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Per un’altra civiltà dei rapporti

 

  • Ho scritto questo testo nel giugno del 2017 come Introduzione al libro curato da Mariella Pasinati, Insegnare la libertà a scuola. Proposte educative per rendere impensabile la violenza maschile sulle donne, Carocci, Roma 2017. Prima dunque che esplodesse lo scandalo Weinstein e il movimento politico del #metoo. Un movimento basato sulla presa di coscienza personale e collettiva e di parola pubblica di molte donne, una parola dirompente di verità che, schivando la deriva della vittimizzazione femminile, ha messo allo scoperto il carattere sistemico e culturale dell’intreccio sesso denaro potere (il contratto sessuale) e aperto un conflitto planetario con la società e la sessualità maschili. Un conflitto tra i sessi che mi auguro segni davvero la fine di un tempo e l’inizio di una nuova civiltà di rapporti: una svolta epocale verso un mondo intero in cui risulti impensabile ogni forma di violenza contro le donne.

 

 Sull’urgenza di prevenire e contrastare la violenza maschile[1] sulle donne facendo leva sull’educazione, la cultura e la scuola, esiste ormai un consenso diffuso e si moltiplicano i progetti educativi rivolti ad alunne e alunni e gli interventi di formazione di operatrici e operatori.

Da tempo il fenomeno occupa le cronache, i dibattiti,  i media, l’attività di organismi locali, nazionali e sovranazionali[2], le buone intenzioni dei policy makers e dei paladini delle donne, nonché la mente di operatrici e operatori, esperti, alla ricerca di soluzioni. E riaccende proteste, campagne, movimenti, mobilitazioni. Prevale una diffusa lettura emergenziale del fenomeno, ruotante attorno alla figura della donna come vittima da tutelare con misure securitarie che tuttavia non funzionano o funzionano poco, come fatti anche recenti dimostrano. Questa lettura emergenziale, con i corrispondenti processi di istituzionalizzazione del problema che rischiano di confinarlo nella pura sfera criminale o patologica (Leiss, 2012), non è accettabile. Lo sostengo non certo per minimizzare il fenomeno[3], drammatico per la sua pervasività e trasversalità, al contrario, per connotarlo come un fatto strutturale che in definitiva riguarda lo stato del rapporto tra i sessi alla radice della vita associata, ma anche per comprendere perché attorno ad esso si stia coagulando una rinnovata attenzione pubblica. Come se la “cittadinanza compiuta” che le nostre democrazie occidentali si sforzano o si illudono, ma alle loro condizioni e neutralizzando la differenza, di offrire alle donne attraverso misure di inclusione paritaria fosse minacciata da quelle che vengono ancora interpretate come forme di oppressione femminile, di cui femminicidi, maltrattamenti e abusi rappresenterebbero i fenomeni apicali quasi innominabili. Come se il problema fosse dunque la non raggiunta parità di genere e non invece la mancata accettazione della libertà e dell’autorità femminile da parte dell’altro sesso.

Sento allora la necessità di provare a fare un po’ di ordine, ordine di pensiero e di linguaggio, ordine simbolico, perché la fenomenologia della violenza maschile sulle donne ci è ormai abbastanza (e tristemente) nota, ma non altrettanto il suo senso. Cercare di dare un altro ordine di senso al fenomeno, averne una visione più profonda e fedele alla realtà, mi sembra importante anche per pensare risposte educative, sociali e politiche che provino ad affrontare il problema alla radice e possano diventare un orientamento condiviso. Il rischio altrimenti è di restare nella morsa opprimente dell’impotenza – a cui nessuna legge, diritto riconosciuto o buona volontà può sottrarci – senza riuscire a trovare il bandolo per un agire efficace che, come auspico, sia un «combattere senza odiare, […] disfare senza distruggere» (Muraro, 2012: 72), lottare senza farsi distruggere.

