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Per ricordare l’attenzione amorosa di Angela Putino, filosofa 1946-2007

“ …l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità”, Simone Weil

 

“Come ti è sembrata la lezione?” è la domanda che mi rivolse Angela, ai primi di luglio del 1991, a casa sua, la casa piena di gatti, di piante e di luna, quando c’era luna piena, che si “sdraiava” attraverso la finestra sul suo letto. Si riferiva alla prima lezione da lei tenuta sul pensiero della differenza sessuale, alla scuola di filosofia da lei voluta. Eravamo state scelte dalle donne più significative della redazione di “Madrigale” e invitate a una riunione durante la quale Angela ci illustrò la sua idea di scuola. Angela la conoscevo poco. Fui l’unica a rifiutare, dissi che di filosofia ne sapevo poco o niente, non mi interessava. Però decisi di andare al primo incontro ad ascoltare.

Magia del luogo, parole sconosciute che in me trovarono albergo, sguardo vivace, tè alla pesca e fu facile intrufolarmi dentro me stessa. “Ho la sensazione di aver fatto yoga”, le risposi, lei mi guardò sorridente e accondiscendente. Qualcosa gliela nascosi: più che capire il suo linguaggio, diciamoci la verità, non immediatamente comprensibile, l’avevo intuito. Ma, la radicalità dei contenuti era potente, tanto da guidarmi dentro me stessa.

La mia ritrosia fu assolutamente sconfitta, provavo forte un coinvolgimento interiore, e tornando a casa, quella sera, pensavo: “ …e stanotte chi dorme?”.

L’avventura durò circa cinque anni, fino a che, ritengo, il desiderio di maestra e allieve fu vivo e producente.

Non conoscevo le compagne d’avventura, ma apprezzavo molto il rapporto, originale, che andammo a instaurare, sotto la regìa angiolina, assolutamente intransigente su questa modalità non gruppo, che si attardasse su se stesso, che facesse “corpo” unico, sostenendosi a vicenda (sostegno che non avrebbe determinato l’“andare” di ognuna incontro a se stessa), fronte unico. Bensì singolarità desideranti libertà femminile, singolarmente in relazione politica con Angela.

Anna Avitabile, Angela Viola, Susi Mormile, Patrizia Castagna, Valeria Frescura, Livia Riccio, Fiorella Labriola, Marilina, Stefania Dente, Rossella, Lia Chierchia.

Altre, in seguito, avrebbero voluto partecipare, ma Angela era severissima sul numero e sulla bontà del desiderio. Essere allieva alla scuola di Angela era considerata, da quante a Napoli si avvicinavano al pensiero della differenza sessuale, una fortuna. Qualcuna, un paio di anni fa, ha inventato la sua partecipazione alla scuola.

 

Imparare a far vuoto

 

Strumenti. Strumenti politici e filosofici, che servissero a districarsi nella propria mente, cioè a metter via la forma-mentis neutra acquisita nel tempo, a vantaggio di quanto in proprio si era capaci di offrirsi. Angela è stata a Napoli l’autorità femminile. Incontrastata, purtroppo. Perché “purtroppo”, lo so che ve lo state chiedendo. Questa storia dell’autorità per molte era assolutamente ostica. L’autorità, negli anni ’90, veniva confusa col potere maschile e molte dicevano: “voglio tanto liberarmi e queste mi offrono autorità?”. È autorevole colei che ha dentro di sé la consapevolezza di se stessa e delle altre, che sa essere e inscena la mediazione necessaria col mondo. All’altezza di offrire strumenti che diano corso al desiderio di libertà femminile.

Severa quanto delicata. Non pensieri astratti, parole dall’effetto speciale per incantare, sempre sollecitazioni a se stesse. Altre non credo ce ne siano state di tale alterità a Napoli.

È stata colei che, con grazia e determinazione, ha saputo evocare quanto di inaddomesticato annidava in me, ovvero quanto in me non era assoggettato al dettato maschile. La mia essenza unica e originale, facendola avanzare, rendendomela percepibile, dandomi la possibilità di farla attecchire, e germogliare.

L’unica rivoluzione che non fa morte e distruzione, ma prigionieri sì.

 

Dall’inaddomesticato alla funzione guerriera

 

Non è nella competizione la modalità necessaria alla propria libertà. Non è nel desiderio di libertà la sopraffazione, tormento maschile, bensì la leggerezza audace che, determinata a sé, nella mente e di conseguenza nel corpo, darà l’agio del non essere costrette alla competizione. Si sarà in un altro campo d’azione.

