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Nascere: dare inizio al nuovo. Il tema della nascita in filosofia

*Questo testo è un contributo presentato ad un convegno dell’associazione delle ostetriche trentine dal titolo Il mestiere di nascere organizzato il 4 dicembre 2010 a Rovereto in occasione di un concorso letterario sul tema: “Dare alla luce. Accogliere il mondo”. Il senso del concorso e del convegno  era quello di riflettere sul tema dell’esperienza della nascita nella scrittura e dell’esperienza della scrittura come nascita..

 

 

 

  1. Occultamento nella tradizione filosofica

 

Nel preparare questo intervento, ho consultato i dizionari di filosofia per verificare come fosse stato trattato questo tema della nascita e, sorpresa non inaspettata, vi ho trovato concetti come ”origine del mondo” vita, natura, esistenza …(fin ai suoi esordi la filosofia si è occupata di indagare e spiegare l’origine del mondo), ma dell’evento specifico, sorgivo dell’esistenza umana che è la nascita, non c’è traccia evidente,  il termine non compare proprio e ciò dimostra come l’evento della nascita non sia  stato  indagato in filosofia.

E’ assente, non esplicitamente affrontato, ma, come vedremo alla fine, non inesistente (perché in realtà lo si trova deformato nelle pieghe della stessa filosofia.

Eppure non è stato così per tutte le tradizioni culturali in cui siamo radicati/e: se andiamo e vedere le antiche tradizioni mitico-religose da cui si è sviluppata la stessa filosofia,  si ritrovano molte divinità femminili legate alla fertilità, le stesse teogonie, cioè i racconti sulla nascita degli dei, costituiscono in realtà delle cosmogonie, cioè delle spiegazioni sull’origine/nascita del mondo, per cui il mondo stesso viene spiegato ricorrendo alla figura/metafora della nascita  (per inciso, vorrei far rilevare come invece, per esempio, nella tradizione religiosa giudaico-cristiana il mondo è stato creato e non generato..)

Il tema della nascita è presente  più nelle tradizioni pre-filosofiche, mitiche e religiose che non nella tradizione filosofica occidentale.

Un primo dato è dunque questo, che l’evento fondamentale dell’esistenza umana, l’evento di un nuovo essere umano che entra nel mondo, è stato occultato, rimosso dalla tradizione occidentale.    Paradossalmente invece, in questa stessa tradizione c’è molto sul concetto opposto a quello della nascita, quello di morte: su questo concetto si sono versati fiumi di inchiostro, anzi la filosofia stessa è stata definita, da Platone ad Heidegger, “un vivere la morte”: l’esistenza stessa, per la filosofia occidentale, ha trovato cioè il suo senso nell’essere per la morte (Heidegger) tanto da fare della morte la categoria propria degli esseri umani definiti, ancora da Omero, appunto come “mortali”.

Come è spiegabile tutto questo?

Prima di vedere come sia stato possibile questo spostamento, è utile tenere presente il carattere stesso che la filosofia ha assunto nella nostra tradizione occidentale.

Farò brevemente un percorso a ritroso, quasi mediante un metodo genetico.

Il carattere essenziale di questa lunga tradizione, sintetizzando un po’ brutalmente, è che, se diamo uno sguardo di sorvolo alla tradizione filosofica da Platone alla fine dell’’800, possiamo vedere che la tensione, la ricerca, l’orientamento della  filosofia sia stato quello di ricercare la verità (filo-sofia significa in realtà amore per il sapere), nel senso di trovare un principio originario che spiegasse la totalità della realtà, del mondo, e la risposta è stata trovata in una dimensione sovrasensibile, quella di un mondo  trascendente, perfetto, immutabile, in opposizione alla realtà del mondo immanente, sensibile, dell’apparire, mutevole, imperfetto.

Ciò ha comportato, di conseguenza,  l’elaborazione di una concezione dualistica della realtà (realtà del mondo sensibile, il mondo dell’apparenza, del divenire, del finito, e il mondo soprasensibile, eterno, perfetto, immutabile,  via via diversamente inteso, realtà a cui sono stati dati nomi diversi: Essere, Sostanza, Dio); secondo questa concezione,  la verità e i valori di riferimento sono appunto collocati nell’al di là, con la conseguente svalutazione della dimensione della realtà e del mondo sensibile e di quanto è legato a questa realtà, come la materia e il corpo (in  quanto appunto finito, transeunte, mortale ecc).