La qualità dei rapporti tra uomini e donne, dai rapporti intimi a quelli pubblici, è elemento costitutivo della qualità di una società, dato che la relazione tra i sessi è fondamento della vita comune, della percezione di sé stesse/i, degli altri, del mondo. Dunque è al contempo una questione politica, culturale e sociale, così radicale da non potersi esaurire nella moltiplicazione di leggi e diritti, nelle cosiddette politiche di genere o educazione al genere, che per lo più rappresentano misure deboli se non fuorvianti orientate come sono al “politicamente corretto”, ossia a una mediazione al ribasso, neutralizzante la differenza, pensata nel timore che la lotta tra i sessi o lo squilibrio portato dal femminismo possa distruggere i fondamenti della nostra civiltà.  Anche le campagne di denuncia e di sensibilizzazione,  le iniziative nelle scuole e in altri luoghi, quasi sempre finalizzate a combattere discriminazioni e stereotipi in nome della parità, rischiano di rimanere in superficie e non di rado di veicolare messaggi distorsivi se non affrontano il nodo alla radice: il fatto cioè che la violenza riguarda tutti gli uomini, perché trae origine dalla loro cultura millenaria, da un immaginario diffuso della virilità che pretende di esorcizzare la fragilità della presunta autosufficienza maschile, come riconoscono ormai pubblicamente anche uomini impegnati in un lavoro di riflessione su di sé in una pratica politica condivisa con altri e in una relazione di scambio-confronto-contrattazione con donne del femminismo. Non affrontare il problema alla radice porta ad eludere il necessario lavorio di pensiero e di relazione, di simbolico, ogni giorno rinnovato, fatto di contrattazione (e conflitto) tra sé e sé e con l’altra/o, dal più intimo al più pubblico, per l’affermarsi di un senso libero dell’essere donne e uomini e delle loro relazioni. Un lavorio necessario a disattivare paure e risentimenti, a formare soggettività consce della fragilità e della dipendenza, ma anche delle proprie forze e potenzialità, per le quali sia possibile vivere quella libertà relazionale che si genera dalla libera accettazione dei limiti (anche dei limiti del proprio corpo-mente sessuato) come leva per andare oltre, sapendo che il potere non è misura di tutto, come non lo è il denaro o la violenza, e che tutte e tutti abbiamo bisogno di mediazioni simboliche e relazionali in cui trovare sempre di nuovo la nostra voce, il nostro divenire singolare, non in solitudine, ma con gli altri invece che contro o su gli altri.

Cominciare a mettere le cose al loro posto, ripensare tutto a partire dall’inizio (Praetorius , 2011: 20), ci porta a riconoscere un continuum storico tra violenza maschile sulle donne e violenza tout-court, imperniato sull’ordine gerarchicamente bipartito del mondo (di cui gli uomini stessi restano prigionieri) che assume volti sempre nuovi e in qualche modo persiste nonostante noi donne abbiamo imparato a riconoscerlo e a combatterlo. Una linea di continuità attualmente declinata in forme diverse dal passato a causa del disfacimento del patto sociale moderno e di quel tacito patto sessuale (Pateman, 2015) su cui esso si puntellava, entrambi dettati dalla prevaricazione del soggetto maschile presunto universale e oggi messi a nudo come inganno originario dalla libertà femminile. Il patriarcato come modo di regolare il rapporto tra i sessi è morto o sta morendo perché non ha più credito nella mente delle donne, ma il pianeta – e non poche delle nostre vite – è attraversato da inquietudini, guerre, disordine, e la legge del più forte tende a prevalere esponendoci tutti, in un modo o nell’altro, alla violenza. La disparità delle forze dilaga e non solo in campo economico per lo strapotere finanziario in mano di pochi, ma per l’eclissarsi della responsabilità politica delle autorità costituite in una politica ridotta a spartizione di potere e di previlegi, e priva di autorità. Per cui anche le cose fatte in nome della legge rischiano sempre più di produrre violenza.

