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Non solo madri e spose: altri itinerari misticopolitici

Questo tema non è semplice e avrebbe bisogno di molto inchiostro per essere affrontato nei suoi dettagli più profondi. Cerco di farne una sintesi, dunque con tutti i rischi del caso. Linguaggio metaforico, ma allo stesso tempo bisogno di non separarmi dalla realtà più reale. Il titolo lo dice: chi sono queste madri non madri e spose non spose? E quali sono questi itinerari altri e misticopolitici? Io posso solo parlarvi dei miei.

Premesse

La prima premessa si riferisce al fatto che questo testo lo rileggo alcuni anni dopo rispetto alla prima narrazione e condivisione, durante uno dei “Grandi Seminari di Diotima” realizzato nel 2013. Sicuramente, oggi, alcune idee mi sono più chiare, anche grazie agli interventi che seguirono la mia esposizione, durante il seminario. Interventi che, a me stessa, chiarificarono alcuni concetti. Provo dunque a riprenderlo ma senza cambiarne la prospettiva di fondo che resta comunque la stessa.

La seconda premessa invece, è per chi leggerà questo testo, perché possa comprenderlo meglio. Soprattutto per chi non è abituata/to al linguaggio della tradizione a cui, invece, io appartengo ed a un certo tipo di linguaggio. Oppure per chi, pur essendoci abituata/o, si aspetta da questo testo una completa dissertazione su questa problematica.

In realtà la mia riflessione non sarà un’analisi sulla vita religiosa femminile, le sue crisi e i suoi problemi, ma cercherò di individuare qualcosa che sottende questo stile di vita e che io identifico come la possibilità misticopolitica di questa scelta. Uno stile di vita di alcune donne che, consapevolmente, optano per cammini trasformativi di sé stesse e della realtà storica.

Sottolineo che le cose che dirò, hanno una forza simbolica che va al di là degli stili e delle scelte che ciascuna ha fatto e fa riguardo alla sua propria vocazione o storia personale. Mi spiego: indipendentemente dal fatto che io sia una religiosa o non lo sia, che appartenga a un gruppo religioso o non vi appartenga, ci sono comunque aspetti esistenziali profondi che valgono e possono diventare proposte per tutte le donne, almeno per quelle che in qualche modo sintonizzano con una tradizione indoeuropea.

La terza premessa, che si lega alle prime due, è la rilettura di questo stile dal di dentro. Il luogo delle origini trasformative e trasformanti di questo stile di vita non è semplicemente l’habitat culturale, ma l’anima, questo sapere profondo questo spazio-realtà, così interiore dove avvengono le vere “nozze” per usare un linguaggio mistico-medievale, cioè le scelte, i discernimenti più obbedienti e allo stesso tempo disobbedienti; le prese di posizione più libere, vere e consapevoli.

“Sposami nella fede”

Inizio dunque a narrare questo mio pensiero ad alta voce, con una breve aneddoto, tratto dall’antica biografia di Caterina da Siena, donna mistica del XIV secolo. Siamo nel 1367, la sera di carnevale a Siena e si dice che Caterina, ritirata nella sua stanza, ripeteva per l’ennesima volta a Dio: “Sposami nella fede!”

Quella sera, dice il suo primo biografo, amico e discepolo Raimondo da Capua, Caterina ebbe una visione molto solenne, dove il Signore le disse: “… io stabilisco di celebrare con te la festa dell’anima tua … Gesù le mette al dito un anello e le ripete: io ti sposo a Me nella fede, a Me tuo Creatore e Salvatore. Conserva illibata questa fede fino a che verrai nel cielo a celebrare con Me le nozze eterne”.

Ecco, la mia riflessione si muove attorno a quegli stili di autorità femminile in quello spazio ecclesiale e sociale chiamato vita religiosa che, in realtà, nasce da questi invisibili “sposalizi dell’anima” o dell’interiorità: “nella fede”.

Le fonti della mia ricerca

Le fonti di riferimento per sostenere questo pensiero sono innanzitutto due: l’esperienza e le Scritture ebraico-cristiane.

