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Presentazione di Tam tam di Vita Cosentino presso il Circolo della Rosa

 Verona 23 aprile 2013

 

L’ispirazione da cui questo piccolo libro nasce è la gratitudine. L’autrice lo dichiara in chiusura, nell’ultima pagina. Lo indirizza in senso proprio, anche se usa l’anonimato, a tutte le persone che le sono state vicine durante la malattia, a partire dalle prime ore, da quella mattina veronese in cui invece di poter raggiungere l’aula dell’Università di Verona dove era attesa una sua relazione su lingua bene comune, si è trovata paralizzata al Neurologico di Borgo Trento. Da quelle prime ore ad oggi una piccola folla di persone l’ha circondata e le è rimasta vicina, sostenendola e cercando con lei nuovi modi di stare insieme, di creare occasioni di ritrovarsi, per far sì che ciò che di terribile era accaduto all’amica, non dovesse significare anche la fine della relazione, della sperimentata fecondità dello stare insieme.

Nel libro si parla, si racconta della malattia, ma in primo piano appaiono le altre: le amiche e gli amici di una vita, ma anche i nuovi incontri nei nuovi contesti che la malattia costringe a frequentare. Leggendolo conosciamo il dolore, ma anche la sorpresa, la gioia, la conferma di ritrovarsi all’interno di una corrente vitale d’amore.

È un libro dunque scritto, all’insegna della gratitudine. E qui farò un passo a lato, autorizzato dal nostro, di Vita e mio, continuare a pensare insieme – che va avanti direi dal ’94, quando abbiamo cominciato a ridiscutere insieme la nostra esperienza di insegnanti e a farne materia di quella pratica politica che ha preso il nome di autoriforma gentile della scuola.

Alcuni giorni fa leggevamo il libro di Françoise Dolto, I Vangeli alla luce della Psicanalisi La liberazione del desiderio1, Vita era mia ospite, come qualche volta accade, e come sempre era un’occasione di confronto.

Mi aveva colpito la lettura che Françoise Dolto propone della parabola del buon Samaritano. Gesù viene interrogato da un uomo di legge che gli chiede Chi è il tuo prossimo? – ricordate che il comandamento dice:ama il prossimo tuo come te stesso – e Gesù risponde con una parabola: c’è un uomo ferito, quasi morente, sul ciglio della strada, i briganti l’hanno derubato e bastonato. Passano due uomini religiosi – un sacerdote e un levita, lo vedono ma non si fermano, passa un Samaritano, uno straniero, ne ha compassione e lo soccorre con le sue mani e con il suo denaro. Chi è stato il suo prossimo? chiede Gesù, all’uomo di legge che l’ha provocato. Il suo prossimo è stato il Samaritano, riconosce l’uomo di legge, e Gesù conclude: Va e fa altrettanto. Di qui l’interpretazione corrente: Gesù comanda la caritas, l’amore e l’aiuto verso il prossimo sofferente, anche se questi è uno sconosciuto, anche se non appartiene alla tua tribù, alla tua religione o alla tua gente. Gesù ci insegna l’amore universale.

Dolto accusa questa lettura di moralismo e rovescia la posizione del soggetto. Il prossimo che la parabola ci insegna a riconoscere non è il ferito, è invece il Samaritano che si è fatto prossimo: letteralmente si approssimato, si è avvicinato al ferito. E la parabola non insegna a compiere opere caritatevoli e occuparci personalmente di tutti i bisognosi che incontriamo, insegna invece la gratitudine, ad essere grati anche agli sconosciuti, che per qualche loro ragione, quando stavamo per venir meno, ci hanno aiutato a rientrare nella vita. Dolto ribadisce: Gesù non condanna quelli che, per qualche motivo loro, non si sono fermati a soccorrere il ferito, né dà particolari meriti al Samaritano che ha agito con spontaneità, con naturalezza, perché si è identificato con l’uomo sofferente, Gesù insegna invece la gratitudine nei confronti di chi ci è stato prossimo.

