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PandemicA: un’irruzione nel racconto femminile

 

 La pandemia ha aperto uno sguardo del tutto inaspettato sul presente. Durante il lockdown della prima ondata, seguendo la linea sinuosa di un atteggiamento sociale oscillante tra le inclinazioni più nobili e più basse che l’essere umano può adottare quando è braccato dalla paura, sembrava che il collasso sotteso alla nostra epoca malsana si fosse, infine, materializzato.

In un’ottica spaventosamente nuova, alcuni aspetti sono emersi nitidi come non mai: la differenza nel vivere questo momento inconcepibilmente difficile è dipesa in larga misura dallo spazio di vita a disposizione, dalle risorse economiche, dalla possibilità o meno di avere persone vicine come di poter usufruire del contatto con la natura, mostrando tutto il peso della disuguaglianza sociale.

Eppure, dopo lo shock iniziale, hanno cominciato a prendere forma, nell’inedito, scenari già visti e vissuti, soprattutto per chi ha l’abitudine a osservare il mondo da un punto di vista non privilegiato, come i migranti, le collaboratrici domestiche, le donne.

 

Bocca
E alla domanda di quale parte di te in questa pandemia
hai sentito la mancanza
Rispondo che mi è mancata la bocca mia
Che ho sempre usato con abbondanza.

La bocca è diversa in ciascuno di noi
Nel dire, nel baciare, nel sorridere e smorfiare
Ce la nasconde un lenzuolo da ora in poi
Rendendo difficile quello che si è affermare.

Il rosso delle labbra
La meraviglia di un sorriso
La magia di un canto
La poesia di un bacio

Ti lodo bocca mia santa
In queste parole senza rima
Ti celebro con questi versi
Ricordando del vate quelli che non sono persi.
Il momento più sensuale dell’lnferno,
Quando Francesca dice sussurante…
.. E la bocca mi baciò tutto tremante.

Simona, avvocata

 

(foto 56 di Agnese Cascioli, Simona)

 

 

Personalmente, a un certo punto ho visto chiaramente affiorare quel mondo di uomini raccontato da uomini abituato a prendere decisioni. Come se la storia di nuovo ci spingesse fuori, in maniera del tutto banale, anzi, ricorrendo ancora una volta alla metafora maschile della guerra, che presuppone quella visione già rimarcata anche da Vandana Shiva[1], per cui gli uomini, impegnati al fronte, sono i protagonisti di un racconto che escluderà, paradossalmente, coloro che si sono occupate degli aspetti vitali.

 

Paesaggi di guerra o speranza

 

Nel creare questo tipo di immaginario collettivo, ha avuto ovviamente una grande responsabilità il campo dell’informazione, soprattutto quando, chiusi in casa, è salito vertiginosamente il consumo di materiale giornalistico. Ma lo sguardo che ci è rimandato è uno sguardo monco. Molte donne reporter in questo periodo non sono potute andare in “prima linea” a fotografare o intervistare, chi per scelta, perché ha preferito non mettere a rischio i propri cari andando in luoghi di possibile infezione, chi perché troppo presa dal carico di cura sul lavoro e nel proprio contesto famigliare.

 

All’inizio dell’emergenza ho avuto la sensazione di affondare. Stavo riprendendo a lavorare dopo la maternità, avevo paura di infettarmi e non potermi prendere cura di mia figlia. Ho deciso che non sarei andata per le strade, in ospedale o nelle case della gente per raccontare ciò che stava accadendo: in quel momento era più importante proteggerci. In ogni istante dovevo però ricordarmi il motivo della mia scelta, perché sentivo insinuarsi una sorta di senso di colpa per non essere lì fuori a fare il mio lavoro. Ogni fotogiornalista sa quanto sia doloroso non poter documentare un momento storico di questa portata. Come avrei fatto a sopravvivere a questo tempo indefinito senza fotografare? Così nel letame del COVID-19 ho gettato il seme del mio progetto a lungo termine sulla paternità scrive Marika, fotografa e reporter, nella didascalia che accompagna il suo autoritratto.

 

(foto 04 di Marika Puicher, autoritratto)

 

Una condizione che è ancora più evidente nel lavoro, durissimo, di infermiere, dottoresse, operatrici socio-sanitarie: “Nel contesto in cui lavoro, composto al 90% da donne, emerge chiaramente come la gestione dei figli sia ancora oggi una questione principalmente femminile. Anche quando entrambi i genitori lavorano è scontato sia la donna a prendersi un periodo di aspettativa. Penso che dobbiamo provare a mettere in discussione un modello che spesso non tiene conto di quanto le condizioni lavorative influiscano sul tipo di persone che siamo”, scrive Tiziana, operatrice socio sanitaria in un reparto Covid.

