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Per la libera circolazione delle lingue[1]

Won’t you help to sing

these songs of freedom?

(Redemption song, Bob Marley)

 

 

Parlare come si nuota

 

Sono una della generazione Erasmus, il programma di scambio fondato nel 1987 che incoraggia gli studenti, con un sostegno economico minimo, a trascorrere dei periodi presso altre università europee. Nel 1987 la Germania era ancora divisa dal muro ma Erasmo, il teologo filosofo da Rotterdam, era già l’icona che avrebbe orientato i giovani nati in Europa verso una idea di cosmopolitismo, con un augurio di pace all’insegna dei valori di una cristianità “giusta” come superamento delle identità nazionali.  Il 1987 non è un anno a caso. E’ l’anno in cui si suggella l’Atto unico europeo che fonda il mercato interno, ovvero la libera circolazione delle merci. E due anni prima a Schengen, in Lussemburgo, era stato firmata la famosa convenzione che poi gradualmente ci ha permesso di viaggiare per l’Europa senza farci identificare ad ogni frontiera. La libera circolazione delle persone.

L’anno del mio Erasmus l’euro aveva appena unificato il nostro modo di contare i soldi e io avevo 19 anni quando ho vissuto il primo periodo di vita a Parigi trovandomi immersa nel francese che non mi ero molto preoccupata di studiare prima e che avrei imparato nello spaesamento e nella necessità che solo si provano quando tutti smettono di parlare una lingua che capisci senza mediazioni. Da lì in poi ho continuato a spostarmi per il continente, a volte sola, a volte con altri che, come me, avevano scelto questo stile di vita. Quindici anni fa l’Italia del berlusconismo non era già considerata una terra promettente, cercavamo in tanti una fuga spostandoci dalle zone cosiddette periferiche verso le capitali europee.

Dopo i primi entusiasmi, ragionando su quello che ci capitava all’estero da italiani, abbiamo guadagnato un posizionamento autocritico rispetto alla neodiaspora di cui facevamo parte e, guardando alle nostre esistenze situandole nell’orizzonte più ampio del processo di europeizzazione, abbiamo cercato un significato politico alle pratiche del trasferimento e dello spostamento[2]. Abbiamo lavorato sulle relazioni di potere che marcano profondamente gli immaginari  incitando a raggiungere le capitali, sui nostri privilegi economici, la nostra nazionalità, sulle frontiere che per noi si sgretolavano e per altri diventavano sempre più strette. La caduta delle frontiere interne promessa a Schengen ha avuto per corollario il rafforzamento delle frontiere esterne.

La rivolta linguistica di molte è iniziata da qui. Da un’analisi precisa delle implicazioni che questo divenire europei aveva nelle nostre vite e sugli equilibri geopolitici globali, ovvero sulla esistenza di molti dei nostri amici e amiche che non erano nati in Europa. Per alcune ha significato perdere l’illusione che le capitali europee fossero luoghi “giusti”, “pieni di possibilità” e “aperti” in cui trascorrere più felicemente il resto della vita, rivelandosi invece spazi urbani altamente conflittuali, luoghi in cui apprendere da una prospettiva centrale lo scontro di civiltà su cui l’Europa, e la sua unione, si fonda. E non solo storicamente.

Questo scontro ci sembrava di toccarlo tutti i giorni.

E’ stato importante allora tornare sulle proprie storie e nei propri luoghi di origine, avere maggiore chiarezza dei processi non solo esistenziali ma anche culturali e socio-economici che ci avevano portate a partire. Tante volte mi sono fermata a chiedermi se tornare, dove e con chi. Tante volte ci siamo ritrovate a cercare le pratiche migliori per resistere a questo nuovo assetto politico europeo che nei nostri immaginari da porta verso il futuro si trasformava in fortezza e guerriglia urbana quotidiana. Pensate, per fare solo un esempio, alle banlieue parigine che bruciavano nel 2005.

Quello che cerco di dire, lo dice meglio Warsan Shire una giovane poeta nata nel 1988 in Kenya da genitori somali vissuta sin da piccola in Inghilterra.  Riassume questo sentimento nell’immagine di una donna che indossa il mondo. Leggo una parte di una poesia che si intitola Brutta (Ugly) in cui usa questa immagine.

 

Tua figlia è brutta

conosce la perdita intimamente

porta intere città nella sua pancia.

Quando era bambina, i parenti non volevano tenerla.

Era legno scheggiato e acqua di mare.

Ricordava loro la guerra.

(…)

Eri sua madre.

Perché non l’hai avvertita, raccolta come una barca rotta/non le hai detto che gli uomini non l’avrebbero amata,così coperta di continenti

con  i suoi denti, piccole colonie

il suo stomaco come un’isola

le sue cosce frontiere?