A me ancora stupita davanti a questa interpretazione, Vita diceva sì, è proprio così, ciò che è vitale è la riconoscenza. A rileggerlo in questa luce, questo libretto mostra che la gratitudine, il riconoscimento dell’amore che si è ricevuto e che si continua a ricevere, mantiene chi sta soffrendo, in una corrente di scambio affettivo vivificante che gli permette di evitare, come ad altri invece accade in circostanze simili, di chiudersi in se stesso, di essere soffocato dal rancore, o roso dalla rabbia, dal sentimento di avere subito un’ingiustizia.

La corrente vitale d’amore, di cui questo libro dà testimonianza, ha la sua sorgente nella lei che è la protagonista della vicenda: colpita, ed entrata in una situazione di dipendenza materiale, di bisogno, rimane al centro della sua vicenda ponendosi non come oggetto di cura o di assistenza, ma come soggetto desiderante, capace di mantenere in vita le relazioni intessute in anni di lavoro politico e di annodarne di nuove nei nuovi luoghi che la malattia e la riabilitazione la costringono frequentare.

Questa capacità di partire dal bisogno per alimentare il desiderio e nutrire la circolazione di relazioni affettive è quello che più mi colpisce del racconto e dell’esempio che Vita ci offre.

Mi pare anche di ritrovare, nella pratica che le permette di gestire con libertà bisogno e dipendenza, una conferma, alta e difficile da emulare, di quello che abbiamo pensato, capito, in questi anni. Insieme abbiamo lavorato con Mag di Verona su La vita all’origine dell’economia2e abbiamo ragionato sugli scambi che costituiscono la trama della nostra esistenza di creature dipendenti. Come ci ricorda Ina Praetorius3 tutti noi esseri umani, uomini e donne, adulti, vecchi, bambini siamo dipendenti gli uni dagli altri e dalla terra, dall’ambiente che ci circonda. E non potremmo vivere, ci ricorda, neppure pochi minuti senza aria e senza amore.

Nella società moderna abbiamo imparato a dimenticare, a nascondere ai nostri stessi occhi, la nostra costitutiva, essenziale, creaturale, dipendenza mediando le relazioni con gli altri attraverso il denaro.

Il denaro è la forma in cui si oggettiva, in modo astratto, la cooperazione sociale dalla quale dipende la nostra sopravvivenza, e il fatto di pagare permette all’individuo che partecipa al mercato di non implicarsi personalmente nelle relazioni di scambio. Abbiamo dunque l’impressione che il mercato ci renda libere.

Il denaro appare essere la salvaguardia della nostra indipendenza: pagare un servizio ci libera da ogni debito di riconoscenza, ci libera dalla fatica di chiedere aiuto, dal peso di domandare un favore, ci dà l’idea di non dovere niente a nessuno. Ci consegna però alla solitudine, a una presunzione di autosufficienza, liberandoci dal sentimento della dipendenza, ci priva però anche della ricchezza della relazione e dello scambio personale. Non essendo autonoma nei suoi spostamenti Vita potrebbe prendere un taxi, non volendo restare sola a casa la notte quando il marito non c’è, potrebbe pagare qualcuna che dormisse lì. Certo il tutto, ogni giorno sarebbe costoso, Vita si sente ricca di molte relazioni, non di molti soldi (come ha detto nel suo intervento al Grande Seminario di Diotima Sono una donna ricca, nell’autunno 2012)4. Ma il suo rifiuto a entrare in circuito di assistenza mercenaria, ha un’altra fonte, lei teme che questa modalità di sopperire al bisogno, che separa la cura dall’amore, e dal desiderio, finirebbe per tagliarla fuori da quella circolazione amicale ed affettiva che fa sì che la sua esistenza marcata dalla malattia, sia in ogni modo vitale e ricca per lei e per le persone che le stanno vicine.