La violenza sulle donne va considerata una questione maschile, e oggi l’espressione non del patriarcato ma della sua crisi. Crisi di un ordine socio-simbolico i cui contraccolpi producono effetti drammatici, ma sono indizi di impotenza, frustrazione e incapacità di vedere i segni di cambiamento portati dalle donne come possibili vie d’uscita valide per tutti, per un nuovo ordine di civiltà, e dare ad essi credito. Nei nostri contesti, femminicidi e violenze sono commessi soprattutto nella sfera familiare e nei rapporti di intimità, ma fanno parte di una violenza sistemica che riguarda a tutto campo la relazione tra i sessi, il rapporto con la vita, con il fare legame sociale. È questa dunque che va interrogata alla radice, anche quando in gioco sono rapporti sentimentali e d’amore, cosiddetti privati. Del resto il femminismo proprio questo ha fatto e va facendo, portare nel cuore della politica e delle trasformazioni socio-simboliche questioni come sessualità, corpo, inconscio, affettività, esperienza personale, bisogno, desiderio, e i fondamentali della condizione umana come nascita, morte, dipendenza, libertà, ecc. Dunque va interrogato quel grumo enigmatico rimasto sepolto, quella scissione originaria, esito dello strappo violento con cui il figlio maschio ha creduto di differenziarsi dal corpo materno riducendolo a materia (o, specularmente, mettendolo sull’altare), alla radice delle nostre civiltà e all’inizio di ogni vita (maschile), che l’attuale sistemazione paritaria del rapporto tra i sessi in nome della tutela e della promozione delle donne pretende di eludere, ripetendo il gesto millenario della rimozione.

«Mi sembra che nella società umana qualcosa vada perduto»: Winnicott, non a caso studioso in attento ascolto delle donne-madri e del loro sapere, così introdusse riflessioni che mi sono sempre apparse illuminanti a questo proposito. Nel ricordare come all’inizio della vita ognuno era assolutamente dipendente e poi relativamente dipendente da una donna, precisa: «quando questo riconoscimento si verifica […] il risultato si manifesta come un venir meno, dentro di noi, della paura. Se la nostra società ritarda nel riconoscere pienamente questa dipendenza, che è un fatto storico nello stadio iniziale dello sviluppo di ogni individuo, allora rimarrà un blocco: un blocco basato sulla paura. Senza un vero riconoscimento del ruolo della madre, rimarrà una vaga paura della dipendenza. Questa paura prenderà qualche volta la forma della paura della donna, o paura di una donna, e altre volte prenderà forme non facilmente riconoscibili, che includono sempre la paura di essere sopraffatti» (Winnicott, 1990:127). Risuona in queste parole un pensiero maschile originale, che parte dall’esperienza incarnata di un nato di donna: un pensiero che si spinge anche a riconoscere la differenza tra i sessi in quell’esserci per ogni donna sempre tre donne, la bambina, la madre, la madre della madre, in una sequenza senza fine, mentre l’uomo comincia con l’urgenza di essere uno. Ma «quando un uomo muore è morto, mentre le donne sono sempre esistite ed esisteranno sempre. Un uomo è come l’erba» (id.: 205). Dunque è l’estromissione dal continuum materno, oscuramente percepita dagli uomini, la matrice dell’insicurezza maschile e dell’invidia per la potenza generativa femminile, di quel di più rappresentato dalla capacità del corpo-mente femminile di essere due, con o senza maternità, che fa di una donna, anche se vittima di violenza, colei che porta nella convivenza il segno della relazione che fa umani, l’apertura all’altro, la sua grandezza (Rivera, 2007). È questa asimmetria non riconosciuta[4] e non elaborata culturalmente la radice di una violenza che si illude di pareggiare i conti sopprimendo le donne e non di rado i loro figli. E ancora: è questo mancato riconoscimento dell’altra come soggetto, a partire dalla prima altra-la madre, che impedisce all’autore di violenza di sottrarsi a quel gioco di specchi uomo-uomo che da sempre fa della violenza sulle donne una questione “tra uomini”. Basta pensare al persistere dello stupro etnico e dell’uccisione delle donne come massima umiliazione del nemico anche nelle guerre e nei conflitti attuali; o, più quotidianamente, alla logica del branco, in cui il gioco di specchi tra ragazzi, alimentato dalla paura di perdere la reputazione di “vero” maschio oppure il primato davanti ai propri simili, si potenzia in un crescendo fino alla violenza collettiva su un’unica vittima.