Quale uomo vorrebbe stare con lei e guardare il mondo bruciare

nella sua stanza da letto?

La faccia di tua figlia è una piccola rivolta,

le sue mani sono guerre civili,

un campo di rifugiati dietro ogni orecchio,

un corpo ripieno di cose brutte.

Però, Dio,

non lo porta bene

il mondo addosso?[3]

 

Mi pare che questa immagine sia lontana dall’esprimere un farsi carico del mondo, sotto il quale la figlia rimane schiacciata o di cui dovrebbe farsi salvatrice. La poeta ci comunica la bellezza della rivolta che forse agli occhi di altri può sembrare brutta. Questa donna è il mondo che brucia, non nel senso che si autodistrugge ma nel senso che brucia le certezze di qualsiasi uomo voglia accostarsi a lei, dimenticando. Più di tutto questa rivolta è dire che noi siamo fatte di mondo, è lotta contro questo rimosso, è coscienza e memoria. Memoria dei mondi che portiamo dentro per averne fatta esperienza diretta o per farne parte attraverso la relazione con altri.

 

Come può parlare una donna che dentro di sé porta tanti mondi?

 

Una delle conseguenze collaterali a questa vita di spostamenti attraverso l’Europa, uno stratagemma di necessità e un metodo di conoscenza dei contesti è stata imparare la lingua degli altri. Ad un certo punto ci siamo rese conto di avere acquisito una sorta di relazione quotidiana, più o meno semplice, con le lingue europee con le quali eravamo entrate in contatto.

Chiara Zamboni nel distinguere tra lingua materna e competenza simbolica dice che, nonostante si abbia una lingua materna, può avvenire che non sempre si abbia competenza simbolica e si rimanga abbarbicati alle parole come a degli scogli senza avere il coraggio di nuotare. Prendo questa immagine per illustrare come invece mi sono ritrovata a lasciare presto gli scogli e a nuotare, non senza paura, nel mare delle lingue europee.

Parlare come si nuota. Nessuno per andare in acqua pensa di dovere imparare a nuotare in modo professionale o avere uno stile specifico, per godere del mare e farsi una nuotata basta sapere galleggiare, spostarsi nell’acqua senza avere paura dei punti in cui non c’è la certezza di toccare,ovvero, di essere completamente comprensibili.

Penso che molte persone della generazione erasmus vivano in questo modo la relazione con le tre, quattro lingue europee che masticano. In modo analogo questo plurilinguismo da nuotata marca la vita di tanti bambini e ragazzi nelle classi delle scuole in Italia la cui madre lingua non è l’italiano. Questo è il punto di vista da cui nasce il mio contributo per rilanciare la discussione sulle trasformazioni del plurilinguismo che abita le città italiane e sulle strategie per resistere al monolinguismo che è una forma radicata del potere.

Una volta in Francia al convegno europeo di antropologia ho incontrato Alba Barbe y Serra, una giovane antropologa catalana. Aveva presentato una ricerca interessante e aveva una presenza che mi colpiva. Quando abbiamo iniziato a parlare, dopo i primi goffi tentativi di usare l’inglese per comunicare, lingua imposta dal convegno ai relatori, ha iniziato a parlarmi in catalano che scoprivo esistere come lingua diversa dallo spagnolo grazie a lei in quel momento – e attraverso il catalano tutta la storia che questa lingua porta con sè. Io le rispondevo in italiano. Razionalmente non so come abbiamo fatto a capirci quel giorno. La nostra amicizia ancora viva passa attraverso messaggi, email e telefonate sempre più o meno due lingue. Ci siamo sempre capite.

Qualcuno potrebbe dire che quando si è in due e nel desiderio di una relazione è più facile comprendersi, ma visto che la mia amica è catalana e visto che quello che sta capitando per ora a Barcellona, sarà più chiaro quello che invece mi preme dire.

Infatti, se il “plurilinguismo da nuotata” come immagine in minima parte porta con sé un senso di inconsapevolezza e di indifferenza rispetto all’uso di una lingua o di un’altra, sento che per la mia esperienza e di molti, in verità si tratta più di qualcosa d’altro.

Immergendoci nei contesti, abbiamo allenato una coscienza geopolitica nell’uso della lingua che ci permette di cogliere, di volta in volta, quali sono i rapporti di potere in atto tra le lingue dei presenti e come è possibile agire una rivolta. Ci aiuta in questo l’ impiego consapevole di una forza decentrante rispetto ad ogni lingua e quadro culturale nazionale. Questo decentramento si nutre della consapevolezza di come ogni Stato in Europa organizzi i propri baluardi culturali e agisca in modo repressivo nei confronti delle differenze proprio attraverso la sua lingua nazionale.

