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Per Erminia Macola

Vorrei parlare di quello che sento di ereditare da Erminia Macola.

L’eredità non è un diritto di chi eredita, legato alla proprietà. È piuttosto ciò che viene offerto come dono da chi ci lascia.

Io credo in questo caso sia possibile solo un’eredità senza testamento, usando un’espressione ripresa da Hannah Arendt e dal femminismo. Intendo una eredità senza che ci sia un atto formale che stabilisca quali siano i lasciti e a chi debbano andare, e come vadano spartiti, in quali proporzioni.

Piuttosto l’eredità è scoprire da sé quali siano i tesori offerti da chi ci lascia e in fondo è erede solo chi si interroga su quali siano questi doni, che non sono immediatamente evidenti e che, come nella fiaba, hanno bisogno che si scavi a lungo nella terra per scoprire dov’è sepolto il tesoro e che cosa sia, e allora la terra dà frutti.

Penso a tre doni di Erminia.

Il primo dono è la forte radice che lei ha avuto nell’infanzia come posizione d’essere, intendendo non solo il legame con la nascita e il distacco dall’origine, ma il fatto che ciò porta con sé il pathos di una domanda infinita, che si apre per tale distacco e mantiene per tutta la vita tale slancio.

Erminia Macola – lo sa chi l’ha conosciuta – mostrava questa radice nell’infanzia con il suo modo d’essere, con il daimon, che l’accompagnava e che noi vedevamo alle sue spalle.

Questa radice dell’infanzia la si ritrova nella modalità che lei ha avuto nel parlare di mistica, che ha rappresentato l’orientamento profondo della sua vita. Scrive: «Chi occupa una posizione mistica pretende di non perdere il luogo e il tempo dell’origine, vuole mantenere presente la propria nascita, il momento in cui si separa da ciò che lo genera e che successivamente si rappresenterà come il Sommo Bene»[1].

Si vede in questo testo la tensione tra il non perdere il luogo della nascita e la tensione orientata verso altro.

Negli ultimi anni considerava che nella sua vita la mistica si stava avvicinando alle risorse della pratica psicoanalitica, venendo così a convergere due esperienze radicali per lei così importanti. E racconta, in alcuni suoi testi, della divaricazione iniziale tra le due pratiche e poi, successivamente, del loro avvicinamento. Per dare conto di questa convergenza, significativo quel che lei scrive: «Nella mistica (come nella politica, nell’arte e nella psicoanalisi) è in gioco un reale che non può essere assicurato se non attraverso una pratica che incide, trasforma, fa accadere, muta la realtà»[2]. Le pratiche della mistica e della psicoanalisi, pur nella loro diversità, sanno dare spazio al reale, proprio creando un contesto trasformativo della realtà.

Mi sembra che la radice simbolica dell’infanzia stia dunque nel non rinunciare mai alla tensione infinita tra la nascita e l’Altro eccedente. E che si appelli ad una ostinazione contro tutti i buoni consigli, che ritorna sempre là dove amore chiama.

Al convegno su mistica e politica organizzato nel 2013 da Wanda Tommasi all’università di Verona aveva parlato di Teresa d’Avila e della felicità di essere lì a dire e ascoltare ciò che amava. Ho fatto poi un intervento, che non entrava in merito al contenuto del discorso ma allo stile. Cioè che tutto quello che diceva mostrava un rapporto vivo con l’infanzia. Poi, a casa, mi ero pentita di un’osservazione pubblica, che in sostanza era un’osservazione su di lei, e dunque forse indelicata e fuori posto. Le avevo scritto. La sua risposta telegrafica: Che avevo ragione e che era stato molto ben detto.

Il secondo tesoro che sento di ereditare è l’insistenza con la quale tornava sul fatto che le donne hanno una fedeltà alla lettera, più degli uomini. Ricordo che ne ha parlato in un convegno a Padova nel 2010, ma poi si trova in diversi suoi testi soprattutto attorno ad una delle sue figure preferite, la pastora Marcela.

