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Per Letizia Comba

Tessere è il libro che presento. Si tratta degli scritti di Letizia Comba pubblicati tra il 1967 e il 2000, editi da il Saggiatore nel 2011. Non sono tutti ma quelli scelti dai curatori e cioè Caterina Spillari, Gabriella Baiguera, Alberto Sacchetto e Manuela Vaccari, allievi di Letizia. Leggerlo è stare vicino ad una donna, Letizia, che ha fatto del suo percorso di studio, di lavoro e di ricerca una via di trasformazione sia di sé che delle donne e gli uomini che le stavano vicino.

È un libro che per me  personalmente è stato un dono. Non solo mi ha permesso di stare di nuovo accanto a Letizia, per tutto il tempo che l’ho letto e anche dopo per i pensieri, le immagini che il libro ha suscitato. Mi ha dato la possibilità di ascoltarla, di udirne la voce un po’ bassa e ironica attraverso la pagina scritta, di sentirla presente nella sua figura sottile. Ma anche mi ha permesso di apprendere riflessioni e percorsi di Letizia che mi erano sconosciuti. È stato così un modo di incontrarla per altre vie.

Il libro è diviso in tre parti. La prima parte è introdotta da Renato Rozzi, che è uno psicoanalista e psicologo atipico, per una sua ricerca diversa da quella psicologia che oggettiva l’essere umano, e con la quale è sempre entrato in polemica. È stato vicino a Letizia non solo per questo modo diverso di vivere e pensare la psicologia, ma anche perché ha collaborato con lei a Gorizia nell’équipe di Franco Basaglia e poi l’ha ritrovata come collega all’università di Urbino e di Verona.

Questa sezione è dunque dedicata agli scritti attorno alla psicologia, alla famiglia. Si tratta in genere di scritti nel pieno di esperienze in corso: l’avventura di Basaglia e i suoi collaboratori nel riformare radicalmente gli ospedali psichiatrici, la discussione sul limite tra normalità e follia per una critica alla psichiatria prendendo le misure (e le distanze) dagli scritti di Ronald Laing. Scritti da cui si percepisce il dibattito in corso, le lacerazioni, le scoperte attraverso l’esperienza in prima persona nella continua discussione con gli altri.

Significativo uno dei testi, quello in cui Letizia racconta e interpreta i passaggi per chiudere l’ultimo reparto dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. È un testo pubblicato nel 1968 in L’istituzione negata a cura di Basaglia. Il saggio è intitolato C donne: l’ultimo reparto chiuso.  Letizia è attenta alla singolarità delle donne rinchiuse, il rapporto tra sé e sé e lo spazio. La difficile presa di coscienza delle infermiere. I tentennamenti nell’uscire. Il che suggerisce quanto sia difficile essere libere, il desiderio diffuso di sicurezza e di protezione. Racconta una vera e propria storia di donne dal luogo carcerario dell’ospedale ad altre forme di esistenza.

Più in generale in questa prima parte si avverte tutta la ricerca di Letizia rivolta a trovare un modo di stare in rapporto a donne e uomini lavorando sulla relazione con loro e mettendo tra parentesi qualsiasi forma di oggettivazione. Una oggettivazione che riemerge facilmente, quando si è in rapporto con i diversi, con i sofferenti, e semplicemente ci si appoggia alle interpretazioni cliniche che ne fanno dei casi.

Si confronta con Ronald Laing in due testi differenti, che sono introduzioni a rispettivi libri di Laing pubblicati in Italia. Qui lei affina la riflessione sulle modalità di stare nella relazione con gli schizofrenici senza cadere nella trappola facile di oggettivarli.

Eppure il linguaggio che lei adopera negli scritti tra il ’68 e il ’77 è secco, descrittivo, ripulito di ogni elemento emotivo e soggettivante. È un linguaggio che sembra ricalcare nella forma proprio quello stile scientifico, tecnico dal quale sul piano di un pensiero d’esperienza stava prendendo le distanze. Seguendola nel percorso degli anni si nota come lo stile di scrittura di Letizia sia ciò che più si modifica. È chiaramente alla ricerca di una scrittura che metta in scacco le trappole di una certa epistemologia. Non si tratta soltanto di porre al centro la relazione tra lei e le degenti, tra lei e gli handicappati, tra lei e la famiglia che genera persone schizofreniche. Si tratta anche di cambiare il modo di parlare di questa relazione. E allora sempre più si appoggia a domande. A punti interrogativi. A questioni lasciate aperte. E questo per sottrarsi al dispositivo soggetto-oggetto sul quale la nostra lingua si appoggia.