Cerco di illustrare il pensiero con un altro esempio di rivolta linguistica, questa volta a sfondo istituzionale.

Da qualche anno lavoro per un progetto europeo che, non a caso, si chiama Erasmus + e coinvolge oltre l’Italia, la Spagna, la Francia e la Romania. La stessa logica di europeizzazione che ha segnato il percorso formativo di molti sta diventando lavoro, possibilità di reddito in un mercato del lavoro con sempre meno garanzie. Il giorno della conferenza finale in Francia, davanti ad una platea di 150 persone per lo più francofone, era stato pattuito che chi poteva si sarebbe espresso in francese e chi non poteva lo avrebbe fatto in inglese qualsiasi fosse la madrelingua, seguendo la logica per cui l’inglese è la lingua passepartout. Rendere in inglese la profondità e lo spessore del discorso che avevamo preparato in italiano è stata una operazione abbastanza complessa, così ho passato diversi giorni e tutta la notte prima a cercare di tradurre e rendere le sfumature della lingua con il risultato di un discorso forse letteralmente comprensibile ma con poca anima. Poi, ad un passo dal palco, Elena Migliavacca, la mia compagna di intervento, ha proposto che, in nome di una  fedeltà a sé, ognuna parlasse nella lingua nella quale si sentiva più a suo agio, probabilmente quella materna. Lei ha parlato in italiano, io ho parlato in francese, Iuliana ha parlato in romeno, Dana dalla Romania ha parlato in francese, Crescencia da Barcelona ha parlato in spagnolo. La conferenza non solo è stata compresa ma è stata ampiamente dibattuta e apprezzata.

 

 

Luoghi comuni senza monolinguismo

 

Ci sono diverse ragioni per cui mi servo di questa esperienza.

Quando instauriamo una relazione convenzionale con la lingua, ovvero quando seguiamo le norme e le convenzioni, può essere che sia per pigrizia, per disabitudine a parlare a partire da sé, oppure anche perché considerando queste convenzioni come luoghi comuni li crediamo abitati da altri, tutti o molti, e sono gli unici nei quali pensiamo di poterci quindi ritrovare.

Ora mi sembra che sempre di più dobbiamo confrontarci con l’esperienza dei falsi luoghi comuni. L’idea per esempio che il nostro luogo comune sia l’inglese, ma anche i social network come luogo di scambio o come spazio per mettere in comune, la sharing economy ovvero tutte quelle piattaforme che ci permettono di attivare una micro economia attraverso la messa in comune delle case, delle macchine, delle nostre abilità. Niente in contrario, beninteso, ad ognuna di queste possibilità (uso air bnb, face book etc). Tuttavia ci sono delle domande che si aprono quando usiamo questi mezzi, che si riassumono per me nell’interrogare e decostruire “il comune” che il potere ci propone ed impone. Resta di volta in volta chiedersi: che cosa possiamo mettere in comune?

Per esempio se io e Alba avessimo creduto al fatto che la nostra lingua comune era l’inglese, come volevano farci credere al convegno e come è etichetta negli ambienti accademici, probabilmente non mi avrebbe spiegato perché al posto di parlare in spagnolo, che sicuramente avrei compreso con meno sforzo, si ostinava a parlarmi in catalano. Avremmo evitato di parlare di indipendenza catalana dopo i primi dieci minuti, non avremmo esplicitato genealogie e posizionamenti politici ben precisi. Parlare una lingua neutra creduta comune ci fa entrare nel gioco della traduzione come conquista mentre diventiamo conquistati e conquistatori. Pascale Casanova nel suo testo Traduzione e dominazione scrive che domina non tanto la lingua più parlata ma quella verso la quale si traduce maggiormente. Tradurre tutto in una lingua accresce il potere di quella lingua.

Ma pur considerata l’importanza di soffermarsi sui rapporti di potere tra le lingue, quello che per me resta più significativo è che il fatto di parlare una lingua schiude un mondo.

Allo stesso modo se Elena non avesse sostenuto la possibilità di parlare la lingua nella quale ognuna si sentiva maggiormente a suo agio, si sarebbe ceduti rispetto all’illusione che la nostra lingua comune fosse l’inglese o il francese.

In generale quindi ho usato questi esempi perché per me sono delle buone esperienze, relazionali, ma possibili anche all’interno delle istituzioni, della forza del luogo comune non monolingue che attraverso atti di rivolta linguistica si può fondare. Un comune cosciente, non calato dall’alto. Vale la pena di chiedersi sempre:  che cosa possiamo mettere in comune? Questa domanda non è così scontata perché, lo ribadisco, ora il potere vorrebbe proprio dirci quello che abbiamo in comune e come lo dobbiamo mettere.