Ritornando a Winnicott, mi sembra preziosa la sua indicazione della necessità di trasformare l’imbarazzo e il rancore di essere stati in origine dipendenti da una donna in una sorta di gratitudine perché si possa raggiungere la piena maturità della persona. Un orientamento, questo, già assunto nelle sue luci e ombre dal femminismo della differenza (Muraro, 2006; Diotima 2007), che ne ha fatto una leva per la libertà personale e per la creatività politica, dislocate rispetto al potere, illusorio antidoto alla paura della dipendenza, e radicate nel riconoscimento-riconoscenza della madre come origine e prima autorità simbolica, che ci ha insegnato la parola e trasmesso la coscienza della natura relazionale del venire al mondo e di abitarlo. Come lo stesso Winnicott sottolinea, «Se si riconosce la paura della donna all’origine della storia di ogni individuo, si constata che essa è la paura di accettare la dipendenza» (id.: 128). Esistono dunque discronia e asimmetria nei percorsi storico-politici ed esistenziali femminili e maschili. Questi ultimi ancora in gran parte attestati sull’ideale dell’individuo razionale e autonomo, autocostituitosi come tale in forza della rimozione della propria origine e dell’alterità femminile che la connota, e in forza della presunzione di controllo su dipendenze, fragilità, limiti, vissuti come debolezze e non come elementi costituitivi della condizione umana e possibili risorse maturative. Una rimozione che induce un uomo a proiettare sull’altra l’assolutizzazione del proprio desiderio e bisogno, negandone l’alterità di soggetto e i limiti che questa pone, e infine a scambiare l’autosufficienza per libertà. Con la rivoluzione femminile e la conseguente caduta del patriarcato, un ordine che, pur pure ingabbiandoli in modelli riduttivi di mascolinità, forniva agli uomini puntelli di identità, norme e criteri di autoregolazione, è venuta allo scoperto la precarietà dell’identità maschile così difensivamente costruita – e perciò sempre pronta all’offesa – nella ricerca illusoria di conferme.

Oggi sono questa fragilità e questo spiazzamento maschile alla radice della violenza contro le donne (e non solo) nelle sue varie forme. Violenza che dunque va letta non tanto come manifestazione di uno strapotere maschile sempre uguale a sé stesso seppur oggi poco conciliabile con lo schema paritario uomo/donna, vanto delle civiltà cosiddette avanzate, quanto come negazione della differenza sessuale e della ormai avvenuta libertà femminile.  In gioco è dunque la difficoltà degli uomini a intraprendere un cammino consapevole di accettazione della propria parzialità nello scambio reale con l’altra, con altro da sé, che li costringerebbe a mettere in discussione la presunta ovvietà di quel fondamento, obbediente e sicuro, fatto di nutrimento, amore, soddisfazione dei bisogni affettivi e vitali, contatto intelligente e sensibile con la realtà, da sempre fornito loro dalle donne. Un cammino di consapevolezza che peraltro li aiuterebbe ad uscire dalla afasia relazionale ed emotiva, dalla solitudine autoindotta (raramente gli uomini parlano tra loro in profondità), incontrando finalmente parti di sé rimosse da accettare e assumere come leva e risorsa di cambiamento. E godere dei guadagni di civiltà che la libertà femminile, rimessa al mondo nella storia e viva nel presente, offre anche a loro in termini di senso, di qualità dell’esistenza e delle relazioni, di felicità, di bellezza, quando ne viene riconosciuta l’autorità, ossia la capacità di dare un ordine superiore alla convivenza umana.

Ma ancora troppi uomini, non più sorretti dal simbolico della loro indiscussa superiorità, hanno paura dell’autonomia femminile, delle scelte libere delle compagne, del loro desiderio. E di fronte a manifestazioni di forza e autonomia femminile che non sanno accettare, rispettare o condividere, a cui non sanno dare un senso vitale e riconoscere autorità, passano all’atto violento. Lea Melandri (2011:71) si chiede: «Uccidono per l’angoscia dell’abbandono, per il limite che la libertà dell’altra impone alla propria, o perché si trovano per la prima volta in balia di bisogni e dipendenze rimasti in ombra e cancellati?». Pensando alla frequenza con cui all’omicidio segue il suicidio dell’assassino – un copione che si ripete – sono propensa per quest’ultima ipotesi: accade per una sorta di collasso dell’io maschile, quando si vede privato dell’“ovvio fondamento sicuro e obbediente” fornito dalla donna e sente vacillare di conseguenza anche il corteo di fantasie di possesso e di autosufficienza, di una sessualità vincente e predatoria, di cui si è nutrito nell’illusione di amare.

