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Parlare la lingua dei sogni (in 5 immagini)

Questo testo è la traccia rivista della mia prima relazione al Grande Seminario di Diotima (Università di Verona, 8 novembre 2019). Attraverso l’espressione che lo intitola[1] cerco di definire anche il mio modo di essere artista, una pratica che a partire dalle immagini ha sempre di più cercato un rapporto con il linguaggio e con il pensiero. Questo percorso al quale mancano ancora molte mediazioni del linguaggio, è composto quindi di testo e 5 immagini.

 

Quando, con grande incertezza, ho iniziato a scrivere questo testo ho fatto un errore di ortografia: ho scritto sognificare al posto di significare, e ho deciso poi di tenere questa parola sbagliata in osservazione.

Come i sogni si collegano al tema del seminario: La Politica delle donne qui e ora?

L’idea iniziale era quella di considerare la connessione con i sogni una risorsa di altrove presente, dall’espressione di Elisabetta Cibelli, in modo che, imparando a dare fiducia alle immagini che vengono dai sogni, è possibile guardare anche alla realtà presente con questo tipo di sguardo e questa curiosità dentro: uno spazio e una dimensione disponibile in più. Con la coscienza che le creazioni oniriche possono essere trattate come forma di pensiero per immagini, come l’arte. Pensare per immagini (per forme) offre al pensiero delle possibilità. Il mio riferimento centrale in questo percorso è stata Cristina Faccincani in Alle radici del simbolico e Il cuscino parlante: ovvero il soggetto del sogno è il sogno stesso[2]: “sognare la filosofia letteralmente, come antidoto alla possibile deriva del pensiero filosofico verso la mortificazione del pensare, al possibile sconfinamento nel campo ipersaturo di un quasi delirio paranoide, al rischio di contaminazioni fra sapere e potere. Sognare è il contrario di delirare.” In quanto è connesso alla nostra profondità che a sua volta è connessa alla profondità degli altri, con una lingua sua. Così in questa possibilità di parlare la lingua dei sogni c’è anche la dimensione del sognare per qualcuno, per una comunità: dimensione relazionale e interconnessa del processo di co-creazione con l’universo. Mentre lavoro ai miei appunti sconnessi, cercando un orientamento per il testo, sogno una filosofa di Diotima che mi sorride e una costellazione si forma e si illumina nelle fossette d’espressione del suo volto, riconosco l’orsa maggiore e lei dice: “sono le 4 direzioni fondamentali del pianeta”. Una forma di orientamento quando conscio e inconscio lavorano assieme.

 

La lingua dei sogni è stata indagata in molti modi, conosco solo in parte il lavoro di Sigmund Freud e una parte degli scritti di Karl Gustav Jung e restano sullo sfondo, spesso sfocato, di un percorso che si è mosso poi con altri riferimenti. Voglio citare il testo di Eric Fromm che si intitola Il linguaggio dimenticato, un’esplorazione nella storia della interpretazione dei sogni e dei miti dalle letterature primitive all’opera di Freud e Jung[3], perché mi permette di introdurre il racconto di una lingua antica, che ho sentito parlare e che non rientra nella letteratura. In un incontro recente lo scrittore turco Burhan Sönmez[4] mi ha detto di essere venuto a conoscenza dalla propria madre dell’esistenza di una antichissima lingua delle donne, che tuttavia lui non poteva conoscere, in quanto le madri la trasmettono direttamente alle figlie femmine, una lingua dei sogni, mentre la lingua delle grandi narrazioni di avventura sarà poi creata per crescere i figli maschi. Questa teoria ha naturalmente delle fonti femminili turche, non tradotte in italiano: Yıldız Cıbıroglu, Kadının Yazısız Tarihi, “storia non scritta delle donne”, parla del fatto che se la storia scritta è stata dominata dagli uomini, alle donne è rimasta una lingua e una storia orale e quella tramandata nei sogni. La copertina di questo libro curiosamente porta la stessa immagine del libro di Diotima L’ombra della madre, il quadro di Frieda Kahlo, La mia balia e io (mentre sto poppando), [1937, olio su metallo, 30,5 × 34,7 cm, Collezione Dolores Olmedo, Città del Messico].

