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Noi che non siamo indifferenti

* Relazione al Grande seminario di Diotima 2014. Il testo conserva la traccia originale e non ho sviluppato gli spunti presenti né li ho integrati rispetto alla situazione del dibattito che nel frattempo si è sviluppato, specie per quanto riguarda le posizioni prese nel Sinodo sulla famiglia.

 


Una domanda spaesante

Sono responsabile parzialmente del titolo di questi incontri, tuttavia nella sua forma assertiva. Durante la discussione che ha dato origine al seminario ho detto: “in Il senso libero della differenza sessuale è il senso che è libero, non la differenza”. Poi, subito dopo, non so come è arrivato il punto interrogativo. Con quello, successivamente, una specie di spaesamento e di furore di interrogazione.

E non perché non avessi la risposta, quella mi veniva d’istinto forte e chiara: no. Credo alla maggior gran parte di chi è qui. Col che sarei tentata di dire quel che desidererei, cioè che andassimo tutte a casa perché non c’è niente da dire.

In realtà questo niente sostanziale una volta detto quel “no” apre uno spazio sconfinato dove dire e ridire, muoversi, agire, vivere, inventare, condividere, articolare, interrogare e reinterrogare, fare esperienza… Apre la dimensione del senso libero della differenza sessuale. Una dimensione aperta, non predefinita e nemmeno definibile compiutamente, di un significare, di un fare senso in libertà. Una libertà che però non è da intendersi come quella di un senso libero dalla differenza sessuale.

Questo lo sapevo, tuttavia c’è stato quello spaesamento: una volta preso sul serio il punto interrogativo l’accezione di quella affermazione ha perso la sua immediatezza, il suo effetto si è fatto straniante.

In quella frase più nulla mi è parso ovvio, come se tutte le singole parole che la compongono avessero assunto il punto di domanda. Cosa intendere con senso, con libero, con differenza e sessuale, persino “il” mi è parso da interrogare, per non parlare di “della”: è un genitivo soggettivo o oggettivo? L’insieme dell’enunciato poi moltiplicava i punti interrogativi. Bisognerebbe esplicitare, chiarire, cosa si intende con senso, con libertà, con differenza sessuale, mi dicevo, per poter poi procedere a dire come si intende la frase…

Ho così cominciato come un viaggio nel tempo, sono stata come ributtata indietro… quel punto di domanda mi ha riportata ad un luogo e un tempo dove non sono più, dove non siamo più. In questo periodo ho letto freneticamente una miriade di cose pubblicate nell’arco di questi ultimi 40 anni, direi, almeno dal 1974 nell’ambito del femminismo della differenza e poi dal 1984 anno della nascita di Diotima, parecchie firmate da noi stesse.

Quasi dimentica di ciò che io stessa ho vissuto, e ho contribuito a dire, mi aggiravo tra le cose scritte in cerca, che so, di una bella frase o di una risposta bella chiara e ben espressa da mettere dopo quel punto interrogativo. Improvvisamente mi pareva bizzarro o persino frutto di una straordinaria nostra colpevole insipienza trovare così poco che facesse al caso mio. Anche rivolgendomi alle parole di Lonzi, Irigaray, Daly o Muraro, e addirittura rileggendo le mie stesse parole. Eppure sapevo bene che non lo avrei trovato…

La domanda, posta così, sembra attendere un “perché...” o addirittura una definizione della differenza sessuale. Ma se c’è una cosa che non abbiamo mai fatto è dare una definizione!1 Si possono dare molti “perché”, e ne sono stati dati, ma questi sono dell’ordine dell’articolazione, non della giustificazione.

Non si tratta che non ci sia del detto, anzi ce ne è molto, tante sono state le parole che si sono articolate attorno alla differenza sessuale, si potrebbe quasi farne un lessico e si dovrebbero nominare: essere corpo, collocazione simbolica, partire dall’esperienza, esser nati di donna, differenza come significante, passione della differenza, prassi della differenza, essere non uno, lingua materna, ordine simbolico della madre, incrocio tra natura e cultura, corpo e linguaggio, naturalità e storia, etc…

Tutte parole che vanno a formare più una costellazione di nominazioni, di punti di luce che accendono e orientano il lavoro del senso, che un castello di teoria, tanto meno di teorie che puntino a ricavare la differenza sessuale da qualcosa altro più fondamentale, di giustificarla o di dedurne la necessità su altri presunti principi o assunti primi.

Le cose non sono andate così, né nel pensare la differenza sessuale né nel femminismo2, e come sono andate le cose non è indifferente per senso che prendono le cose, anzi per quello che hanno3.

Dirò quelle che ritengo siano delle buone ragioni, ma non sono le buone ragioni che sono state l’essenziale: per quanto posso dirne a partire dalla mia esperienza sono stati l’irriducibile di un punto di dolore o di un punto di piacere a farmi spostare, non la filosofia4.

Eppure questo non significa che porre la domanda del titolo fosse sbagliato: c’è di certo un rischio nella domanda, quello in cui sono in parte caduta (e domandarmi perché è successo è anche questa una buona domanda!), ma il punto è che nell’espressione “il senso libero della differenza sessuale” c’è un equilibrio, o una tensione, che non è facile tenere e che non si tiene da sé, che va tenuto da noi stesse e continuamente ritrovato.

Ricordo che quelle parole sono circolate, non so chi le avesse usate per prima, per dire che cosa fosse il femminismo: la ricerca del senso libero della differenza sessuale. Questo era il taglio, la scommessa di ciò che andava assunto e portato al pensiero in libertà. Qualcosa che non ha un significato di per sé senza l’assumere in prima persona quella scommessa che è quella del senso del femminismo, senza quello spostamento, quel salto che occorre fare ognuna per sé, e che non va da sé, rispetto al quale (è una delle cose che sosterrò) noi stesse non siamo indifferenti.

Il senso libero della differenza non vive se non si assumono in prima persona entrambi gli estremi che l’espressione nomina: quello della condizione di necessità e quello della libertà. Questi possono essere immaginati come due poli che vengono messi in tensione e in circolo, o come due vettori che spingono uno contro l’altro vertendo ad un punto piccolo e instabile, quello nel quale noi stesse siamo, con il continuo rischio di sbilanciarci da un lato o dall’altro.

E’ un punto di equilibrio tra libertà e necessità, tra agire e patire, tra senso e corpo, tra natura e cultura, ed è lì dove questi entrano in contatto e in circolo.

Già nel primo libro di Diotima tale tensione era ben resa dal titolo del pezzo introduttivo: La differenza sessuale, da scoprire, da produrre5. Credo che, sebbene ci possano essere stati degli sbilanciamenti nel corso di questi anni, l’intuizione e lo spirito di quel volersi porre a quel punto di intersezione non siano mai venuti meno, nei tanti modi nei quali, sia singolarmente che nell’impresa che è stata comune, quella intenzione si è poi articolata. La cura di tenersi a quel punto cruciale si è manifestata in maniere differenziate nelle articolazioni di quel che siamo venute dicendo, mettendo in campo altre parole che vi si sono disposte attorno e andando a disegnare quella specie di costellazione di senso che ci fa riconoscere sotto l’etichetta Pensiero della differenza sessuale, il che è da intendersi non come un pensato chiuso, ma come un pensare in movimento in una pratica vivente6. Sono convinta che questo sia stato il motore, l’anima vivificante del nostro essere ancora qui dopo trent’anni. Una spinta vitale ritrovabile sottotraccia in tutto ciò che è stato detto e fatto, sempre con la preoccupazione di mantenere aperto lo spazio del pensare la differenza liberamente, non immaginando di giungere a una sorta di definizione compiuta o men che meno normativa del senso della differenza sessuale.

Le parole più felici per dirlo sono forse quelle usate da Françoise Collin quando affermava che “la differenza dei sessi è indecidibile, si ridecide in ogni momento, in qualche atto politico o privato”7. Nella sua visione la questione della differenza dei sessi e del differire tra i sessi “resiste a ogni trattazione teorica. E’ dell’ordine della prassi”8, senza che tuttavia ciò significhi che si tratti di qualcosa che stia totalmente nelle nostre mani: piuttosto nella differenza sessuale si ritrova una certa peculiare indistinzione delle cose che dipendono da noi e non dipendono da noi9.

Ho provato una forte sintonia tra questa posizione di Collin e la formulazione che personalmente mi stavo dando: l’essere la ricerca del senso libero della differenza sessuale all’incrocio tra il dato e il dire senza che mai possa ridursi ad un detto.


La differenza sessuale tra necessità e libertà

Questa indecidibilità non è indicibilità: essa non viene dal fatto che la differenza sessuale non si possa significare, ché è anzi significante e condizione di significazione, ma dal suo essere nel contempo anche un limite alla significazione.

Uso il termine “condizione” nell’accezione forte che ne dà Hannah Arendt quando in Vita activa parla di cosa caratterizzi la “condizione umana” rifiutando viceversa di parlare di “natura” umana10. Una condizione designa ciò che segna il nostro essere al mondo, quel che non dipende da noi, che ci è dato senza averlo scelto, ciò da cui si parte e che stabilisce le coordinate intrascendibili del nostro essere al mondo. Una condizione agisce comunque, condiziona qualsiasi posizione noi assumiamo nei suoi confronti, compresa quella della sua negazione. Il suo tratto è proprio l’irriducibilità11, la esprimiamo implicitamente persino quando cerchiamo di negarla. Essa rappresenta un limite primo costitutivo, aggiungo, che è che è limite di possibilità e anche di impossibilità.

Qui le parole cominciano a suonare pesanti e a chi ha orecchio filosofico le orecchie prendono a fischiare. Probabilmente al pensiero femminista avrebbe fatto meglio ricordare quanto l’esperienza femminile insegna su come non convenga granché girarsi quando senti fischiare. Così ci si sarebbe forse risparmiate parecchi anni di energie spese a ricavare la differenza sessuale dagli impianti filosofici i più disparati e di polemiche su essenzialismo e simili. Ma siccome nemmeno simpatizzo per la parallela fobia per le molestie, tanto meno filosofiche, vado avanti ma registro i fischi, fanno parte di un codice corrente che non è insignificante per quanto tenda a rendermi insieme, come dirò, già significata e insignificante.

A ognuna girarsi ai suoi fischi, anche a me ne risuona un concerto, nei vari toni, mono-toni, che hanno scandito la nostra tradizione filosofica. Suggeriscono, ad esempio, che allora la differenza sessuale si collocherebbe classicamente a livello ontologico, o che parlandone bisognerebbe usare concetti come sostanza o essenza o natura, o in una maniera più moderna che sarebbe un trascendentale, o ancora che si tratterebbe di un principio primo in quanto non riportabile ad altro, come ricorderebbe la somiglianza di quanto ho detto sopra sull’irriducibilità con la celeberrima aristotelica dimostrazione dialettica del principio di non contraddizione12. Oppure ancora per essa si potrebbe parlare di limite costitutivo, o di strutturalità, o di grammaticalità.

Vari approcci filosofici hanno nominato una dimensione di questo genere con vari nomi, quel che mi interessa dire con la parola condizione è che questo livello oltrepassa il nostro controllo e la nostra presa, compresa quella simbolica, è qualcosa che resiste, si ripresenta, non entra mai completamente nelle nostre rappresentazioni e le oltrepassa o le precede. In un certo senso è estraneo al discorso, ma non perché la differenza sessuale sia il limite interno del discorso come nella versione lacaniana sostenuta anche da alcune importanti teoriche che le attribuiscono lo statuto di “reale”, ma appunto in questa peculiare accezione, sempre altro dal linguaggio e dalla significazione simbolica13. La differenza sessuale è reale nell’accezione anche più corrente del termine, e filosoficamente non è riducibile al discorso e al linguaggio. In anni passati si discuteva nel femminismo anglosassone intorno alla equivalenza o meno della coppia natura/cultura con quella sex/gender, una distinzione poi dilagata anche dove si era piuttosto parlato di differenza sessuale tenendo intrecciati corpo e linguaggio, natura e cultura e prediligendo l’uso del termine “simbolico” per indicarne la posizione di incrocio tra le due dimensioni. E’ già stato registrato come l’impostazione gender si sia diffusa proiettando su quella della differenza sessuale un’ombra di fraintendimento complessivo che la ha schiacciata sulla naturalità, un successo per cui sarebbe davvero meglio dire che il gender si è imposto nel senso più ampio della parola, come un vero e proprio imperialismo culturale, politico ed economico. Le odierne polemiche che contrappongono il gender alla differenza sessuale sono all’insegna di un travisamento volontario e tutt’altro che ingenuo di entrambe le impostazioni, ma su questo tornerò.

Dicendo condizione sottolineo che la differenza sessuale è una posizione essenziale ma non è una essenza, che si significa simbolicamente ma strutturando le possibilità/impossibilità simbolicamente significabili e non riducendosi ad esse. Luce Irigaray ha parlato per la differenza sessuale di un trascendentale sensibile, peraltro incontrando innumerevoli travisamenti.

Con parole più semplici direi che essa sta all’incrocio tra il dato e il detto, tra ciò che non dipende da noi e ciò che sta a noi. La differenza sessuale ha un lato del patire e uno dell’agire, è una passione e insieme una prassi.

Ma posto che la condizione della differenza sessuale c’è14, si dà, e significa comunque la domanda diventa: quando è che una condizione di questo tipo produce un senso non libero, coatto?

Quando lo spazio di senso che struttura è riempito preventivamente di contenuti, diventa una natura che profila un destino già scritto, confondendo il piano delle condizioni di significazione con quello dei significati, la cornice con il quadro, o ancora quello che non dipende da noi con ciò che dipende da noi, il piano dell’ordine simbolico con quello che quell’ordine rende di volta in volta dicibile, o ancora il linguaggio con quanto con esso diciamo.

Questo però tenendo presente che non si tratta solo di condizioni linguistiche, ma anche di condizioni date dalla natura: la differenza sessuale non è dell’ordine meramente simbolico, ma dell’ordine di quei dati di fatto irriducibili che lo stesso ordine simbolico deve assumere quantomeno come limite. Una condizione data deve essere assunta nell’ordine del senso perché questo possa fare il suo lavoro di mettere in circolo il dato e il dire.