La concezione dualistica della realtà si fondava però a sua volta su di un altro dualismo, cioè sulla scissione tra pensiero e corporeità, tra regno desensibilizzato e astratto del pensiero, e mondo materiale, corporeo del sensibile, dell’apparente, del caduco e del finito, svalutato e disprezzato.

Grosso modo, dunque, la filosofia è segnata da questo duplice dualismo: antropologico, di pensiero/anima e corpo, sul quale si è costruito il dualismo definito ontologico (cioè dell’essere, della realtà )  sensibile e soprasensibile.

Precisati dunque gli aspetti più caratteristici della filosofia, cercherò  di render conto brevemente come si sia giunti a queste conclusioni proprio a partire dalla rimozione dell’evento della nascita,  aiutandomi in questa ricostruzione genealogica con il pensiero di una filosofa contemporanea, Adriana Cavarero che, in un testo della comunità filosofica Diotima, dal titolo emblematico Mettere al mondo il mondo, analizzando il tema della nascita in Arendt, mostra come la filosofia occidentale sia arrivata a nominare la morte come suo orizzonte proprio.

Una prima risposta la si può trovare nella considerazione che la filosofia, così come la conosciamo dalla nostra tradizione occidentale,  è costruzione di uomini (Socrate, Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Kant,  Hegel), costruzione di pensiero maschile, ma che cosa centri la questione sessuale, il fatto che i filosofi siano uomini-maschi, con la separazione che si è venuta a creare nella concezione dell’essere umano tra pensiero e corporeità, e poi nella concezione della realtà,  proviamo a ricostruirlo attraverso il ragionamento di  Cavarero.

Seguendo Cavarero,  bisogna rifarsi ad un fatto fondamentale, e cioè che gli uomini sono necessariamente esclusi dall’esperienza di mettere al mondo, di generare, di fare figli: non solo perché non partoriscono (come può capitare anche alle donne, non tutte le donne sono anche madri), ma soprattutto perché sempre nascono da donne  e mai da uomo; ciò significa che il radicamento originario per un uomo è nell’altro sesso, in una genealogia femminile di donne (una madre, nata da madre, nata da madre, all’infinito) che esclude il sesso maschile; in altri termini, un uomo, nella sua nascita, nel luogo umano del venire al mondo non ritrova il suo simile, ma l’altra, di sesso diverso. [1]

Proprio per questo scrive Cavarero, “l’uomo” (cioè i pensatori nella tradizione filosofica), “ha deciso di non misurare la condizione umana nella sessuazione femminile dell’origine,  dalla quale il suo sesso è appunto escluso, e di volgere lo sguardo altrove”[2], verso lo scomparire nella morte: ma questo genera l’angoscia della sparizione mortale, quella vissuta dal e nel corpo, che si trasforma nell’ossessione del durare, di non morire, di non finire; l’ossessione del durare detta dunque i canoni dell’eternità, eternità che, se non è possibile nel corpo, perché appunto muore, la si ricerca su di un altro piano, nel pensiero: gli oggetti del pensiero, le idee, i concetti, “le cose che sempre sono”, immutabili, vengono sottratti al destino della caducità, dell’apparire, sono ‘presunti’ universali e oggettivi, eterni. Allora, se il corpo è mortale, finito, transeunte, la risposta al bisogno di eternità che nasce dall’ossessione della durata la si ricerca nel pensiero, un pensiero che dunque già in vita, si slega dal corpo,  appunto “filosofando. Ne consegue dunque che la morte, vissuta come slegamento perfetto e definitivo che permette di accedere ad una dimensione di eternità, diventa la figura della filosofia. [3]

   Ciò comporta che l’essenza dell’uomo, ciò che nell’uomo non muta, la sua essenza umana, viene posta nel pensare e il pensare coincide dunque con l’essenza umana  (l’uomo è un animale razionale per Aristotele, Cogito sum in Cartesio), ma è un pensare che è decorporeizzato, separato dal corpo (Schopenhauer definirà il filosofo: “una testa d’angelo alata senza corpo”) e di conseguenza anche de-sessualizzato; in questo modo si rende allora possibile che gli umani, plurali nei loro corpi caduchi, diventino l’Uomo: ossia si rende possibile la nominazione dell’essenza umana mediante un neutro/universale, l’uomo in generale che, da una parte  vale per genere umano a prescindere dai corpi, e quindi dalla sessuazione, e dall’altra però vale per il sesso maschile che fa quella enunciazione, che dice questa essenza (chi ha detto questo sono stati pensatori uomini).