Lingua dei sogni e ombra della madre diventano parte di una stessa pista e restando sulle immagini mi vengono in mente due lavori di artiste su questo tema. Innanzitutto, il lavoro di Linda Fregni Nagler, The hidden mother (2013), sull’ombra della madre nei dagherrotipi (le matrici in negativo delle prime fotografie). Scrive Linda:

 

Il corpus di questo progetto comprende 997 immagini che ritraggono bambini sorretti da figure nascoste collocate sullo sfondo. Le fotografie risalgono a un lasso di tempo compreso fra il 1850 e il 1930 e nella maggior parte dei casi provengono dal Nord America (…) Mentre recuperavo il materiale fotografico mi rendevo conto di essere in procinto di costituire la più ampia raccolta possibile di questa singolare iconografia dell’inconscio collettivo. Nello stesso tempo – in linea con i campi di indagine a me congeniali e consolidati nel tempo – riflettevo da un lato sui percorsi che danno una legittimazione riconosciuta, ufficiale a una collezione/raccolta e dall’altro sulle procedure, sui percorsi da intraprendere per permettere a degli oggetti di ottenere una consacrazione museale.

 

Sembra preoccupata da altro, ma il lavoro rimane molto potente.

 

All’opposto immaginario, il lavoro di Moira Ricci 20.12.53 – 10.08.04 (2004-2009), in cui lei entra, attraverso la manipolazione digitale, nelle fotografie del passato accanto alla figura di sua madre, rendendo fluido il tempo delle loro storie che prendono così la consistenza e la coesistenza in un sogno. È anche un lavoro che testimonia di una grande tenerezza verso la figura materna, da poco scomparsa.

Un’altra fonte della lingua segreta che si tramanda in Turchia è Muazzez İlmiye Çığ, (1914, Bursa), archeologa esperta di civiltà Sumera, che cita una antichissima lingua parlata solo da donne, e dice che se allora un poeta voleva citare la frase di una donna doveva tradurne la lingua. E qui mi fido del mio tramite/traduttore. Una traccia concreta potrebbe stare nel fatto che ancora nel tempo presente è facile che una figlia dopo aver fatto un sogno particolare chiami sua madre per raccontarglielo, mentre è più improbabile che un figlio maschio lo faccia col padre, almeno al di fuori di percorsi psicanalitici.

Tengo assieme ancora l’ombra della madre e l’eco della lingua sognata per leggere un’esperienza che ho fatto lo scorso anno nel corso di formazione di Terapia della Gestalt che sto seguendo: si tratta di una tecnica regressiva guidata (da Laura Boglione) di respirazione nell’acqua, attraverso cui la mente regredisce e abbandona il controllo di sé e del corpo che recupera una memoria propria, una specie di memoria cellulare, fatta soprattutto di rilasci emotivi, mentre il senso del tempo si perde completamente. La respirazione è ‘circolare’, la tecnica, nota come rebirthing, comporta una regressione profonda attraverso l’acqua calda e il respiro fino a contattare in immersione memorie ancestrali di noi, del nostro corpo. Se non ci sono traumi intermedi importanti, non ancora portati a coscienza, il corpo guida a rivivere quello primordiale della nascita; momento nel quale i pensieri razionali non potevano assistere le nostre emozioni, e le nostre cellule pensavano da sole e trattenevano un loro sapere di quelle esperienze: una memoria dell’acqua. La respirazione è faticosa all’inizio, richiede concentrazione e abbandono allo stesso tempo, intelligenze naturali vengono incontro dal profondo di noi. Il tempo di immersione è misterioso, da fuori sono 45 minuti. Quello che succede diventa poi molto intimo, a tratti doloroso e difficile/impossibile da raccontare, contatto con una paura di soffocamento, come se si infilasse tra strati temporali, e la scena si svolgesse nel presente e nel passato nello stesso istante. La seconda volta, prima di riemergere, cerco consapevolmente mia madre, in un miscuglio di commozione, vertigine, dolore. Sento che lei è lì e in qualche modo non cerca me ma cerca sua madre, mi trovo in uno di quegli specchi che fanno altro specchio, sento/penso mia nonna, non posso andare oltre, sono un filamento, un collegamento. La parte dicibile di ciò che ho vissuto o intuito intimamente, mi risuona in quello di cui parla Cristina Faccincani in Paradossi del materno, (contenuto in L’ombra della madre l.c.): la “dimensione trigenerazionale del problema della funzione materna, che nella sua componente interiorizzata concerne l’accettazione e l’accoglienza di sé, l’ospitalità a sé”. Con le sue parole: “la figlia si trova ad incarnare, sia come eredità vivente di quella relazione, sia come vincolo alla riparazione delle falle di quella relazione, ciò che paradossalmente la pone in posizione di madre della propria madre”.

