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Non conosco mondo migliore. Frammenti di poesia e di morte in un testo postumo di Ingeborg Bachmann

* Tratto dalla tesi di laurea in Filosofia “Morte e poesia: intimità nella distanza”, a.a. 2007-08, relatrice Prof. Chiara Zamboni.

 

 

Ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per accettare dove mi trovavo e dove  stavo andando, per darmi una prospettiva di realtà. E fu, chiaramente, vicissitudine, movimento, un porsi in cammino; fu il tentativo di trovare una direzione.”

(Celan, La verità della poesia)

Ingeborg Bachmann iniziò a scrivere grazie alla poesia.

La prosa, per cui tanto la si ama, arrivò d’improvviso, come un “cambiar casa nel cervello”[1], un “traslocare”[2], che coincise con un altrettanto improvviso abbandono del genere che l’aveva iniziata alla scrittura. Non si trattò tanto dell’uscir fuori da una condizione, quanto del prendere atto con assoluta lucidità che questa – un misto di necessità, fatica, contingenza e lavoro –  potesse non venirsi più a ricreare.[3]

Per Bachmann scrivere una poesia non aveva nulla a che vedere con l’aspettare una chiamata. “Questa stessa parola (chiamata) è già, ancora una volta, una poeticizzazione del lavoro poetico. Scrivere una poesia è piuttosto un’attività complessa, va dal provare una frase all’aspettare un’idea.”[4] In un altro intervento, disse: “Abbracciare l’universo, non mi sento capace di farlo; io scrivo, perciò ho bisogno di carta, penna, di una macchina da scrivere, di una testa che ha dormito abbastanza, e il resto è lavoro.”[5]

I frammenti poetici contenuti nella raccolta Non conosco mondo migliore, apparsa postuma per volere dei fratelli dell’autrice, sono facilmente ascrivibili proprio al periodo in cui Bachmann sembra aver preso irrimediabilmente le distanze dal genere poetico. Interrogata sul motivo della rinuncia a questa forma di scrittura, rispose: “Ho smesso di scrivere poesie quando m’è venuto il sospetto di ‘esserne capace’ anche quando non c’era la necessità di scriverne. E non ci saranno più mie poesie, almeno fino a che non sarò convinta che debbano essercene di nuovo, e allora saranno solo poesie talmente nuove da corrispondere veramente a tutto quel che sarà stato esperito fino a quel punto.”[6]

Forse anche alla luce di dichiarazioni di questo tipo, la pubblicazione di questo testo ha scatenato un intenso dibattito intellettuale circa l’opportunità o meno di divulgare un lascito chiaramente non destinato al pubblico, caratterizzato da una forma tronca, stridente e da un materiale molto denso, ancora allo stato grezzo, senza finitura, senza filtri.

Sono la morte, la disperazione, la follia, le ospiti di questi versi che si inceppano, il cui senso non è mai nel luogo in cui lo si sta cercando, così come lontana è l’eleganza eterea della lirica canonicamente intesa. In essi non c’è più alcun posto per le “belle parole”: la materia espressiva, le suggestioni, le immagini si accostano e si susseguono come macigni, sedimenti di una sensibilità bruciata.

Ecco che numerosi critici ed intellettuali dubitarono potesse trattarsi di componimenti realmente ascrivibili al genere poetico.[7]

Eppure queste “quasi poesie, sul sentiero della poesia”[8] sembrano proprio l’esito del ripresentarsi, impellente e inaspettato, nella vita dell’autrice, di quella “condizione” di assoluta necessità, quel bisogno di lavorare su se stessi e sul linguaggio, che Bachmann riteneva indispensabile affinché potesse esserci ancora poesia nella sua produzione letteraria. Come se  improvvisamente si fosse imposta, con irruenza, alla sua sensibilità qualcosa che andava nella direzione di un fare poesia come esperienza vera, toccante, “al di là dell’aria”[9] che ci è dato respirare senza sforzo, senza fatica. Quasi un bisogno – un dovere – di mettersi in processo nella pratica poetica, nel momento stesso in cui la morte, il dolore, la disperazione e la follia hanno fatto il loro ingresso nella vita e nella scrittura dell’autrice.