Le donne sono fedeli alla lettera perché per lo più, – forse, diceva, la situazione sta un po’ mutando -, non vogliono che la parola si emancipi dall’immediato, dalle cose, da ciò che accade e dove accade, vissuto in prima persona. Teresa d’Avila, lei scriveva, non a caso vuole confessori “letrados” perché le insegnino a dire pane al pane. Dunque una circolarità – naturalmente non una identità – tra la parola e la cosa. Per Marcela Erminia Macola azzarda ancora di più. Scrive: «La lettera è la sua difesa dal desiderio degli altri che la vorrebbero fatta per il loro piacere. Questo va contro il suo desiderio e il suo modo d’essere. Direi, al limite, che la lettera le permette di diventare ciò che è. Quindi avvicinerei la letterarietà all’essere. Nel francese viene bene, lettre, l’être»[3]. Intende l’invito di Marcela a parlare chiaro, e di stare a quel che si dice, senza troppi giochi del linguaggio, come qualche cosa che non solo in qualche modo la preserva dal desiderio altrui, ma le permette di divenire simbolicamente in fedeltà a sé.

Del resto sappiamo bene anche da altre pensatrici, che non si tratta di un linguaggio ingenuo, ma di un linguaggio che, in una precisa tessitura simbolica, segue un’altra strada rispetto a quella delle molteplici e infinite interpretazioni che perdono il rapporto con l’essere. Ne va, per le donne, della fedeltà ad un legame tra linguaggio e realtà fuori dalle coercizioni immaginarie e dalle pastoie dei riferimenti ai dati di fatto. Mi interessa molto questa indicazione di Erminia Macola. Credo che su questo non solo le donne abbiano lavorato nel passato, ma lavoreranno ancora.

Arrivo così al terzo dono che mi sembra di poter ereditare da Erminia Macola. Ogni volta che arrivavamo sull’argomento della lingua materna lei mi accennava al legame tra la lingua materna e il concetto di lalangue di Jacques Lacan. Certo non coincidevano esattamente, però rimandavano l’uno all’altro. Lacan stesso nominava la lingua materna per capire lalangue e viceversa. E così, proprio perché lei aveva gettato quell’amo, io che venivo da un percorso di studio sulla lingua materna, mi sono trovata negli anni a cercare di mettere a fuoco il concetto di lalangue, con la sua forza di lingua che accoglie il non rappresentabile, di godimento inconscio.

La sua posizione era lontana da certe interpretazioni della lalangue per le quali alcuni psicoanalisti la indicano come qualcosa di irrazionale e minaccioso. Piuttosto essa, intesa come cuore della lingua materna, ci permette di ricomprendere la lingua materna come una lingua espressiva e non referenziale. Esprime, apre mondo piuttosto che rimandare ad un mondo extralinguistico. Sono due azioni molto diverse. Apre al mondo piuttosto che riferirsi ad esso.

È chiaro che per Erminia il godimento de lalangue, come ciò che accoglie il non rappresentabile, richiama, da parte femminile, la questione del rapporto con la madre.

Vorrei terminare con ciò che assolutamente è non ereditabile da  Erminia e che perciò rappresenta un legame di altro tipo con lei.

Mi riferisco al suo sorriso, ma questo sappiamo che non è un tesoro a disposizione. È la sua singolarità. È stata lei. Finisce con lei. Eppure io so e noi sappiamo che il suo sorriso è presente tra noi.

 

Note

[1] Erminia Macola, Dio nel dire, in Annarosa Buttarelli  Federica Giardini (a cura di), Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2008, pag. 385.

[2] Ibidem.

[3] Erminia Macola, Amiche della lettera, Dattiloscritto della conferenza del 7 febbraio 2010 tenuta a Padova all’interno del convegno Volti femminili del sembiante, pag. 3-4.

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