Il linguaggio non è una sorta di struttura logica formale meramente arbitraria o convenzionale nata da sé per necessità intrinseca o venuta fuori da una astratta attività del pensiero puro e disincarnato che apponiamo ex post alla realtà, nasce e vive in questo mondo da noi che lo parliamo, nella nostra vita fatta di pratiche linguistiche e non linguistiche, di dati naturali, di materialità, di esperienze, di pratiche, di desideri, in una miscela non sempre distinguibile di ciò che è necessario e di ciò che non lo è. Non c’è una distinzione netta natura/cultura ma nemmeno una dimensione può prevaricare totalmente sull’altra.

Insomma una condizione produce un senso non libero quando viene totalizzata e determina univocamente la significazione. Nel caso della differenza sessuale quando questa costringe chi ne è portatrice/portatore a un destino, a un ruolo, si riempie di contenuti obbligati che costringe a viverla ed esprimerla in certi ruoli, fatalmente. Come avvenuto con la differenza femminile/maschile intese come una natura femminile/maschile destinali.

Un’altra modalità di senso non libero di una condizione è quando essa non viene assunta ma negata, ogni senso è così orientato in direzione reattiva, si rifiuta la condizione e ci si ribella ad essa in modo coatto, trascinati da questa negazione non meno che dalla condizione stessa, al costo di essere confinati in una fasulla libertà o in un regime di illusione.

Una variante della negazione di una condizione è il renderla insignificante, non assumerla, come se non contasse, come se non fosse rilevante, al limite come se non esistesse. A differenza della negazione questo non mobilita tutte le energie nella reazione, ma dal momento che la condizione nonostante tutto permane, ciò ci consegna ad un come se, tutto diventa inconsapevolmente segnato dalla condizione non riconosciuta e resa irrilevante, quel che condiziona diventa opaco e privo di significato, la presa di verità e l’efficacia della significazione si degradano.

Assumere una condizione viceversa apre ad una significazione libera, non perché questa liberi dalla condizione stessa, ma perché ciò pone nella possibilità di manifestare efficacemente e veritativamente la realtà, ne sviluppa le potenzialità di fare ordine: assumere una condizione libera il senso per quel che può, accogliendo ciò che non può come limite abilitante. Non si è liberi da una condizione data, ma si è liberi nell’apertura di senso di quella condizione.

La libertà non è dall’ordine della necessità, come potrebbe? Però la trascende, ne apre l’orizzonte determinato. Il punto è che non tutto quel che appare necessario è tale. Quel che ci si presenta con il segno di ciò che deve essere può essere di diversi tipi. Si pensi, ad esempio, alla classica distinzione greca tra physis e nomos, o ai due sensi di dovere segnalati dalla lingua tedesca che distingue mussen da sollen, ciò che si deve per necessità e quello che si deve per norma, in entrambi i casi si rileva come si possa essere sottoposti ad un dover essere naturale o di origine umana, anche se la necessità che da ciò deriva può essere parimenti dura e condizionante. La necessità ha una lunga storia filosofica, che non intendo ripercorrere, e altrettanto lunga è quella del suo rapporto con la libertà, nella delicata impresa di discernere ciò che dipende da noi da ciò che invece dipende da noi. La necessità fa chinare la testa e la storia insegna che troppe volte di necessità si è ammantata la forza, mettendo la libertà sotto lo scacco dell’impossibile, perché si possa dare ascolto fiduciosamente a ciò che si dice necessario. E’ anche la storia del nascere donna come nascere ad un destino di non libertà. Quel che qui mi preme dire è che il senso libero della differenza sessuale si gioca a quel precario e instabile incrocio dove si gioca quel che è dato e non dipende da noi e la libertà che sappiamo darci, il senso libero ma non indipendente della nostra vita. Il taglio della differenza sessuale operato dal femminismo ha slegato da vincoli che si pensavano obbligati, ma ha anche fatto vedere legami di dipendenza dove ci si voleva indipendenti, e differenza dove si voleva indifferenza, le due cose, ha rimesso in gioco il rapporto e il confine tra ciò che è possibile e ciò che non è possibile, tra corpo e linguaggio, tra quel che è necessità e quel che non lo è.

Anche nella Introduzione a questo seminario si parla di questi due lati, uno dell’agire e uno del patire, e ne riprendo ora la domanda:

“Diotima è nata a partire dal pensiero della differenza sessuale come interpretante della realtà delle nostre vite. Differenza sessuale non dunque come SOLO dato biologico, ma continua scommessa di senso nel leggere quel che avviene nel rapporto pragmatico dei sessi, nel quotidiano, nel lavoro, nella politica, in economia, nella materialità delle esistenze, nel rapporto tra generazioni. Le pulsioni, che portano a esperienze fluide di vita, rimettono in gioco soggetto, desiderio, corpo, materialità economica, relazioni, toccando un nodo simbolico che ci è sempre stato a cuore, quello tra libertà e necessità. Sta a noi e a chi partecipa a questo seminario trovare il filo di senso nella lettura degli spostamenti che stiamo vivendo.”

Così il filo che mi guiderà è quello, doppio, di tenere a quel punto di incrocio che tiene la tensione fra i due poli e d’altra parte di farmi condurre dall’idea che quando quell’equilibrio si sbilancia da un lato o dall’altro il risultato è un regime di indifferenza, con tinte diverse, ma che entrambe minacciano il mantenimento di quel punto di leva, la scommessa di una ricerca del senso libero della differenza, come pure la ricerca di vivere liberamente la condizione che ci è data, di tenere insieme libertà e necessità, quel che non dipende da noi e quel che dipende da noi, nel che sta l’avventura della nostra condizione al mondo.

I due poli corrispondono a due tendenze: 1) differenza come mera necessità e impotenza, e 2) indifferenza come totale libertà del senso e strategia di gestione ed eliminazione dalla differenza. Questi hanno agito congiuntamente producendo l’incastro di non libertà femminile da cui si è disincastrato il femminismo, reagendo al fatto storico del vigere un senso non libero, coatto, della differenza, risultante dall’agire congiunto, per quanto apparentemente contraddittorio, di entrambe le tendenze.

Il femminismo della differenza, ma il femminismo in quanto tale, nasce in polemica con la lettura di un processo di emancipazione femminile inteso come lotta per l’uguaglianza e l’inclusione in nome dell’universalità e dei diritti neutri promessi dalla modernità. Il nominare la differenza aveva quindi come obiettivo da contrastare l’indifferenza del progetto egualitario ed emancipativo che puntava all’eliminazione della differenza come significativa e significante, senza senso, o per un senso libero dalla differenza. D’altra parte il nominare un senso libero della differenza aveva un altro obiettivo polemico, quello, imponente, di una differenza inferiorizzante, il cui senso era coatto, non libero, storicamente imposto da un ruolo che rendeva la differenza sessuale un destino assegnando le donne ad un ruolo prestabilito e non da loro stesse determinato. Si trattava della naturalizzazione di un dominio maschile sulle donne. Differenza sì, ma senza libertà.

Insomma il femminismo nasce per aprire l’incastro tra due vie che sembravano obbligate, un dilemma: da una parte differenza femminile senza libertà, dall’altro libertà a spese della differenza femminile. Questo dilemma, questo paradosso, questo vero e proprio double bind, è stato nominato con chiarezza vedendone la nefasta natura da più parti: penso a Joan Scott, ad esempio, che ne ricostruì la natura e lo sviluppo storico. Per parecchio circolò una chiave interpretativa (peraltro semplificatoria) che leggeva il femminismo come preso dal cosiddetto “dilemma di Wollstonecraft” tra uguaglianza e differenza. Il femminismo della differenza fece saltare esattamente quel dilemma letale, questa fu la sua scommessa.

A distanza di tempo si può chiedersi se sia stata una scommessa vinta o no. Certo quando si disse che il patriarcato è morto, che la libertà femminile è venuta al mondo, si percepì con gioia una vittoria, col che però si disse che c’era poco da ridere e che la scommessa era ancora in campo.

C’è stato un cambiamento, sì, l’essenziale è avvenuto, il taglio è stato fatto, ma ciò non significa affatto che la scommessa sia finita o che il femminismo possa essere consegnato al passato, anch’esso finito. Tenere a quel punto di leva del senso libero della differenza sessuale è una scommessa che non si chiude, se non al costo che lo spazio della libertà si chiuda schiacciato dalla pressione dei due poli che ho detto. E’ una situazione, e un pericolo, che abbiamo davanti agli occhi. Nel dibattito odierno le due tendenze si fronteggiano e cercano di chiudere quello spazio. L’esempio più attuale e vistoso è il conflitto intorno al gender e alla differenza sessuale che coinvolge da una parte la Chiesa cattolica e dall’altra la gender theory, o almeno una sua versione di comodo.

Insomma da entrambe le tradizioni c’è un ripresentarsi: la tradizione della differenza non libera ma destinata al ruolo femminile materno nella coppia eterosessuale viene difesa dai cattolici contro il gender, quale stravolgimento dell’ordine naturale dei sessi e paladino dell’omosessualità. Peraltro il gender si fa erede della tradizione dell’eguaglianza, della neutralità e dell’indifferenza sessuale mostrando che poco ha a che fare con il femminismo della differenza, se non nell’essere nemico dei tradizionali ruoli sessuali.

Nella situazione odierna, non solo in questa ultima polemica, si ripropone quella tenace lotta tra due poli dei quali l’uno sembra voler prendere il sopravvento sull’altro e quel che suggerisco è che ciò che si produce è un effetto di indifferenza. Il filo che propongo di tenere è così l’indifferenza, non solo perché è la tonalità grigia dell’indifferenza a emergere come risultante dall’apparente esplodere multicolore delle differenze che sembra segnare il quadro interpretativo dominante del tempo presente, ma anche perché questo corrisponde al percorso che ho fatto personalmente con il femminismo, quello di molte, e azzarderei anche al percorso del femminismo stesso come lo ho conosciuto. Ciò da cui sono partita, ciò da cui il femminismo mi ha liberata, non è stato solo, o tanto, la costrizione di una differenza inferiorizzata, il destino femminile di oppressione, il ruolo prestabilito, la natura che è destino o simili, ma piuttosto la dimensione altrettanto coatta di una presunta indifferenza sessuale come via di affermazione di libertà. Le donne della mia generazione, e quelle prima di me che hanno vissuto la fase del cosiddetto femminismo storico, avevano a che fare con un quadro consolidato nella modernità che era quello dell’emancipazione attraverso l’uguaglianza: da quello si sono separate. Suggerisco di pensare in termini di indifferenza sessuale però, più che di uguaglianza, perché mi sembra ora renda meglio il senso di quel progetto. E’ peraltro un termine già spesso usato, in particolare penso a Irigaray, ma non è stata la sola. Wanda Tommasi ha usato a suo tempo il termine “neutro” nel suo La tentazione del neutro nel primo libro di Diotima15.

La doppia ingiunzione della differenza indifferente

Agli inizi di Diotima si disse, raccogliendo l’invito di Luce Irigaray, che la differenza sessuale era la questione che il nostro tempo aveva da pensare, e anche che era un impensato, un inaudito16 che il femminismo portava al mondo, qualcosa di nuovo, uno spazio non transitato, una dimensione non detta, non scritta, non vissuta precedentemente, un altro mondo da mettere al mondo. Di lì è cominciato un difficile lavoro di rapporto con il passato: si è detto di come la storia e la storia del pensiero fossero stata monosessuate, androcentriche, che si trattava di un pensiero che si era detto universale quando aveva universalizzato l’esperienza maschile, che l’Uomo era sempre stato in realtà il Maschio, l’umano sessuato al maschile che aveva negato la differenza sessuale e significato insieme se stesso come misura e per differenza il sesso femminile. Tutte cose ormai consolidate e che hanno dato origine a una grande produzione di pensiero femminista, certo non solo da parte nostra, ma anche da tante che si collocano nella teoria femminista o nell’impostazione della gender theory.

Su questo c’è ormai un ampio convenire e un sapere prodotto da donne, e anche da uomini, imponente, sebbene sia sempre stupefacente quanto continui a essere ignorato dalla produzione culturale dominante che resta, letteralmente, indifferente. Si tratta di un trasformazione imprescindibile che assumo e che credo debba stare alla base di qualsiasi forma di produzione di senso che voglia essere sensata e aspiri a dire la realtà. Voglio qui metterne in luce un carattere che non lo corregge sostanzialmente, ma ne sottolinea un aspetto di funzionamento che ha a che fare con i due poli che voglio evidenziare.

Quando si dice che abbiamo alle spalle, e forse ancora davanti, una storia di pensiero maschile/universale dobbiamo concentrarci su quanto questo significhi le due cose nel contempo: l’espressione di una differenza sessuale maschile dominante e una femminile dominata e insieme quella di una universalità indifferente alla sessuazione. Si è usata la qualifica di “falsa universalità” o simili, ma vorrei notare qui come funzionassero due aspetti, la differenza maschile manifestata e quindi riconosciuta di fatto, e dall’altro quello di una neutralità indifferente. Questo produceva dal lato femminile l’effetto da una parte di una differenza sessuale inferiorizzante e naturale meno che umana e definita per differenza, ma certo rilevante, e dall’altro lato un discorso di presunta liberazione dove la differenza sessuale era irrilevante e indifferente17.

Per dirla grossolanamente: nelle società premoderne la differenza sessuale non era certo indifferente (anche se la filosofia già faceva il discorso del neutro), nella società moderna è prevalsa la linea dell’indifferenza, ma entrambe sono sempre state operative, le due insieme.

C’è stata, insomma, una lunga storia di “pensiero dell’indifferenza sessuale” che era fasulla, era della differenza maschile ed era di indifferenza a parole e differenza nella realtà, quando non era apertamente di differenza dominante. Nella modernità questa storia dell’indifferenza è diventata quella dell’uguaglianza, ugualmente fasulla (e questa tendenza permane) testimonianza non solo della malafede e della volontà di dominio, ma anche di una profonda difficoltà di stare alla differenza. Certo ciò ha prodotto, almeno per le donne, una difficoltà ancora maggiore: quella di essere sottoposte a una vera doppia ingiunzione, della differenza e dell’indifferenza. Una contraddizione, un’aporia che spiega il dispendio infinito di energie femminili spese per il lavoro di Sisifo dell’uguaglianza e il suo presunto regime di indifferenza di diritto che conviveva con il regime della differenza inferiorizzante di fatto.