Julia Kristeva scrisse, a proposito del carattere rivoluzionario del linguaggio poetico[10], che il testo poetico è tra le pratiche significanti, quella che lavorando al bordo del simbolico, ne trasforma le resistenze, le finitezze, i ristagni e li fa passare all’interno del simbolico stesso, li mette in circolo in un continuo scambio che è al contempo distruzione e rinnovamento del linguaggio. Tale pratica implica a tal punto il proprio soggetto da esibirne, proprio attraverso l’organizzazione linguistica, tutte quelle contraddizioni e alterazioni che ne fanno un soggetto sempre in processo, che si muove, respira e cambia costituendosi e modificandosi via via assieme al testo e al contesto.

In Non conosco mondo migliore tutto il lavoro compiuto dall’autrice consiste nel forzare i limiti della lingua, riproducendo questo movimento, questo commercio fra il simbolico e ciò che inevitabilmente lo sovverte. Non sono solo le immagini cristallizzate del linguaggio ordinario ad essere distrutte in questi frammenti, ma anche un certo modo di fare poesia, tutto costruito intorno a metafore suggestive e parole “antiche e meravigliose per una pietra e una foglia”[11], un modo che rinuncia a dire il mondo con parole nuove, che si priva della dimensione di verità del linguaggio. Per Bachmann la scrittura è invece una vera e propria esperienza esistenziale di ricerca di frasi vere, di parole vere, lontane dalla lingua stereotipata, convenzionale. E’ una pratica, un agire che trasforma al di là di una progettualità soggettiva e che attraverso l’irruzione nella scrittura di varchi pulsionali, ritmo, scoppi, smantella il luoghi comuni del linguaggio, modificando, al contempo, lo statuto del soggetto che parla, scrive, questo linguaggio.

Il continuo farsi e disfarsi dei versi, le correzioni, le frasi tronche, i reiterati incipit che si riprendono e si abbandonano qua e là nella raccolta postuma di Bachmann, fanno perciò pensare ad un vero e proprio lavoro della scrittura, che si srotola di pagina in pagina nel suo divenire. “La loro natura di appunti sparsi […] ha il grande merito di mostrare la poesia nel suo farsi, nel suo andare a tentoni […]. Questi testi, spesso interrotti, a volte raggrumati in parole dalle quali balugina un senso che resta nascosto e che traspare altrove in modo ancora incompiuto,  […] ci mostrano il laboratorio della poesia di una grande figura della nostra modernità.”[12]

Il poetico ha la capacità di sconvolgere nel profondo le leggi della lingua permettendo il passaggio all’interno del codice di tutte quelle istanze che normalmente ne vengono escluse, tra cui la morte. La trasgressione del simbolico da parte di queste istanze è la possibilità stessa di sopravvivenza e di trasformazione del linguaggio. La portata assolutamente rivoluzionaria del poetico starebbe pertanto nel riuscire ad assumersi il rischio e la difficoltà di mantenere ciò che si vuole trasgredire, facendo lavorare all’interno dell’istanza simbolica ciò che in essa continua a minacciarla: il dispositivo semiotico, momento d’irruzione della pulsione nel linguaggio, nel ritmo, nel senso.[13] Nell’articolazione illimitata e mai conclusa di simbolico e semiotico, nel funzionamento senza sosta delle pulsioni, verso, dentro e attraverso il linguaggio, passa allora anche la morte, che finalmente può parlare perché rinnova il parlare stesso, minacciandolo continuamente di cambiamento o d’estinzione. Mettendo a nudo le rotture, le separazioni di un essere parlante che si costituisce e si trasforma nel processo di scrittura, la morte viene finalmente messa in circolo, scambiata e riassorbita nella pratica del testo.

Non conosco mondo migliore si apre con un frammento che lascia già intendere il colore e l’intensità delle liriche che seguiranno.

 

Sono scomparse le mie poesie. / Le cerco in tutti gli angoli della stanza./ Per il dolore non so come si scriva / un dolore, non so in assoluto più nulla.// So che non si può cianciare così,/ dev’essere più piccante, una pepata metafora. / dovrebbe venire in mente. Ma con il coltello nella schiena […]// Adieu, belle parole, con le vostre promesse.[14]

 