L’interrogativo di Lea offre un orientamento al mondo femminile, ma pure alle iniziative di ascolto-accompagnamento di uomini maltrattanti che si stanno moltiplicando anche in Italia spostando finalmente lo sguardo sugli autori delle violenze[5]. Iniziative che saranno tanto più efficaci e lontane dall’ambiguità quanto più questa zona oscura del maschile verrà accostata a partire dall’interrogazione su di sé da parte degli operatori stessi, per lo più uomini, e da una riflessione politica sulla questione maschile irrisolta, per generare nuovo pensiero, nuove parole che sappiano far ordine, una nuova cultura capace di trasformare in altro l’angoscia, la paura, il disprezzo, in definitiva il gesto che fa violento un uomo. In tali contesti si tratta quindi di uscire da schemi esclusivamente o prevalentemente terapeutici-rieducativi, quasi sempre animati da un’idea di violenza come devianza individuale rispetto a un corpo sociale sano e normale da rimettere in sesto. E si tratta di dare la precedenza a percorsi politici di presa di coscienza e di parola tra uomini capaci di stare all’altezza del punto di vista maturato dalle donne, all’altezza della libertà femminile, e che consentano di trasformare la realtà trasformando il rapporto con essa.  Perché, ormai lo sappiamo, la trasformazione di sé, sostenuta da relazioni di fiducia che aiutano a dare un senso libero alle cose (e a sé stessi), è il cuore della politica.

Queste parole non mancano, anche se non sono sufficienti. Parole di uomini[6] che si stanno cimentando nella tessitura collettiva di un altro ordine simbolico, da anni impegnati in una interrogazione della propria sessualità e differenza maschile, a partire da sé e nella condivisione-confronto con altri/e. E proprio dalle donne viene l’insegnamento, per tutti necessario, che la forza è il vero antidoto alla violenza distruttiva: una forza che sa combattere senza odiare, disfare senza distruggere, generata dalla consapevolezza di sé e dei limiti interiori ed esterni, dal saper dar senso a vulnerabilità e sconfitte ma anche dal coraggio di attraversare i varchi, dall’autorizzarsi con altre a una spinta creativa, ad agire efficacemente per fare giustizia. Fuori da ideali consolatori di armonia e di pacificazione. Mettere la forza al posto della violenza distruttiva è uno spostamento importante per un senso libero dell’essere donne e uomini, per nuove forme di convivenza, nelle quali nessuna/o sia oggetto di appropriazione o di controllo dell’altro, ma si preservi una giusta distanza, un intervallo, anche una zona di mistero, affinché il desiderio viva e fluisca, la parola trovi spazio per essere detta e ascoltata, e le relazioni siano generatrici di una nuova civiltà di rapporti liberi dalla paura e dal disincontro.

Ci vuole responsabilità. In primo luogo responsabilità maschile. Finché il virilismo, come scrive Alberto Leiss (2012), sembra un morto non ancora sepolto, di cui non è stato elaborato il lutto, è difficile che i fili d’erba si trasformino in fiore.  Perché, come ci ricorda una grande poeta,

 

«Essere un Fiore, è profonda

Responsabilità”

(Emily Dickinson, poesia 1038)

 