Per pigrizia spesso abbiamo dei pregiudizi rispetto alle lingue che le persone parlano solo perché risiedono in un posto. Ci sono molte ragioni per cui si impara una lingua; è sorprendente sapere quante lingue parla qualcuno, perché impari le lingue lungo percorsi di vita a volte imprevedibili.

Parlando di pratiche, da una parte la forza di questi due esempi confermano l’uso della lingua materna minoritaria in un contesto plurilingue per abbattere l’imposizione di una lingua dominante come l’inglese in un contesto istituzionale. Anche a costo di non essere letteralmente compresi. In questo senso per me costituisce un atto di rivolta.

Avvalersi di questa opzione opera una rottura dell’ordine simbolico che modifica il rapporto tra le parole e la realtà, creando una modificazione significativa delle forme della convivenza. Ovvero ricrea il contesto. Il punto per me qui non è tanto fare una crociata contro una lingua o l’altra piuttosto contro i contesti monolingue, in cui finisce per agire solo una lingua dominante, o meglio contro tutte le lingue che si parlano senza avere prima interrogato profondamente il contesto nelle quali lo scambio linguistico avviene.

Il passaggio verso una visione ed un uso contestuale dell’uso delle lingue da una parte, e di come un uso orchestrale delle lingue può creare un contesto è il cuore del testo.

Queste sono le due linee che percorrerò nel seguito dell’intervento. Per arrivare a parlarne attraverserò ancora atti di rivolta che è il fuoco del discorso, e di come a volte intercetta e sconvolge alcune delle posture che invece ci fanno trascorrere nottate a tradurre in inglese prima della conferenza, ovvero l’autocensura, la mimesi, il senso di colpa.

 

 

Prendere forza con la lingua

 

A questo punto credo che alcune potrebbero dire che è facile fondare un luogo comune plurilingue se si tratta di lingue che più o meno sono nate dalla stessa matrice.  Ovvero se restiamo in Europa, tra europei. Per mostrare come invece non si tratti di una questione di morfosintassi ma di grammatiche di relazione, farò il passaggio alla pratica della scuola per la libera circolazione delle lingue, da cui prende spunto il titolo dell’intervento. In questa scuola io sono la maestra di italiano, insieme a due mediatrici culturali, anche loro maestre come me, Houda Boukhal di origine marocchina e Sandra Faith Erhabor di origine edo, una etnia della Nigeria. La scuola si tiene da 6 anni a Casa di Ramia, il centro interculturale delle donne del Comune di Verona.

Tutti i luoghi in cui si insegna italiano in questo momento storico sono degli osservatori privilegiati della tensione sociale che stiamo vivendo, sono dei luoghi termometro della guerriglia urbana e linguistica in cui siamo coinvolti più o meno tutti. Le persone la cui madrelingua non è l’italiano, per lo più afro-asiatiche e afro-americane, soffrono di non essere compresi presso gli uffici pubblici, delle criptiche lettere da parte della scuola dei loro figli o inviate dal Comune, degli indecifrabili moduli della burocrazia e le vivono come dichiarazioni costanti di guerra alla loro intelligenza; gli operatori del sociale soffrono di non spiegarsi mai o di spiegare le cose all’infinito senza risultati, di non diventare mai comprensibili alle orecchie delle persone che accompagnano. Sembra che una comunicazione sia impossibile.

In Trentino le persone che richiedono l’asilo politico sono obbligate ad andare a scuola tutti i giorni. Se risultano assenti, l’operatore è obbligato a ridurre il pocket money mensile. Imparare l’italiano è obbligatorio, ma soprattutto è obbligatorio che si impari a scuola. Riconoscere che apprendere la lingua maggioritaria è molto utile, o che la scuola rappresenti da sempre un luogo di mescolanza e socializzazione, non esula dal non trovare una risposta sensata quando ci si chiede perché lo Stato imponga a delle persone adulte, libere e senza reati a carico, di frequentare la scuola, pena la decurtazione del sostegno economico, se non per delle ragioni di subordinazione culturale. Una strategia molto simile a quelle coloniali.

Sappiamo tuttavia che la passione di alcuni insegnanti e di alcuni apprendenti fa della scuola un luoghi utile per sperimentare l’incontro, la disobbedienza e ovviamente la rivolta. Per ripensare gli episodi di rivolta mi sono stati molto utili alcuni testi di Angela Putino.