È evidente come lei considerasse il modo, lo stile di parlare di un certo argomento come già la via per far vedere l’essenziale che le stava a cuore. Si prenda in questo senso la seconda parte del libro, intitolata Da bocca a orecchio, introdotta da un colloquio delle curatrici con François Fleury. Fleury è un etnoterapeuta, psicoterapeuta e arteterapeuta svizzero. La sua conoscenza di Letizia risale a quando dirigeva il teatro Onze di Losanna. Ma Fleury la ricorda soprattutto nella sua funzione di docente. Per lei il sapere come la ricerca erano essenziali se in questo coinvolgeva gli studenti. Ora il condividere con loro era possibile se le studentesse e gli studenti si mettevano in gioco, modificando il proprio percorso esistenziale. E questo dipendeva in gran parte da loro. Soltanto una soggettività presa nella sua singolarità possiede la potenzialità di aprirsi ad una trasformazione, se pure sollecitata.

Questa seconda parte porta come titolo Da bocca a orecchio. Si tratta di un’espressione familiare, ricorrente nei discorsi di Letizia Comba. Allude al fatto che un certo genere di sapere trasformativo, in qualche forma iniziatico, può essere comunicato solo da bocca a orecchio. In presenza. La presenza reciproca è la garanzia che la verità di ciò che si dice prenda misura dalla relazione e dal contesto condiviso. È un’idea che ha radici antiche. La troviamo nella Lettera VII di Platone, quando ricordava che i libri, gli scritti possono andare nelle mani di qualsiasi persona,  ed essere così travisati, usati per scopi che non sono quelli di chi ha scritto. E che tutto questo può essere evitato ragionando in presenza, ben disposti e attenti agli altri.

È chiaro che Letizia Comba valorizza in questo senso la tradizione delle pratiche sapienziali, nelle quali la trasmissione è orale e implica la trasformazione di entrambe le persone coinvolte nel processo. È molto interessante che in un suo testo interpreti in questo modo la stessa pratica psicoanalitica, dando merito a Freud di aver creato un contesto di questo genere.

Nel far questo – proprio in questa seconda parte – lei incomincia a cambiare lo stile di scrittura e questo per dare spazio ad un sapere che deve preservare e custodire qualcosa di non svelabile del tutto. Un sapere che in parte – anche se solo in parte – ha necessità di restare enigmatico, non tanto per un ossequio sacrale, quanto per poter lasciare spazio a chi legge di compiere un proprio percorso. Volendo cambiare la forma della scrittura, e dunque del pensiero, introduce, come passaggio argomentativo fondamentale, il racconto di miti e leggende, di fiabe. E si guarda bene dal darne una interpretazione. Le lascia piuttosto accanto, ma in posizione centrale, a osservazioni e riflessioni di registro diverso.

Porto un esempio. In diversi testi si interroga sulla figura della madre e del padre. In uno intitolato Tre paia di mani ovvero chi è il padre introduce una leggenda indiana. Il racconto mostra che nel padre i padri sono molti e che un figlio porta già in sé la potenzialità di essere padre e che le genealogie – quella paterne qui, ma si può pensare anche a quelle materne – sono molto più complesse del rapporto con il proprio padre.

Di mio, mi chiedo cosa siano una leggenda, un mito, una fiaba. E mi rispondo: sono come un sogno. Un luogo nel quale è sospeso – non negato – il confine tra realtà e irrealtà, fra razionalità e irrazionalità. E permette perciò che ci apriamo ad una visione che altrimenti non avremmo. Non ci sarebbe possibile concepirla.

È questo ad essere un passaggio molto importante nell’andamento dello stile di pensiero di Letizia Comba. La fiaba, la leggenda, il racconto di un mito sospendono tali confini e perciò fanno vedere di più. È per questo in fondo che all’università di Verona, all’interno degli insegnamenti di Psicologia, aveva preferito scegliere l’insegnamento di Psicologia della letteratura e dell’arte, perché la lasciava molto più libera di dare spazio ad un pensiero immaginativo di questo tipo.

Le radici religiose di Letizia erano valdesi, dunque appartenevano ad una cultura protestante, nella quale le immagini dei santi e di Dio erano sospese, come cancellate. E dunque penso che debba sicuramente aver fatto un percorso notevole di trasformazione interiore per arrivare ad affermare il bisogno che l’anima ha di immagini, di leggende, di narrazioni. Sosteneva che anche il divino ha bisogno di una molteplicità di immagini. Era arrivata a diffidare del monoteismo protestante con il suo amore per il vuoto, per l’ascetismo nei confronti delle immagini. Era il politeismo indiano, la molteplicità di dei della religione indi che le sembrava andare incontro ai bisogni dell’anima.

Arrivo così all’ultima parte del libro, intitolata Relazioni viventi. Sono stata intervistata da Caterina Spillari e da Gabriella Baiguera che hanno poi dato forma alla nostra conversazione in modo che facesse da introduzione a questa parte. Le coordinate di questa sezione sono innanzitutto il rapporto che Letizia Comba è andata creando con le sue allieve e allievi – più donne che uomini -, in secondo luogo il rapporto con Diotima, comunità di filosofia femminile dell’università di Verona.