Il passaggio implicito è che il disprezzo del corpo diventa ancora più evidente là dove  il sesso della creatura umana non coincide con il sesso maschile annunciato dal termine ‘Uomo’, cioè nel sesso femminile, sesso femminile che viene considerato una specificazione, una sottospecie,  secondaria e inferiore del maschile-universale-neutro, con tutte le conseguenze che questo ha comportato quanto a subordinazioni storiche,  sociali e culturali delle donne al potere maschile.

Questi passaggi mostrano come il pensiero occidentale, forse per ovviare alla potenza materna della generazione, forse per sfuggire alla genealogia femminile, si sia caratterizzato dunque come “filosofia della morte”. Scrive Cavarero: “la morte diventa il luogo del distacco dal sensibile e assume perciò una valenza positiva tale da fondare la stessa esistenza umana: il filosofo vivendo di solo pensiero anticipa la morte e quando arriva l’accoglie come liberazione dal mondo ingannevole delle apparenze cui il corpo è necessariamente legato”. [4]

Su questa “filosofia della morte” si è costruita tutta la tradizione di pensiero definita come meta-fisica (scienza di ciò che è al di là dell’esperienza e del mondo sensibile)

Se questa impostazione ha retto il senso della filosofia  fino al XVIII – XIX secolo, nel XIX secolo, una serie di contraccolpi culturali, sociali e politici,  hanno portato alla definitiva sconfitta di questa impostazione: in tal senso cito solo il pensiero di Nietzsche, che in una sorta di intuizione abissale ha smascherato la metafisica definendola una menzogna e riportando l’attenzione al senso della terra,  e di  Freud, che ripensa la concezione dell’essere umano alla luce della scoperta dell’inconscio.

 

  1. Il tema della nascita in Hannah Arendt

 

Nel XX secolo, è nell’opera di una pensatrice, Hannah Arendt, che, pur provenendo da una formazione fortemente radicata nella tradizione filosofica che ho descritto, troviamo un rovesciamento, una rottura di questa tradizione e un riferimento esplicito alla categoria della nascita, una rottura che in realtà si consuma all’insegna dell’amore per quella tradizione, per quel pensiero, e quegli autori.

Se l’impianto logico della filosofia occidentale nomina la morte come suo criterio, nell’opera di Arendt, la nascita assurge a categoria filosofica in grado di dirompere tale impianto” [5] e dunque contro la metafisica della morte su cui è cresciuto il pensiero d’occidente, nella Arendt troviamo  una filosofia della nascita.

Questo passaggio ha molto a che fare con la stessa vicenda biografica della Arendt (e forse proprio  col fatto di essere una donna e di fare dell’esperienza stessa un sapere).

Brevemente, la sua vita: ebrea tedesca, vissuta tra 1906-1975, compie la sua formazione in Germania con i più grandi filosofi negli anni Venti; con l’ascesa del nazismo, è costretta come tanti ad espatriare prima in Francia, dove collabora con le organizzazioni ebraiche per l’espatrio degli ebrei, e poi, con l’invasione della Francia da parte dei tedeschi e l’esperienza del campo di concentramento,  negli Stati Uniti, dove  vive una situazione di apolide fino al 1952 quando ottiene la cittadinanza americana. Si mantiene facendo la giornalista e continuando gli studi in stretta relazione alle vicende politiche e intellettuali del proprio tempo (pubblicherà opere molto importanti come L’origine del totalitarismo e La banalità del male)

Più che filosofa, lei si considera una teorica della politica ed è a partire dalla sua esperienza e dalla sua condizione di far parte di una minoranza politica, quella ebraica, che svilupperà un pensiero politico originale fondato sulla categoria della nascita: nella Arendt, infatti, la tematizzazione della nascita ha una valenza essenzialmente politica, è il  momento fondante dell’azione politica come luogo della libertà,.

In Arendt troviamo il tema della nascita soprattutto in due opere.

Nell’opera Rahel Varnhagen [6], iniziata nel 1929, la Arendt ripercorre la biografia di una donna ebrea tedesca vissuta a Berlino tra ‘7-‘800 a Berlino, che fallisce nel tentativo di assimilarsi nella società berlinese. In quest’opera  si può leggere una sorta di identificazione di Arendt con Rahel per il fatto che   nascere donna e ebrea imprime un segno indelebile a tutta l’esistenza e “il nucleo teorico del libro è l’insradicabile radicamento dell’esistenza singolare nella nascita, vista appunto come origine, fatto imprescindibile”[7].