A casa di Ramia, Sandra, una donna di origine edo, dalla Nigeria una volta mi ha detto:

 

Fa più o meno quindici anni che vengo al corso di italiano. Mia figlia, l’unica nata a Verona, mi prende in giro e dice: “Mamma, ma devi essere un po’ dura, com’ è possibile che vai ancora a scuola di italiano!” Io vengo qui perché mi piace Casa di Ramia. Non voglio imparare davvero l’italiano. Lo parlo, gli altri mi capiscono ma il giorno che avrò imparato a parlare bene bene, proprio come gli italiani, vorrà dire che saranno riusciti a cambiarmi la testa.

 

Un’altra donna di origine marocchina, Najat, alla fine di un anno scolastico mi ha detto:

“Quando i nostri figli e le nostre figlie saranno grandi, non ci saranno più maestre di italiano come te. Perché loro avranno già imparato tutto”

In quest’ultimo caso si vagheggia con gioia di un futuro in cui la scuola di italiano non esisterà più perché non ce ne sarà più bisogno. Nel primo quello che è in discussione è proprio il senso dell’andare a scuola: l’obiettivo della scuola è favorire l’apprendimento della lingua, scopo che non coincide affatto con il piacere e l’intenzione dell’apprendente. Sono due forze che chiaramente dovrebbero annullarsi ma vedremo che, seppure potrebbe essere così, così non è.

Audre Lorde invita le donne nere ad esprimere la rabbia che sentono, lei la chiama sinfonia di rabbia. Scrive che avere paura della propria rabbia non insegna niente piuttosto bisognerebbe imparare ad usarla prima che possa autodistruggerci.

“Tutto si può usare…tu dovrai ricordartene quando ti accusano di distruzione[4]” (Lorde 2014: 205)

La rabbia –continua la scrittrice afrocaraibica- è l’emozione che sorge quando si chiamano le cose nel modo sbagliato. Per questo si tratta di una emozione carica di informazioni e di energia, è una reazione adeguata all’oppressione. “Non possiamo permettere che la nostra paura della rabbia ci porti fuori strada o ci induca ad accontentarci di qualcosa di meno del duro lavoro di essere sincere.” (Lorde 2014: 206-207)

Audre Lorde sottolinea la differenza tra l’odio che determina la violenza linguistica e fisica e la rabbia. La rabbia è il dolore delle distorsioni tra persone, e il suo obiettivo è il cambiamento. Implica che ci si incontri per mutare quelle distorsioni che la storia ha creato attorno alla nostra differenza. Perché sono quelle distorsioni che ci separano.

Capita che molte donne si censurino rispetto alla rabbia perché non sopportano i sensi di colpa che nascono dal vedere gli altri colpiti dalla propria rabbia oppure non sopportano di non generare dei sensi di colpa nelle altre.

 

Avrei sbagliato postura se avessi vissuto le parole pronunciate dalle amiche/studentesse contro di me. Ovvero se avessi caricato quel contro di un odio o di una competizione linguistico-culturale. Il contro espresso da molte donne è, secondo Angela Putino, contro perimetri, morali e costumi già dati. E’ un contro che non si comprende se si guarda solo alle simmetrie derivate dal potere (studente/maestra; donna bianca/donna nera; parlante la lingua dominante/apprendente la lingua dominante) né è compreso nelle immaginazioni belliche di scontro frontale.  “Questo contro non conta per quello che ha negato ma per quello che ha cercato di dire. Il contro è un luogo dove sperimentare l’invalicabile, quello che non è addomesticato rispetto alle opinione e alle strutture correnti. In questo sperimentare si mette a fuoco un piano che contemporaneamente investe sia ciò che si cerca sia il modo in cui lo si cerca.” (Putino 1988: 10)

Non so cosa cercasse Najat, ma quello che cercava Sandra, e come lo cercava, si è fatto presente poco a poco. Quello che infatti è capitato nella scuola per la libera circolazione delle lingue è che oltre a parlare in modo più sicuro quando si esprimeva in italiano, Sandra ha iniziato a scrivere.

Dal 2012 ha scritto un fiume di poesie e di racconti, non li ha scritti in italiano ma in pidgin english che non è la sua lingua materna ma è una lingua che usa molto. Angela Putino scrive che la dirompenza femminile è disporsi alla discorsività senza prenderne su di sé gli obblighi. Non esprime filiazione rispetto alla logica che conduce la norma dal linguaggio. Essa sperimenta, conducendola, una sua logica. Ora Sandra diffonde attraverso facebook queste poesie nella immensa rete di contatti transcontinentali, stiamo preparando anche un libro. Insieme ad un gruppo di formatrici coordinate da Rosanna Cima usa i suoi racconti nelle formazioni con i professionisti dell’ambito socio-sanitario. Se serve il testo in italiano, io e altre sue amiche traducono per lei. Lei corregge, sente la lingua della traduzione e la aggiusta. Riconosce con precisione la lingua che le corrisponde e quella che non le corrisponde. Insomma compiendo la sua rivolta linguistica ora ha in più una forza. La rivolta linguistica è prendere forza con la lingua.

