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Ora per allora

Proprio come una premessa si fa dopo e si mette prima, così è il senso di “ora per allora”: di suo l’espressione è una formula giuridica che sta a indicare che un certo atto viene emesso in un tempo successivo, ma come se fosse nelle condizioni che valevano in un momento precedente, sebbene la normativa sia nel frattempo cambiata e non configurando alcuna retroattività di quest’ultima. Di fatto si utilizza quando qualcosa non è andato per il suo verso, l’atto formalmente dovuto non è stato compiuto (di mio lo imparai terrorizzata quando al momento di laurearmi si scoprì che un docente distratto non aveva registrato un esame) e si pone riparo “ex tunc”.

Quella formula risuona di anomalia nella lingua del diritto, la cui freccia del tempo si vorrebbe tanto lineare irreversibile, ma suona invece benissimo in tanti altri contesti e momenti della nostra vita che quella freccia non sempre infilza alla sua traiettoria.

Così mi è risuonata nel cercare il titolo per questo numero della rivista, che tanto è attraversato dalla questione del tempo, dei suoi contrattempi, dei suoi cortocircuiti. A partire dal ritardo con cui usciamo rispetto ai tempi previsti e persino sperati, anomalia temporale che davvero ha reso appropriato l’uso di quella formula. Come rende appropriate e doverose le scuse per chi aveva consegnato i pezzi tempestivamente, è un ritardo che riferirsi a quell’espressione non può riparare.

Questo uscire fuori tempo è però solo uno dei problemi con il tempo che il lavoro per questo numero ha incrociato e voluto mettere a tema, forse era persino il più scontato, e nel verificarsi ha complicato e insieme reso più visibile la questione di temporalità con la quale avevamo a che fare.

Tanto per tornare all’inizio conviene ricordare come “Sempre ancora, l’inizio” fosse il titolo del Grande seminario di Diotima del 2012 dedicato a ripensare il significato del femminismo delle origini e del femminismo di oggi nel passaggio e nella convivenza di generazioni di femministe. È una questione che fu al centro anche dei due animati incontri a Paestum, di un successivo incontro a Bologna e di un vasto dibattito che si è sviluppato in questi due anni. A questo è dedicata la prima rubrica del nostro numero introdotta da un carteggio tra Barbara Verzini e Tristana Dini che, anche nella forma scelta, cerca di dar conto di quanto è accaduto in questo frattempo, nel mentre presenta materiali che furono prodotti per quelle occasioni e che testimoniano dello stato della riflessione di allora, poi proseguita e ancora in corso. Un “ora per allora”, insomma che se è mosso da un problema di tempi esibisce anche lo statuto sempre problematico del portare al senso ciò che facciamo nel movimento delle nostre pratiche, prima fra tutte il rapporto incarnato e presente con l’inizio di ciò che diciamo femminismo.

È un filo rosso che si riconosce in altre rubriche e pezzi: in quelli dedicati a Carla Lonzi, che vengono da un seminario a lei dedicato e quello di Valeria Mercandino sull’autocoscienza.

Anche la rubrica intitolata “Nel contempo” ha a che fare con il modo in cui viviamo il nostro tempo, nel senso della nostra comune contemporaneità e del nostro vissuto tempo di vita singolare. Come risulta dal testo dell’invito a riflettere attorno a quella suggestione la rubrica è stata ispirata da un’esigenza di confrontarsi sull’esperienza del tempo della nostra vita quando questo appare scorrere su registri e misure diversi e disomogenei, vuoi nella dimensione dell’esperienza vissuta individuale, vuoi in quella dell’esperienza condivisa e delle relazioni. Un desiderio di confronto che era maturato anche in rapporto al dibattito sulle generazioni del femminismo che andava articolandosi in quella fase. Nella discussione che si svolse allora qualcuna, giurerei Chiara Zamboni, disse che quel che importava di più, al di là della frammentazione e delle distanze nei modi di esperire il tempo, era il modo di mettersi in relazione nella prospettiva di un tempo rivoluzionario. Questo è il senso di un contempo che apre la politica, il contempo di una rivoluzione simbolica che scardina la linearità del succedersi inesorabile di ciò che sembra il solo ordine possibile, delle cause e degli effetti, del prima e del poi, dell’allora e dell’ora.

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