Ci dà l’esempio di una coerenza degna di ammirazione, che non so quanto saremmo capaci di emulare, perché mentre cercavamo di sottrarci all’obbligo della cura, da sempre richiesta alle donne, si produceva in noi una certa confusione tra libertà e autonomia e si radicava il sentimento che sia meglio non dovere niente a nessuno ed evitare di dovere chiedere.

Per Vita dunque il senso della vita sta nella ricchezza delle relazioni, lo era prima e lo è anche adesso: le occasioni che permettono questo sono molteplici come questo racconto dimostra. Il marito che si assenta, un passaggio in macchina per andare a una riunione in Libreria, l’essere accompagnata a fisioterapia o al supermercato, a una mostra, una vacanza al mare, con tutte le difficoltà logistiche che comporta, sono tutte occasioni di compagnia, di allegria, di conversazione, di scambio.

Un’altra annotazione riguarda il suo modo personale di usufruire dell’assistenza pubblica (oltre alle relazioni amicali l’altra ricchezza, che Vita riconosce di avere scoperto di avere, sempre in Sono una donna ricca, è il buon funzionamento delle strutture sanitarie e dell’assistenza medica, infermieristica, di riabilitazione, l’appoggio della psicologa che le viene offerto): anche all’interno della struttura sanitaria la paziente mostra il suo stile particolare: è in grado di contrattare con le infermiere e con le altre pazienti, di inventare stanze da pranzo in reparti dove nessuno ha pensato di crearle. Soprattutto colpisce come il suo porsi come soggetto in una comunicazione autentica e diretta divenga coinvolgente per chi la incontra. La relazione professionale, spesso neutra, impersonale nel lavoro istituzionale, si trasforma in relazione personale, in amicizia, diviene occasione di scambio. Cambia l’atmosfera per chi lavora e per chi usufruisce della prestazione.

Era quello su cui puntavamo quando ragionavamo sul piacere del nostro mestiere di insegnanti e sull’efficacia del nostro lavoro: anche nell’istituzione, ci dicevamo, bisogna giocarsi la propria soggettività: quando funziona, in barba alle programmazioni standardizzate, è perché si riesce ad instaurare una relazione personale con gli allievi. Quando si è l’insegnante è più semplice però, perché si ha l’iniziativa, si può condizionare il clima della classe, scegliere la modalità della comunicazione. Vita ci mostra che è possibile farlo anche da paziente, che anche quando si è oggetto di cura è possibile giocare la propria soggettività, chiamare l’altra/o ad esserci personalmente.

La protagonista, come molte e molti oggi, vive lontano dal luogo in cui è nata, e prima della malattia si sentiva estranea al luogo in cui abitava, sola con il marito, aveva invece intessuto molte relazioni in altri luoghi, essendo molto attiva e promotrice di molte iniziative nel movimento delle donne, nell’autoriforma della scuola, creatrice di una Libera Università dell’incontro. Pensava, prima di essere così duramente colpita, a queste relazioni come a relazioni di lavoro politico, coinvolgenti sul piano della collaborazione pratica e intellettuale. Che cosa ne sarebbe rimasto si chiedeva, dubitando, di queste relazioni ora che spostarsi era diventato difficile? Il libretto testimonia come le relazioni tengano alla prova della sventura: le relazioni nate da uno scambio autentico rivelano un lato affettivo che rimaneva sottaciuto e indicano che nuove forme di radicamento sono possibili. Ci consegna un insegnamento e una speranza.

Note

  1. Françoise Dolto I vangeli alla luce della psicanalisi. La liberazione del desiderio. Dialoghi con Gérard Séverin, trad.it Rossella Prezzo, et al./edizioni, Milano 2012.
  2. Vedi La vita alla radice dell’economia, ed. Mag Verona 2007 a cura di Vita Cosentino e Giannina Longobardi.
  3. Ina Praetorius Penelope a Davos Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano 2011.
  4. L’intervento è online su questo sito.
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