Ma che tipo di forza è?

Angela Putino scrive a proposito della forza femminile che non separa la danza dalla guerra. E’ necessario che la forza non valga in quanto ha risorse e capacità superiori a quelle di cui dispongono i poteri o le lingue ufficiali e in quanto può svolgere un ruolo di fatto più trainante nel funzionamento dell’organismo sociale: qui non c’è che continuità con il potere e l’ordine dato. Non c’è rivolta, diremmo noi. “La differenza di una forza è potere ciò che può, non dare il meglio che può in rapporto ad un meccanismo estraneo a sé.” (Putino 1988: 13)

E’ inutile mettere il meglio di sé al servizio di sistemi che riproducono e rinforzano l’ordine sociale esistente; spesso le donne si ritrovano ad assumere ruoli trainanti in questo senso senza invece fare agire tutto quello che può. Il meccanismo estraneo a sé nel caso di Sandra è la cultura italiana. Sandra parte da una chiarissima consapevolezza del fatto che imparando una lingua si impara anche una struttura del pensiero, un modo di conoscere, una visione delle cose. E protegge qualcosa di vitale.

Mentre riflettevo intorno a questo atto di rivolta mi sono chiesta: questo atto di rivolta mira a separare, ad approfondire l’incomunicabilità, ad allontanare, propone di rinchiudersi in una lingua propria non parlata dalla maggior parte delle persone che la circondano? La postura di Sandra è un ripiegarsi o un rifugiarsi nella propria comunità? In primo luogo mi sono risposta che rivolta non ha certamente niente a che vedere con risoluzione. La rivolta linguistica non risolve i problemi di comunicazioni, le diffidenze. Semmai può spaventare perché, imprevista, erompe, ci sembra “fuori luogo”, spezza. Oppure sboccia. Inizia. E’ una pratica sorgente.

In questo caso ha dato vita ad una relazione meno superficiale con Sandra in cui il suo denso mondo ha iniziato ad avere parola, ad esistere agli occhi di molte di noi che pure la conoscevano e frequentavano da anni. Nel suo stare radicata nella sua lingua, resistendo, la rivolta di Sandra ci ricorda che lei viene da un altro mondo. E questo mondo ci insegna molto nel quotidiano, a Verona, specie quando ci confrontiamo con il mondo delle istituzioni socio-sanitarie ed educative. Infatti, scrive Rosanna Cima in Abitare le diversità quello che capita normalmente è che “l’elemento culturale non emerga facilmente soprattutto quando si è di fronte ad un corpo di insegnanti o operatori dei servizi. I processi assimilatori che spesso vengono attivati all’arrivo nel nuovo paese rendono sempre più difficili riferirsi alle proprie origini tanto da misconoscerle o da non ritenerle opportune nei luoghi pubblici”. (Cima 2009: 121)

 

Quello che Sandra scrive può essere considerato una uscita cosciente e chiara da questa autocensura o altrui misconoscimento. In un certo senso da quando scrive in pidgin english, si può dire che la sua presenza è molto più chiara e intensa nel mondo italiano. Come stare in questo paradosso?

Perché, come dice Angela Putino, quello che conta non è tradursi o tradurre ma agganciare. Trovare l’aggancio. Non per dire all’altro ma per dirsi.

Agganciare. Che cosa è un procedimento che permette di agganciare? Avviene come tra due luoghi: quello che è radicamento, localizzazione, compiutezza nel proprio, e quello che sorge nella tensione dello sporgersi, del varcare che tende quindi ad utilizzare ciò che non è già localizzato, che cerca parole per dirsi. Questo essere sospeso si afferra a qualcosa d’altro che è sentito come solidale. La gittata si fa verso l’irriducibile, il non contaminato, il non invaso, la conoscenza intuitiva. Questa curvatura è la posizione di aggancio. Questa è un’esperienza di fare varco.

Per chiarire questa idea di aggancio e di varco, mi servo del pensiero della scuola di Tobie Nathan ed altri che hanno sperimentato pratiche di mediazione culturale in situazioni cliniche. In particolare il testo di Sybille de Pury, Il trattato del malinteso, Abitare le diversità di Rosanna Cima e della mia esperienza di apprendista nei cerchi di cura tenuti da lei. Anche se queste teorie e pratiche nascono all’interno di un quadro clinico e di cura, credo che siano utili ed efficaci in altri contesti, per esempio le classi di scuola, i centri diurni, le relazioni di tutti i giorni.