Era la storia della “differenza indifferente”, una specie di “come se” a livello del discorso evolutasi soprattutto in quella particolare forma di discorso che è la norma, indifferenza nella legge. C’è una negazione della differenza nella affermazione dell’indifferenza, ma non ha mai funzionato davvero, né può funzionare: la differenza resiste e si ripropone18 (in effetti c’è da chiedersi se mai gli uomini abbiano creduto davvero nell’indifferenza sessuale, ne dubito…).

Questo doppio regime della differenza indifferente, ma agente in modo non libero è stato l’architettura di una lunga storia che si è fatta ordine simbolico, sociale, economico, un ordine e un progetto, peraltro, la cui contraddittorietà di basarsi insieme sulla differenza e sulla indifferenza ha rivelato un tratto suicida quando nella modernità capitalista il progetto dell’uguaglianza è stato esteso alle donne, minando il pilastro stesso di quell’ordine.

Il femminismo ha interrotto questa storia, e davvero la definizione di ricerca del senso libero della differenza sessuale è appropriato: libero perché la differenza femminile ha preso a parlare nominando con ciò la differenza stessa in un modo non “fasullo” e coatto. Si è così entrati in un altro regime di verità e di civiltà, si è aperta la possibilità di una prassi di verità e di condivisione, di convivenza, come dice Irigaray un mondo di due in una interlocuzione, questo grazie alla apertura di un mondo comune di donne anch’esso costruito nella interlocuzione, in una prassi, si è aperto uno spazio tra quei due poli19.

Ma la possibilità di quel mondo non ha significato la sua realizzazione, l’annuncio della morte del patriarcato non aveva certo quel senso. Quel che è avvenuto è che ci si è immessi in una fase di trasformazione e di conflitto simbolico e materiale che è il nostro presente. Si è aperto sì lo spazio di un diverso ordine di senso e di rapporti portato dalla libertà femminile e dalla rivoluzione femminista, ma il doppio regime della differenza indifferente non è venuto meno. Esso da due lati spinge a chiudere quell’apertura e quella possibilità: dal lato della differenza non libera e anche dal lato della differenza indifferente.

Così interrogarsi sulle trasformazioni in atto, quelle delle odierne tendenze di un ordine che potremmo definire di crisi del capitalismo post-patriarcale, significa guardare a come in esso si manifesti il conflitto simbolico e materiale tra le tradizionali due tendenze ordinatrici, convissute a lungo, della differenza coatta, dell’indifferenza e ora anche del senso libero della differenza sessuale.

Tornando alla domanda di questo seminario: le trasformazioni e le sperimentazioni fluide cui assistiamo e che viviamo mettono in discussione la differenza sessuale come taglio che ordina e produce intelligenza della realtà e cambiamento? Si tratta di vedere se, e come, queste trasformazioni e sperimentazioni, che comunque si collocano in un orizzonte mutato dalla libertà femminile, si situino in quel conflitto, se stiano nell’ordine di quell’apertura di senso libero della differenza sessuale o se non siano invece sbilanciate dall’uno o dall’altro polo del riproporsi della differenza non libera o della tendenza all’indifferenza.

Insomma, quelle trasformazioni come e quanto hanno a che fare con il senso libero della differenza sessuale? Ne sono un risultato, ovvero ormai il senso libero è venuto al mondo per il taglio della differenza e si sviluppa in modalità varie delle quali c’è da chiedersi se siano o meno coerenti con quell’origine nella differenza sessuale, oppure sono riportabili ad una traiettoria diversa, quella dell’indifferenza sessuale o della differenza inferiorizzante? Cioè sono sviluppi ipermoderni di una modernità che si è posta sotto il segno dell’indifferenza (a parole) e della differenza coatta (nei fatti)? O ancora c’è una mescolanza e una interazione dei due? Questi sviluppi come si possono inquadrare in un conflitto simbolico sulla differenza, o del senso del femminismo?

I segnali non sono univoci, nella trasformazione c’è disordine, mescolanza: lungi dal rendere obsoleta la differenza sessuale come interpretante è proprio il senso libero della differenza a poter essere di aiuto nella comprensione della realtà presente, delle forze, dei segni, dei desideri, delle tendenze che in essa si danno in modo spesso opaco, nel venir meno delle vecchie regolazioni, nell’emergere di nuovo o nel loro confliggere.

Certamente c’è poco da dubitare che il nodo della differenza sessuale sia quello su quale il conflitto verte. Non sto a dire quanto io sia convinta che anche il conflitto geopolitico, economico e simbolico in atto, il delinearsi di una vera e propria guerra dell’Occidente con modelli di società che si oppongono alla globalizzazione abbia al suo cuore comunque la questione della differenza sessuale, mi limito a guardare ad alcuni scontri che sono in primo piano sulla scena occidentale odierna.

Basta una occhiata ai titoli dei nostri giornali in questo periodo: si dividono tra le notizie di quella che è stata chiamata la “terza guerra mondiale a pezzi”, la crisi economica-finanziaria e il dibattere di questioni che riguardano le relazioni tra i sessi e le loro trasformazioni rispetto alle modalità tradizionali e normate. Nessuno dubita che le prime due questioni siano strettamente connesse, decisamente meno attenzione c’è al fatto che la terza, lo stato della regolazione dei rapporti tra i sessi, lungi dall’essere secondaria, stia al cuore delle trasformazioni che investono anche le altre due.

Nel contesto di questa temperie di cambiamento e delle sperimentazioni in atto si intrecciano nuovamente i due fili tradizionali che ho indicato: uno viene dalla traiettoria dell’indifferenza, uno da quello della differenza non libera. Ma c’è un altro filo, il filo d’oro della differenza libera. Questo è stato filato a partire dall’evento del femminismo, in forza del quale un nuovo senso libero è venuto al mondo. La rivoluzione femminista, che è stata simbolica ma ha avuto effetti non solo di senso bensì storico-materiali, ha cambiato anche il significato, la forza e la direzione delle altre due storiche traiettorie nonché il loro perverso equilibrio di complementarietà e contrarietà. Quest’ultimo tende a riproporsi, come nella lunga vicenda del patriarcato e della sua versione moderna nel modo di produzione capitalistico, ma ora in un campo di tensione mutato insieme dall’intervento di un altro polo di forza, un altro soggetto attrattore di un altro ordine, e dalle relative trasformazioni che questo ha indotto su quella storia di capitalismo patriarcale.

Si assiste insomma a un sommovimento inedito che travolge e rimette in questione l’ambigua alleanza delle due storiche tendenze e il loro reciproco (apparente) contendere a fronte dell’entrata in campo di un fattore nuovo. Da entrambi i lati sembra prospettarsi un aggiornamento che per certi versi registra la rivoluzione femminista, ma in un modo spurio dove alla reazione di riconfigurazione complessiva al nuovo si mescola il permanere inerziale, o funzionale, delle vecchie dinamiche di conflitto, delle loro chiavi interpretative e delle loro logiche e strategie discorsive. A volte verrebbe la tentazione di dire che quasi nemmeno c’è la consapevolezza che quantomeno si è aperta una partita a tre, se non fosse che si tratterebbe di una tentazione ingenua. L’esclusione della terza incomoda, la libertà femminile, è sempre stato il senso di quella partita a due. Un gioco che ha funzionato, forse, fin troppo perché lo si possa rilanciare, ma che nemmeno si può pensare di sostituire semplicemente con un gioco delle tre carte. La storia insegna che facilmente le partite a tre diventano un gioco di tre bussolotti dove il terzo lungi da godere tra i due litiganti viene fatto fuori dopo utili e fasulle alleanze con uno dei due. Avvertimento anche a non indulgere a godere della posizione terza quando i due litiganti si mostrano i muscoli.

C’è confusione e quando la confusione è grande sotto il cielo la situazione è ottima sì, ma anche rischiosa. Tanto più se la risultante sembra essere un regime di indifferenza generalizzata, il che è già la sconfitta della differenza. Leggere il presente con intelligenza del reale è una impresa tanto difficile quanto ineludibile, leggerlo e agirlo con l’intelligenza della libera differenza. Sono in atto cambiamenti che hanno un aspetto vistoso e drammatizzato, la cui esteriorità prende la ribalta, ma altrettanto forti sono i cambiamenti che stanno avvenendo sul piano delle interiorità soggettive più intime e discoste dalla visibilità. Le pratiche del femminismo dicono che sono questi ad essere orientanti, a muovere in profondità il movimento della realtà e a poterla illuminare. A questi va fatta attenzione, nondimeno il campo di battaglia delle trasformazioni soggettive come quello dei desideri anche minuti non è meno spurio e conflittuale di quello delle cosiddette condizioni materiali, oggettive, del piano dove si svolge il conflitto “grande”. Se è vero che oggi la stretta di quella doppia ingiunzione si è fatta meno asfissiante per un desiderio libero, e che la “schivata”, come la chiama Luisa Muraro, può essere meno acrobatica perché al mondo si è fatto spazio al suo movimento, ciò nonostante non far schiacciare nuovamente il punto di incrocio a cui siamo, perché possa far da punto di leva, richiede ancora una notevole arte funambolica e soprattutto capacità di discrimine, saper usare il taglio della differenza. Soprattutto quando la spinta del desiderio stessa su cui il femminismo ha scommesso è diventata ancor più enigmatica e bisognosa di interrogazione e davvero di una “politica del desiderio”20 in un panorama dove alla cosiddetta caduta del regime di proibizione in nome del padre si accompagna una vera e propria guerra economico-simbolica per accaparrarsi il proliferare di desideri in “libera” uscita. Su questa interrogazione del desiderio porta l’attenzione Wanda Tommasi in questo seminario21, da parte mia avanzo una ricognizione, cursoria, di alcune aree che nel nostro presente sono coinvolte da un conflitto che investe la differenza sessuale, cercando di riconoscervi l’agire delle due tendenze che ho detto (differenza non libera, indifferenza sessuale) e le modalità del riconfigurarsi della loro perversa alleanza, raccogliendo l’invito dell’introduzione al seminario che poneva l’urgenza di confrontarsi con le trasformazioni presenti soprattutto per quanto riguarda le sperimentazioni fluide di vita e di forme di rapporto tra i sessi legate al nuovo contesto “postumano” e agli sviluppi tecnologici e biotecnologici.

Le aree che considero sono: 1) l’odierna controversia che ha contrapposto alcune posizioni ufficiali cattoliche e gender theory; 2) lo sviluppo delle teorie queer e la centralità della questione della sessualità; 3) l’accento posto sul cosiddetto “postumano” e in particolare la proposta femminista di Rosi Braidotti; 4) l’appellarsi alla psicoanalisi, specie di matrice lacaniana, come baluardo di difesa della differenza sessuale contro l’avanzare dell’indifferenza sessuale.

Non ho la pretesa di una analisi articolata, mi limito a formulare alcuni spunti di pensiero e questioni, a volte solo delle domande o delle perplessità, che mi sono venute alla mente transitando per quelle aree con la guida del filo che ho detto.


A volte ritornano

La Chiesa cattolica e la polemica sul gender Proprio in questi giorni sono in corso i lavori preparatori del Sinodo straordinario sulle famiglie, non così strana coincidenza con il nostro seminario di quest’anno, entrambi sono sollecitati dalle trasformazioni che hanno coinvolto le forme tradizionali di rapporto tra i sessi. Oltre a ciò c’è un altro inquietante coincidere: da tempo, ma di recente con maggiore insistenza, da parte cattolica si è mosso un vero e proprio attacco alle teorie del gender e all’uso stesso del termine gender, un attacco che ha fatto viceversa perno sull’idea di differenza sessuale. Non solo pronunciamenti ufficiali, ma anche prese di posizione di tipo teorico e filosofico che in molti casi hanno fatto riferimento direttamente o indirettamente al pensiero della differenza e a posizioni a noi vicine. Alcuni argomenti portati, anche da parte di filosofe avvertite, sono apparsi non solo vicini, ma addirittura a prima vista coincidenti con quelli articolati anche da noi22. Si è parlato di un’alleanza tra la Chiesa e il pensiero della differenza: forse alcune lo hanno visto con soddisfazione come un riconoscimento, mentre altre (con forse ancor più soddisfazione) ci hanno visto lo svelamento di quanto il pensiero della differenza fosse in realtà una teoria conservatrice e retrograda, collusa con la difesa dei ruoli tradizionali, del destino naturalmente materno delle donne e della eterosessualità normativa. Invece ad altre tutta la cosa è suonata male: per quanto mi riguarda sono tra queste ultime. Manco di fede e di educazione cattolica, se non quel catechismo fatto poco e male da bimba (per cedimento all’abitudine da parte di una famiglia laica dove il cattolicesimo era sospetto di scarso rigore morale), le mie conoscenze in campo religioso e teologico mi vengono dalla filosofia e dallo studio della mistica femminile, non proprio il massimo per rendermi fiduciosa nei confronti delle posizioni ufficiali delle istituzioni ecclesiastiche. Ma non è questo il punto di ciò che dà conto di quel suonarmi male della polemica in corso (si è usato anche l’argomento del diffondersi dell’indifferenza sessuale, cosa che mi ha turbata) della quale mi sono sentita costretta, di mala voglia, a informarmi per l’effetto che provocava sulla percezione nel dibattito pubblico della differenza sessuale e del gender. Diverso era stato, ed è, il mio interesse quando era stato mosso dalle riflessioni di donne, cattoliche e più in generale cristiane, che si erano avvicinate al pensiero della differenza in una chiave femminista o di libertà femminile. In questa occasione, invece, sono state sulla scena della discussione posizioni para-ufficiali e piuttosto donne che hanno usato il pensiero della differenza in ossequio alle posizioni del Vaticano. Dico quindi relativamente all’effetto di senso che la polemica mi pare aver manifestato. Rispetto a questo la chiave che ho proposto, dell’agire di due spinte contrarie, l’una a naturalizzare e rendere “destinale” la differenza sessuale in un ruolo, l’altra a fare della differenza qualcosa di indifferente passibile di scelta, mi sembra ben si adatti alla lettura della polemica. Nella “difesa” cattolica della differenza sessuale quest’ultima sembra ottenere un riconoscimento, ma in quanto essa si traduce in un ruolo sessuale, familiare, sociale e “naturalmente” obbligato. La differenza sessuale si riempie dei contenuti, per quanto valorizzati, del “femminile”, senza soluzione di continuità. Peccato che quella “soluzione di continuità” sia appunto la libertà femminile. Insomma ci sarà anche la differenza, ma manca il senso libero della differenza. La libertà rispetto alla differenza sessuale viene piuttosto confusa con la libertà di scegliere liberamente i ruoli sessuali e l’identità sessuale stessa (pressoché identificate) e ciò viene attribuito alla gender theory, peraltro ricostruita in una versione tutta finalizzata a fungere da nemico che propugna l’indifferenza sessuale, se non propaganda l’omosessualità o la perversione o simili.