I testi di questa parte ruotano attorno all’attenzione per la biografia di singole donne, per la loro posizione nel mondo, vista nella prospettiva soggettiva. Si tratta di Paolina Leopardi, della figlia di Cesare Lombroso, di Teresa Noce, e di altre figure femminili ascoltate con grande finezza attraverso le lettere, i diari, che sono un genere di scrittura che dà forma alla soggettività. Si nota in Letizia uno sguardo sulla politicità di tale trasformazione femminile, di come si modifica il rapporto con il sociale.

Devo dire che mi aspettavo, prendendo in mano il libro, che in questa sezione, quella che raccoglie gli scritti di Letizia nel periodo in cui la frequentavo a Verona, ci fosse questa attenzione alle figure femminili viste a partire da ciò che loro stesse dicevano di sé e del mondo che le circondava. Quello che mi ha sorpreso, invece, leggendo l’intera raccolta dei suo scritti, è che l’attenzione per l’esperienza femminile l’ha sempre coinvolta. Non è nata, come io ingenuamente credevo, dallo scambio con le sue allieve e con le donne di Diotima. Ha radici molto più antiche, che coincidono con il ’68 e l’inizio del femminismo. Non a caso, ad esempio, già dai primi testi pubblicati su Quaderni piacentini pone al centro la figura della madre come la questione che il movimento femminista ha bisogno di discutere, chiarire, fare proprio. E sulla madre, le madri, lei come madre, le figure mitiche delle madri torna e ritorna sollecitando una indagine e un ragionamento politici. Naturalmente di una politica che ha a che fare con la polis e che cresce con la consapevolezza simbolica.

Di sé come maestra e del suo rapporto con le allieve e del percorso che questo implica Letizia scrive soprattutto nell’introduzione a La materia dell’anima, che qui ritroviamo. E vorrei attirare l’attenzione sul fatto che, quando parlava di un percorso dell’anima, si teneva alla larga da ogni forma di sentimentalismo, emotivo e superficiale. Lo si vede anche da come parla con grande stima di Diotima, la comunità di filosofe guidata da Luisa Muraro. Scrive che la sua stima va al fatto che si tratta di una comunità che suscita un appello continuo, una continua messa in discussione. E che all’intimismo e alla psicologia contrappone la politica delle donne e la filosofia.

È a questo punto molto interessante per me ritornare sul dissidio che si è aperto tra Letizia e la comunità di Diotima all’interno di uno spazio di grande vicinanza. È stato un dissidio che ha riguardato la possibilità o meno di nominare l’obbedienza come pratica possibile della politica delle donne. Il presupposto che tale pratica sia politica dipende dal fatto che nel rapporto maestra e allieva l’obbedienza è un gesto che rende libere dalla stretta del simbolico dominante. Non solo affidarsi ad una donna, ma obbedire alla misura che ti suggerisce, ti rende libera nei confronti delle regole implicite del contesto sociale già ordinato. È una pratica che deriva dalla mistica, dai percorsi sapienziali, e che lei riteneva dovesse rimanere in quei contesti e non sconfinare nella politica.

Letizia, aprendo la polemica e citando Simone Weil, scrive che esiste un’obbedienza che porta alla schiavitù come anche una che rende liberi. L’obbedienza che rende liberi è tale in quanto implica modificazione, trasformazione personale. A questo punto lei pone – ci pone a Diotima – quella questione che trovo tuttora molto interessante e delicata. Sostanzialmente consiste in questo. La politica delle donne chiede un’obbedienza ad un’altra donna per avere libertà nei confronti del simbolico dominante, va bene, ma se non c’è una trasformazione interiore, un percorso soggettivo verso qualcosa che non sappiamo, verso un movimento infinito, può risultare banalmente una nuova etica, che vincola con nuove norme, diverse da quelle dell’ordine simbolico dato, certo, ma sempre comunque norme che si ammantano della forza dei valori etici. Dei vincoli normativi. Mentre è implicito in questo ragionamento che una pratica, come quella dell’obbedienza nel rapporto maestra allieva, abbia valore in quanto spinge ad una nuova dimensione di sé tutta da scoprire. Altrimenti questa pratica, come tutte le altre pratiche susseguitesi nella politica delle donne, finiscono per essere norme esteriori date all’agire, non implicano un dibattimento tra sé e sé, un divenire altri.

Trovo vera questa questione. Può avvenire che le pratiche politiche delle donne diventino normative, vincolanti solo esteriormente, mentre ciò che caratterizza tale movimento nelle diverse sue forme è la modificazione di sé in un percorso di autocoscienza. C’è una linea sottile che divide un piano dall’altro, una linea a volte difficile da individuare, ma – è questa la mia risposta a Letizia – vale la pena correre il rischio.

E ora è un peccato non poter continuare questa polemica con lei. È doloroso.

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