Chi, come Giacomo Mambriani, praticando la politica del simbolico e delle relazioni con donne del femminismo della differenza, sta percorrendo il non facile cammino di una autentica relazione di differenza con la sua compagna nei rapporti quotidiani di intimità, sa portare sguardi e pratiche diverse anche nel lavoro pubblico di educatore. L’incontro o il mancato incontro tra donne e uomini è infatti al tempo stesso di coppia e di civiltà. Giacomo cambia le pratiche e il simbolico del rapporto educativo, nel suo caso con maschi preadolescenti “difficili”, con la mossa feconda del partire da sé: nella consapevolezza che per mettersi in gioco anima e corpo, com’è necessario, occorre lavorare su di sé prima ancora che su di loro. Accogliere, nel vivo dell’esperienza e senza barriere ego-difensive, le emozioni negative (la rabbia) sapendole rinominare e usare in positivo (energia vitale) in modo che non si trasformino in violenza; liberare il proprio corpo accettando il contatto fisico di gioco, di tenerezza, di ascolto con altri corpi maschili senza cadere nel tranello omofobico della virilità tradizionale: sono pratiche, queste, scoperte e condivise con i più giovani, che gli consentono di dare un nuovo ordine di senso al suo agire educativo. E di intensificare la sua presenza attorno a nuovi punti di orientamento, lontani dall’astrattezza dei saperi esperti e delle norme correnti e vicini alla sostanza della vita: la forza unita alla dolcezza, l’errore come apertura di opportunità, la responsabilità coniugata con l’autorità e non con il controllo e il potere.  E grazie a una trasformazione maschile sperimentata in prima persona come possibile, scommette su un desiderio e una speranza grandi: «spero che in futuro riusciremo ad accompagnare i giovani uomini a scoprire in libertà i propri desideri autentici, compiendo spontaneamente il loro apprendistato al conflitto e alla cura. In questo modo, forse, potranno esprimere una forza diversa da quella proposta/imposta dai modelli tradizionali di mascolinità.  Una forza capace di sostenere la vita e non di distruggerla, di difendere le idee senza scatenare le guerre, di reggere lo scacco di un rifiuto o il dolore di una separazione senza ricorrere alla violenza. Una forza maschile che sia finalmente a disposizione dell’amore e delle generazioni a venire» (Mambriani, 2013: 243).

Ho parlato finora di cambiamento degli uomini: un cambiamento che necessita della misura autorevole di una donna e che a volte può prendere la forma di una luce improvvisa, e quasi sempre è esito di un conflitto non distruttivo tra i sessi alla ricerca condivisa di relazioni più libere e vere, di un senso libero della differenza sessuale. Ne ho parlato perché lo considero una delle leve della prevenzione della violenza maschile sulle donne nell’avventura mai codificabile e mai del tutto prevedibile del rapporto tra i sessi. Ma, se parto da me, come ho imparato dalla politica del simbolico, avverto che qualcosa è rimasto in sospeso sul versante femminile, qualcosa da pensare o da ripensare per non cadere negli schematismi vittima/carnefice, in parole semplicemente consolatorie mosse dalla volontà di fare il bene o nell’astrattezza delle generalizzazioni, qual è ad esempio l’idea della violenza sulle donne come un generico “problema sociale”.  Qualcosa che ha a che fare con il mondo tutto, con la corrente di ingiustizia, di violenza, anzi di crudeltà (Buttarelli, 2016), che oggi lo pervade quasi come un fiume inarrestabile, e rischia di trasformare in “cosa” (Weil, 1984) anche l’anima di donne consapevoli di sé. Da anni parliamo di crisi di civiltà, quella patriarcale, messa sottosopra dalla libertà femminile ormai quasi ovunque e incapace di regolare i legami sociali secondo le sue leggi. Eppure ne sopravvivono le istituzioni (parlamenti, chiese, tribunali, scuole, università ecc.) con la logica di sempre, quella del potere, anzi, del connubio sesso-denaro-potere, come ha ben messo in luce Ida Dominijanni (2014) e con un crescendo di disordine e di misoginia, che poco si concilia con le parvenze di accoglienza dell’ormai inarrestabile protagonismo femminile. Ma si tratta appunto di parvenze, che possono trarre in inganno donne giovani e meno giovani con le loro offerte di beni da spartire “paritariamente” (tra cui cultura, formazione, istruzione) in nome del progresso, e rispetto alle quali invece è necessario dislocarsi e pretendere di più e di meglio. Oggi la tendenza a neutralizzare la differenza sessuale (ad esempio nella cosiddetta “educazione di genere”), sciolta in un pluralismo delle identità (“educare alle differenze”), unita all’impronta aziendalistica-tecnocratica delle istituzioni di stampo neoliberista, riduce gli umani a merce e i rapporti umani a rapporti strumentali e violenti da gestire per via di algoritmi, anche nella scuola, veicolando nel frattempo una falsa idea di libertà. Con la sua miseria simbolica rischia di mortificare l’energia desiderante, le competenze e le passioni di tante insegnanti e giovani donne (e giovani uomini).