 

 

(foto 02 di Giuditta Pellegrini, Tiziana)

 

Le donne si sono trovate di nuovo a dover scegliere se occuparsi della cura dei propri cari o di quella della comunità, privandosi in entrambi i casi di un segmento essenziale del proprio sé, costretto a tralasciare quasi sempre la parte del desiderio. E dal desiderio corporeo, incarnato, di lacerare quella gabbia fatta di stereotipo che ancora una volta veniva proposta dalla narrazione mainstream, è nata la necessità di condivisione con alcune compagne e amiche della Casa delle Donne di Terni, mia città natale, in cui mi trovavo durante il lockdown. Ci siamo confrontate e abbiamo maturato la voglia di far uscire la nostra voce e quella delle altre.

 

Piacere. Piacere mio. Me stessa. Scoprirsi nuovamente, senza frenesia.
Trottole impazzite, bloccate all’improvviso e disorientate.
Nelle pieghe profonde di questo tempo trovo il coraggio di conoscermi.
Osservo mia figlia e attraverso lei vedo me stessa.
Non è mia, è del mondo.
Sarà una donna.
Cosa si ricorderà di questo tempo molle?
Piccola, mi chiede spiegazioni, abituata ad un mondo razionale che s’impone.
La routine fragile che tentiamo di tenere in piedi scricchiola.
Ci guardiamo e vedo emozioni forti.
Non ha l’età per i grigi, vive i bianchi assoluti e i neri oscuri.
Esplosiva,
perde il controllo.
Esce dai binari con naturalezza,
è qualcosa di diverso da noi,
non ha ancora assorbito
quel “fate le brave”.
Ho tempo per osservarla,
tempo imposto ma prezioso,
mi porta con sè.
Mi ricorda che dentro ho anche io emozioni forti,
non dovrei più averne paura.
Siamo libere,
in qualche modo.
Piacere.

Giorgia, antropologa e fotografa

 

(foto 01 di Giorgia Guenci Villa, autoritratto)

 

 

L’altra pandemia

 

Abbiamo lanciato una chiamata alle fotografe, perché inviassero dei ritratti di loro stesse o di altre donne accompagnati da un breve testo, in cui i soggetti potevano esprimersi sul modo in cui stavano vivendo quel periodo.

E siccome la voglia di raccontare e di essere presenti era (ed è) moltissima, in tante ci hanno risposto inviando il materiale, pubblicato a intervalli regolari sulle pagine Facebook e Instagram del progetto che abbiamo chiamato PandemicA, racconto corale per immagini.

Ne è risultato un collage dal quale donne di diversa estrazione, età, condizione, appartenenza ci puntano addosso i loro occhi, interrogativi, chiedendo attenzione.

Abbiamo scelto il ritratto proprio per imporre la fisicità del corpo come una lama che squarciasse il flusso ininterrotto del racconto dominante, così povero di intersecazioni, soprattutto in questo periodo di emergenza, che porta con sé il rischio di un forte appiattimento del pensiero. Credo che su questo sarebbe molto importante aprire una discussione, perché pandemica non è solo la crisi sanitaria: pandemica è anche la visione del mondo che abbiamo. Questo concetto dovremmo ripeterlo come un mantra, affinché si radichi nelle coscienze.

 

Vivo ora una straordinaria vecchiaia anticipata.
Aspetto di poter ricominciare a dipingere con i bambini, vederli giocare insieme.

Intanto ricamo, sì ricamo… tutto è così assurdo ora, che ricamare è la cosa meno strana.
Immergo e riemergo l’ago tra ottimismo e pessimismo.

Ottimismo: Ripartiremo quando avremo fiducia negli altri.
Pessimismo: La malattia separatrice era cominciata molto prima.

Francesca, architetta e artista

 

(foto 38 di Giuditta Pellegrini, Francesca)

 

 

Sottrazione e presenza

 

PandemicA nasce per colmare il vuoto generato da una sottrazione, ma nel tentativo di interpretarla creativamente, come di ricucire lo iato comunicativo riservato alle donne nella storia.

Credo sia un vero peccato dover ancora parlare di “altra pandemia”, quando invece, se guardassimo simbolicamente alla storia non più come a una linea retta in cui si succedono eventi, ma, come facevano i nostri antenati, a una spirale, una forma circolare e infinita, che ci unisce sul piano orizzontale del presente come in quello che si propaga in passato e futuro, riusciremmo forse a dare importanza a tutti quei racconti che chiedono voce per partecipare al mosaico cangiante e vivace della storia collettiva. Senza esclusioni, quindi.