L’esperienza si riferisce alla passione delle donne nei confronti di una realtà-mistero che comprende la storia umano-cosmica e le relative strategie per starci dentro. Ogni strategia di vita, infatti, è esercizio di autorità sociale o comunitaria.

La mia riflessione, quindi, la faccio proprio attorno a questo processo di consapevolezza e anche punto di partenza di questo stile. Non in quanto dettato da costumi religiosi o culturali ma suggerito da uno strano imperativo interiore. In tutta la mia riflessione, infatti, non mi riferirò a ciò che questo stile è diventato nelle culture e nella chiesa, come è stato addomesticato dai contesti sociali e religiosi. Questo stile di vita non riguarda tanto l’imitazione o la sequela di uno stile di vita proposto da altri o altre. Oppure l’obbedienza ad uno status quo di una determinata situazione, ma una consapevolezza forte e interiore della forza del desiderio trasformante. Quello che la stessa Caterina da Siena scriveva nelle sue lettere o nei suoi dialoghi divini e indicato da quell’imperativo: Io voglio. Una strategia che si muove tra volontà, fede, desiderio, passione.

Leggerò dunque le trame del suo principio, là dove nasce, in quella grande solitudine che nella storia di tante donne, prende il nome di esilio.

In queste nozze, non vi è altro da conservare se non la fede, questo atteggiamento che coinvolge la vita intera, che coinvolge il corpo, la sensibilità interiore ed esteriore, l’epidermide e il soffio vitale, che suscita notturne e improvvise inquietudini e precoci risvegli mattutini. Mette in cammino gli amanti dell’amore e della giustizia; solleva speranze e lotte contro facili assopimenti e addomesticamenti personali e sociali. La fede ha una sua autorità di parresia storica.

Questo, a mio avviso è un presupposto importante, una scelta mistica, ma anche politica; un modo di stare nei contesti storici concreti in cui noi donne ci troviamo.

Le fonti scritte

Non è questo lo spazio adeguato per fare dettagliati commenti esegetici sui testi che userò. Da parte riscatto solo alcuni aspetti che mi sembrano importanti per comprendere il grido: “sposami nella fede”. Nella lettura mistica narrata in questi testi, soprattutto quelli profetici, la metafora della sposa riguarda l’umanità. Contrariamente a ciò che molti pensano e affermano quando parlano della vita religiosa delle donne, in quanto sostitutiva della maternità e della sponsalità reale.

Questa prospettiva infatti, è stata aggiunta e, a mio avviso, inventata dagli uomini, in questo caso dai sacerdoti, che sospettano sempre e che hanno paura di perdere chissà quale primato di vicinanza e diaconia verso il Mistero, il sacro e tutto ciò che lo evoca, oltre al potere.

Nella storia della così detta vita religiose delle donne, non c’è assolutamente niente di sostitutivo alla realtà reale, ma solo la consapevolezza di trovare altre strategie, per essere comunque ammesse a partecipare alla ricostruzione della storia, pur non essendo madri o spose di qualcuno. Ed è questo ciò che è stato fatto da tante donne nei secoli.

Le Fonti scritturistiche hanno, oltre a una visione molto laica, anche una visione molto realista. L’unica sposa è la città-popolo; è Gerusalemme e, il fine di questo legame profondo e intimo -sposami nella fede- è la pace.

Proprio in uno dei libri considerati più mistici dunque più ermetici, silenziosi e belli e cioè il Cantico dei Cantici, troviamo tre nomi che svelano questo universo-mistico politico.

Nella lingua ebraica un’unica radice lega questi tre nomi: è la radice che porta con sé la parola Pace: Shalom. Questa radice si trova sia nel nome del personaggio maschile del Cantico dei Cantici: Salomone: Shĕlōmōh che significa il re della pace o il pacificato; sia il suo femminile che è il nome della sposa del Cantico: Sulamita: Shūlammīṭ, cioè la pacificata e Gerusalemme: Yeru-shalaim : la città della Shalom, la pace.

Si tratta dunque di una situazione che riguarda la storia reale di un popolo; il sogno è che esista uno stile di vita trasformante che porti il popolo-città alle reali condizioni di pace.