In entrambi questi testi, e questo è visibile nella pratica, non si tratta infatti mai di tradurre ma di aprire uno spazio, un contesto in cui fare presenti tutti i mondi di appartenenza delle persone che partecipano. Per farlo è necessario sgombrare il campo da una serie di previsioni. Per esempio che la mediazione sia da considerare per eccellenza la pratica del trovarsi a metà in un luogo comune. Questa pratica del fare sorgere i mondi presenti inizia per l’appunto, invece in un vuoto.

In questo vuoto che fa varco, in cui qualcosa di incomprensibile appare, la prima tentazione è appunto “provare a dire la stessa cosa” utilizzando un sistema linguistico differente attraverso l’accezione classica di traduzione. Normalmente tradurre è vissuto come un atto per tentare di riparare alla divisione delle lingue. Incontrarsi su uno stesso terreno: questa è generalmente la nostra unica speranza e pratica in occidente di una possibile comprensione reciproca. Come se solo la condivisione di oggetti equivalenti potesse metterci d’accordo. Nell’idea che una comprensione reciproca implichi una messa in comune, dimentichiamo troppo spesso di capire se è proprio vero che stiamo mettendo in comune qualcosa, o se stiamo tentando solo di ridurre ad uno quello che invece nasce nella complessità.

Il contatto tra lingue differenti non è interessante per le analogie che permette di portare alla luce tra “loro” e “noi” ma lo è per la creatività, lo spostamento e la perdita del possesso di un senso intero ai quali ci costringe la traduzione se è orientata non a ridurre un contesto linguistico ad un altro ma a moltiplicare i contesti di enunciazione. “La diversità linguistica non deve essere considerata un ostacolo alla comprensione del mondo ma al contrario come la possibilità di moltiplicare e complessificare quello che si dice.”  (De Pury 1998)

Se di solito la traduzione riduce ad un uno, creduto comune, in questo caso invece si usa la libera circolazione delle lingue, le lingue si agganciano tra di loro. Quindi le parole si moltiplicano, ma non solo: anche i contesti si moltiplicano. In che senso?

Non è la stessa cosa dire ad una persona per esempio marocchina di tradurre in arabo quello che stiamo dicendo in italiano oppure chiedere: cosa direste in arabo in una situazione cosi? Solo una domanda come la seconda fa accadere degli enunciati che non sono previsti nel contesto occidentale ma che sicuramente sarebbero stati pronunciati in altri contesti. (De Pury 1998: 41)

Capita in questo modo che interrogando la lingua si veda sorgere un mondo sotto i nostri occhi.

Nei libri di Rosanna Cima, di Tobie Nathan e di Sybille de Pury trovate molti esempi di quello di cui vi sto solo accennando. Vorrei però fare un esempio fuori dal mondo della clinica: una volta durante un incontro della scuola per la libera circolazione delle lingue stavamo parlando di erbe. Ho detto che le erbe qui in Italia si comprano in erboristeria. Come si dice ‘erboristeria’ in arabo? Ma una domanda così può portare anche a dire soltanto che le erboristerie non esistono. E poi: dove si comprano le erbe in Marocco? Nei suq. Questa domanda ha schiuso un mondo. Attraverso le parole di Houda siamo tutte andate al suq, lungo le strade strette dove si vendono frutta e verdura, tra tavoli vicini coperti da lenzuola e merci varie. Lì in mezzo tutti sanno dove si trovano le persone che conoscono le erbe e sanno come usarle. Lì ci sta una signora che tutti conoscono da vent’anni e ha la fiducia dell’intero quartiere.

Basta una parola per potere iniziare ad immaginare le reti sociali, e che tipo di relazioni esistono tra le persone di un quartiere. Basta una parola per nominare un mondo altrimenti invisibile.

 

In altri termini: sgusciare dal monolinguismo, costruire situazioni in cui fare accadere la moltiplicazione delle lingue non in termini di equivalenza e, attraverso le lingue, dei contesti. Non si tratta di imparare o usare le lingue degli altri, ma di evocarle, metterci in condizione di ascoltarle, dargli spazio. Fare un uso orchestrale delle lingue: è chiaro che né i musicisti, né il direttore d’orchestra, sapranno suonare tutti gli strumenti, ma il direttore tiene insieme una sinfonia plurale e un musicista con una sola nota iniziale può suscitare un discorso musicale tra più strumenti.

