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Presentazione del XXX Seminario internazionale di Duoda. Il corpo si confessa: l’incesto[1]

 

(Traduzione dallo spagnolo di Luciana Tavernini)

 

L’incesto si dimentica: noi donne (che lo patiamo in carne o spirito) per salvarci, per proteggere l’anima dal delitto chiave, costitutivo, strutturale del patriarcato, nostro olocausto particolare; gli uomini, salvo quelli che lo hanno patito o chi è sensibile alla differenza sessuale, lo dimenticano per continuare a fantasticare con corpi giovani e gracili di donna. Lo camuffano in molti modi, uno, ad esempio, è convertire il suo tabù nell’origine la cultura. Lidia Falcón in La razón feminista (La ragione femminista) (Vindicación Feminista, Madrid 1994) dice che il tabù dell’incesto, la proibizione dell’accesso dei padri, fratelli, zii, nonni ai corpi delle bambine o bambini della famiglia, lo imposero le madri per proteggerle dalla violenza della sessualità maschile patriarcale.

 

Prima del dimenticare, per fortuna il corpo, come ha detto molto semplicemente Susanna Pruna Francesc – dalla quale abbiamo preso in prestito il titolo del Seminario – il corpo si confessa. Per fortuna anche il patriarcato non ci ha tolto del tutto il nostro sapere millenario del corpo e sul corpo; benché, a noi universitarie, ci abbia allontanato molto studiare René Descartes e i suoi seguaci invece delle sue contemporanee Margaret Cavendish o Anne Finch Conway. Quest’ultima, filosofa nata a Londra nel 1631, famosa per i suoi salotti filosofici e per soffrire di intense emicranie che la tenevano giorni interi in stanze oscurate, nel suo unico manoscritto conservato, Principi della più moderna filosofia critica (1690), smentisce la tesi di Descartes sull’incapacità cognitiva del corpo. In un passaggio dell’opera, che riprendo da Ingeborg Gleichauf, lady Conway dice:

 

La filosofia cartesiana dice che ogni corpo è semplicemente massa inerte, e non unicamente carente di qualsiasi tipo di vita o di sensazione, ma anche incapace averli in tutta l’Eternità; questo grande errore deve essere anche attribuito a tutti quelli che affermano che il corpo e la mente sono opposte e non possono trasformarsi uno nell’altra, in tal maniera privano il corpo di qualsiasi tipo di vita e di sensazione.[2]

 

Ritornando al corpo che si confessa, questo Seminario di Duoda, il trentesimo che celebriamo, tratta di un doppio atto di confessione: quello del corpo e quello della parola. Secondo María Zambrano in La confesión:género literario (La confessione come genere letterario, Abscondita, Milano 2018) la confessione è: “l’azione massima che si può eseguire con la parola”; è “parola viva in cui il soggetto si rivela a se stesso”; è un “aprirsi della vita che non implica accettare la verità ma accedervi, rivelazione delle sue viscere”. Tutta la confessione è parlata, è una lunga conversazione e sposta lo stesso tempo che è il tempo reale. Ci porta come un romanzo in un tempo immaginario”. Questa forma della confessione di farci entrare nella verità dell’essere mantenendoci nel tempo della vita, non nella finzione narrativa dell’autobiografia, è quello che permette che la parola sia esecutiva (parola di Zambrano che oggi tradurremmo con performativa) non solo per le confessate, ma anche per il confessore. Perché? Perché sentiamo che si ripete qualcosa in noi, benché mai lo stesso. Il Mee Too è stata una performance collettiva delle donne, performance curativa per quelle che si sono confessate e per quelle che si sono connesse con la loro verità. In noi si è sciolta qualcosa della confusione che tanta menzogna genera sotto tanta normalità.

Il contributo di Candela Valle Blanco tratta precisamente del momento felice della cura quando si scioglie la confusione, in questo caso la confusione tra il sentire e il dire il suo senso. Patricia Meza esplora la dimensione politica dell’uscire dal mutismo, quando questo accade il patriarcato svanisce di colpo. Il valore che hanno le sue indagini profonde nel dolore è che trovano percorsi per uscire immacolate dalla casa degli orrori del padre. Un grazie anticipato.

 

Seguendo Monica Benedetti, un’altra delle molte donne che hanno sofferto l’incesto, qui siano disposte “a rivivere ricordi orribili a condizione che al centro della scena stiano quelle che hanno patito, non quelli che hanno abusato”.[3]

 

[1] Presentato al XXX Seminario internacional de Duoda. El cuerpo se confiesa: el incesto, Universitat de Barcelona, 11 maggio 2019.  Il video dell’incontro si trova in https://www.youtube.com/watch?v=_Gm_7Mk3LdM

Il testo in spagnolo è pubblicato in Duoda. Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual, Universitat de Barcelona, N.57/2019, pp. 60- 62.

[2] Ingeborg Gleichauf, Mujeres filósofas en la historia. Desde la Antigüedad hasta el siglo XXI, Icaria, Barcellona 2010, p. 60.

[3] Monica Benedetti, Pedofilia in “Via Dogana. Rivista di pratica politica”, n.94 (settembre 2010).

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