Abbiamo bisogno di parole nuove per significare il tempo presente all’altezza del nostro sentire e dei nostri desideri, nuova energia per rilanciare quella libertà, fondata sulle relazioni di fiducia e di autorità nel rapporto donna-donna (e donna-uomo), che ogni giorno va rimessa al mondo, singolarmente e in relazione con altre, perché sia un guadagno di civiltà per tutti. Non è infatti la spartizione del potere la posta in gioco, bensì la creazione di un altro ordine di rapporti con sé stessi, con gli altri, con il mondo: una rivoluzione mentale e di senso con effetti trasformativi sulla materialità del vivere individuale e collettivo, in un circolo fecondo tra nuove forme di esperienza e un nuovo ordine simbolico che colloca e dà misura. E si tratta di combattere le falsificazioni del presente, compresa la neutralizzazione simbolica dei corpi, compresa la gestione volontaristica e inefficace delle diversità, e dire la verità. Occorre dunque far leva, giorno per giorno e a tutto campo, sulla soggettività di chi insegna e di chi impara, liberandone le eccedenze rispetto all’ordine costituito, l’ordine del potere. E curare le condizioni perché fiorisca quella indipendenza simbolica, ossia la capacità di dare un senso libero a ciò che si vive, si desidera e capita, che giustamente, già in anni lontani, abbiamo posto al centro del nostro far scuola, fare università, a partire da noi, e come mediazione necessaria anche alle più piccole per stare al mondo sapendo custodire il senso di sé al riparo dalla violenza maschile. Perché, anche quando capita la sventura di subire violenza nel corpo, la mente può rimanere o ritornare integra e forte, inviolabile: come hanno dimostrato di recente donne sfigurate dall’acido dai loro ex, che hanno avuto la forza di esporsi pubblicamente con voce autorevole per dire le responsabilità di quell’uomo e mostrare nei segni del corpo la verità, senza sensi di colpa, senza sentimenti di vergogna o umiliazione, senza complicità. Se possiamo dunque registrare un cambiamento, che considero irreversibile, nell’immagine di sé di gran parte del mondo femminile, che non resta più confinata nel posto assegnato e previsto, permane la sfida di rendere impensabile la violenza maschile sulle donne nella convivenza sociale. Una sfida che non può ridursi all’attivazione di progetti spot da sommare ai tanti altri che affollano le scuole, come lo sono molte iniziative sulla violenza di genere ormai affidate ai professionisti dell’antiviolenza.

Rendere impensabile la violenza contro le donne significa infatti cambiare radicalmente la visione conquistatrice del mondo che abbiamo fin qui conosciuto, anche nella scuola. E non accontentarsi di essere incluse, ma tenere aperto e vivo, dentro e fuori di noi, lo spazio di inaddomesticato e di non assimilabile che la politica delle relazioni e del partire da sé, orientata dal senso di un’autorità a radice e genealogia femminili, ha reso praticabile per un mondo comune di donne e di uomini, fuori da tentazioni armonizzanti e non senza i necessari conflitti. E sapendo che niente è acquisito in modo stabile (Diotima, 2017), occorre qualche volta – io lo faccio spesso – riaffidarsi alla capacità visionaria della grande scrittrice Clarice Lispector che nell’itinerario mistico-letterario La passione secondo G.H. (1982: 5) apre un orizzonte grande di consapevolezza con le parole: «Se progredisco nelle mie frammentarie visioni, il mondo intero dovrà trasformarsi perché io possa esservi inclusa.»