Ma è soprattutto nell’opera più matura di Arendt, in particolare in Vita activa, del 1954, in cui viene analizzata la dimensione pratica della condizione umana dell’agire, che troviamo la trattazione più ampia di questo tema.

Il nascere è il luogo nel quale la singolarità di ognuno e di ognuna appare come ciò che è nuovo, imprevedibile e irripetibile; il nascere è questo dischiudersi di sé, irripetibile e singolare, alla condizione plurale umana;  un nuovo “chi” comincia essendo del mondo, ne fa parte e comincia a stare nel mondo insieme ad altri “chi”, in quella pluralità che è propria della condizione umana.

La natalità annuncia il radicarsi degli umani nella singolarità del cominciamento, un apparire al mondo del nuovo poiché chi nasce è nuovo nel significato reale del termine: è una singolarità fattuale e imprevedibile che appare nel mondo e vi appartiene.

Ora, proprio questo apparire (mostrarsi, farsi visibile, sorgere) segna l’aspetto cruciale della categoria di natalità rispetto alla tradizione filosofica: la Arendt, cioè, fa di quell’apparire, svalutato nella tradizione filosofica come allontanamento della e dalla verità, il fondamento stesso della condizione umana, l’origine, in cui non c’è scissione tra corpo e apparire al mondo.

In che cosa consiste questo apparire al mondo del nuovo?

Comporta la singolarità, appunto il nuovo venuto che può intraprendere iniziative imprevedibili in  una condizione di pluralità (= un mondo già dato di esseri umani diversi) possibile nella relazione.

Con la categoria di natalità la Arendt definisce quindi la condizione umana come singolarità e pluralità secondo lo stare in relazione attiva, data e resa possibile per la Arendt da quella che definisce appunto seconda nascita che avviene con la parola e con l’azione (aspetto politico del tema della nascita in Arendt).

Scrive la Arendt.: “Con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica originale (cioè della nascita biologica nota mia). L’impulso all’inserimento scaturisce da quel cominciamento che corrisponde alla nostra nascita e a cui reagiamo iniziando qualcosa di nuovo di nostra iniziativa”.[8] Discorso e azione rivelano dunque questa unicità nella distinzione… Mediante essi gli uomini si distinguono anziché essere meramente distinti.

Infatti :”Se gli uomini non fossero uguali non potrebbero né comprendersi fra loro, né comprendere i propri predecessori, né fare progetti per il futuro … Se gli uomini non fossero diversi (…) non avrebbero bisogno né del discorso né dell’azione per comprendersi a vicenda.. basterebbero i gesti… la pluralità umana è la paradossale pluralità di esseri unici”. [9]

“Agendo e parlando gli uomini mostrano chi sono, rivelano attivamente l’unicità della loro identità personale, e fanno così la loro apparizione nel mondo umano, mentre le loro identità fisiche appaiono senza alcuna attività da parte loro nella forma nella forma unica del corpo e nel suono della voce.”[10]

Fin qui il senso politico della nascita in Arendt.

Ora,  in Arendt, quel  chi che irrompe nel mondo con la nascita, quel chi che appare e che rivela il proprio essere nelle parole e nelle azioni, non viene però messo in relazione con il fatto che quel chi nasce da donna e non da uomo (almeno fino ad oggi) e che nasce o maschio o femmina, che è dunque un soggetto sessuato, che non è neutro, ma che in quanto appare con un corpo è segnato dalla differenza sessuale (nel doppio senso che si nasce da donna e che si nasce o maschi o femmine), differenza che, per l’esistenza umana, non è ovviamente indifferente .

E’ a questo punto che  possiamo passare al terzo momento, tenendo conto comunque del guadagno reso possibile dall’analisi della Arendt e cioè che la dirompenza della categoria di natalità sta nella possibilità di nominare con la nascita anche la differenza sessuale.

 

  1. Nascere da donna

 

La questione della differenza sessuale è stata posta nella seconda metà del secolo scorso con lo sviluppo delle filosofie femministe e del pensiero delle donne in seguito alle trasformazioni sociali, culturali e politiche  e al movimento del femminismo dagli anni ’70 in poi (tra le prime pensatrici a parlare di differenza sessuale ricordo una psicanalista filosofa francese, Luce Irigaray) .