Da quel che ho letto il punto critico è sempre quello: si afferma una differenza sessuale valorizzata in quanto coniugata con l’eterosessualità naturale e con la difesa dei ruoli femminili materno e di cura. Può essere che questa confusione, specie la seconda, sia stata presente anche nell’avvicinamento di donne cattoliche e cristiane al pensiero della differenza, e posso persino ammettere che sia albergata anche in una parte del pensiero della differenza e del femminismo, ma qui diviene, letteralmente, la norma.

Le posizioni ufficiali (non so in che misura avvertite quantomeno di quanto elaborato dal femminismo cristiano) verranno sottoposte a discussione al Sinodo, cosa della quale non riesco peraltro a dimenticare il tratto esilarante: un gruppo di maschi votati alla castità che giudica in materia di sesso e di rapporti tra i sessi23. Auspico che voci femminili e femministe si rendano più udibili senza per questo porsi nella presunta necessità di farsi difensore delle teorie del gender24.


Gender theory
E’ un gioco di parole scontato, ma davvero la prima avvertenza nel guardare alla polemica in corso è quella di rilevare quanto il riferimento al “genere” sia diventato generico. Non sono la prima a dirlo, è stato lamentato più volte dalla parte di chi se ne è levato in difesa. Penso in particolare, in Italia, alle posizioni delle storiche della SIS che hanno riportato il gender al suo significato di categoria interpretativa nella accezione datane a suo tempo da Joan Scott: una “correzione” legittima ma che considero riduttiva, come lo sono quelle altre che hanno precisato come sia siano accomunate e nella polemica posizioni varie e diverse con l’intento di costruire un nemico di comodo. Vero, ma è una linea difensiva debole e che non non tiene conto del piano degli effetti di senso complessivi, dell’impatto simbolico e politico che l’invenzione del concetto di gender ha avuto, e che voleva avere, non rendendogli nemmeno giustizia. Una certa quota di genericità è da mettersi in conto se si vuol riconoscere all’approccio del gender la scommessa di generalità che ha fatto e anche è riuscito a vincere. Lo dico con rammarico, avendolo visto dalla sua nascita in modo fortemente critico. Nemmeno io voglio troppo generalizzare, e non voglio negare che sotto questa etichetta sia stato fatto moltissimo lavoro femminile e femminista di ottima qualità e prezioso. D’altra parte non si può nemmeno negare che quello che usa la prospettiva del gender sia diventato il pensiero femminile mainstream e che sia quasi riuscito a monopolizzare quel che vien detto nel senso comune “femminismo”, diventando però propriamente una sorta di istituzionalizzato “femminismo di stato”, erede più accorto dell’emancipazionismo e sostanzialmente del progetto dell’uguaglianza. Non tutte le posizioni gender sono state così neutralizzate in una strategia inclusiva di normalizzazione del femminismo e delle donne, alcune sue versioni mantengono una certa radicalità e questa è più diffusa nelle filiazioni GLBT e queer. Quanto alla parte dominante, direi che la parabola del gender ha confermato la diffidenza che il pensiero della differenza aveva agli inizi nei suoi confronti. Un sentimento reciproco visto che proprio dal gender sono venuti pesanti attacchi alla differenza sessuale, accusata di stare solo sul lato della naturalità, di essere una posizione essenzialista, retrograda e tradizionalista, passivamente e miticamente legata alla corporeità del sex, negatrice della libertà, ingenua o collusa, inconsapevole della potenza dei discorsi e del senso nella costruzione della realtà, mammista, etc..

Non mi perito di essere un po’ generica, quindi, dicendo che, secondo la polarità che ho proposto, le teorie gender si sono collocate tutte sul lato della libertà del senso, finendo per dimenticare il corpo. La loro matrice costruttivista e l’eredità dello strutturalismo le hanno condotte in una sorta di esaltazione dell’onnipotenza del linguaggio, che ha finito per raccogliere la bandiera del soggetto individuo indipendente artefice di se stesso e neutro della modernità. Davvero una traiettoria che mira diritta, e di diritto, all’indifferenza sessuale. Perfettamente in continuità con il progetto moderno e illuminista dell’uguaglianza e, come lo era quello, congruente con le necessità dell’affermazione del modo di produzione capitalistico patriarcale. In merito suggerisco questa analogia: l’uguaglianza sta alla nascita del capitalismo patriarcale come l’indifferenza del gender alle attuali trasformazioni del capitalismo postpatriarcale in crisi. Una medesima tendenza all’indifferenziazione della forza lavoro, alla fruibilità generale, alla creazione di differenze indifferenti accettabili solo in quanto entrano sul mercato. Come ho sostenuto sopra, l’ordine della prima coppia di quella proporzione si reggeva in realtà sulla doppia ingiunzione della differenza indifferente, c’è da giurare che anche l’ordine della seconda coppia nasconda un omologo dispositivo letale. Tornerò più avanti su questo.

Ritornando alla genericità del genere, occorrerebbe sospenderla per fare un discorso a parte almeno per Judith Butler, alla quale viene fatto comunemente riferimento come teorica del gender e che in più occasioni si è pronunciate sulle posizioni vaticane. Butler è indubbiamente una delle pensatrici femministe più di rilievo e personalmente apprezzo molto il suo lavoro e lo seguo avidamente, anche quando non lo condivido. Sebbene io abbia avvertito nelle sue produzioni più recenti una maggiore prossimità (penso alla questione della passività soprattutto25) e lei abbia dialogato apertamente con il pensiero della differenza rivedendo alcuni giudizi -e ammettendo che ai tempi dei primi libri era convinta che il pensiero della differenza sessuale fosse una teoria della eterosessualità-, ha però in più occasioni e con diversi interlocutori e interlocutrici rifiutato con la differenza sessuale l’idea stessa di ritenere il corpo non un costrutto, spingendosi a parlare di “fine della differenza sessuale”. Certo, proprio nel farlo ha però scritto parole che indicano una apertura a una visione dove la differenza sessuale sia riconosciuta e assunta nel segno di una libertà che non è dalla differenza stessa26.

L’impianto individualistico e indifferenziante del gender come emancipazione dalla differenza sessuale è invece riconoscibile in quelle posizioni che hanno puntato alla desessuazione dei rapporti parentali, alla lotta contro le discriminazioni in chiave paritaria, o si sono concentrate sulla difesa dei diritti omosessuali nell’ambito del matrimonio gay e delle adozioni.

E vengo con ciò alle dolenti note dei punti roventi della polemica odierna, guarda caso proprio quelli che, delle trasformazioni in corso, investono maggiormente il terreno della istituzionalizzione delle relazioni sessuali e contemporaneamente un processo mimetico della tradizionale coppia eterosessuale e del suo modello “edipico” come perno della forma sociale della famiglia. Con ciò ho già dichiarato quale sia la prospettiva con la quale vedo la cosa, la stessa che ho sostenuto fin qui di una riconfigurazione della regolazione socio-simbolica della differenza indifferente che in questo caso si manifesta sul piano della normazione dei rapporti tra i sessi. Essendo per sua natura un piano che dovrebbe tendere, appunto, ad appiattire le differenze con la pialla della neutralità e dell’uguaglianza, con gli individui come punti di applicazione, è inevitabile che su di esso si manifestino le contraddizioni più aspre. Il pensiero femminista ha insistito innumerevoli volte su come la differenza sessuale sia un cuneo che incrina in profondità la presunta equa superficie del diritto e su quanto sia inclinato e scivoloso il piano dell’uguaglianza, tanto più imboccandolo brandendo la bandiera dei suoi diritti. Tenere il taglio della differenza sessuale espone così fatalmente al dire parole “politicamente scorrette”. Mi preparo a che lo suonino, e non sarà nemmeno l’unico difetto del dire qualcosa sui nodi sui quali si accanisce il dibattito pubblico, bisognerebbe essere capaci di tagliarli perché così come sono assuccati non si possono sciogliere.


Il nodo matrimoniale
Diffido dell’istituto del matrimonio, non mi è mai piaciuto che la legge e lo Stato vengano messi in mezzo nelle relazioni dove ne va dell’amore, e l’esperienza di fine di relazione mia e di amiche sposate mi ha rafforzata in questa convinzione. Solitamente mi è stata fatta l’obiezione della tutela, un argomento che si invoca anche riguardo il riconoscimento di coppie di fatto etero e omosessuali e che trovo solo parzialmente convincente: per l’essenziale il diritto non può granché. Quanto alla richiesta di matrimonio sulla base dei diritti individuali paritari questa è coerente con il progetto emancipatorio dell’uguaglianza tra i sessi, e mi pare altrettanto, se non più, viziata da una ricerca di mimetismo e normalizzazione che poco riesco a condividere. O meglio: la posso comprendere quando penso alle esperienze soggettive, meno se penso al valore politico e simbolico che hanno avuto e hanno le relazioni che rompono l’eterosessualità normativa. Ma non si tratta di un valore che possa essere, a sua volta, apposto estrinsecamente al significato che riconosce chi vive direttamente la sua esperienza, la radicalità non si fa per procura. E’ difficile per me non sentire una tonalità di finzione di indifferenza nelle modalità con le quali le richieste di riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali sono in genere poste, ma certo sono sensibile alla salvaguardia delle storie e scelte singolari, che la norma quanto meno non deve penalizzare in omaggio ad una tradizione fondata su un pregiudizio omofobo. Affidare speranze di riconoscimento di senso al diritto è nondimeno una fantasia, lo insegna il femminismo, e una fantasia pericolosa. La giustizia è rappresentata con una bilancia uguale, cieca e con una spada e forse quell’immagine aiuta a ricordare quanto poco ci veda, quanto poco pesi la differenza e quanto non sia un fioretto quello che impugna, ma un grosso spadone. Il diritto è uno strumento rozzo e violento, chiunque lo impugni e in nome di qualsiasi bene. Tanto più se il mondo dove interviene è fragile e fine come quello delle relazioni, figuriamoci quello delle relazioni amorose e sessuali o generative dove la differenza sessuale è in gioco. Non è bonificabile la differenza in queste questioni in termini di diritto, per questo eviterei il più possibile di legiferare, facendolo al minimo delle garanzie irrinunciabili e lasciando alla regolazione che le varie relazioni riescono a fare e a disfare. Sono poco realista, mi dicono, ma invece lo sono assai. Ma perché chiamarlo matrimonio, c’è chi si chiede, e in effetti si parla molto delle unioni civili. Sì, c’è un che di stonato nell’uso di quella parola. Troppo legata alla storia di un ordine patriarcale che è morto. Ancora, sì, eppure la volontà di usare quel termine forse segnala anche altro da una ricerca di normalizzazione mimetica. L’etimologia dice che si tratta di un munus, un dovere, una funzione che spetta alle donne in quanto madri, di contro al dovere dei padri che è il patrimonio. Distribuzione obbligata di compiti materiali e “morali” del regime del patriarcato che destinava la differenza sessuale, e i soggetti sessuati, a un ruolo e a un destino senza libertà. Ma in quella parola si può riconoscere anche la memoria di un ordine, un ambito, un principio altro da quello del nome del padre e da quello mercantile del patrimonio. Un confine alla libertà, indubbio, ma anche un limite e la percezione di un altro ordine di rapporti cui si dà come riferimento la madre. Se a quest’altro ordine simbolico in nome della madre si intendesse richiamarsi cercando un matrimonio non sarebbe un brutto segno. Certo quell’ordine porta con sé anche una asimmetria nella differenza sessuale e un riconoscimento di autorità e potenza materna che è appunto ciò che è tanto “politicamente scorretto” nominare quando la questione è posta nei termini, davvero patrimoniali, nei quali è formulato l’impianto individualistico dei diritti.


Il nodo della generazione
Questo è un nodo ancor più intricato, e a renderlo tale è proprio la finzione dell’indifferenza sessuale, il far finta che la differenza sessuale non sia rilevante pretendendo di affrontare la questione a prescinderne. Parlare qui di diritti e di individui neutri che ne sono portatori porta la discussione a venir condotta su un piano talmente astratto e avulso dal linguaggio comune, e persino dal comune buon senso, che pronunciarsi tenendo presente la condizione della differenza sessuale dà la garanzia di dire cose “scorrette”. Rispetto alla questione della generazione nelle coppie dello stesso sesso e a quella tanto dibattuta delle adozioni sono incline a pensare, in modo del tutto politicamente scorretto, che mi va benissimo se è fra due donne, e anche per una donna sola, mentre il caso di una coppia di uomini o di un uomo solo mi turba. Le donne hanno da sempre tirato su figli, maschi e femmine, da sole o con altre donne (la madre, sorelle, amiche, altre figlie, compagne) nella storica assenza maschile, per non dire che la presenza maschile sovente produceva più problemi che altro. Gli uomini hanno in effetti storicamente costruito un bel po’ di complicazioni con la loro paternità, per ovvie questioni naturali affidata più al riconoscimento nominale per tramite di una donna, e la garanzia della loro genealogia è responsabile di un ordine socio-simbolico che è costato molto alle donne e al mondo. E’ indiscutibile la bellezza e grandezza del desiderio maschile di paternità, ho avuto modo di vederlo in opera e ho speranza in quegli uomini che cercano di viverlo oltre i suoi tradizionali confini. Ma il confine primo è il corpo e la sua capacità di generare, non c’è simmetria tra i sessi. La potenza generatrice del corpo femminile non si salta. Restiamo pur sempre mammiferi. Il dubbio di un desiderio mimetico nella generazione tra maschi e la motivata diffidenza nei confronti del deleterio sogno maschile di generare in un “mondo senza donne” non mi abbandonano. Ammetto che l’asimmetria sul saltare il ruolo maschile nella generazione da parte di una donna non mi turba altrettanto, sebbene non si tratti di una scelta che avrei fatto se non costretta, ma lo dico dalla mia esperienza eterosessuale.