In oltre dovremmo ricordarci che, contrariamente alla mentalità comune della tradizione ebraico-cristiana in cui ogni legame è premessa per la nascita di un figlio, nel Cantico dei Cantici, da questo legame non nasce nessun figlio. Dunque la metaforica Sulamita – nome della donna protagonista del testo scritturistico- non è né sposa, né madre. Il suo legame, infatti, è un legame di “fidanzamento”.

Sembra quasi che il legame si possa realizzare pienamente, solo se prima si realizza la pace, come reale condizione di vita dell’umanità e del cosmo.

Con tutto ciò, però, resterà sempre vero, almeno in quella cultura, il fatto che non essere né madri né spose, per le donne di quel contesto, era motivo di esclusione. Chi non era né l’una né l’altra era annoverata tra le sterili, dunque escluse per non essere annoverate tra le possibili madri del Messia promesso. E’ interessante, a proposito, la prospettiva inaugurata dalla donna di Nazareth, Maria, la quale rovescia questa logica rivendicando che è terminata questa catena dell’esclusione. Lei stessa si mette fuori, essendo ancora una ragazza “promessa” ma non ancora sposa. Lei anticipa tutto: fa tutto da sola, proprio come fa lo Spirito.

Quando si raccolgono, invece, le fonti più vicine a una tradizione prettamente cristiana, cioè le così dette fonti evangeliche, quegli scritti che riguardano l’esperienza di chi aveva in qualche modo avuto una vicinanza particolare con Gesù di Nazareth, a mio avviso questa problematica di sponsalità è appena accennata.

Tutto gira attorno a un’assenza e attorno a un impegno, “perché torni …”: lo Spirito e la Sposa dicono vieni e chi ascolta ripeta vieni … scrive l’autore o l’autrice dell’Apocalisse (Cfr. Ap 22,17) Un vero e proprio grido con cui le prime comunità cristiane terminavano le loro liturgie: Maranathà.

Nella memoria che fanno queste prime comunità di discepole e discepoli, non si parla di stili di vita scelti in contrapposizione al matrimonio e alla maternità. Piuttosto si parla di una vita avviluppata nell’inquietudine, con una passione per la liberazione. A nessuno si chiede se è sposato o non sposato, se è madre o sposa o non lo è, ma solo se comprende che questa inquietudine coltivata nell’esperienza della fede, porta a gesti che superano persino quei pseudo valori imparati nella propria cultura.

E’ in questo senso, la sintesi che fa Luca 14,25-33:

“Ora molta gente andava con lui; ed egli, rivolto verso la folla disse: -Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo-“.

Nel mondo della teologia femminista, interpretiamo questo testo come una critica verso la struttura gerarchica e patriarcale delle relazioni, conservata sia allora come in altri tempi, dalle istituzioni sociali e religiose. La prospettiva dunque è misticopolitica (nella versione di Matteo si parla di amore). E’ un capovolgimento delle relazioni e dell’autorità sociale. E’ la critica alla struttura di relazioni gerarchiche e definite previamente da un sistema culturale e religioso che in qualche modo ha il potere sia di qualificare che di squalificare le persone, le loro scelte e persino i propri affetti. La proposta di Gesù dunque, è una proposta di liberazione e di differente autorità: Se uno viene a me e non esclude ogni legame dato per scontato dalla logica di una tradizione gerarchica: suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle, ecc. non può essere mio discepolo o discepola.

Così arriviamo ad un altro testo che riassume le posizioni profetiche del popolo ebraico: la sposa è l’umanità e qui è detto in modo chiarissimo: (Ap 19,7). Le nozze ricercate e ambite, sono solo quelle tra Dio e l’umanità. Lo stupore, in questo libro, gira tutto attorno alla possibilità di contemplare o arrivare a tempi storici nuovi: ci sarà una moltitudine immensa, che non si può contare, ci sarà una città senza tempio, con una biodiversità abbondante, il sole e la luna saranno l’unica energia luminosa sia di giorno che di notte, non ci sarà più il dolore ingiusto, ecc. (Cfr. Ap 7,9; 21,4)

Molti secoli dopo, nella tradizione cristiana, incomincerà un altro pellegrinaggio nato da un’ermeneutica propria della storia e delle Scritture. Essere cristiani incominciava ad essere un segno di appartenenza troppo sicuro e legato sempre di più al sistema e non al mondo o cosmo. Bisognava dirlo, bisognava prendere altre iniziative di liberazione ed è ciò che faranno le madri e i padri del deserto, da dove, per altro nasce quella che oggi chiamiamo vita religiosa.