La terza volta, a distanza di circa un anno dalla precedente, ho percepito immagini che si formavano in me e corrispondevano a un tempo lontano e senza parola, forse appena precedente alla nascita, al primo respiro d’aria dove i polmoni bruciano. Ciò che ho percepito erano immagini confuse, ma erano immagini che provenivano dalla materia che mi stava intorno, che mi stava creando, così ho pensato i sogni della madre. Su questo punto ho trovato ancora il lavoro di Cristina Faccincani; sul rapporto del sogno in lingua materna dice (citando lo psicanalista Wilfred Bion): “la capacità di sognare nascerebbe proprio nello spazio di relazione fra la madre e l’infans, spazio che costituisce il grado zero dell’intersoggettività”. Allargando questo spazio dell’intersoggettività, attraverso la sua ricerca dentro a un gruppo, viene indagato lo spazio del sogno come uno spazio intimo, ma anche come uno spazio intersoggettivo, comune e/o di nessuno. Quindi l’inconscio intersoggettivo. Fino al passaggio in cui, sempre lavorando sull’esperienza di gruppo, indaga un involucro psichico gruppale che svolge una funzione protettiva sia per i singoli, sia per il processo e che è strettamente intrecciato con la possibilità che si generi un involucro onirico gruppale (espressione di Didier Anzieu citata nel testo). Teoria assonante con quella delle studiose turche, anche se di diversa densità. In termini empirici, questa esperienza di una zona condivisa dei sogni è verificata nel lavoro di gruppo che facciamo sul sogno nella Terapia della Gestalt (con Egidia Blatto e prima con Mimma Turco, psicoterapeute della Gestalt). Elementi del lavoro che facciamo insieme entrano ed escono reciprocamente dall’inconscio e nei sogni. Ad esempio, l’immagine di un abisso citata in un lavoro durante il giorno è diventato lo scenario di un sogno di uno dei partecipanti, con le stesse persone coinvolte, ed è stato successivamente ri-analizzato ed integrato dal gruppo. I sogni sognati nei giorni del ritiro sono considerati sogni per tutti, e riguardano il gruppo, a volte in modo misterioso, altre volte più chiaro; in alcuni casi vengono scomposti in sotto elementi e ognuno si occupa di dare forma/voce a una parte, modalità che ritorna anche nelle mie pratiche di ricerca e insegnamento di tecniche performative in arte.

Ritorno qui al passaggio della dimensione primaria dell’intersoggettivo nel rapporto con la madre in relazione alla produzione di immagini sognate o disegnate nell’infanzia.

Questa è la prima immagine:


 

È un disegno fatto da me bambina, e ricordo che mia madre per un’unica volta in quegli anni disse: “magnifico: è questo!”. Dunque, sta in una relazione speciale con i segni, le immagini dell’arte e le istruzioni materne: l’imprendibile energia guida. E molto di quell’imprecisione del modo di intendere l’arte devo a mia madre da allora. La sua disposizione a quella soglia dell’energia, a un tendere spontaneo e repentino che parte da dentro e annaspa nel vuoto, o nel foglio, la pista di un randagio nell’inconscio; ora so che indagando questa dimensione non parlo solo della nostra storia.

Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé scrive “Disegnare era un modo ozioso di concludere un’infruttuosa mattinata di lavoro. Eppure, a volte è proprio nella pigrizia e nei sogni che viene a galla la verità sommersa”; e più avanti descrive il destino immaginato di una sorella di Shakespeare che sente di avere un proprio talento. Woolf rende evidente la spietata pressione contro il suo fiorire, “chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?”. Qui Lilliana Rampello in Il canto del mondo reale dice “riprendo questa domanda perché vi risuonano molte eco, quasi fosse un grido (o un sussurro), l’eco del dolore, della fatica, della lotta continua contro il disprezzo, l’incomprensione, la competizione forzata e impari con gli uomini, lo scoraggiamento e l’inevitabile follia; un’eco molto vicina all’orecchio di qualsiasi donna, anche a quello della Woolf che scrivendo di Judith scrive di sé e di tutte. (…) Judith, o anonimo, in poesia è la figura che chiude questo testo della Woolf, nella certezza che sia ancora viva in ognuna che abbia a cuore il suo essere donna (…) mettendosi in relazione con sé stessa, gli altri e il mondo”.

Anonimo è la pista del randagio nell’inconscio e si può incontrare, seguire nei sogni, e la paura che sentiamo a volte è la sua: paura di non essere mai più raggiunto da nulla. Penso a questa parte di me e del mondo, che è stato minacciato dalla violenza del passato e dalla follia, come a un animale selvatico, difficile da avvicinare. Come una volpe che torna a mangiare una fettina di pizza sempre nello stesso posto. (Questa notizia era riportata in un quotidiano di Trieste: una volpe tutte le sere tornava in una pizzeria del Carso. La fotografia l’ho scattata a Londra nel 2015). Forse questo assomiglia anche al concetto di Bion citato da Cristina Faccincani di pensiero selvaggio o pensiero randagio in cerca di un pensatore. Ed è l’elemento che voglio portare dal sogno nel qui e ora, nella politica, questo atteggiamento della volpe e anche quello della pizzeria. La volpe è un’apparizione dell’altrove presente.

 

Margherita Morgantin, A garden for a fox, stampa su PVC morbido, 2015

 

La terza immagine rappresenta un sogno fatto quando ero alta così, un gatto in piedi, in un tempo precedente a quello del primo disegno, la scena intorno è più complessa, ma questo è l’elemento simbolico che voglio analizzare: il gatto, il conflitto, e l’oscurità del gatto. L’opposizione con un elemento interno, non ci sono artigli semmai una forma di ansia. Questa immagine riemerge ciclicamente, fino alla sua integrazione. La bambina rimane al livello di coscienza di allora, rappresentata da un segno semplice e come dato biografico da cui partire, il lavoro simbolico è sul gatto: gatto + sogno per Freud aveva a che fare con questioni da lui non poste alla nostra tradizione [5], cioè al desiderio e alla sessualità femminile, (il che ci lascia un margine di libertà). Nella cultura patriarcale il gatto nero è l’ombra femminile. La materia oscura con cui già si confronta una bambina, l’ombra della madre oppure la materia oscura che si trova, mancando, nelle teorie della fisica. L’astrofisica Margherita Hack era consapevole di quanto il linguaggio e quindi l’inconscio di chi studia la materia dell’universo influisca sui risultati che produce, richiamando ad una responsabilità profonda sullo sguardo scientifico che a sua volta produce immaginario e inconscio, e sogni. Evelyn Fox Keller in Il genere e la scienza dice “Il sogno di una scienza completamente obiettiva, oltre ad essere irrealizzabile in linea di principio, contiene proprio ciò che essa vorrebbe escludere: le vivide tracce di un’autoimmagine riflessa”.