Appellarsi ad un impianto individualistico non è di aiuto, anzi, e ne avverto il rischio dicendo che a fronte di una educazione “istituzionale” una qualsiasi relazione di cura personale, anche di un maschio da solo, che se ne assuma la responsabilità sia da preferirsi. In due già mi preoccupa di più, per il tratto imitativo e sostitutivo che dicevo. Non credo ci siano ricette e di sicuro io non ne ho in mente, tanto più che non ho esperienza di maternità e cura e nemmeno del desiderio di averle. Quel che mi sento di dire è che il punto di partenza sia che la differenza sessuale e la generazione non possano essere rinchiusi nel confine del diritto e non vadano pensati in termini di diritti. Non esiste un diritto a procreare, la cosa sta in ciò che si può e si riesce a fare. Far west dicono, sì, meglio il far west rispetto a una normazione. Certo le tecniche e il mercato possono, la tentazione di regolamentare è forte, ma mi chiedo se il segnale mandato con ciò non sia peggio di ciò che si cerca di regolamentare. Comunque non è che la coppia eterosessuale sia stata chissà che garanzia! D’altra parte una garanzia non lo è nemmeno la maternità, in assoluto.


Queer
Con il termine queer, come nel caso del termine gender, mi succede di essere in difficoltà a parlarne ora prescindendo dalla traiettoria che li ha portati dalla loro innovativa comparsa tanti anni addietro alla loro presenza comune e massiccia nel discorso presente. Rispetto a questa la mia traiettoria è stata di progressiva divergenza: da un iniziale sentimento di contatto, incrocio, interesse e parziale tangenza al precisarsi di una distanza, di un contrasto e una rivalità con l’orientamento della differenza sessuale su cui mi muovevo. Di fondo c’è sempre stato il sentire di una prossimità e una presumibile alleanza politica con esperienze e pratiche di vita e di pensiero che come quelle femministe (e anche dicendosi femministe o richiamandosi al femminismo) mettevano in discussione l’ordine del patriarcato e dell’eterosessualità normativa. Inoltre apprezzavo il lavoro di alcune, soprattutto di Teresa De Lauretis che trovavo lucida e teoricamente coraggiosa, specie nella sua elaborazione sul desiderio e nel suo sforzo di sciogliere la narrazione eterosessuale mettendo in campo il rapporto col corpo materno (sebbene sia stata proprio lei a nominare l’indifferenza sessuale contro la differenza!). Insomma c’era una sorta di credito di fiducia empatico verso certe esperienze soggettive che mi disponeva positivamente nei confronti delle relative elaborazioni teoriche e politiche. Ecco, quest’ultimo riverbero di fiducia è interesse è venuto col tempo scemando. Per dire dell’oggi: resta l’attenzione empatica per pratiche di sperimentazione esistenziale e di relazione che hanno forti elementi di interesse, tanto più quando al di là della scena di gaiezza e liberazione gioiosa del desiderio intuisco percorsi segnati da una sofferenza che vedo radicata all’incrocio tra corpo e senso, sul nodo dolente della differenza sessuale e della suo accedere in libertà alla dimensione della significazione e del desiderio. Riconosco elementi di positività nelle pratiche fluide e nelle sperimentazioni di vita e sessuali. Sono pratiche che si dicono radicate nell’esperienza e nel corpo, che hanno una volontà di trasformazione dell’ordine socio-simbolico, che sperimentano altri regimi di relazione oltre a quelle dell’eterosessualità normativa o quelle della complementarietà, della finzione di parità.

Ma il mio atteggiamento dal punto di vista teorico e politico è però cambiato con il diffondersi delle teorie queer e il loro successo, ho cominciato a guardare agli effetti di senso di queste sperimentazioni che sempre più mi sono parse mettere in discussione la differenza sessuale, alimentando la scena dell’indifferenza sessuale. D’altra parte il pensiero queer si sviluppa da quello gender e ne mutua l’impianto “costruzionista” e fondamentalmente l’atteggiamento egualitario che punta all’indifferenza sessuale forzandone addirittura un certo tratto di onnipotenza rispetto al corpo. Per molto tempo non ho più investito energie nel seguire quanto elaborato sotto l’etichetta queer e ho ripreso a leggere in merito solo nell’ultimo anno, sulla scorta del dibattito acceso e la spinta di alcune amiche più positivamente inclinate. Ho avuto anche piacevoli sorprese, per quanto non tali da farmi mutare la diffidenza maturata nel passato. Pur ammettendo la mia conoscenza limitata, limitata soprattutto alla scrittura e mancante di pratiche di relazione e confronto, quella diffidenza si è confermata in alcuni aspetti e rafforzata in altri. Allora riconoscevo nelle teorie queer una tendenza che entrava in conflitto con il taglio della differenza sessuale e le avevo ascritte ad un progetto politico e teorico che non condividevo e mi sembrava situarsi e legittimarsi nella traiettoria interpretativa mainstream del femminismo che recitava “dalla differenza alle differenze”, una chiave di lettura che contrastavo fortemente giudicandola neutralizzante politicamente e teoricamente. Ma riconoscevo anche l’affinità con la volontà di disidentificarsi dalle posizioni obbligate in forza della differenza sessuale, e la coerenza nel tenere al centro il nodo della sessualità, un po’ troppo abbandonato nel pensiero della differenza. Negli sviluppi odierni poi ho iniziato a rilevare dei tratti meno condivisibili, sia sulla differenza sessuale sia sulla sessualità.

Sulla differenza pensavo rispetto alla prospettiva queer e GLBTQ quello che Francoise Collin sosteneva circa l’omosessualità, che lungi dal mettere in discussione la differenza sessuale ne confermassero la crucialità: la resistenza ostinata degli omosessuali e delle omosessuali alla norma sociale dell’eterosessualità è la prova più eclatante della resistenza della sessualità all’indifferenza dei sessi “27. Ne sono ancora convinta, tuttavia l’insistenza, pur “trasgressiva”, sull’aspetto performativo delle posizioni tradizionali della mascherata femminile e della parata maschile e l’accentuazione di una libertà dai ruoli assegnati alla differenza sessuale che scivola nella liberazione dalla condizione della differenza sessuale nei corpi, mentre ne replica le insegne più trite, mi fa pensare che altra sia la deriva. Non posso fare a meno di chiedermi, poi, quale sia il senso che assume la differenza sessuale quando si porta in primo piano, grazie agli sviluppi della scienza, la possibilità di modificare la condizione della differenza sessuale natale (trans-gender e trans-sex). Non più una condizione, ma una sorta di “variabile corporea” disponibile. Parafrasando il titolo del famoso libro di Judith Butler Corpi che contano, sembra si giunga viceversa a Corpi che non contano poi tanto, o per stare all’originale inglese si passa da Bodies that matter a Bodies that are matter, nel senso di corpi che sono materia. Qualcosa che mi sembra fin troppo in continuità col sogno prometeico antico e ancor più moderno di liberarsi dal peso del corpo e farne qualcosa che dipende totalmente da noi, materia di una mente che li domina28. Rispetto alla linea di lettura che ho proposto dei due poli de “il senso libero della differenza sessuale” le teorie queer mi appaiono sbilanciate talmente sul primo polo da rendere evanescente la differenza sessuale stessa.

In “materia” voglio raccontare un episodio che risuona anche con recenti polemiche sull’educazione a scuola e i progetti sulla parità di genere e contro l’omofobia.


Peluches
– Anni fa, era il 2004 prima dell’esplodere delle polemiche, ho partecipato a un progetto sulla filosofia alle scuole elementari, la cosiddetta Philosophy for Children29, invitata da Marina Santi a incontrare una classe che aveva richiesto di parlare della differenza sessuale. Lo stimolo era venuto da un libro, che avevano letto insieme, dove non si capiva se si parlava di un maschio o una femmina per protagonista e di una sua bambola pure lei di sesso incerto. Ora comprendo meglio quanto questo si inscrivesse in un progetto educativo paritario preciso, allora ancora mi pareva una cosa bizzarra. La lettura di quella storia così neutralmente asessuata aveva sollecitato nei piccoli lettori e lettrici la domanda sulla differenza sessuale: come era possibile capire di che sesso fosse il/la protagonista? Si cercavano indizi: per esempio il fatto che avesse una bambola suggeriva che fosse una femmina? No, rispondevano alcuni, anche i maschi giocano con le bambole. Sì, ma bambole maschi o femmine? E d’altra parte anche questo dal libro non si capiva. Ci si concentrò così sul sesso dei loro giocattoli, in una vera e propria disputa sulla categorizzazione sessuale che arrivò a classificare le “bambole” in maschi, femmine e peluches. Di qui il dibattito si spostò sugli indizi sul sesso del/della protagonista, che aveva un nome non determinante, i suoi caratteri, il carattere, il comportamento. La discussione era accesa, si invocavano i capelli, i vestiti, i comportamenti, il finale dei nomi, ma sempre c’erano controesempi. Assistevo alla discussione che diventava sempre più accanita e cavillosa, stupendomi di come il corpo sembrasse fuori gioco, stranamente per quanto la cosa appassionasse, ancora non ne parlavano. Si arrivò al dibattere del vestirsi da donna o da uomo, e persino dello scegliere di che sesso essere da grandi. Ma anche qui le obiezioni fioccavano: a un bimbo che sosteneva che avrebbe potuto scegliere di fare la femmina una volta cresciuto una bimba rispose “Saresti sempre un maschio sotto, vestito da femmina”. Lui ribattè “Potrei fare una operazione”, al che lei “Ma dovresti fare una operazione genetica, cambiare il dna!”. Alla fine una bimba, che pareva figlia di immigrati per colore della pelle e abbigliamento, diede una chiusa a tutta la faccenda: “Questa differenza è una cosa che non si sceglie, si nasce.” .

Non voglio avanzare una morale della favola, de te fabula narratur come sempre, ricordo che durante lo scambio di battute sull’operazione pensavo fra me e me bambina “E dovresti anche fare una operazione alla memoria!”.

Ho sopra detto di come oltre alla maturata diffidenza circa la sorte della differenza sessuale negli approcci che si dicono queer si aggiungesse anche il maturare di dubbi intorno al nodo della sessualità, che ai primi tempi mi pareva quello sul quale da quell’approccio venivano le cose che sentivo più vicine al femminismo che conoscevo.

Il regime dell’eterosessualità normativa è sempre stato un bersaglio femminista, non è questione che abbia certo aspettato di essere teorizzata nell’ambito delle gender o queer theories, e sarebbe arduo trovare una sua difesa nel femminismo. E non si può sciogliere l’intreccio, nel femminismo, del pensiero e delle pratiche politiche di donne che hanno al centro della loro esperienza l’amore e il desiderio sessuale per altre donne e quelli di donne che li rivolgono agli uomini, in modo esclusivo o meno. Non che sia un intreccio privo di nodi intricati e di lacerazioni, nei tanti fili che lo compongono. Il filo del femminismo è la libertà del desiderio femminile, non dove e come questo si dirige. Rammento bene come soprattutto nei primi anni di Diotima alcune ci vedessero come un gruppo omosessuale intento a produrre una teoria lesbica: rispetto a questo la scelta fu di sottolineare che nel fare una comunità filosofica femminile di sole donne non si trattava di orientamento sessuale, tanto meno di una teoria dell’omosessualità, ma di una omosessualità politica che poneva le condizioni di uno uno spazio aperto ai diversi orientamenti sessuali. Quel che andavamo facendo non era limitato al pensare la sessualità o le pratiche sessuali, ma la differenza sessuale stessa, la sessuazione del soggetto e le condizioni della liberazione del suo desiderio di essere e sul mondo, non le manifestazioni del desiderio sessuale e le sue scelte d’oggetto, per così dire. Il soggetto desiderante e non l’oggetto del desiderio.

Viceversa, ora, volgendo lo sguardo agli sviluppi delle teorie queer e soprattutto a quelle cosiddette GLBTQ rilevo una tendenza alla proliferazione di soggettivazioni sempre più parcellizzate e identitarie (l’acronimo stesso lo segnala), che mi viene il sospetto si dispongano sulla scorta dell’identificazione con l’oggetto desiderato, o meglio con la sessuazione del soggetto-oggetto del desiderio. La differenza sessuale è condizione di un senso libero del desiderio sessuale, non ne predetermina le forme, gli oggetti o le pratiche, piuttosto è il non assumere la differenza sessuale che rischia di alimentare una indifferenza sessuale segnata solo dalla scelta oggettuale e oggettificata. In questa direzione mi sembrano andare alcuni segni: la propensione identitaria della classificazione, l’affidarsi al gioco dell’immaginario ruolizzato ed esasperato, la sottovalutazione della negatività, del trauma e dell’azzardo dell’incontro con la differenza dell’altro o dell’altra verso fantasie pacificatorie e confermative, il rischio di una sessualità messa in scena e performata con perdita della singolarità incarnata e quindi della relazione, il ritorno di un erotismo che sull’altro è mosso più dalle dinamiche dell’identificazione e all’eccitazione del dominio piuttosto che dalla relazione, la centratura solitaria, quasi solipsista della sessualità, la furia combinatoria, la perdita di spessore della singolarità incarnata e sessuata… Sono segnali che andrebbero analizzati e compresi, la mia è una percezione epidermica, manco di una pratica e di una sufficiente riflessione personale e di relazioni che mi possano aiutare a comprendere meglio la natura di alcuni fenomeni di cui ho solo una conoscenza scarsa, mediata dalla teoria e dalla scrittura.

C’è però un altro segnale, quello più importante, che manda la presa che la riflessione GLBTQ ha dimostrato di avere: il bisogno di mettere al centro il nodo della sessualità. Un tratto natale che nel femminismo, e nel femminismo della differenza, è venuto affievolendosi. E’ un difetto che alcune hanno segnalato da tempo e ora la consapevolezza di questa marginalizzazione si è fatta strada, come l’interrogazione su cosa la abbia favorita e gli sforzi di riportare l’esperienza della sessualità esplicitamente al cuore della riflessione e della politica femminista. Come è stato, ed è, al cuore, implicito e contemporaneamente visibilissimo, delle traiettorie della politica sulla scena pubblica30.