E qui non si parla di nozze, di maternità e sponsalità. Le donne che fecero quella scelta, in un primo momento, cercavano liberazione come d’altronde l’avevano cercata le donne ai tempi di Gesù di Nazareth. Per cui sarà tutto molto diverso da come molti lo presenteranno lungo i secoli e fino ad oggi. L’identità non passerà più attraverso la maternità o paternità, né in quel paradigma assoluto della sponsalità. Maria di Egitto detta Maria Egiziaca, per esempio, si presenterà così: sono donna e sono nuda … (riportano i testi della Patrologia e della Matrologia antica).

Ancora una volta emerge questa solitudine che a mio avviso rivela un aspetto dell’autorità femminile molto importante. Certamente la forma eremitica è molto più alternativa di quella che si costituirà dopo con il monachesimo che, in qualche modo, cercò di raddrizzare questa iniziativa. Il potere degli uomini sul monachesimo femminile fu molto, molto grande e dunque sulla vita religiosa in generale, anche se le donne comunque trovarono delle strategie non tanto legislative, ma di legami reali, di autorità sapienziale e affettiva. Tutto questo passò attraverso scritti, interpretazioni, lettere e arte, oltre ad una vera e propria teologia e soprattutto mistica clandestine.

Tentativo ermeneutico

I testi citati precedentemente e questa parte di storia, non servono per dire che la vita religiosa femminile è un’alternativa alla maternità e sponsalità reale, essendo spose e madri spirituali: spose di Cristo e madri di tutti.

Anzi, dovremmo sottolineare che in questa scelta non si è consapevolmente madri e spose di nessuno e questo, nell’orizzonte biblico, ci annovera tra le “sterili” e clandestine, dunque potenzialmente escluse. Ma che strano anche da queste condizioni sono nate strategie di dignità e strategie di profezia.

Lo spartiacque dunque non è essere o non essere sposate ecc. ma non tradire la possibilità di questi legami bellissimi che si coltivano ovunque. Non tradire la possibilità che la storia ha di essere storia di pace, non violenta, non fondata su gerarchie.

Consapevolezza più grande di appartenere solo alla storia delle donne, nelle loro evoluzioni e rivoluzioni più intime e più pubbliche. Consapevolezza di non ingannare nessuno, neanche se stesse. Preferire restare sulla “soglia” –come canta il Salmo 84,11- piuttosto che trovare comodi riconoscimenti in spazi falsi e dispotici. Il prezzo è questo esilio consapevole, condizione condivisa non necessariamente a coppia e non solo con se stesse, ma sempre condivisa con altri e altre in cerca di infinite liberazioni della realtà reale.

Un esempio di autorità con lineamenti femminili. Gli Ordini Mendicanti

Detto questo, provo a rileggere un esempio concreto di relazioni di autorità differente.

Nasce da un tentativo degli Ordini Mendicanti, in particolare dell’Ordine domenicano, a cui appartengo, che nel tempo diverrà regola.

Tali ordini religiosi, nacquero o come comunità di donne e uomini (nel caso domenicano) o come movimenti spirituali di donne e uomini (nel caso francescano). Infatti sia Francesco che Domenico iniziano la loro esperienza di vita insieme alle donne, anche se questo normalmente non si ammette.

Nel caso domenicano, l’autorità, fin dalle origini, sarà un’autorità comunitaria. La metodologia della scelta sarà per esempio quella del consenso raggiunto in un dialogo responsabile tra tutti o tutte. Questo fa sì che questa scelta, che a volte avviene dopo lunghe e sofferte discussioni, sia davvero quella della maggioranza e mai quella di una minoranza o, peggio ancora, di una sola persona che si impone alle altre.