E qui vorrei precisare:  per differenza sessuale s’intende quell’a priori senza contenuto, senza definizioni specifiche relative all’essere maschio o femmina, quella differenza originaria, vuota, per cui ogni essere umano nasce al mondo da una donna e nasce maschio o femmina; tale differenza è condizione di qualsiasi altra differenza, è differenza originaria, non complementare, che rende possibile le relazioni  tra esseri umani differenti (secondo quella dimensione della singolarità nella pluralità che abbiamo visto in Arendt) in quanto lascia aperto un “tra”, uno spazio non colmato, un vuoto, che permette un gioco di relazione libera e feconda.

Il pensiero della differenza sessuale, considerando l’essere umano nella sua differenza sessuale originaria, lo riconosce nella sua interezza, restituendo al corpo quella dignità e quel valore che erano stati negati dalla tradizione filosofica, e ridimensiona quel soggetto neutro maschile, proprio della tradizione filosofica che aveva portato alla subordinazione del sesso femminile; si può dire dunque che l’umano è relazione a partire proprio dalla relazione materna da cui ha avuto origine come maschio e /o femmina.

Non mi fermo sulla genesi di questo pensiero, sulle conseguenze che il suo sviluppo ha avuto rispetto a tutta la tradizione filosofica, e sui diversi temi che sono stati elaborati in questi anni; mi limito a porre l’attenzione su di una questione particolarmente pertinente a questo contesto, quello cioè della lingua materna.

L’attenzione alla relazione materna conduce infatti ad uno temi più sviluppati nel pensiero della differenza, cioè quello della lingua materna; ed è proprio il tema della lingua materna che permette di trovare un legame tra la riflessione della Arendt, che ha sempre preso le distanza dalle filosofie e lotte femministe, e le riflessioni del pensiero femminista successivo.

La Arendt non tematizza questo tema, fa riferimento alla lingua materna come lo sfondo, l’orizzonte imprescindibile della sua vita nella Germania pre-hitleriana; afferma che ciò che resta è la lingua materna (intervista del 1954) e in questo orizzonte della lingua materna si può forse leggere la possibilità di superare la distinzione che Arendt stessa fa tra nascita fattuale (biologica) e seconda nascita nella parola e nell’azione.

Quale significato viene riconosciuto alla lingua materna nel pensiero della differenza sessuale?

“La lingua materna non si identifica con la lingua nazionale.. ma riconduce alla via attraverso cui si è imparato a parlare sostenuta dalla fiducia nei confronti di chi ci insegnava”. [11]

C’è nella lingua materna un badare alla natalità e al legame di fiducia  con la madre, al lato affettivo, carnale del senso; la lingua materna tiene insieme pensiero e corpo, affetti e sentimenti, desideri e bisogni,  accompagna con fiducia nel venire al mondo, nel nascere.

Lingua materna crea un legame dove non c’è separazione tra corpo, pensiero, affetto, emozioni, dove le parole della madre accompagnano e creano, ancor prima della nascita, una sorta di “luogo in cui abitare”. [12]

E’ nella lingua materna che viene superato quel dualismo di pensiero e corpo che invece avevamo visto nella tradizione filosofica e che ci permette di entrare nel mondo e sviluppare la nostra singolare identità.

Noi nasciamo al mondo attraverso come “io” quella “culla di parole che nostra madre ha creato per noi”, come suggerisce Chiara Zamboni, fantantiscando su di noi e immaginandoci prima della nostra nascita[13].

E riprendendo una bella immagine di Luisa Muraro, si può dire che nella lingua materna si custodisce “ il passaggio fra l’immenso silenzio da cui viene ogni creatura quando viene al mondo e il mondo che è fatto di parole “.[14]

La lingua materna, e poi il linguaggio come luogo proprio dello scambio, permette di cogliere un’analogia tra il modo con cui Arendt parla della seconda nascita, che si dà nella parola e nell’azione, e l’evento della nascita biologica, come il nuovo che irrompe nel mondo: è il dare inizio al nuovo mediante lo scambio e la relazione.

 

Considerazioni finali

 

E con questo mi avvio alla conclusione tornando all’inizio, dove ho mostrato come il tema della nascita, centrale nel pensiero delle donne nel XX secolo, sia invece assente nella filosofia tradizionale, anche se non inesistente.