La fedeltà all’esperienza e alla significazione della sessualità è il merito delle teorie GLBTQ, va riconosciuto, e anche la loro capacità di interpretare una trasformazione profonda dei nostri modi di vivere sia il sesso sia i rapporti nei e tra i sessi. Si tratta di una trasformazione che certo è stata innescata dalla rivoluzione femminista e dalla liberazione del desiderio femminile, quindi ha un legame a una radice di libertà, al tronco di quell’albero e ai suoi frutti. Ma non c’è solo quella radice né solo il suo sviluppo, come peraltro non era univocamente attribuibile alla libertà femminile la cosiddetta rivoluzione sessuale. La “liberazione sessuale” si è intrecciata col femminismo, sì, ma non ne era il senso e si è trattato di un intreccio ambiguo, sovente di segno opposto. Il rischio che la liberazione sessuale femminile diventasse una mera nuova, compiuta, forma di disponibilità delle donne e dei loro corpi al mercato della sessualità maschile è stato avvertito pienamente nel femminismo. L’attenzione per un rischio analogo è tanto più urgente oggi quando in grande misura è venuto meno il dispositivo della repressione del desiderio e della sessualità a favore di quello, come si suol dire, dell’ingiunzione al godimento o altrimenti della moltiplicazione e ripetizione compulsiva della soddisfazione di desideri, purché inscrivibili nel circuito del consumo.

Come agisce questo rischio rispetto alla trasformazione delle forme di relazione e di vita tra e nei sessi, e quelle che investono la sessualità? E come rispetto alla loro significazione politica? Ci volevano giusto le reazioni di parte cattolica o i sussulti del moralismo benpensante più bieco per rinfrescare il valore trasgressivo e politico della sessualità. Perlopiù la cosiddetta rivoluzione sessuale compiuta non fa problema all’ordine vigente, che anzi ci fa quattrini e in generale ci guadagna in ogni senso. La sessualità è moneta sonante nel regime del libero mercato.

C’è da chiedersi molto, ma molto, seriamente se questa trasformazione e liberazione delle forme della sessualità non sia tutt’altro dalla liberazione della sessualità, come pure di un senso della differenza sessuale, che voleva liberare il desiderio femminile, e anche quello maschile, dai ruoli e dalla eterosessualità normativa. In effetti mi pare che davvero, nelle forme plateali che assume, risponda più all’imperativo al godere in una sorta di frenesia combinatoria e tassonomica coerente con il feticismo delle merci, solo che ora ancor più le merci sono i corpi. Si mettono in circolazione i corpi come moneta e si adorano, ma come nella vecchia lezione marxista si tratta di adorazione di feticci di contatti che si sostituiscono a ciò che desideriamo, cioè le relazioni.

Che trasgressione e che politicità ancora mantiene puntare sulle pratiche performative sessuali fuori dai ruoli codificati dai generi nell’età di youporn, del porno di massa interclassista intersessista, dello scambismo diffuso che fa le vacanze a Cap d’Agde, dei privé che pullulano nelle periferie vicino ai supermercati e ai capannoni industriali dismessi, come dietro casa mia?

Si dirà: ma c’è la significazione politica. D’accordo, ma anche da quel lato i segnali non sono confortanti: una parte di quella politicizzazione è del tutto mimetica e inclusiva, paritaria, volta al riconoscimento di diritti egualitari e neutri, una parte invece rischia di spingere sull’indifferenza sessuale come liberazione della disponibilità del senso della differenza, ma anche della differenza stessa e anche della sessualità. L’indifferenza sessuale disinnesca la differenza sessuale, come ho detto, e direi anche con questa il desiderio sessuale mosso dall’altro, collude con la caduta del desiderio e con la pacificazione dell’incommensurabilità dei sessi e dell’esperienza del rapporto sessuale come tale. Alimentandosi di immaginario e di rapporti che possono tornare alla forma elementare del dominio/sottomissione o alla identificazione speculare, tutto parata e mascherata dell’immaginario più consolidato, sdoganato dall’ironia o dalla trasgressione ludica.

Avverto sotto la grancassa da circo della sessualizzazione liberata il basso tono continuo di una montante neutralità sessuale. La mia mente va ad esempio a Terrore anale di Beatriz Preciado31 dove è la liberazione dell’utilizzo dell’ano come organo sessuale del tutto paritario che si promuove come rivoluzionario, essendo la sua interdizione a essere identificata come inibizione originaria, più importante del vecchio Edipo (per carità chi lo vuole?), finalmente un organo sessuale politicamente corretto con l’eguaglianza moderna, perfettamente equamente fungibile e scambiabile come moneta universale. Il culo, vero protagonista dell’immaginario sessuale capitalista mediatico. Postpatriarcale, se mai lo è, o piuttosto il venire alla luce aperta del nucleo patriarcale omosessuale maschile di una sessualità tutta pensata nella logica primate del maschio alfa dominante su maschi e femmine della specie.

Sull’alleanza delle tendenze all’indifferenza sessuale con lo sviluppo della modernità capitalista, ipermoderna più che postmoderna, e sulla libera circolazione dei corpi multifunzionali voglio portare un esempio.


Una spilletta
– Si tratta di un pin-badge che ho preso a Madrid a un banchetto con vari materiali e gadgets degli Indignados. Perchè di tutto si fanno gadgets, dal classico Che Guevara, alla maschera di Guy Fox che ho preso a Piazza Tahrir al Cairo, agli infiniti gadgets rivoluzionari e femministi, almeno non della differenza sessuale. Comunque sopra a questa spilla indignata c’è scritto: “no necesito sexo, mi gobierno me jode cada dia”. Il che tradotto suona “Non ho bisogno di sesso, il mio governo mi fotte ogni giorno”.

Siamo già tutte fottute e fottuti. La funzionalità di essere tutti condotti a diventare donne/fottute: in questo consiste forse la verità di quel che dice Preciado, e persino quel che si dice più filosoficamente sul “divenire donna” del soggetto. La differenza sessuale viene superata in questa femminilizzazione universale, funzionalizzazione universale, dove il Grande Soggetto Maschio Fottente messo al mondo dalla storia dell’individuo potente, indipendente e sovrano alla fine si disfa dei maschi in carne e ossa, loro sì diventati superflui rispetto alla spettrale onnipotenza universale maschile del sistema che hanno costruito! Davvero? O non è il vecchio sogno di liberarsi delle donne? Il vecchio diventare uomini delle donne realizzato tecnologicamente ha a che fare con l’indifferenza sessuale, il disfarsi della differenza, sembra il realizzarsi di un sogno di onnipotenza, e pare riuscire nel momento in cui invece è diffuso un senso di impotenza nei confronti di un sistema unico naturalizzato che appare come impossibile da trasformare. In una sorta di furia di onnipotenza del senso pare che tutto sia denaturalizzato, costruito, dipenda da noi, sia tutto cultura, tutto prodotto discorsivo che possiamo scegliere e cambiare: stranamente l’unica cosa che viene naturalizzata e pare in assoluto non dipendere da noi è il capitalismo, la ferrea eterna legge del mercato. Questo non pare più dipendere da noi32. La fruibilità generalizzata mette tutte e tutti sull’asse femminile delle “fottute”, al servizio in modo indifferenziato per sesso: “E’ il capitalismo, baby!”. E’ il sogno moderno liberal-capitalista e persino qualcosa che può piacere a chi ha sempre detto che si tratta di lotta di classe. Ma era una balla prima e penso lo rimanga, la chiave segreta della differenza sessuale era quella che apriva la porta del castello (e non solo alle principesse), perché era quella delle sua fondamenta, ed è ancora quella, anche se ad alcuni sembra obsoleta. Se il capitalismo patriarcale si reggeva sul sostegno della divisione sessuale del lavoro produttivo e riproduttivo e sul mistificante dispositivo della differenza indifferente, come può reggere il capitalismo dopo la fine del patriarcato? E’ una partita in corso, che (come ho detto altrove) mette in discussione il senso stesso del capitalismo come lo si è definito33, e dove è intervenuto un nuovo elemento, la differenza libera, che scombussola il consueto gioco di bussolotti con cui il sistema si riconfigurava nelle sue crisi rimescolando le solite carte, allargando il gioco espropriativo/inclusivo e spostando su altre linee in dispositivo della differenza inclusa/esclusa. Quel meccanismo di sopravvivenza di estensione differenziante già si è messo in una traiettoria suicidaria con la modernità dell’uguaglianza, ma ciò non era sufficiente per portarlo alla morte, come non lo era ai tempi della Seconda Internazionale dire che il capitalismo sarebbe caduto in forza delle sue contraddizioni interne: ci vuole un urto di libertà e di coscienza, quello che il proletariato ha tentato e il femminismo ha fatto. Le analisi e le politiche marxiste mancavano dell’elemento sostanziale della differenza sessuale e del suo ruolo ed erano, come continuano ad essere, dipendenti e subalterne al progetto dell’uguaglianza. Il tentativo di riproporre il meccanismo rigiocandolo sui medesimi fattori, riportandovi ciò che è nuovo e imprevisto, comunque è in atto: i bussolotti sono sempre quelli vecchi e le loro ricombinazioni potenti, ma prevedibili. Da una parte si rigioca l’uguaglianza formale sulla linea dell’indifferenza sessuale forzandone la desessualizzazione per i soggetti “forti” neutralizzati dell’occidente erede della modernità, dall’altra parte si esternalizza la differenza funzionale desessualizzandola da un lato e riconfermandola simbolicamente dall’altro. Da un lato la differenza sessuale non conta, contano i suoi contenuti e ruoli, e questi si attribuiscono ad altri soggetti inferiorizzati, maschi e femmine. Dall’altro la differenza sessuale continua a contare, vuoi perché chi è sull’asse “fottuto” viene simbolicamente femminilizzato, vuoi perché ben diverso resta essere su quell’asse da uomini o da donne, simbolicamente e materialmente34. Non va sottovalutato, quindi, lo spostamento sull’asse della dominanza/subordinazione che sembra oltrepassare quello della divisione sessuale investendo altre linee di differenze inferiorizzanti, e investendo in modo diffuso, e non sufficientemente tematizzato nel femminismo, differenze tra donne assimilate/integrate nel capitalismo patriarcale secondo un modello di omologazione neutro/maschile da una parte e dall’altra parte donne (ma altri soggetti maschi) che stanno sull’asse della femminilizzazione addetto alla produzione, riproduzione, cura e servizio sessuale dei soggetti neutri/maschi/donne-emancipate35. Tuttavia la differenza sessuale resta l’asse di conflitto materiale e simbolico su cui la partita ruota, o meglio solamente ruota se tradizionalmente riproposta come differenza indifferenza, può saltare su un altro piano se è differenza libera.

Rispetto a questo riproporsi del dispositivo indifferenza-differenza non libera e dello scarto dato dal senso libero della differenza sessuale voglio accennare anche ad altri due approcci che partecipano attivamente alla discussione e al conflitto simbolico in atto, quello del cosiddetto postumano, che dice voler oltrepassare l’orizzonte dell’umano come quadro di riferimento entro cui la differenza sessuale si collocava, e quello della psicoanalisi, che si dice ergersi a baluardo di difesa della differenza sessuale .


Post-umano
– Ho pochi dubbi riguardo a che il gran parlare di postumano vada ascritto a quel che qui ho chiamato la tendenza all’indifferenza, come a quella dell’onnipotenza di ciò che dipende da noi, le nostre produzioni di senso e tecniche, e insomma allo storico prometeismo dell’umano, ribadito e potenziato dal progetto moderno e ipersviluppato nell’ipermodernità tecno-scientifica. E ancor meno ne ho sul fatto che tale nuova nominazione si debba inscrivere nella genealogia dei suoi antichi e moderni antenati condividendone i vizi genetici, non ultimo quello rispetto alla differenza sessuale e al sogno di costruire un “mondo senza donne”36. E lo dico essendo una saldamente “pro-scienza” e per nulla tecnofobica, vagheggio la possibilità di innesti cerebrali di conoscenze, lingue, libri, come nella fantascienza che amo, mi farei subito ficcare uno spinotto nel cervello. Nonostante l’indulgere in queste fantasie guardo all’entusiasmo tecnoscientifico con cautela, la stessa che rivolgo alla tendenza cui si accompagna da alcuni decenni cioè quella alla cosiddetta “naturalizzazione”, innescata dagli sviluppi esponenziali delle neuroscienze e delle biotecnologie. Degna coppia che raccoglie l’eredità congiunta di naturalismo deterministico e volontà di dominio tecnoscientifico sulla natura e che ben si adatta a quella polarità necessità/libertà che ho proposto fin qui riproponendone l’ambigua alleanza. Me la figuro come il gatto e la volpe che guidano Pinocchio (vero proto-cyborg parto del desiderio maschile della tecnica e senza madre) avido di moltiplicar zecchini e darsi ai godimenti, all’inganno del Campo dei Miracoli. Intanto la sinistra ondeggia tra il far Lucignolo che impianta start-up nel Paese dei Balocchi e il far prediche moralistiche da Grillo Parlante. Resta la parte da salvifica Fata Turchina e francamente non so quanto auspicarla per il femminismo, per quanto a volte mi vien da pensare che molte si siano messe proprio sull’onda turchina di quel modello di azione politica dalle mani fatate. Nel mentre tante, sempre più, mani femminili in guanti asettici lavorano alacremente nei laboratori, senza che il pensiero del femminismo le sfiori se non nella versione che lamenta e rivendica parità e carriere, mani sempre innocenti o impotenti37.