Evidentemente non sono le poesie ad essere scomparse. E’ un certo modo di fare poesia che è andato perduto, sono le “belle parole” che l’autrice non riesce più a trovare. Non si può più accettare quella maniera di “cianciare”, di associare metafore vuote, senza farle nascere da un rischio, da un confronto vero e reale col dolore e con la morte, da “un coltello nella schiena”. Se scrivere è, prima di ogni altra cosa, un’esperienza esistenziale di ricerca della verità delle parole e della vita, il motore non può essere che la prossimità con le esperienze estreme del vissuto, prossimità che minaccia il soggetto e il linguaggio di afasia e inadeguatezza. Per via del dolore Bachmann “non sa più come si scriva un dolore” e lo fa per tentativi, recuperando tracce interrotte, lasciando vuoti e parole sospese: scrive un verso, ricomincia più volte, prova fino in fondo la sua sofferenza, nel senso di fare la prova del suo dolore e della sua vita nei versi, lasciando che il senso non si chiuda, affidandolo a una virgola, che lo lascia ancora un po’ in attesa.

E’ la morte stessa che, sfrondando il limite del simbolico, fa esplodere i luoghi obbligati della lingua. La poesia che apre alla morte è un’esperienza che brulica di contraddizioni, di assurdi logici, che non conosce sintesi né coerenza oggettiva. In questi testi postumi di Bachmann, il senso della morte si fa, si costruisce nella ‘compossibilità’ degli opposti, in un processo di continua produzione e annientamento. E’un ritmo fisiologico a governare la mano, un ritmo non chiaramente codificato. Tutta la morte che si manifesta, che si simbolizza nei versi, viene lasciata scorrere, circolare, essere, con una violenza che mano a mano disperde la sua irruenza e consuma la sua forza. E anche l’io dell’autrice si distrugge e si trasforma, fino a diventare un luogo di passaggio, un non-luogo di ospitalità pura per l’affiorare della morte.

L’impeto di questa circolazione si avverte in tutti quei frammenti in cui la morte è attesa, agognata, come l’unica condizione che possa porre fine a un “dolore che non ha dose”, portando lontano da una casa in cui “la padrona già si chiama morte”. [15] Frequenti sono infatti i pensieri orientati al suicidio, fisico e mentale. Ma non si tratta mai realmente di una morte consolatrice.

E’ piuttosto una morte amara, violenta, che gioca la sua difficoltà con quella di doversi alzare al mattino a fare “colazione con i morti”[16], con la fatica di abitare i giorni nella completa incapacità di piccoli gesti quotidiani quali cordialità, puntualità, nella crudele consapevolezza di non poter più tornare ad essere, semplicemente, normali. In questo confronto micidiale con la propria inadeguatezza si è seriamente in “pericolo di vita”:

 

[…] essere valorosi, vale a dire / vivere con i detriti / nella testa con il rimbombo e nel naufragio / di ciò che fa felici, cos’era / era soltanto un poco, tutto però / è già naufragato, tu fai naufragio, / devi replicare qualcosa, dire a te stesso / e agli altri le solite cose, come va / e tante grazie […][17]

 

Quando non sono pensieri di morte ad affollare le poesie di Bachmann, le infesta la follia: la disperazione si trasforma in dolore psichico, in malattia, in quella distorsione dello sguardo che fa vedere “grigiopianto dove gli altri colori”[18].

Solo la pazzia appare, a volte, come una forma di difesa dall’orrore della morte. Una difesa dai pensieri suicidi. Si “regala la testa”, per smettere di pensare e “ingannare” la morte che ci assilla.

 

Perché // la scure sappia / dove va staccata / la mia testa dal corpo. / Li ho ancora, testa e corpo? oh no, / così inganno la morte, / ho regalato / la mia testa, l’ho gettata / al branco[19]

 

Si cerca di conquistare la “grazia delirio”[20] per non sentire più nulla, dove prima troppo si soffriva.

E’ un atteggiamento comune di fronte alla morte quello di voler gettare via la testa, distruggere il ricordo, annegare in un deliquio senza memoria, senza dolore. Dimenticarsi di sé per dimenticare ciò che ci uccide. Che si tratti della nostra morte, oppure dell’esperienza devastante di un lutto, di fronte all’orrore che proviamo nei confronti di un evento che ci eccede in maniera così dirompente, un evento che ci fa smarrire la direzione e ogni altro riferimento, per l’improvvisa assenza di quella geografia di rapporti che orienta la nostra vita, la reazione più ovvia è quella di perdere contatto con se stessi, con il mondo, con le proprie parole. Il pensiero si ferma, la voce si rompe, ci si mura in un silenzio senza limite. Si tace finché l’oblio sarà compiuto e il dolore, la morte, cancellati. Ma a forza di essere dimenticata, “di essere lavata e spugnata, pulita e ripulita, negata e scongiurata, succede che essa (la morte) passa in tutte le cose della vita”[21]. Nemmeno la follia ci difende. Anche contro la propria volontà, il confronto con la morte s’impone con prepotenza perché scarifica la pelle, perverte lo sguardo, la percezione del tempo, del mondo, della tonalità emotiva che risuona al nostro interno.[22]