La loro autorità è autorevolmente etica: stanno insieme e devono essere comunque rappresentate da poche, ma questa rappresentanza è solo per rendere visibile o dare ragione dell’esistenza del gruppo al di fuori di esso. L’obbedienza è l’itinerario di ascolto di un gruppo e non quello di una persona sola.

Chi viene scelta come rappresentante, viene eletta prima che tutto il gruppo decida come continuerà a camminare nella storia, e lei dovrà stare a queste intuizioni. Sto parlando di esperienze che appartengono a una spiritualità in cui la nostalgia di partecipazione è veramente tanta. Sto parlando di donne che hanno aperto porte nella storia sociale di altre donne al di fuori di questa comunità, ma anche viceversa: donne che imparano da altre donne. Sto parlando di donne che hanno saputo difendersi insieme, hanno solidarizzato tra di loro per non abbandonare questa scelta.

Sto parlando di donne che si incamminarono in stili di vita che qualcuno subito aveva ufficializzato solo per gli uomini e che loro riadattarono alla propria storia. Sto parlando di donne che hanno creato regole scrivendo lettere a concreti destinatari e attorno a problematiche sociopolitiche reali.

Purtroppo anche in questa esperienza è entrata la logica assurda della centralità di un potere e soprattutto come sempre, la proibizione all’iniziativa. Purtroppo gli uomini e il loro stile hanno cercato di prendere il sopravvento anche qui, soprattutto dopo il XVI Secolo; forse per paura di alcune riforme che erano state fatte e che potevano dar adito alla possibilità di una partecipazione maggiore da parte dei credenti in generale.

Questo anche perché la logica del potere maschile, ha la capacità di stravolgere il vero senso del legame comune e della passione umana, facendo diventare ogni legame una forma di proprietà e di potere su qualcuno o qualcosa.

Allora questo stile, per noi donne, non è semplice ripetizione di quello che hanno fatto altri, ma un lungo cammino di pratica esistenziale, individuale e collettiva. Cammino bellissimo tra fatica, stanchezza, lucidità del proprio modo di essere, ma anche eutrapelia e passione per ciò che comunque non è ancora stato realizzato.

Non sto facendo l’elogio della vita religiosa femminile, ma piuttosto di tutti quegli stili di vita con una creatività infinita, con un dignitoso orgoglio, con capacità di sospingere cammini di liberazione. Sto cercando di dare, semplicemente, ragione di uno stile che comunque ha sempre provocato cammini storico-sociali differenti, ha sostenuto la cultura e ha ispirato la bellezza della vita.

Alcune strategie

Oltre all’innamoramento dell’Invisibile sempre e, vi racconterò quali sono le strategie per vivere. Ne riporto solo alcune: condizione di esilio costante fino alla solitudine consapevole; archè della libertà e parresia (ambedue atteggiamenti che si muovono in spazi mistico-politici). E’ questa la condizione che ci sospinge alla ricerca costante con altre ed altri che vivono le stesse passioni. Conoscenza esperienziale della vita (aspetto misticopolitico) ed essenzialità per non creare gerarchie inutili. Queste sono premesse importanti per trovare modi alternativi e non gerarchici (cioè escludenti) di autorità e partecipazione.

Solitudine che diventa varco aperto per procedere di esilio in esilio, fino a quando non succede qualcosa che inaugura processi di trasformazione. Allora questa scelta non mi permette di sostituire, nemmeno nel mio immaginario, il mio essere non sposa, non madre con quelle retoriche parole: tu non sei sposa di nessuno ma sei sposa di Cristo. Oppure: tu non sei madre di nessuno ma spiritualmente sei madre di tutti.

No! Il mio esilio è consapevole. Sto fuori da tutti quei legami ufficialmente riconosciuti e sono contenta di essere annoverata insieme a tutte quelle possibili persone che vivono legami ancora da riconoscere.

E’ una scelta epistemologica, nel senso greco del termine: ciò che “sta” (histemi) (epì) “su” da sé. Non ha bisogno di giustificazioni.