Ho guardato quindi con favore al fatto che con il suo libro sul postumano38 Rosi Braidotti mi prendesse per mano forte della sua straordinaria abilità cartografica, con attitudine fascinata ma disincantata e con un indubbio sano senso dell’orientamento femminista. Le cose che ho condiviso leggendolo sono moltissime, a partire dalla convinzione che non si debba avere alcuna ridicola fedeltà nei confronti di qualcosa, il modello dell’umano e del suo progetto umanistico-scientifico, che è nato nell’esclusione della differenza e delle donne39. E ho apprezzato l’intento che dichiara, di un superamento dell’umanesimo e dell’umano che assuma la lezione del femminismo della differenza sessuale. Le analisi delle trasformazioni in atto che lo stare al taglio della differenza sessuale le consente sono preziose. Detto ciò, e riconosciuto che Braidotti ha il proposito di un approccio al postumano che ha a cuore la differenza sessuale, mano a mano che andavo avanti nella lettura non potevo fare a meno di pensare che nel suo sforzo comprensivo e conciliativo (pur facendo letteralmente dell’acrobatismo) la differenza risultava sempre meno riconoscibile, diluita in un proliferare definitorio di “ismi”, combinati tra loro a specificarsi e qualificarsi comunque sempre in maniera feministically/philosophically/politically correct. Monismo, materialismo, vitalismo, postumanesimo critico, neo-spinozismo, nomadismo, eco-filosofia delle appartenenze multiple, teoria della soggettività incarnata, integrata, relazionale e natural-culturale, immanentismo radicale, postantropocentrismo, egalitarismo zoe-centrato e ne dimentico sicuramente. Per la gioia di un manuale di filosofia, di quelli chiaramente classificatori e facilmente memorizzabili che piacciono alle mie studentesse e ai miei studenti. Su parecchie di queste classificazioni mi trovavo peraltro d’accordo (per quanto tutte compendiabili nel suo deleuzismo), su altre no, ma il gioco una volta iniziato prende la mano e alla fin fine mi sono detta che Braidotti nel suo lasciarsi alle spalle l’Umanesimo non è però andata molto lontana dal clima neoplatonico del Naturalismo Rinascimentale, e che mi ricorda più Giordano Bruno che Spinoza (con buona pace dello Spinoza di Deleuze), oppure la Naturphilosophie romantica e Schelling prima che arrivasse Hegel a ricordare l’immane potenza del negativo40.

Smettendola di parlare in codice: nella sua volontà affermativa l’approccio di Rosi Braidotti abbandona euforicamente il negativo, postumanamente spinta da “La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte”, come recita il suo sottotitolo. Nutro serie perplessità che ciò possa salvare la differenza sessuale da una deriva che la scioglie nel flusso vitalistico di una “differenza” neutralizzata, dove è il differire della vita che diviene trascendendo, come lei dice riguardo la propria etica nomade, la negatività con le passioni positive41. Al negativo va pagato il suo pezzo di carne, e ciò ha che fare con la condizione della differenza sessuale che segna il nostro essere incarnati.

Se il postumano può essere sciolto dal suo vincolo con il mito prometeico maschile che ha fatto della natura e della vita mera materia plasmabile dalla cultura e dalla tecnica, e lo si può fare riprendendo il nostro stesso essere natura e vita, occorre ricordare come in ciò si possa riconoscere un tradizionale mito femminile, che ha un forte tratto nostalgico e regressivo, quello della positività assoluta, dell’espunzione del negativo. In questo c’è un fascino per la mente femminile, che non è quello del lottare contro un limite, come il titanico eroe maschile over-reacher, ma quello dello stare in uno stato di conciliazione, continuità, fluidità e continuità, come non staccarsi dall’indistinto in una visione mitica materna benevola, di continuum idealizzato con la madre, questa volta madre natura. Una differenza sessuale femminile senza differenza42.

Braidotti apre il suo libro dichiarando che il “continuum natura-cultura è il punto di partenza per il mio viaggio nel postumano”43, ed è forse proprio questo il punto. Il femminismo della differenza ha sempre insistito sull’essere la differenza sessuale all’incrocio tra natura e cultura (a differenza dall’opposizione sex/gender), oltrepassandone il dualismo: ma ciò non significa che ci sia un semplice continuum. Ho voluto insistitere all’inizio sull’espressione “il senso libero della differenza sessuale” per segnalare questo punto di incrocio dove c’è passaggio, continuità, ma anche discontinuità. Si diceva “natura non facit saltus”, ma non è così, la natura fa salti, la vita, la coscienza, il pensiero, il linguaggio, la singolarità, l’azione, la tecnica, sono altrettanti salti che la natura fa, non c’è solo continuità evolutiva nella storia della natura e della realtà. Uno dei modi che ha per saltare è forse la differenza sessuale, e nel senso libero della differenza sessuale occorre stare alla continuità e al salto. Non saltando il negativo in una presunzione di positività che evoca l’indifferenza.


Psicoanalisi Lacan & co
L’ultima area dove intendo fare una brevissima incursione ha a che fare proprio con una indifferenza che assume le sembianze di un indifferenziato materno. Anche in questo caso si tratta di una apparente alleanza sulla differenza sessuale che fa incrociare improbabili e rischiosi compagni di strada. Nel denunciare il diffondersi dell’indifferenza la difesa della differenza sessuale come imprescindibile è stata impugnata a gran voce anche da parte psicoanalitica, in particolare da quella di impostazione lacaniana. Le manifestazioni di questa raccolta dell’insegna della differenza sono state su vari livelli: il primo e più vistoso è sul piano più generale di un conflitto simbolico, e immaginario, che investe la mentalità corrente e ha preso i toni di una vera e propria campagna d’opinione; il secondo è meno popolare ma si è svolto e si svolge in modo altrettanto significativo con dispute che hanno avuto come protagonisti veri e propri campioni dell’intellettualità lacaniana, uomini e donne. Una analisi articolata richiederebbe tempo che non ho, mi limiterò a suggerire un paio di punti che, anche se non elaborati, penso possano essere almeno di grossolano orientamento.

Innanzitutto il teatro più grande: è quello della morte del patriarcato, che viene preso estremamente sul serio dagli eredi di Lacan, visto che lui lo diagnosticava apertis verbis e che i suoi prosecutori non son gente da non rispettare il verbo paterno. Ottimo, si dirà, almeno l’annuncio femminista in merito ha degli estimatori. Ma se quell’annuncio era quello di “un filo di felicità” accolto con “salti di gioia” femminili44, per quanto consapevoli che ci fosse poco da ridere, nel caso di questi attenti ascoltatori è la campana a morto che chiama l’allarme perché il mondo cade nell’incubo dell’indifferenziato materno. E’ confusivo, terribile, caotico, privo di qualsivoglia ordine né discrimine, né legge, né linguaggio, né simbolico, né freno allo scatenamento delle pulsioni mortifere e del godimento letale per il desiderio e della sua legge nel Nome del Padre. Senza il taglio separatore paterno, dicesi castrazione simbolica, si affonda inesorabilmente nel magma, e non c’è Padre e nemmeno un suo qualsiasi sostituto presentabile senza differenza sessuale. Questo teatro è quindi quello dove far risuonare la tromba del giudizio di una differenza sessuale che serve in fondo come baluardo dell’Ordine paterno contro l’Anticristo materno, prima che si vada all’Apocalisse. Mi pare che come spunto di orientamento basti… Aggiungo: leggere Massimo Recalcati per appurare45.

Il secondo teatro è meno chiassoso, sebbene altrettanto cruento, ma vi risuonano parole ancor più grosse, come grossi combattenti si danno tenzone. Qui la disfida ha nominato, come nel caso delle posizioni cattoliche, la differenza sessuale contro le teorie gender, e ha preso di mira come sua portabandiera Judith Butler. In Italia la più nota di queste contrapposizioni ha visto schierarsi Slavoj Žižek che ha polemizzato in merito innumerevoli volte46, ma alle spalle di questa disputa ce ne sono altre condotte da donne, in primo luogo Joan Copjec, ma anche Alenka Zupancic e altre47. Senza alcuna pretesa di compendiare una discussione che richiederebbe di essere ben altrimenti affrontata, e semplicemente stando alla linea di lettura che ho proposto all’inizio, in sostanza se l’approccio gender è spostato sull’indifferenza, quello lacaniano rivendicando per la differenza sessuale la qualifica di Reale, fondamentalmente la consegna all’inesistenza, essendo la differenza stessa il nucleo traumatico48 della Cosa, del Reale che sempre sfugge alla presa del linguaggio in quanto suo limite, ma definito come altro dal linguaggio stesso, il quale si instaura esattamente con il taglio della castrazione in Nome del padre, che immette nel simbolico. Hanno buon gioco qui le storiche obiezioni femministe, Irigaray prima fra tutte ma molte poi, e le più recenti di Butler che imputa a queste impostazioni di essere inesorabilmente legate alla scena edipica e fallica nonché al regime dell’eterosessualità normativa49. Non entro in merito, solo dico che ancora una volta il pensiero della differenza sessuale scarta da entrambi i poli della contrapposizione, costituisce un taglio che apre a una libertà non reattiva, non onnipotente, non incondizionata, capace di riconoscere la condizione incarnata e condizionata di ciò che ci è dato, senza con ciò restarvi naturalisticamente e deterministicamente confuso e identificato. Né il riferimento all’ordine materno ha mai avuto il senso di un vincolo coatto alla scena edipica, né al ricongiungimento fusionale con l’indifferenziato materno. La riflessione sul riferimento primo alla madre che dà insieme vita e parola, l’idea di ordine simbolico della madre e di lingua materna, hanno consentito di liberarsi proprio dalla trappola infernale di una differenza sessuale femminile come muto luogo dell’Altro, impossibilitato ad accedere al senso e al desiderio proprio.

In definitiva, e davvero in modo semplificato e cursorio, l’apparente alleanza alla psicoanalisi lacaniana in difesa della differenza sessuale è dubbia e pericolosa: hanno ragione gli approcci gender e queer nell’accusa di eternizzare e naturalizzare una narrazione legata storicamente alla dominazione maschile, alla eterosessualità, ad una differenza femminile definita come mancanza o addirittura assenza, imperniata sulla centralità dell’inesorabilità e necessità del fallo e del Nome del Padre. Viene da quella parte una giusta reazione al regime dell’indifferenziato, e persino alcune condivisibili critiche alle teorie gender e queer, ma la difesa della differenza sessuale è strumentale e finalizzata alla riproposizione, come che sia, dell’ordine paterno o a qualche suo succedaneo, purché capace di contrastare un femminile materno minaccioso e indifferenziato. Ma si resta sul versante della differenza come destino e dell’espressione dell’unicità universale del maschile universalizzata. Come ho detto nel caso delle posizioni cattoliche: so che fortunatamente c’è lavoro di donne in quest’area, e che c’è di meglio, ma la vulgata corrente è nefasta.


In chiusura

Torno al titolo, anzi ai due titoli. Ho detto che in Il senso libero della differenza sessuale si è scommesso sull’incrocio tra natura e cultura, corpo e parola, necessità e libertà, differenza naturale come destino e indifferenza come via di indipendenza dai limiti della corporeità sessuata. Si è aperto a quell’incrocio un inedito spazio di libertà.

Quei due poli storicamente contrapposti, ma in verità alleati e agenti insieme con l’effetto della non libertà femminile, sono stati contemporanemente sfidati da una differenza sessuale libera che, venuta al mondo, ha rimesso in discussione l’ordine della loro alleanza e della loro contrapposizione.

Così come la differenza sessuale non libera era all’incrocio dell’ordine che hanno strutturato, così la differenza sessuale libera è, ora, all’incrocio della trasformazione di quell’ordine.

Le due tendenze, le due forze di quella polarità si ristrutturano nei loro rapporti, cercando di ritrovare un ordine dove ancora la differenza sessuale libera sia indifferente o torni a essere senza libertà, o le due cose insieme.

Ma la differenza sessuale libera non è indifferente, non lo è stata in questo cambiamento (forse non lo è stata mai, è stata messa fuori gioco) e non si deve lasciare indifferenziare. Il regime dell’indifferenza sessuale rende insignificanti, nel nome di una presunta indipendenza per cui tutto dipende da noi (con la differenza sessuale la corporeità, la natura, ciò che non dipende da noi), ma contemporaneamente rende noi stesse, singolarità incarnate e libere, indifferenti, ci passa attraverso riproducendo un ordine che va da sé.

Un attacco viene da entrambi i fronti, sotto la bandiera di un distorto o frainteso senso di libertà, perlopiù. Così anche da molte la differenza sessuale viene rigettata come non libertà, nemica della libertà.

Ho scritto frainteso, e non solo distorto, senso di libertà pensando a queste ultime donne che pure si vogliono libere o anche si definiscono femministe. Ho spesso pensato che ci sia stato un fraintendimento diffuso di cosa si dicesse con il pensiero della differenza, come dimostra tutto il dibattito sull’essenzialismo, le accuse di differenzialismo ed esaltazione dei ruoli femminili tradizionali, o anche d’altra parte la confusione con l’approccio gender: quel che pare non essere passato è appunto l’idea del senso libero della differenza, così che questa è rimasta vittima di una accezione non libera o persino emancipatoria ed egualitaria. Questo chiaramente non è, ma c’è da interrogarsi sulla sistematicità di questo fraintendimento e su cosa lo abbia indotto in quel che abbiamo detto e fatto. Resto sempre stupita quando ciò che ho vissuto come libertà, come liberatorio rispetto alla sorda e muta sofferenza di un essere donna che appariva consegnarmi a un destino coatto già scritto e significato, rispetto a cui la via di scampo era rendere insignificante, irrilevante quella condizione, viene invece letto al contrario, esattamente riproponendo la situazione che ho sperimentato. Non dovrei stupirmi di un simile fraintendimento? Chi così fraintende non ha fatto il salto nella libertà di accogliere ciò che è dato come condizione, smobilitando le energie bloccate dalla negazione reattiva di ciò che è dell’ordine della necessità e liberandole verso ciò che dell’ordine della libertà. Ma nonostante lo stupore mi resti, la risposta è che non di fraintendimento si tratta, ma di conflitto perso con le due tendenze che ho detto. Quel punto di incrocio, quell’apertura tra le due tendenze, della differenza naturale senza libertà e della libertà dalla differenza resa indifferente, è stato in qualche modo schiacciato dalla pressione verso l’una o verso l’altra e dalla loro fasulla opposizione. E’ una battaglia aperta, più che mai aperta per fortuna, non sto sostenendo ci sia una sconfitta, ma interrogandomi su quel che avviene quando non si tratta dell’affermazione deliberata di una delle due polarità, ma di quelle situazioni, più prossime, dove si verifica quel fraintendimento che pesa sul conflitto.