La morte ci pone di fronte a una perdita irreversibile: tutto ciò che scompare, che si annulla in essa è negato per sempre, un per sempre che ci iscrive nel cuore il senso dell’infinito, dell’eterno, che proprio la morte sembrerebbe precluderci. Nel confronto obbligato con l’Assenza per sempre, la scrittura, e più di ogni altra forma letteraria, la scrittura poetica, assume il senso di un gesto non solo di risarcimento, di restituzione simbolica della Presenza per il tramite delle parole, ma di autentica re-azione. Attraverso la scrittura, infatti, sembra avviarsi un processo di riappropriazione dell’esperienza, che sottrae il soggetto non tanto al dolore, quanto al silenzio e allo smarrimento, affidando ad ogni parola per la fine la capacità di essere appiglio, punto di ancoraggio al mondo e alla realtà, spinta a ritracciare un cammino, una via che sembrava irrimediabilmente interrotta.

Scrivendo Bachmann rischia molto. Rischia davvero la vita, la pazzia. Scrivendo la morte, rischia la vita. Il pericolo è quello estremo di perdersi: perdersi non solo le parole, le poesie,[23] ma quello di “ammalarsi di relazioni”[24], ovvero far entrare a tal punto la morte da ‘infettarsi’ nella mente e nell’animo, da perdere, insieme alla relazione con l’altro perduto, anche il contatto con se stessi e con la propria identità, talmente intessuta dell’altro da scomparire anch’essa. E il tutto si gioca, ancora una volta, sul piano del linguaggio.

Eppure l’autrice non smette di esercitare questa prossimità fra parola poetica e morte, di provare il “sapore di morte” che sta nella distanza, nella fessura che nonostante lo sforzo rimane aperta.[25] C’è una forma di passività della poesia che lascia affiorare per il fatto stesso di essere senza intenzione, senza volontà di catturare, di possedere. L’apertura, lo squarcio che segna l’irrimediabile distanza fra parola e morte, è in realtà il luogo intimo e profondo in cui la morte trova spazio per apparire e nascondersi. Il fallimento del linguaggio inteso come coincidenza e possesso della cosa e del senso, si rivela in realtà come possibilità di assunzione di una postura insolita e straordinaria[26], che offra uno sguardo vero e autentico alla morte, anche se estremamente pericoloso per la stabilità del soggetto, che ne resta disorientato, distrutto.

Seppur ridotta a “brandelli”, Bachmann trova il suo posto – al contempo impossibile e reale – “sulla carta”, in cui riavvolge quel coltello che ferisce mortalmente, ma che è anche il motore della scrittura di questi versi, versi che “nascondono” e insieme contengono l’orrore, cercando di riassorbirlo.

 

Dove non posso essere. / Infatti sono su / questa carta e nella / parola, che do. / perché la carta svolazza, / allora nemmeno io posso riposare, / e svolazzo a brandelli /sulla strada, di qua, di là, qualcuno / allora vi riavvolge il coltello /insanguinato, perché nessuno lo / veda.[27]

 

L’autrice ha “scelto la morte” [28], una morte che sa di non poter rappresentare, ma che deve accogliere per permettere alla poesia di compiere, attraverso la messa in processo dell’autrice stessa, il consumo di quell’eccedenza che da sempre la morte porta con sé. Ha scelto di cadere a pezzi, di “raggrinzirsi”, per avvicinarsi il più possibile a una morte che possa essere accettata come un fatto non violento, non brutale, di cui si potrà “ridere”.