 

Margherita Morgantin, Senza titolo, disegno digitale 2019

 

Ho notato che a volte i gatti tornano nell’immaginario scientifico in immagini che disturbano il senso comune delle cose, tornano come a dimostrare che lì c’è qualcosa di imprevedibile, ci sono altre questioni non poste alla nostra tradizione, almeno fino al pensiero sulla scienza di Simone Weil. Ce ne sono vari esempi, fino ai microgatti di Schröedinger nella meccanica quantistica, e non continuo. Cito anche un testo di Giorgio Agamben: Che cos’è reale?[6] La scomparsa di Majorana, (per sostenere la tesi si basa sul pensiero di Simon Weil Sulla scienza) perché il mondo non fosse consegnato dalla fisica classica alle leggi statistiche, timore coerente alla visione per cui il discorso privilegiato mira a dominare il reale piuttosto che a curarsi delle relazioni tra persone[7]. Qui inizia un sentiero di ricerca che mi interessa e che non so proseguire ora. Di certo i sogni sono una guida alternativa alle leggi statistiche, così seguo la pista del gatto sull’immaginazione che il deposito onirico dell’inconscio collettivo protegga a volte il mondo dall’assurdità in forma di apparizione di gatti. La teoria sognata della protezione felina del mondo.  Anche una divinità compare nei sogni in forma di tigre, ancora seguendo l’oscuro felino in conflitto profondo, mi sono chiesta se la conoscenza autonoma del mondo da parte delle donne è stata prima sottratta e poi impedita dal dominio, se c’è qualcosa che le nostre antenate hanno nascosto nella terra dei sogni, che non è di proprietà ma luogo dove avere cautela e ritrovare parti di sé.

(Leoni “parevano appoggiati l’uno all’altro come bestie rampanti in un blasone, immoti e infuocati. Benché chiudendo gli occhi si potesse illudere della loro scomparsa”. “Gli parve che un accordo fosse finalmente stato raggiunto tra il ritmo della lotta, quello del tempo reale che per tutto il giorno era trascorso inosservato, e quello del proprio cuore”).[8]

 

La quarta immagine è ancora un disegno, questa volta associato ad una frase di Ludwig Wittgenstein, e contenuto in un progetto precedente che si intitola Ludwig, disegni sulla certezza[9]. La tigre ha tolto il filo spinato dal mondo.

 

Se la lingua dei sogni arriva come parola o nella parola, o negli spazi della parola che attinge alla profondità della materia, arriva come “Il balzo di una tigre su un’altura”, che è l’immagine che Julia Kristeva, parlando di psicanalisi e fede, prende dal libro cinese dei Mutamenti (I-Ching):“Il balzo di una tigre su un’altura è l’immagine del vuoto che salda e permette la parola come corpo e il corpo come parola”.

 

Nel rapporto tra corpo e parola, questo vuoto del balzo è anche quella interruzione di cui parla Cristina Faccincani nella forma di Coscienza paziente: osservare fare spazio senza giudicare e senza immedesimarsi, irriducibile alterità che non autorizza a disporre dell’altro e diventa generatrice di feconda leggerezza d’essere.

 

La quinta immagine è la fotografia di una mia installazione[10], sequenza studiata di borse di plastica, fissata a parete con una striscia di nastro adesivo fluorescente, si intitola Solo noi e il vuoto che portiamo, frase in parte composta dalle parole scritte sui sacchetti, trovati casualmente e raccolti come indizi nel mondo. Luisa Muraro trova la teoria possibile dell’infinito “La parola che mantiene questa qualità non è informazione è altro”.

Margherita Morgantin, Solo noi e il vuoto che portiamo, 2015

 

lista:

Sognare gatti o grandi felini

Sognare acqua, mare

Sognare corrente

Sognare mendicanti e sciamane

Sognare mostre

Sognare parole

 

 

[1] Questa espressione viene da un episodio di distacco dal linguaggio/forma psicotica  che ho sperimentato molti anni fa, durante la quale, per spiegare la mia condizione e tranquillizzare le persone intorno usavo queste parole: “parlo la lingua dei sogni”.

[2] Chiara Zamboni, a cura di, L’inconscio può pensare? Tra filosofia e psicanalisi, Moretti e Vitali, 2013.

