comunità stessa. Ciò che porta è la costruzione di un’architettura di senso che è una verità – o una conoscenza – a maglie larghe, attraversabile, parallela ad altre. Una conoscenza parziale, finita, mai compiuta: «qui non c’è niente da possedere e quel che la comunicazione scrive, quel che la scrittura comunica non è affatto una verità posseduta, appropriata e trasmessa – benché sia, assolutamente, la verità dell’essere in comune»[20].

Così come le comunità si suddividono in base al prevalere di forze centrifughe (inoperose) o centripete (operative) che le caratterizzano, la narrazione che è loro espressione possiede o meno l’equilibrio tra la relatività e l’assolutezza delle architetture di senso che costruisce. Presume cioè – per riprendere la metafora del tessuto utilizzata in precedenza – di descrivere compiutamente il disegno nella sua interezza, oppure accetta l’incompletezza e lascia lo spazio all’inaspettato nel raccontare la realtà.

Perciò è proprio a causa del carattere costitutivo della narrazione che è necessario ridare importanza, “peso”, alla relatività intrinseca di ogni storia per ricostituire un equilibrio tra la molteplicità delle storie e le pretese di assolutezza sempre più forti della Storia ufficiale. È necessario riportare alla luce il fatto che ogni Storia sia composta da una selezione di storie. Se la Storia ufficiale a livello teorico è descritta come una linea fissa (le “linee temporali” con cui si illustrava il susseguirsi degli eventi storici a scuola ne è un esempio evidente) che segue categorie prestabilite, mentre le storie, frutto della narrazioni particolari, sono la molteplicità centrifuga, pratica e partitiva che accoglie l’inspiegabile, una Storia ufficiale che si trovi in equilibrio sulla soglia tra le due è la relazione dialettica, l’intreccio reciproco di identità e novità, di conservazione e cambiamento. Le storie hanno infatti sempre costituito il motore del cambiamento della Storia. Ridare peso alle storie ha un effetto profondamente politico: è attraverso le maglie larghe delle storie narrate che il nuovo, il “mai accaduto”, l’imprevisto e il “senza precedenti” può essere raccontato, e quindi modificare le categorie della Storia ufficiale. Il “non rappresentabile” secondo le categorie conosciute diventa “rappresentabile” e quindi comprensibile. La teoria della Storia e la pratica delle storie si mescolano, costruendo una narrazione della realtà che non si acceca nel dettaglio né si perde nei voli dell’astrazione, ma resta ancorata alla realtà. Si tratta, di nuovo, di una buona pratica della terza posizione del narrare.

Ed è perciò sbilanciandoci dalla parte delle storie, che, soprattutto in un momento di tendenza alla chiusura e di cambiamento così ampio e radicale come quello in cui stiamo vivendo – globale, climatico, di strutture economiche, sociali, della rappresentanza, della democrazia – è importantissimo cercare e creare a partire da sé quelle narrazioni nuove in grado di accogliere il “mai accaduto”, per poter dire qualcosa di vero di ciò che sta accadendo adesso.

Una pratica femminile nuova è nata proprio a partire dall’equilibrio problematico tra la Storia oggettiva e le storie, agendo per sbilanciare la prima verso le seconde. È cominciato dalla ricerca di Marirì Martinengo e si è poi allargata diventando la pratica della Storia vivente[21]. Nata dall’intreccio tra il partire da sé, la ricerca storica e la narrazione, la storia vivente vuole inaugurare una storiografia che abbia le caratteristiche del cammino, riconosca la potenza delle relazioni non solo nei fatti accaduti ma anche tra i fatti e la storica, i suoi desideri, e che abbandoni la falsa equivalenza tra politica e potere. Scrive Marirì:

 

Io racconto una Storia vivente che non respinge l’immaginazione, un’immaginazione che affonda le sue radici nell’esperienza personale, storia più vera perché non cancella le ragioni dell’amore, non respinge le relazioni, dal suo processo cognitivo.[22]

 

Conclusioni

 

Costruendo questo percorso di riflessione ho voluto riportare all’attenzione quanto la narrazione sia essenziale allo stare in comune delle persone, allo svilupparsi delle società umane, quanto siano profonde le sue radici e quanto forte possa essere il suo valore politico. Raccontare storie è sempre stato un gioco terribilmente serio, ma mai come oggi si rende evidente il suo potere di modificare le realtà. Per questo è necessario in primo luogo riacquisire consapevolezza del carattere costitutivo delle narrazioni per le società umane, e di come quindi la narrazione possa essere utilizzata come movente in politica; in secondo luogo conoscere il differente valore di verità tra le narrazioni a seconda della posizione assunta dal narrante rispetto al contesto; in terzo luogo, infine, sbilanciarsi per riequilibrare quelle narrazioni che si spingono troppo verso pretese di assolutezza.

Nel percorso che ho creato ho parlato di tre sbilanciamenti verso la politica delle donne.

Il primo è uno sbilanciamento di metodo, politico: non sottoscrivere posizioni altrui ma agire in prima persona intrecciandosi al contesto delle relazioni.

Il secondo è uno sbilanciamento di posizione rispetto al tessuto. L’agire nasce da un orientamento nel contesto, dalla conoscenza della situazione. La ricerca di parole veritiere, che esprimano con accuratezza e fedeltà le relazioni implicate e il sentire delle persone è una narrazione che non può venire da qualsiasi posto, ma è frutto di un posizionamento preciso. È la terza posizione della narratrice o del narratore rispetto all’intreccio, che è la posizione del partire da sé per spingere lo sguardo oltre la limitatezza dell’esperienza particolare, cercando invece una parola valida anche per altri.

