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Non è una questione di etica, ma di sentire secondo una nuova coscienza evolutiva *

Io, anche a costo di sacrificare la ricchezza delle domande di Alessandra Allegrini, risponderò con semplicità, alla buona, perché così mi viene e perché a quest’ora non sarei in grado di fare meglio. La ringrazio molto, spero che le cose che ha detto le potremo leggere con la necessaria concentrazione, perché non è facile afferrarne immediatamente la ricchezza.

 

La prima domanda era se si può, come dire, considerare e impostare la tematica della maternità surrogata, della GPA, nei termini di un oltrepassamento della scienza, ormai globale, di nascita occidentale. E non dare tutta quell’importanza che ho dato io, al funzionamento del mercato. Che questo sia possibile farlo, sì, ma se mi si chiede una valutazione della cosa io continuo a pensare che il mercato sia il punto determinante. L’aspetto che ad Alessandra sta più a cuore indagare e su cui propone di ragionare, secondo me manca di un concetto teorico, un’idea che non si è ancora affacciata: io la ho chiamata adeguata coscienza evolutiva. Per cui attualmente il mercato supplisce in qualche modo (male) coi suoi automatismi e il suo funzionamento e la sua enorme importanza, supplisce a una mancata riflessione, per la quale io potrei rinviare a quel citato dibattito, quello del femminismo degli anni 70/80. In quel dibattito emergevano delle istanze che si sono risvegliate, credo grazie all’ecologia, delle istanze per cui siamo più avveduti e responsabili.

 

Per quanto riguarda non solo la tematica ecologica ma la civiltà umana e il posto che ha quello che io chiamo (non solo io) ordine simbolico della madre, c’è da notare il mancato sviluppo, la mancata attenzione, la mancata considerazione, della relazione madre-figlia che c’era in moltissime religioni prepatriarcali, mi riferisco alla figura di una coppia divina di madre e figlia. La figura è rimasta sempre sordamente presente. Ma riflettere sull’enorme importanza di questo, di vedere la società umana da questo punto di vista, in questi termini, con questa sensibilità, questa cosa non è stata fatta. La relazione madre-figlia è solo iscritta nella trama delle tante relazioni di parentela. È stata Luce Irigaray la prima – che io sappia, forse anche altre e altri – che ha notato questo sottosviluppo della nostra cultura. Mancando questo: c’è il mercato. La forza, il desiderio, la misura del desiderio, l’incentivo, e insomma tutto si basa sulle possibilità configurate sì dalla scienza come tale, ma ridisegnate dai vantaggi del mercato. Per fare un esempio persino banale: prendiamo l’ecologia, questa ci dice tante cose sagge e buone e necessarie e preziose e utili… ma si fa fatica a fare la differenziata. Ed è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero portare.

 

Questo è il punto: l’importanza, il valore dell’indagine che diciamo degni dell’essere umano che è pensante, che è un essere con una storia a livelli illuminanti per quello che riguarda il passato, per quello che riguarda le prospettive del futuro cioè in termini di una epistemologia consapevole, questo sarebbe proprio quello che io vagamente ho adombrato come una nuova coscienza evolutiva. Ma occorre che ciò divenga un tratto costitutivo dei cosiddetti esseri umani, come un tratto fisiologico, perché non si tratta di  un’etica.

 

Passo così alla seconda domanda. Un’etica non è sufficiente a far sì che noi abbiamo delle risposte. Le risposte che razionalmente giudichiamo sagge, la meditazione sulla responsabilità che abbiamo verso il futuro e cose così, non portano a un esito vitale. Dell’ecologia quel che più ha colpito, mi pare, è proprio quello che evoca un ordine simbolico della madre, cioè la Terra che ci è madre, il valore delle civiltà che hanno questo mito. Sono cose che sentiamo giuste, ma non propriamente nel senso di un’etica, hanno risvegliato un qualche fondamento.

 

Quando ci fu il disastro della centrale atomica di Cernobyl io naturalmente ero femminista (a dire il secolo scorso mi vedo precipitare verso un lontano passato, non importa) e il dibattito sugli sviluppi della tecnoscienza si è intensificò anche tra le femministe. Molte ci invitavano ad avere spirito ecologico, parlavano di ecofemminismo perché volevano che femminismo ed ecologia fossero fuse insieme, anche con buoni argomenti. Alcune hanno proposto il discorso del senso del limite, sul quale non mi sono trovata d’accordo. Il senso del limite non è dato all’essere umano, non c’è niente da fare, non è dato. Allora si dice: ma formiamocelo! E ricadiamo in quel che dicevo prima, cioè a fare un discorso giusto, etico, che però non ci entra dentro.

 

Io ho parlato della coppia madre-figlia come una mitica forma di autorità divina che può proibire certe cose, o meglio le può rendere disgustose. Quello cui penso è un vero e proprio sentire che scaturisce dalla relazione materna. Nel senso di un’autorità che sia connaturata all’istinto vitale o come si vuole chiamarlo. Qualsiasi psicanalista sa che certi divieti materni s’incidono talmente in noi da non poter essere trasgrediti.

 

Ad esempio, io ho un’amica la cui madre non voleva che la mattina della domenica restasse in pigiama: lei ora non potrà mai restare in pigiama la domenica mattina, perché la madre non voleva vedere la figlia in pigiama la domenica mattina. Mentre per mia madre la stessa cosa era l’andare a messa la domenica mattina. Allora mi direte “però tu la domenica mattina in chiesa non ci vai”. Sì, infatti la cosa (che pure mi resta sensata, di andare a una cerimonia religiosa) si è schiodata dalla mia mente… il pigiama invece non si è schiodato!

 

L’autorità materna femminile, non è un’autorità assoluta, dittatoriale, ma il suo comando può andare a profondità elementari.

Ecco allora quello che io vedrei come strada.

 
 
*    Intervento alla presentazione del libro di Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Verona, Circolo della Rosa, 4 ottobre 2016).

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