 

Voglio cadere in pezzi come un vestito vecchio / strapparmi alle giunture /raggrinzirmi, come raggrinzisce la mela, diventare piccola / decrepita / e grigio pietra e un giorno stendermi / curva sotto una radice e ridere e ridere / di tutte le morti, e non con violenza, spegnermi / per non notare quasi dove inizio / a finire, dove finisco di appartenere[29]

 

Il riso è una forma di dispendio, come la poesia. La violenza vi si consuma. Il confine, la soglia in cui s’inizia a finire, “si finisce di appartenere”, si fa sfuocata e impercettibile: ha così luogo quel ‘commercio’ tra la vita e la morte in cui inizio e fine smettono di essere due termini antagonisti e irriducibili e s’incontrano, si scambiano, si annullano l’uno nell’altra.

Mano a mano che scrive l’autrice si ritira, cammina “all’indentro”, fino a “declinare, a consegnarsi”[30], fino a lasciare vuoto quello spazio in cui la morte può apparire e sparire, perché lei stessa appare e scompare.

La poesia di Bachmann, quale ricerca di una verità per la vita stessa, si realizza nel dire in prossimità alla distruzione ciò che è distrutto. Le sue sono parole che si sforzano di parlare sempre  “in corrispondenza e non in fuga”[31], tracce di una linea spezzata che parte in adiacenza, sempre dentro, nel mezzo. Che a volte balbettano, per quello scacco, quel ‘guastarsi’ della macchina letteraria che la fa scoppiare dall’interno laddove si confronta, in un’intimità senza “lanugine, strato protettivo”[32], con la morte. Facendosi portatrice di un tale impegno, la scrittura si assume la difficoltà di riflettere, nella frantumazione del verso, l’autenticità della frantumazione di sé. Ecco l’articolarsi in frammenti di queste liriche. La vita fa la prova di se stessa nei versi, versi che si sbarrano, che si fissano, che rimangono tronchi, come l’orrore e la disperazione, spesso, troncano il fiato e la voce.

La pratica poetica è allora una forma estrema di resistenza  – esistenziale e al contempo simbolica – “sotto l’assalto della negatività”[33] e della morte, una resistenza fatta di parole che non trasfigurano, che condividono con il proprio oggetto un nucleo scuro e impenetrabile, sempre sfuggente. Resistere vuol dire re-agire: ritrovare una direzione, un’appartenenza, un legame con questo mondo che non riusciamo più a riconoscere, perché con la morte un pezzo ci è stato strappato. E vuol dire ritrovare nel linguaggio un appiglio, che ci sottragga alla tentazione del silenzio e ci consenta di pensare e pronunciare diversamente quel che resta della nostra storia, della nostra vita, di relazioni annientate dal lutto, riponendo nelle parole la speranza di ‘creare nuovamente mondo’.

[1]              Ingeborg Bachmann, In cerca di frasi vere, Colloqui e interviste a cura di Christine Koschel e Inge von Weidenbaum, tr. it. di Cinzia Romani, Laterza, Bari 1989, p. 57.

[2]              Ivi, p. 67.

[3]              Cfr. ivi, p. 172-173.

[4]              Ivi, p. 58.

[5]              Ivi, pp. 85-86. La risposta segue a una domanda che l’autrice vive come una sorta di provocazione. Un intervistatore le chiede se si riconosce nella ‘formula’ che un critico usò per definire la sua poesia: “Ingeborg Bachmann abbraccia l’intero universo, ma con un gesto timido.” E Bachmann risponde, appunto, che le formulazioni dei critici non rimandano mai al modo di svolgere un lavoro e che, quindi, non sa che farsene di una simile frase. Perché per lei la poesia è essenzialmente lavoro.

[6]              Ivi, p. 57.

[7]              Per una visione d’insieme sul dibattito citato, si confrontino ad esempio le posizioni di Peter Hamm e Reinhard Baumgart in Isabella Rameder, Ich habe die Gedichte verloren. Ingeborg Bachmanns lyrische Texte aus dem Nachlaß und ihre Beziehung zum “Todesarten-Projekt”, Wieser Verlag, Klagenfurt/Celovec 2006, p. 107 e ss.

[8]              Baumgart scrive: “ Fast-Gedichte, auf dem Weg zum Gedicht”, citato in ivi, p. 107 (traduzione dal tedesco mia).

[9]                     Bachmann infatti rivela: “Non posso più scrivere poesie, o potrei, ma non voglio, se non c’è nulla al di là dell’aria e delle tecniche che uno ha a disposizione.” Ingeborg Bachmann, In cerca di frasi vere, cit. p. 106.