Si capisce dunque, che è insignificante parlare di questa scelta, “come se …” cioè come se fosse maternità e sponsalità. Diventerebbe molto squallido, non avrebbe niente di Mistico in quanto la Mistica non accetta delle false sostituzioni o compensazione, anzi è molto bene attenta e discernere costantemente, come se le donne che hanno intuito qualcosa non volessero farsi ingannare o prendere in giro da ciò che non è vero.

Questo, è chiaro, è solo un modo di stare nella storia, un modo che si riconosce esistenzialmente, dal di dentro, in percorsi molto personali e di introspettive ispezioni. Approcci e apprendistati con se stesse e non come banale invito istituzionale. E’ un approccio di innamoramento verso tutti quei percorsi storici alternativi che richiedono fede, speranza, amore, a cui si dedica tutto il tempo per cercarli. Io non ci vedo tanta differenza con tutti quei percorsi veri di donne che sono arrivate a dilatare il circolo e soprattutto a sposare l’attenzione verso il mistero diffuso che ci circonda.

Lo stile politico di questa scelta e la sua relativa autorità è stato proprio cercare di essere il contrario di quello comunemente conosciuto come uno stile ufficiale di politica e di autorità. La possibilità dunque di percorrere cammini di frontiera, libere da interessi del tipo: successi, riconoscimenti particolari, privilegi nel campo economico e nel proprio benessere.

Dalla cenere al profumo e il diadema

Questa scelta non significa niente senza sapere cosa succede attorno, quanti deportati ci sono, se c’è cibo o non c’è, se c’è acqua o non c’è, se cade un albero per essere svenduto alle multinazionali del legno, o se si perfora una montagna solo per mantenere delle promesse alle mafie internazionali che si spartiscono appalti in vista di possibili privilegi e tornaconti sempre per loro (Vedi TAV). La scelta non è niente senza renderci conto che le armi sono messe sul mercato come un qualsiasi prodotto, anzi favoriscono il mercato più di qualsiasi altro prodotto.

Sposate o non sposate, vedove o semplici compagne, con figli o senza figli, il problema della nostra autorità non passa più attraverso questi paradigmi, ma passa attraverso i saperi dell’anima, ragione del cuore; sapienza e conoscenza della vita dei suoi più segreti movimenti, della quotidianità più quotidiana e dell’umano più umano.

In fin dei conti le nozze che interessano sono quelle dell’umanità, quelle che ci legheranno tutte in uno stesso destino, in una stessa passione e che già ci legano quando sosteniamo i processi intimi o collettivi della liberazione, quando sciogliamo legami falsi, quando ci sosteniamo senza nessun interesse, ci incontriamo senza nessun tornaconto.

Sposami nella fede: queste nozze sono tra di noi esseri umani, mantenendo la differenza; tra persone uomini e donne che comunque riprovano ovunque a ricostruire gli ambienti più vivibili, più ospitali, i luoghi di lavoro meno ostili, gli spazi dell’economia meno violenti. Ci proviamo e riproviamo, questi a mio avviso sono quelli che tradizionalmente si chiamano voti; questo stile continuativo, non di convenienza, non di tornaconto, ma di fedeltà, fino alle nozze. E la fede si gioca lì, tra le vesti di sacco durante l’esilio e la cenere e i profumi e i gioielli e la bellezza, nella gioia e nella festa, come un ritorno a casa. Tra questi due opposti accade qualcosa e noi dovremmo essere capaci di farlo accadere in una solidarietà comune, sempre più autentica.

Personalmente, accetto che qualcuna mi dica quello che disse la madre protagonista della famosa opera di García Lorca: Bodas de Sangre, che, intingendo le mani nel sangue del figlio appena ucciso e se le lecca dicendo: … tu non sai cosa significa questo!

E’ vero, probabilmente ci sono tante cose che io non so, perché mi mancano altrettanti saperi dell’anima, ma sono sicura che è questa mia condizione di non saperlo tutto, che mi permetterà di restare aperta e cercare ancora e di non soffocare, con la mia autorità, l’autorità di altre ed altri.

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