In questo uso orchestrale non si tratta di saziare il senso estetico né di accostare meramente le lingue, le une alle altre. Ma di trovare chiavi per fare rivolta –chiavi di volta- dei rapporti di potere che normalmente sono instaurati tra le lingue e, quindi, i mondi. A volta basta aprire una parola per restituire senso ad un incontro. Una volta durante un cerchio di cura Rosanna ha chiesto a Joe, un ragazzo nigeriano, il significato del suo nome nella sua lingua materna. E’ bastata questa domanda per fare ricordare ad ognuna delle persone presenti, Joe incluso, il destino luminoso che una madre, un padre, una comunità avevano scelto per quel ragazzo. Quel nome è stato un aggancio, non una traduzione. Un aggancio a un universo relazionale, affettivo, fisico, conoscitivo, esperienziale, materiale che la lingua ha il potere di evocare.

Una pratica di rivolta linguistica spesso parte da questa coscienza: che le parole che usiamo fanno accadere o meno qualcosa,  possano avere degli effetti sulla realtà.

 

La materialità della lingua

 

Da quando ho iniziato a studiare arabo con Houda, la mia maestra, e ho amici musulmani mi sono resa conto del diverso legame che per loro le parole istituiscono con la realtà. Un vincolo forte tra le parole e le cose che fa credere alla materialità delle parole e alla loro forza. La prima parola che ho imparato a scuola è Bismillah

بسم الله

perché Houda iniziava sempre con questa parola la lezione. Lei, a dire il vero, non inizia niente senza dire bismillah, un bicchiere di acqua, una telefonata, una riunione. Se provo ad accendere il computer ma resta spento, “prova a dire Bismillah!”. Si tratta di agire “in nome di Allah”.

In questo ritessere il legame tra le parole e la realtà, le preghiere hanno un posto speciale: nella protezione per esempio.

Una volta Dicko, un ragazzo senegalese musulmano con cui convivo da qualche anno, ha spruzzato di profumo i fogli delle sue preghiere. E’ stato uno di quei momenti in cui mi è stato chiaro che quelle, per lui, non sono solo parole.

Forse è come se fosse qualcosa di vivo…

“Non si tratta né di parole vive né di parole morte.

Ogni poema ha un nome e se ti leghi in amicizia con un poema, questo poema vivrà in te. Le tue mani profumano mentre lo tieni in mano” – mi ha detto.

*

In tutti questi modi che abbiamo insieme riattraversato per me insomma si fa la rivolta, e anche come io, ora, sono rivolta a voi.

 

 

 

Bibliografia

Angela Putino, Donna guerriera, in “DWF“, n. 7, 1988

Audre Lorde, “Gli usi della rabbia: le donne rispondono al razzismo”, in Sorella outsider, Il dito e la Luna, 2014

Rosanna Cima, Abitare le diversità, Carocci, 2009

Sybille De Pury, Traité du malentendu, Empecheurs de penser en rond , 1998.

 

 

 

 

[1]                    [1] Il testo di questo intervento è stato scritto in occasione del seminario di Diotima “Rivolta Linguistica”.  E’ nato su invito di Chiara Zamboni che ringrazio in modo speciale per l’incoraggiamento e per le idee che ci siamo scambiate, ed è stato scritto sotto gli occhi attenti di Sara Bigardi che mi ha fatto capire, nonostante io non lo capissi, che cosa è la filosofia e cosa possiamo farcene nella vita quotidiana.

[2]             Di questa ricerca collettiva iniziata e portata avanti nell’amicizia è testimonianza il testo firmato a nome di Mery Sut, “Prácticas de atravesamiento: (over)flow”, in TRANSFEMINIMOS. Epistemes, fricciones y flujos, Txalaparta editore, 2013. Altri scritti e creazioni artistiche li trovate sul sito ideadestroyingmuros.it.

[3]             Ho tradotto in italiano alcune parti della poesia che riporto di seguito in lingua originale e integralmente.

                Your daughter is ugly./She knows loss intimately,/carries whole cities in her belly.
As a child, relatives wouldn’t hold her./She was splintered wood and sea water./They said she reminded them of the war./On her fifteenth birthday you taught her/how to tie her hair like rope/ and smoke it over burning frankincense./You made her gargle rosewater/and while she coughed, said/macaanto girls like you shouldn’t smell/of lonely or empty.
You are her mother./Why did you not warn her,/hold her like a rotting boat./and tell her that men will not love her/if she is covered in continents,/if her teeth are small colonies,/if her stomach is an island/if her thighs are borders?
What man wants to lay down/and watch the world burn/in his bedroom?
Your daughter’s face is a small riot,/her hands are a civil war,/a refugee camp behind each ear,/a body littered with ugly things/but God,/doesn’t she wear/the world well?

 

[4]             Si tratta del verso di una poesia di Audre Lorde intitolata “For each of you”: Do not let you head deny/your hands/any memory of what passes through them/not your eyes/nor your heart/everything can be used/except what is wasteful/(you will need to remember this when you are accused of destruction.)

 

 

 

 

 

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