La funzione guerriera è stata l’avventura dell’avventura. Era già scuola quando Angela ha progettato la f.g. al Vesuvio e ancora l’anno seguente a Positano. O, viceversa. Di sicuro a Positano, tra le altre invitate da Angela, Annapaola Concia ci guidava, di primo mattino, a degli esercizi ginnici. Di ginnico, però, avevano solo i movimenti sinergici e di coppia. Come regolare e trattenere il respiro, affinché il corpo potesse divenire un unicum con la mente. Come a insegnarci la presenza a se stesse, concretezza corpo-mente. Non era l’ora di educazione fisica.

Al Vesuvio organizzò i tempi in modo tale che il nostro soggiorno coincidesse col sorgere della luna piena dal cono del Vesuvio.

Fu ospite gradita Laura Boella. Anche donne romane: Angiola D’Archino, una certa Bellagamba.

 

Guerra di posizione o del sottrarsi

 

Gli effetti della scuola furono subito evidenti. Quell’estate, in vacanza in Calabria con mio figlio, che allora aveva appena dieci anni, ebbi come riferimento, consapevolmente, per la prima volta nella mia vita, le donne. Due donne. Occupavano la villa accanto alla nostra casetta di un villaggio tra i pini sullo Jonio. Loro erano piene di mariti (due), e figli (tanti), io ero sola con mio figlio. Sia io che loro al mattino ci alzavamo presto, quando ancora tutti dormivano e ci salutavamo dalla finestra, agitando la mano.

Dall’‘89 ero stata assorbita dal pensiero della differenza sessuale, avevo qualche relazione politica femminile significativa, ma nessun cambiamento radicale ed evidente a me stessa, era ancora avvenuto in me. Quell’estate, in vacanza, mi ero portata, nella mente e nell’anima, la prima esperienza di comunità femminile. Comunità, non gruppo, di cui Angela era autorità riconosciutissima. Alle due donne calabresi piaceva il mio cambiare la funzione d’uso delle cose, con molta disinvoltura, dicevano. Un bicchiere di plastica divenne ben presto un porta spazzolini, che in bagno mancava. Io apprezzavo la loro inconsapevole relazione politica, che si sviluppava al di là di mariti e figli, nessuna delle due decideva niente senza aver prima consultato l’altra.

Quando nel villaggio ci fu la gara culinaria, noi tre abbiamo cucinato insieme e vinto insieme. Loro pensavano di me grandi cose, vista la mia militanza nel “partito”. Io dissi loro che era molto più importante il legame politico che le vedeva protagoniste e, per un breve periodo, quello che accomunava noi tre.

Anche il vasellame di casa mia, in particolare i piatti, sottraggo alle leggi di mercato, al bon ton, al giudizio della signora a fianco (la vicina), ancora preda di schemi neutri. Il mio servizio di piatti è costituito da rappresentanti di molteplici “servizi”, tutti bellissimi, con colori e disegni delicati. Quando le amiche vengono a cena da me, scelgono il posto a tavola a seconda del piatto.

Angela era severa e rigida. La nostra relazione era improntata sul suo elargire saperi “altri” ed il nostro ascoltare. Non voleva che si intervenisse, ci evitava così, diceva, di dire …cazzate! Non aveva tutti i torti.

A Paestum, ottobre 2012, incontro nazionale del femminismo italiano. Non avevo intenzione di andarci. Mi sembrava troppo “sotto” le elezioni politiche, avevo paura di ritrovarmi in un “Se non ora quando…”. Quindi al sabato rimasi a casa, anche se Patrizia e Simonetta erano a Paestum. Però fu più forte di me. E poi, se c’erano Luisa Muraro e Lia Cigarini..! All’alba della domenica mi alzai e andai a prendere il trenino per Paestum. E feci benissimo. Alla stazione di arrivo incontrai Chiara Zamboni e Wanda Tommasi. Oltre a essere piacevole, l’incontro con loro mi rivelò che la riunione era buona, tante donne, molte giovani. Di corsa arrivai all’albergo che ospitava l’iniziativa: e che gioia! Sapete qual è stata la differenza fra le riunioni di vent’anni fa e quella di Paestum? A Paestum non c’erano silenzi, più o meno lunghi, dopo gli interventi più significativi. Vent’anni fa, “l’indicibile” veniva pronunciato, lasciando nello sconcerto (l’accezione migliore) quante ascoltavano, le quali avevano bisogno di tempo per poter risistemare il pensiero e poter prendere parola. A Paestum un gran numero di donne provenienti da tutto il paese, ribollenti, desiderose di ascoltare perché in grado di confronto. C’era autorità femminile. Più o meno giovane. Ad Angela sarebbe piaciuto molto. Lei, guerriera per eccellenza, avrebbe apprezzato molto quel tipo di organizzazione dei lavori dell’assemblea: niente presidenza, niente relazioni introduttive, niente che fosse precostituito se non l’idea di capire insieme come stare, col proprio vissuto politico, nella crisi economico-sociale attuale. Infatti, sottrarsi è stata, a mio avviso, la parola chiave del convegno.