Il pensiero della differenza sessuale e la politica della libertà femminile hanno scommesso su quel punto di apertura e di leva, cruciale ma instabile e fragile, sempre da riconquistare segnandolo in prima persona come un punto di discontinuità che tuttavia sta al passaggio tra natura e cultura, corpo e parola, ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. Quando abbiamo usato il termine “simbolico”, e abbiamo parlato di “politica del simbolico”, era per marcare questo incrocio. Tuttavia proprio su questo probabilmente c’è stato uno sbilanciamento, che ha fatto percepire il femminismo della differenza come una impresa “simbolica” nella sua accezione peggiorativa di “meramente simbolica”, “meramente culturale”, qualcosa fatto a parole, ma che quasi solo cambia le parole.

E’ una considerazione che mi viene da fare quando sento donne, giovani soprattutto ma anche più grandi, più lontane ma anche vicinissime, che invitano a riprendere la questione delle cosiddette condizioni materiali, e a tornare a mettere al centro la materialità delle vite, dall’orizzonte più ampio che le mette in sofferenza a quello più intimo della sessualità vissuta.

Mi rispondo che, lungi dall’essere una rivoluzione “meramente culturale”, quella del femminismo è una rivoluzione simbolica e pienamente materiale: lo spostamento di ordine simbolico ha spostato l’ordine sociale, economico, i rapporti concreti, materiali come si diceva un tempo. Come ho già detto l’odierna crisi del capitalismo è la crisi del patriarcato capitalista, o del capitalismo patriarcale, il quale è in fase di trasformazione in stretta connessione con la morte del patriarcato che lo reggeva e con l’ordine del rapporto tra i sessi che lo alimentava, tutte trasformazioni che hanno visto il femminismo e la libertà femminile come agenti primi.

Risposta scontata, quelle voci restano insistenti nelle orecchie. Chiedono di riprendere il nesso tra posizione simbolica e posizione socioeconomica, come pure tra ordine simbolico e materialità, corporeità, insomma invitano a un certo materialismo rispetto ad una accezione sbilanciata del lavoro sul simbolico che c’è stata negli ultimi anni.

Sento in quelle voci qualcosa che si potrebbe riconoscere come una accusa di indifferenza del pensiero e della politica della differenza sessuale. Indifferenza per il corso del mondo, indifferenza nel modo in cui gira il mondo.

Non c’è da difendersi, da rivendicare l’efficacia o da portare esempi edificanti all’altare del femminismo. Quelle voci interpellano, lo fanno quelle che si levano da un mondo in sofferenza, e quelle che urlano o sono ammutolite dentro di noi, proprio noi che quell’evento della libertà femminile nata al mondo lo abbiamo vissuto. Non siamo indifferenti, la differenza sessuale non apre un mondo di libertà intesa come uno spazio indifferente, non è che si sta appagate e sicure nella libertà nominata, nell’indifferenza al mondo che continua ad andare per il suo verso, apparentemente anch’esso indifferente. Occorre fare la differenza e non lasciarsi indifferenziare, in quel punto cruciale di libertà da tenere aperto ci sta una donna, proprio lei. Di qui, da me, a questo incrocio passa la differenza che posso fare. Ma non sola e non indifferente.

 

Note

1 Anche se nel primo testo ci fu una tentazione definitoria di Adriana Cavarero, non sulla differenza sessuale ma sul termine Donna.

2 Non può non venire in mente la famosa considerazione di Carla Lonzi “Ci costringono a rivendicare l’evidenza di un fatto naturale.” (Manifesto di Rivolta Femminile, Gammalibri, Milano p.15).

3 Ricordo a memoria una posizione di Nancy Cartwright che diceva all’incirca: non smentirò qualcosa a cui ho dato credito, che ho fatto e praticato sensatamente perché non era fondato alla luce dei cambiamenti successivi! Si riferiva alle pratiche scientifiche e alla loro “infondatezza teorica”.

4 Cfr. il mio Salto sul posto, in Diotima, La festa è qui, Liguori, Napoli 2012.

5 Cristiana Fischer, Elvia Franco, Giannina Longobardi, Veronika Mariaux, Luisa Muraro, Anita Sanvitto, Betty Zamarchi, Chiara Zamboni, Gloria Zanardo, La differenza sessuale: da scoprire e da produrre, in Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La tartaruga, Milano 1987.

6 Ne ha scritto meglio di ogni altra Chiara Zamboni nel suo Pensare in presenza, Liguori, Napoli 2009.

7 Françoise Collin avec Irène Kaufer, Parcours féministe, Éditions Labor, Bruxelles 2005, p.121.

8 Françoise Collin, Praxis de la diferencia. Notas sobre lo tàgico del sujeto, in Ead., Praxis de la diferencia, Icaria, Barcelona 2006, p.36.

9 Cito per comodità dalla traduzione spagnola: Françoise Collin, Hannah Arendt: la accion y lo dado, in Praxis de la diferencia, cit.

10 Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, milano 1964. Le condizioni che lei individua sono natalità, pluralità e terra.

11 Riccardo Fanciullacci ha usato in senso analogo il termine “inaggirabile” in: Il significare della differenza. Per un’introduzione, in: Riccardo Fanciullacci – Susy Zanardo, Donne, uomini. Il significare della differenza, Vita e Pensiero, Milano 2010, pp. 3-59. Su questo concetto ritorna nel suo testo in questo stesso numero della rivista

12 Qui però non si tratta di logos ma di qualcosa di empirico che tuttavia assume valore “grammaticale”, o meglio ancora simbolico, ma come condizione della simbolizzazione stessa.

13 Tornerò in seguito su queste posizioni sviluppate in ambito lacaniano da Joan Copjec e Alenka Zupancic, riprese anche da Slavoj Zizek.

14 Con l’espressione di Luisa Muraro nell’intervento ripubblicato su questo stesso numero della rivista.

15 Wanda Tommasi, La tentazione del neutro, in Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La tartaruga, Milano 1987.

16 E’ la bella espressione di Chiara Zamboni nel suo saggio L’inaudito in Diotima, Mettere al mondo il mondo, La Tartaruga, Milano 1990.

17 Per quanto riguarda la parte maschile trovo illuminate quanto Slavoj Zizek ha a più riprese indicato come l’osceno che permane sotto la legge come suo vero fondamento trasgressivo.

18 La differenza sessuale, come le condizioni irriducibili, si può anche negare nel pensiero ma non smette di esistere, quindi non assumere una condizione ha un costo di verità, il pensiero non è onnipotente, non annulla quel che è per quanto ci abbia provato. Esempio oltre alla differenza, la morte: non abbiamo smesso di morire perché la filosofia ha pensato l’essere che trascende la morte. Come si è pagato il non portare al pensiero la differenza sessuale? Costo alto! Per le donne, innanzitutto, ma per il mondo stesso di tutti e due i sessi e il mondo in sé.

19 Propongo di correggere parzialmente quanto si è detto sul fatto che la differenza sessuale sia stato un impensato nella storia: ciò di cui abbiamo testimonianza è la voce della differenza sessuale maschile, che si è detta come universale, sì, ma in quel discorso si è espressa la differenza sessuale dell’essere umano maschio, negando la pertinenza della differenza stessa, ma in una forma peculiare che è stata quella della neutralità o dell’affermazione della differenza inferiorizzante che diceva e normava una differenza femminile che non significava liberamente. Cosa cambia? Intanto il pensare che la differenza in un modo o nell’altro significa comunque. Ciò potrebbe comportare il prendere sul serio quel che la differenza maschile ci dice nella forma della obiezione della universalità?

20 Il riferimento è naturalmente al libro di Lia Cigarini, La politica del desiderio, Pratiche, Parma 1995.

21 Il testo della relazione di Wanda Tommasi è in questo numero della rivista, accompagnato da uno di Vittoria Sofia sollecitata dal suo intervento.

22 Sono molti gli interventi nel dibattito, non li ricostruisco, ricordo tra i tanti in particolare le posizioni di Galeotti, Agacinsky e De Nicola.

23 Le conclusioni del Sinodo ora (ottobre 2015) sono note. Pur non essendo in grado ora di darne una valutazione ponderata noto come ad un certo punto siano venute in primo piano, in fondo, questioni che riguardano la regolazione dei rapporti tra i sessi proprio all’interno del modello della coppia eterosessuale.

24 Queste parole sono state giudicate troppo frettolose e stroncanti durante il dibattito seguito alla relazione. Da queste critiche e dall’interlocuzione successiva è sollecitato l’intervento di Lucia Vantini su questo stesso numero della rivista.

25 Peraltro la sua riflessione sulla vulnerabilità mi pare attestarsi su una forma di neutralizzazione universalizzante al livello zero di una comune condizione umana o vivente.

26 “Questo umano non sarà “uno” in verità, non avrà una forma definitiva, ma sarà impegnato nella permanente negoziazione della differenza sessuale, secondo modi che non hanno un effetto naturale o necessario sull’organizzazione sociale della sessualità. Nel sottolineare che questa rimarrà una questione persistente e aperta, intendo suggerire di non aver fretta nel definire la differenza sessuale, ma di lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta e promettente.” (Judith Butler, La fine della differenza sessuale?, in La disfatta del genere, Meltemi, Roma 2006, p.223).

27 Françoise Collin avec Irène Kaufer, Parcours féministe, cit., p.112.

28 Sulla questione della volontà di modificare il sesso natale Valeria Mercandino mi ha obiettato di non considerare la sofferenza di questi cambiamenti, con le parole: “E’ il corpo che soffre”. Rispondo: no, è l’incrocio tra corpo e rappresentazione, simbolico, a soffrire. Cosa mostrano le sofferenze e le trasformazioni? Che la trasformazione delle rappresentazioni (il gender?) non è cambiato al punto da consentire di vivere il proprio corpo sessuato liberamente senza negarlo

29 L’esperienza (2004) coinvolgeva alcuni filosofi in classi della Scuola elementare “Arcobaleno” di Padova ed è raccontata da Marina Santi all’interno del libro da lei curato Philosophy for Children: un curricolo per imparare a pensare, Liguori, Napoli 2005.

30 Rimando per questo all’intervista a Ida Dominijanni in questo stesso numero della rivista sul suo libro Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi, Ediesse, Roma 2014.

31 Beatriz Preciado, Terrore anale, una traduzione in: http://lelucciole.noblogs.org/files/2014/04/TERRORE-ANALE-totale.pdf

32 Verrebbe da dire con il vecchio Feuerbach e con Marx che lo seguiva che le cose vanno capovolte, occorre invertire il soggetto e il predicato.

33 Ne ho parlato nel mio Salto sul posto, in Diotima, La festa è qui, Liguori, Napoli 2012.

34 Questo mi ricorda il comportamento animale e quello dei primati, i dominanti maschi lo sono sulle femmine e sui maschi femminilizzati. Al solito c’è da chiedersi come si sovrappongono sesso e potere, se sia il sesso metafora del potere o viceversa.

35 C’è la questione del lavoro e dei suoi cambiamenti, la differenza sessuale continua a essere il taglio, checché si dica del suo diventare immateriale o del suo mettere al servizio la vita etc.. Anzi di più, è chiave di lettura discriminante, le donne come ultima colonia impossibile da espropriare dal capitalismo. La precarizzazione del lavoro riporta in primo piano il sostegno extramercantile retto dalla divisione sessuale del lavoro. Sul fronte della rottura moderna egualitaria e sul ruolo delle donne come fornitrici di lavoro produttivo e riproduttivo, nonché sulla loro libertà e libertà sessuale, si gioca peraltro anche il conflitto con le società tradizionali in tempi di globalizzazione, per quanto sembri dividersi sulla religione e sul cosiddetto scontro di civiltà.

36 Titolo del notissimo vecchio libro di David Noble.

37 Sul rapporto del femminismo con la scienza si veda il saggio di Alessandra Allegrini in questo stesso numero della rivista.

38Rosi Braidotti, Il postumano, DeriveApprodi, Roma 2014.

39 “Il divenire postumano si rivolge alla mia coscienza femminista, perchè il mio sesso, storicamente parlando, non ha mai del tutto preso parte all’umanità, ecco perchè la mia fedeltà a tale categoria resta negoziabile e mai data per scontata.” (Rosi Braidotti, cit., p.88)

40 Riprendendo peraltro l’ ”omnis determinatio est negatio” di Spinoza.

41Rosi Braidotti, cit., pp.200 ss.

42 Al rapporto femminile col negativo sono dedicati due libri di Diotima: La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005 e L’ombra della madre, Liguori, Napoli 2007.

43 Rosi Braidotti, cit., p.8.

44 Erano le espressioni di Un filo di felicità – Sottosopra oro – Gennaio 1989.

45 Non mi soffermo a commentare il suo recente Le mani della madre, che apre candidamente ammettendo di come sia stato spinto a scrivere in merito dalle tante obiezioni di donne durante le sue tournée, che gli chiedevano dove fosse mai la madre in quel che andava dicendo.

46 La discussione diretta con Butler è condotta in Judith. Butler, Ernesto Laclau, Slavoj Žižek, Dialoghi sulla sinistra. Contingenza, egemonia e universalità, a cura di Laura Bazzicalupo, Laterza Roma-Bari 2010, ma Žižek affronta la questione praticamente ovunque nella sua sterminata produzione.

47 L’attacco di Copjec è soprattutto nel suo saggio Sex and the Euthanasia of Reason, in Read My Desire, MIT Press, Cambridge Mass. 1994 e nella raccolta da lei curata Supposing the Subject, Verso, London 1994, ma sulla stessa linea anche Imagine Ther’s No woman, MIT Press, Cambridge Mass. 2002. Per le posizioni di Zupancic si può leggere in rete Sexual Difference and Ontology, http://www.e-flux.com/journal/sexual-difference-and-ontology/.

48 E’ questo il tratto positivo che si può salvare dell’impostazione lacaniana: la differenza sessuale come qualcosa che costituisce un nucleo traumatico irriducibile, con cui si fanno i conti comunque. Però non è il limite interno del linguaggio o il trauma della castrazione, è un limite che non è il Reale lacaniano o la Cosa in sé o simili, ma un semplice limite reale che colloca il soggetto per via del suo corpo in una collocazione che è anche simbolica.

49 Non mi dilungo a fornire bibliografie, ricordo solo i nomi di Colette Soler e Teresa Brennan. Segnalo che anche la succitata Braidotti si allinea su questa critica.

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