Infatti, si può vedere come l’evento della nascita e della relazione madre-figlio/a nella nascita si sia in realtà depositato, sepolto nelle pieghe della tradizione filosofica anche in modo significativo, ma come di fatto sia stato scippato, deformato  e metaforizzato.

Due esempi.

Guardiamo un termine-cardine su cui si è strutturata tutta logica filosofica, il  concetto: ciò che la mente intende e comprende: pensiero, idea, nozione, immagine.

Etimologicamente il termine deriva da concepire: dal latino cum -capere  (prendere- insieme, com-prendere), determinare la formazione e lo sviluppo del/la figlio/a e portarlo dentro di sé; detto di donna; accogliere ricevere, generare; cominciare a provare un sentimento, dare inizio a qualcosa.

Questo termine ‘concetto’, fondamentale nel discorso filosofico, è stato utilizzato in modo astratto, sottraendolo alla sua origine etimologica.

Altro esempio: se facciamo attenzione al filosofo considerato il fondatore della filosofia occidentale, Socrate,  vediamo che è rimasto famoso per la maieutica, l’arte di far nascere, mestiere proprio della madre e di sua madre che era ostetrica, e lui stesso si definisce un maieutico, che aiuta a partorire la verità. Di questo riferimento originario, è rimasta però solo la metaforizzazione e negata l’origine.

Ci sarebbe un altro fatto, assolutamente centrale nella nostra civiltà e cultura: la datazione del nostro tempo storico si definisce a partire dalla nascita di Gesù: la nostra stessa epoca e cultura si definiscono a partire da quell’evento, da quella nascita; la misura del nostro stesso essere nel mondo storico della nostra civiltà occidentale è data dall’evento di una nascita.

Questi esempi, che costituiscono dei  fondamenti nella nostra tradizione culturale, mostrano come, anche se non viene esplicitamente riconosciuto nella sua origine sessuale, il modello del materno, della nascita, è il modello di riferimento più forte e potente quando si vuole significare qualcosa di imprescindibile della condizione umana.

Ripensare la realtà alla luce della categoria di natalità, e con quanto abbiamo visto è ad essa correlato  (parola e azione, differenza sessuale, lingua materna) mostra, rispetto alla tradizione filosofica, un rovesciamento di prospettiva, di paradigma, nel modo di pensare il proprio stare al e nel mondo, che, come scrive ancora la Cavarero, “non si aggiunge semplicemente all’orto filosofico tradizionale, (…)  ma è anzi una categoria che questo orto sconvolge attaccandolo alla base”.[15]

E per sintetizzare il senso di questo capovolgimento di prospettiva, vorrei concludere con una citazione di Hannah Arendt:

“Gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire, ma per dare inizio a qualcosa di nuovo. Con la creazione dell’uomo il principio del dare inizio è entrato nel mondo – ciò che ovviamente è solo un altro modo di dire che con la creazione dell’uomo il principio della libertà ha fatto la sua comparsa sulla terra.“[16]

 

[1]              cfr. A. Cavarero, Dire la nascita, in Diotima, Mettere al mondo il mondo, La Tartaruga, Milano 1990, pag. 114

[2]              cit., pag. 114

[3]              Cfr.  A. Cavarero, cit. pag. 114-115

[4]              cit., pag. 111

[5]              cit. , pag. 113-114

[6]              Hannh Arendt, Rahel Varnhagen. Storia di una ebrea, Il saggiatore, Milano 1988.

[7]              Cavarero,  cit. pag. 99

[8]              Hannah Arendt, Vita activa, ed. Bompiani, Milano 1991, p. 128

[9]              cit. Vita activa pp. 127 129

[10]            cit. pag. 130

[11]            a cura di Eva-Maria Thüne, , All’inizio di tutto la lingua materna, Rosenberg & Sellier, Torino 1998, pag. 9

[12]            Chiara Zamboni, Filosofia donna, Demetra, Colognola ai Colli (VR) 1997, pag. 125

[13]            Per la posizione di Chiara Zamboni sulla lingua materna si veda il suo Parole non consumate. Donne e uomini nel linguaggio, Liguori, Napoli 2001.

[14]            Luisa Muraro, All’inizio di tutto.., cit. pag.41

 

[15]            Cavarero, cit. pag. 110

[16]            Arendt, Vita activa, cit. pag. 129

 

 

 

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