[10]         Si vedano a questo proposito Julia Kristeva, Σημειωτική (Semeiotiké), Ricerche per una semanalisi, tr. it. di Piero Ricci, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 19-30, 144-170 e 202-226 e Julia Kristeva, La rivoluzione del linguaggio poetico, tr. it. di Silvana Eccher dall’Eco, Angela Musso, Giuliana Sangalli, Spirali, Milano 2006, pp. 11-189.

[11]            Cfr. Ingeborg Bachmann, Perché poesie? In Luigi Reitani (a cura di), La lirica di Ingeborg Bachmann, Edizioni Cosmopoli, Bologna 1996, p. 17

[12]            V. Nota del traduttore in Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, cit., p. 4 (corsivo mio).

[13]            Si veda Julia Kristeva, La rivoluzione del linguaggio poetico, cit., p. 72

[14]            Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, cit., p. 15.

[15]            Ead., Gloriastrasse, ivi, p. 85 (Il “già” in corsivo è mio).

[16]            Ead., Un giorno, ivi, p. 45.

[17]            Ivi, p. 213

[18]            Ead., La mia cellula, ivi p. 115.

[19]            Ivi, p. 47.

[20]            Ead., Alla più umile, alla più umana, alla più sofferente, ivi, p. 161.

[21]            Jean Baudrillard , Lo scambio simbolico e la morte, tr. it. di  Girolamo Mancuso, Feltrinelli, Milano 2002, p. 200.

[22]            Basta soffermarsi su questi pochi versi per capire come si mortifichi la possibilità stessa del sentire: “Non sapevo che un uomo / questo dolore può dimostrarlo con / il sogno, che può morire a tal punto / che i cieli cominciano a crollare […] non sapevo che / ogni omicidio gli entra / nella pelle […] e le valli di lacrime / sono / il suo solo paesaggio. // Non sapevo che / non si può più vedere e sentire / niente / tutto perduto”. Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, cit., pp.103-105

[23]            “Ho perduto le mie poesie / non quelle solo, ma prima // Si sono perdute le poesie / non solo quelle, ma prima la poesia / poi il sonno / poi quelle // Tutto perduto, prima le poesie / poi il sonno, e poi ancora il giorno / e poi ancora tutto ciò che il giorno / aveva e la notte, poi, quando non ci fu più / nulla, perduto ancora, perduto nuovamente / fino a meno di nulla e io non ero / più e ormai non ero nulla,”. Ivi, p. 17

[24]            Cfr. Laura Boella, Le imperdonabili. Etty Hillesum, Cristina Campo, Ingeborg Bachmann, Marina Cvetaeva, Edizioni Tre Lune, Mantova 2000, p. 97.

[25]            “Essere sempre nelle parole, che lo si voglia o no, / Essere sempre in vita, piena di parole sulla vita, / come se le parole fossero in vita, come se la vita fosse nella parola. // E’ tanto diverso, credetemi. / Tra una parola e una cosa / ti ci infili da sola, / rimani stesa tra loro come accanto a un malato / poiché nessuna si stringe all’altra / assapori un suono e un corpo, / e gusti entrambi. // Ha sapore di morte.” Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, cit., p. 175.

[26]            Cfr. ibidem: “ti ci infili da sola, / rimani stesa tra loro […] assapori un suono e un corpo, / e gusti entrambi”

[27]            Ivi, p. 107.

[28]            “E io ho scelto la morte, / lei per tutte le con- / fessioni, le ho / raccontato, a questa folle / morte che non posso rappre- / sentare, che / posso rapidamente produrre, ma / mai rappresentare”. Ead., Parlare con un terzo, ivi, p. 109.

[29]            Ead., La linea della vita, ivi, pp. 124-125.

[30]            “Non lo vedete, / che cammino all’indentro, che / d’ora in poi parlo all’indentro, / che mi restringo, butto avanti / i capelli intasco le mani / risucchio le parole, non lo vedete / non vedete, // che mi allontano da me, che declino, / che mi consegno”. Ivi, p. 159.

[31]            Cfr. Luisa Muraro, Maglia o uncinetto, Edizione Manifesto Libri, Roma 1998, p. 133.

[32]            “Io non ho avuto lanugine / strato protettivo nulla, nulla / ho avuto”. Vedi Ingeborg Bachmann, Rivedersi in Ead., Non conosco mondo migliore, cit., p. 43.

[33]            Cfr. Julia Kristeva, La rivoluzione del linguaggio poetico, cit., p. 72.

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