Il terzo è uno sbilanciamento di consapevolezza, dell’importanza di ascoltare e narrare storie. Non per cancellare l’importanza di una storiografia ufficiale, di una narrazione principe dei fatti accaduti che è utile alla conoscenza, ma per rimettere questa narrazione nel quadro più ampio, ricordarle la sua origine relativa e parziale. E anche per riavvicinare quella «comunità inoperosa» che è dell’ordine dell’“accadere” piuttosto che di quello del “funzionare”, ed è il terreno fertile non solo al realizzarsi del nuovo ma anche alla sua comprensione.

Ho scelto il romanzo di Remarque[23], Niente di nuovo sul fronte occidentale, per farmi da guida simbolica e dare un titolo a questo intervento. Remarque mette in scena la distruzione di un’intera generazione nelle trincee, portata lì dagli ideali astratti e dalle politiche di potere maschili, testimoniando il più grande fallimento (prima della seconda guerra mondiale) del pensiero della modernità. Sordi a qualsiasi segnale o parola, nella convinzione cieca di avere ragione, i piani della guerra sono stati portati avanti trascinando via milioni di vite, tanto che la carneficina giornaliera divenne la normalità, “niente di nuovo sul fronte occidentale” appunto.

Cambiando questo tragico titolo ho voluto sottolineare quanto spero che attraverso lo sbilanciamento potente verso la politica e le pratiche delle donne sia possibile evitare il ritorno del distacco tra l’esserci del mondo e la sua narrazione, delle comunità operative mortifere, e forse portare qualcosa di nuovo sul fronte occidentale.

 

 

[1] Massimo Cacciari, Massimo Cacciari e l’appello anti-populismo: “Prepariamoci alle elezioni Europee”, La Repubblica, 2 agosto 2018.

[2] Alessandra Ciattini, Un altro appello degli intellettuali, La città futura, 25 agosto 2018. Alessandra Ciattini insegna Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

[3] Esemplificativo al riguardo è la vicenda storica di Olympe de Gouges, che a seguito della Rivoluzione Francese scrisse e pubblicò nel 1791 la Dichiarazione dei diritti della Donna e della Cittadina, a seguito della più famosa Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, in cui sosteneva l’uguaglianza tra uomini e donne nei diritti civili e politici. La sua Dichiarazione fu rifiutata dai rivoluzionari e l’autrice fu ghigliottinata nel 1793 “perché si era dimenticata le virtù che convengono al suo sesso”.

[4] Simone Weil, La prima radice, trad. it. di Franco Fortini, SE, Milano 1990, pp. 174-175.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 181.

[7] Marco Revelli, Populismo 2.0, Einaudi, Torino 2017, pp. 6-7.

[8] Pierre-André Taguieff, L’illusione populista, trad. it. di Alberto Bramati, Bruno Mondadori, Milano 2003, p. 5.

[9] Simone Weil, op.cit., p.171.

[10] Antonio Polito, Il buonismo è finito. Ma il cattivismo di Salvini è meglio?, Corriere della Sera, 18 giugno 2018.

[11] Maria José Gil Mendoza, La lingua che non scordo in Per amore del mondo, La lingua delle donne taglia e cuce, n.15/2017-2018. Consultabile online.

[12] Discorso per intero (in catalano) ritrovabile qui:

https://www.elperiodico.com/es/barcelona/20170922/texto-integro-del-pregon-merce-2017-marina-garces-6304406

[13] Maria José Gil Mendoza, La lingua che non scordo in Per amore del mondo, La lingua delle donne taglia e cuce, n.15/2017-2018.

[14] Chiara Zamboni, Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni, Liguori editore, Napoli 2009, pp. 12-13.

[15] A proposito della popolare questione del movimento no-Vax, frutto esemplare di una narrazione manipolatoria e falsa che ha assunto vita propria, consiglio di consultare la voce “Andrew Wakefield” su Wikipedia e la relativa bibliografia.

[16] Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori editore, Napoli 1996.

[17] H. Arendt, Isak Dinesen (1885-1963), in Aut Aut, Il pensiero plurale di Hannah Arendt, n. 239-240/1990, p. 163.

[18]Jean-Luc Nancy, La comunità inoperosa, trad. it. di Antonella Moscati, Cronopio, Napoli 1992-2002, p. 133.

[19] Ivi, p. 138.

[20] Ivi, p. 87.

[21] Per conoscere meglio questa pratica consiglio la lettura del loro ultimo libro, La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi, Moretti&Vitali editore, Bergamo 2018. Con testi di Marirì Martinengo, Marie-Thérèse Giraud, Laura Modini, Giovanna Palmeto, Laura Minguzzi, Luciana Tavernini, Marina Santini, Marìa-Milagros Rivera Garretas, Rosy Daniello, Adele Longo, Anna Potito, Katia Ricci.

[22] M. Martinengo, La voce del silenzio. Mi ha chiamata da sempre, in DWF, La pratica della storia vivente, n.95/2012, p. 11.

[23] Erich Maria Remarque, pseudonimo di Erich Paul Remark, era uno scrittore tedesco che partecipò alla Prima Guerra Mondiale. Nel 1929 pubblicò il romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale, il primo di diversi testi in cui lo scrittore descriveva la guerra con grande realismo e critica dei meccanismi culturali e sociali che avevano portato ad essa. Nel 1933 i nazisti bruciarono e misero al bando tutte le sue opere, mentre la propaganda di regime faceva circolare la voce che discendesse da ebrei francesi e che il suo cognome fosse Kramer, cioè il suo vero nome al contrario. Questa informazione è ancora presente in alcune biografie, nonostante la mancanza di prove a supporto. I suoi testi sono stati quindi considerati un atto politico di non poco rilievo.

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