Questo forse ci permetterebbe di passare dal racconto della guerra a quello della speranza.

 

Questa pandemia mi ha tolto (almeno per un pò) gli abbracci: gli odori, i corpi che cercano un incastro, la felicità o la tristezza, gli abbracci desiderati e quelli subiti, quelli che accolgono o quelli che consolano, insomma un altro modo per comunicare.
Mi sono sentita senza voce e attraverso la fotografia me la sono ripresa.

Roberta, fotografa

 

(foto 53 di Roberta Paolucci, autoritratto)

 

Abbiamo bisogno di rappresentare la speranza, il desiderio, come parte del processo di cura, così come lo sono i rituali e la vicinanza ai propri cari. La complessità è la modalità con cui la natura porta rigenerazione e salute nel mondo. Usciamo da questa visione che individualizza e separa anche attraverso l’elogio costante della specializzazione (la stessa che ha concepito le monocolture) e torniamo invece ad avere una visione d’insieme. Ridiamo valore all’eclettismo: quasi nessuna donna è solo fotografa, quanto meno è madre o compagna, sorella o figlia, e questa non può che essere una ricchezza che, in quanto tale, deve entrare nel racconto.

 

Che cosa mi rende forte?
È la domanda che mi sono fatta più spesso in questi mesi. Che cosa mi rende capace di non farmi sopraffare da pensieri negativi al punto da modificare la mia vitalità?
Non ho figli e ho potuto vivere questo periodo pensando solo a me stessa. Sì, sono stata egoista, ma anche spaventata, triste e disorientata.
Mi sono ritrovata impossibilitata a scappare da me stessa, e così ho sfruttato il momento e mi sono guardata.
Ho visto che dentro la mia casa c’è sempre della polvere, e che in fondo devo imparare ad accettare anche questo. Forse è proprio la polvere che mi rende forte.

Emanuela, fotografa e educatrice

 

(foto 03, Emanuela Pepe, autoritratto)

 

La forza di PandemicA, il cui riverbero si è propagato in molte direzioni, rivelandone la necessità in quel determinato momento, è scaturita soprattutto dalla coralità del progetto.

 

Lockdown. In campagna. Da sola.
Vivere in una bolla è bello/brutto, non lo sai finché ci sei dentro.
Ci sono due momenti della mia bolla: il primo dell’angoscia e della chiusura in me stessa, il secondo della rabbia e senso di abbandono, non capire come tornare a prima, non voler tornare a prima, sentirsi martellare in testa: “devi fare meglio” non avendo idea di cosa voglia dire. E mentre sembra si sia tutto fermato, invece tutto è in movimento e cambia… io ancora nella bolla.

Monica, in cerca di collocazione

 

(foto 05 di Grazia Morace, Monica)

 

Perché ancora le donne sono così escluse dal dibattito pubblico? Perché per avere voce devono ancora oggi continuamente dimostrare di valere e spesso non sono sostenute neanche dalle loro colleghe? La dimensione collettiva ci mostra che è possibile creare una rete che potenzi l’informazione femminile (e femminista), rivendicandone l’importanza. Dobbiamo prima di tutto comprendere noi stesse questo passaggio fondamentale, se vogliamo davvero cambiare la cultura in cui viviamo: riconoscere la nostra autorità e quella delle altre, dando sostegno al loro racconto, è il primo passo verso l’empowerment.

 

E poi trovi quel tempo che ti mancava, quello che cercavi. Attimi di pura semplicità, senza pretese, senza corse infinite .Quel tempo, alleato.

Antonella, performer

 

(foto 07 di Giuditta Pellegrini, Antonella)

 

Link al progetto in cui è possibile vedere tutte le foto e i testi:

 

https://www.facebook.com/pandemica2020/

 

https://www.instagram.com/pandemica_2020/?hl=it

 

 

 

[1] “Nella storia le donne sono state relegate a fare il lavoro che era considerato irrilevante. Andare in guerra e uccidere era considerato importante. Fare profitti a spese degli altri era considerato importante. In realtà, le donne sono state lasciate a fare le cose reali: fornire l’acqua, fornire il cibo, e prendersi cura della famiglia”. Vandana Shiva, Lettera alla sindaca Virginia Raggi in sostegno della Casa Internazionale delle Donne di Roma riportata anche nel saggio di Maria Livia Alga che apre il volume Allargare il cerchio, pratiche per una comune umanità, a cura di Maria Livia Alga e Rosanna Cima, Progedit edizioni, 2020.

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