 

Bibliografia

Buttarelli, Annarosa (2016), “Un brav’uomo è difficile da trovare (Flannery O’Connor)”, in “Per amore del mondo”, n° 14 ( http://www.diotimafilosofe.it/ ).

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Deriu, M. (2012), Di figlio in padre in figlio, in S. Deiana, M.M. Greco (a cura di), Trasformare il maschile, Cittadella, Assisi, pp. 69-82.

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Leiss, A. (2012), Un morto non ancora sepolto. Resistenza del virilismo, “Alfabeta 2”, n° 21.

Lispector, Clarice (1982), La passione secondo G.H., trad. it., La Rosa, Torino 1982.

Mambriani, G. (2012), La forza imprevista della dolcezza. Perché e come faccio l’educatore, in S. Deiana, M.M. Greco (a cura di), Trasformare il maschile, Cittadella, Assisi, pp. 93-104.

Id. (2013), Un amore che desidera, in B. Mapelli, A. Miceli (a cura di), Infiniti amori, Ediesse, Roma, pp. 239-243.

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Rivera Garretas, Maria Milagros (2007), Donne in relazione, trad. it., Liguori, Napoli.

Weil, Simone (1984), L’Iliade poema della forza, in La Grecia e le intuizioni precristiane, trad. it., Borla, Roma.

Winnicott, D. W. (1990), Dal luogo delle origini, Raffaello Cortina, Milano.

 

 

[1] Dire violenza di uomini sulle donne per il fatto di essere donne, e non violenza di genere, domestica, familiare, aiuta a fare ordine, anche confliggendo con le falsificazioni di cui Piani sovranazionali, nazionali e azioni istituzionali locali di contrasto alla violenza sono portatori quando si attestano in un’ottica di parità o in logiche “bonificanti”, a partire dal linguaggio usato. Non dimentichiamo che, quando il discorso pubblico dell’altro prende il posto della realtà, quasi sempre con la scienza e la legge, delegittimando il senso di verità di un’esperienza che ormai si va significando autonomamente da parte delle donne, si traduce anch’esso in esercizio di violenza.

[2] Un esempio recente viene dall’European Institute for Gender Equality (EIGE) (2012). Questa ricerca comparativa offre dati aggiornati a supporto della Commissione Europea per la parità tra donne e uomini 2010-2015 per ribadire le proprie politiche focalizzate sui “diritti delle vittime”, ossia delle donne, considerate alla stregua di oggetti inerti e problematici.

[3] Come afferma uno dei promotori della White Ribbon Campaign, Michael Kaufman, «Se avvenisse tra paesi, la chiameremmo guerra. Se si trattasse di una malattia, la definiremmo epidemia; di una perdita di petrolio, lo definiremmo un disastro. Poiché accade alle donne, è solo una faccenda di tutti i giorni. È la violenza alle donne.» (dall’edizione italiana Campagna del Fiocco Bianco a cura dell’Associazione Artemisia di Firenze, http://www.fioccobianco.it/articoli.html). Percorsi educativi della Campagna in scuole bolognesi sono documentati da  S. Casanova, G. Ricciato (2012).

[4] Un esempio di esplicito e fecondo riconoscimento di questa asimmetria viene da Marco Deriu (2012) nella sua riflessione sul senso del suo essere diventato padre e sui guadagni che tale riconoscimento ha portato non solo alla sua relazione con il figlio, ma anche alla possibilità di inventare/scoprire modalità maschili nell’educazione non imitative del femminile e lontane dal patriarcato.

[5] Senza sottrarre, si spera, le risorse già scarse alle strutture che che si occupano di donne. In particolare ai Centri antiviolenza di lunga data, nati dal movimento politico delle donne, che hanno maturato competenze, pratiche e saperi facendo un grande lavoro di civiltà per tutti, a partire da una lettura libera e autorevole del fenomeno della violenza.

[6] Penso tra altri agli importanti contributi di Marco Deriu, Stefano Ciccone, Alessio Miceli, Alberto Leiss, dell’Associazione Maschile Plurale, che collaborano da anni con Centri e strutture femminili significative per le loro pratiche, come la Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (CADMI), con altri gruppi di uomini, e di uomini e di donne insieme.

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