Le mie lacrime per il “siamo tutte femministe storiche”. Perché le lacrime? Queste parole mi aprono un varco nella mente: cos’è un femminicidio se non un inconsapevole inaddomesticato che fa troppa fatica a rimanere sepolto e che si mostra, senza parole, nell’agire quotidiano, che fa prigioniero l’uomo asservito alla sua stessa cultura, andando a stimolare quanto di più animalesco alberga nell’animo di quest’ultimo? Pensando che sia LEI, e solo lei, a farlo sentire così inadeguato. È sempre la solita storia? (Prima ci bruciavano… ora ci femminicidiano).

La scuola ha visto molti luoghi per i nostri incontri. La casa di Angela, ma anche casa mia o di Anna Avitabile, “Poiein” di Clara Fiorillo. Abbiamo avuto anche una vera e propria sede, quale quella in Vico dei Venti. E anche ci siamo costituite in associazione: “NOVA”. Il nome dell’associazione lo scelse Angela, poi scoprimmo che “nova” è il nome che si dà a quelle stelle che dopo un certo sviluppo, scoppiano.

Ricordo il giorno in cui andammo dal notaio per firmare l’atto costitutivo associativo. Emozionante. Sembrava la prima comunione, con Angela sacerdotessa dell’esperire.

È vero, le telefonate con Angela potevano durare moltissimo. Credo che in realtà lei non parlasse con chi era all’altro capo del telefono, bensì a se stessa. Rifletteva a voce alta e dava l’opportunità di condividerne i pensieri. Quando ciò accadeva, me ne sentivo onorata.

Simone Weil, Platone, Foucault, Luisa Muraro, Chiara Zamboni, Virginia Woolf, Lia Cigarini e tante altre donne di questa levatura. Non è stato, in quel periodo, un lavoro da poco. Ma il ricordo di quegli anni è dolce, fui in grado, per esempio, di vivere la mia militanza politica neutra in tutt’altro modo. Il sentimento di estraneità svanì, i riferimenti erano solo femminili, l’agio di poter stare in un luogo neutro per eccellenza. Anzi, devo dire che negli anni della scuola mi allontanai sia fisicamente che mentalmente dal “partito”. Avevo, finalmente, trovato la politica delle donne. Nella prima metà degli anni ’90 Napoli è stata vulcanica, le donne napoletane erano nel vivo della ricerca, tanto che anche gli uomini di partito, scimmiottandoci, cominciarono a enunciare, nei loro discorsi pubblici, “Questo, a partire da me…”, sentendosi molto à la page.

Oggi, a Napoli, il pensiero politico di Angela Putino sarebbe assolutamente necessario. Il “disordine simbolico” in città è notevolissimo. Inotre: non credono gli uomini impegnati nelle istituzioni e nei partiti politici napoletani che sarebbe opportuno dare spazio a quel “a partire da me” avendone, però, piena consapevolezza? Forse, potrebbe essere utile?

Costituimmo, nel partito, l’assemblea delle donne. Le regole dell’assemblea furono scelte da noi stesse. Questa modalità dava la possibilità di non essere costrette all’appartenenza un’“area politica” maschile alla quale dover fare riferimento. Anche nella composizione delle liste elettorali, per quanto riguardava le candidature femminili, unico riferimento era l’assemblea. Questo dette molta forza a molte. A mio avviso, ciò che ha poi determinato la fine di questa esperienza, è stato quanto ho tentato di dire finora, e cioè che la politica delle donne non ha alcuna efficacia se, essenzialmente, non serve innanzitutto al proprio cambiamento, profondo, di se stesse. Questo ha bisogno di tempo, passione, coraggio. Non ha scorciatoie che possano, più o meno immediatamente, dare spazio alle ambizioni più o meno pubbliche.

Oggi l’indistinto, a Napoli, la fa da padrone. L’assemblea delle donne non è certo stato l’unico esperire tra donne, ma il naufragio è stato collettivo. Tutte a picco. Certe volte penso che sarebbe opportuno emigrare al nord, verso Milano. Nessuna parola forte, autorevole fra le donne napoletane. Anzi, appena se ne ha l’opportunità, viene praticato un vero e proprio disconoscimento. Non credo ci sia niente di peggio.

A Napoli facciamo “vuoto”, ma non per riempirlo di politica altra. Facciamo vuoto e basta.

E il vuoto è cominciato proprio quando Angela Putino è andata via per sempre.

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