[3] Eric Fromm, Il linguaggio dimenticato, Un’esplorazione nella storia della interpretazione dei sogni e dei miti, dalle letterature primitive all’opera di Freud e di Jung, Saggi Bompiani, 1961.

[4] Durante la presentazione del suo libro: Labirinto, Nottetempo 2018, alla libreria Il Delfino, Pavia.

[5] L’espressione è di Luce Irigaray.

[6] Giorgio Agamben, Che cos’è reale? La scomparsa di Majorana, Neri Pozza, 2016.

[7] In realtà la nostra tradizione culturale è basata sulla certezza, ed è con l’intervento dell’inconscio che questa certezza della certezza viene meno. Esistere richiede fedeltà al proprio essere, quindi fedeltà all’origine naturale, è lì che dobbiamo fondare l’unità della nostra identità e soggettività. L’identità è innanzitutto relazionale. E la sessuazione non è una particolarità solo empirica, è la dimensione a partire dalla quale l’umano può fondare il suo rapporto col trascendentale. Il discorso privilegiato mira a dominare il reale piuttosto che a curarsi di relazioni tra persone. Luce Irigaray, L’incertezza della coscienza, in Chiara Zamboni, a cura di, L’inconscio può pensare? Tra filosofia e psicanalisi, Moretti e Vitali, 2013.

[8] Ginevra Bompiani, Le specie del sonno, Quodlibet 1998.

[9] Margherita Morgantin, Ludwig Wittgenstein, Disegni sulla certezza, Nottetempo 2016.

[10] Solo noi e il vuoto che portiamo, è stato esposto alla mostra AULA 2B, (Con Anna Biagetti, Filippo Tappi, Italo Zuffi) Festival di S. Arcangelo dei Teatri, 2015, a cura di Silvia Bottiroli.

 

Bibliografia

 

Giorgio Agamben, Che cos’è reale? La scomparsa di Majorana, Neri Pozza, 2016.

Ginevra Bompiani, Le specie del sonno, Quodilibet,1998.

Diotima, L’ombra della madre, Liguori editore, 2007.

Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori editore, 2009.

Cristina Faccincani, Alle radici del simbolico. Transoggettività come spazio pensante nella cura psicanalitica. Liguori editore, 2010.

Marie-Louise von Franz, ll mondo dei sogni, RED, 1990.

Gustav Freud, L’interpretazione dei sogni, Newton Compton, 1983.

Margherita Hack, Vi racconto l’astronomia, Editori Laterza, 2002.

Carl Gustav Jung, Opere 5, Simboli della trasformazione, Bollati e Boringhieri, 1998.

Carl Gustav Jung, Introduzione a I-Ching. Il libro dei mutamenti, Adelphi, 1991.

Evelyn Fox Keller, Sul genere e la scienza, Garzanti, 1987.

I-CHING, Il libro dei Mutamenti, Adelphi ,1991.

Eric Fromm, Il linguaggio dimenticato, Un’esplorazione nella storia della interpretazione dei sogni e dei miti, dalle letterature primitive all’opera di Freud e di Jung. Saggi Bompiani, 1961.

Julia Kristeva, In principio era l’amore. Psicanalisi e fede, Il Mulino, 2015.

Fritz Pearls, L’approccio della Gestalt, Astrolabio.

Pearls, R.F.Hefferline, P.Goodman, Teoria e pratica della terapia della Gestalt, Astrolabio ,1997.

Lilliana Rampello, Il canto del mondo reale, Virginia Woolf. La vita nella scrittura. Il Saggiatore, 2005.

Jader Tolja, Tere Puig, Essere corpo, TEA, 2016.

Simone Weil, La persona e il sacro, Adelphi, 2012.

Simone Weil, Sulla scienza, Edizioni Borla, 1998.

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Einaudi, 2016.

Chiara Zamboni, a cura di, L’inconscio può pensare? Tra filosofia e psicanalisi, Moretti e Vitali, 2013.

Chiara Zamboni, a cura di, La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti e Vitali, 2019.

 

 

 

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