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Movimento delle donne e soprannaturale

 

  1. Per cominciare

 

Preciso subito che ciò di cui tratterò sono le affinità e le differenze fra il movimento delle donne in Italia legato alla differenza sessuale e il pensiero di Simone Weil: è da quest’ultima autrice che viene il termine soprannaturale.

Per impostare la questione, parto da uno scambio avviato da Giancarlo Gaeta e Lia Cigarini sul n. 111 di “Via Dogana”, del dicembre 2014.[1] Per riassumere questo scambio, preciso che esso parte da una frase di Simone Weil, posta in chiusura de La persona e il sacro, in cui l’autrice auspica l’invenzione di “istituzioni nuove”, che si collochino “al di sopra” delle istituzioni democratiche e il cui compito sarebbe quello di “discernere e abolire tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto l’ingiustizia, la menzogna e la bruttezza.”[2]

Gaeta interpreta questa frase della Weil come indicazione di una via mistica alla politica, di cui solo i singoli sarebbero capaci per il loro contatto col soprannaturale. Egli vi scorge l’indicazione di una religione e di una politica del lievito opposte a quelle della massa. Tuttavia, se è vero che solo i singoli sono capaci di un’apertura al soprannaturale, a quali istituzioni si può pensare in riferimento a questa frase della Weil? Gaeta ricorda l’operare di un gruppo teatrale in un quartiere degradato di Bologna, che ha avuto un influsso benefico sulla realtà sociale e politica della città, e rammenta anche l’indicazione weiliana di “riviste di idee” attorno a cui dovrebbero costituirsi delle aree di affinità, ma impermeabili allo spirito di partito, non cristallizzate né miranti al potere.[3] Gaeta considera questi esempi come del tutto apolitici; egli ritiene inoltre che le pratiche delle donne che hanno dato vita a diverse realtà simili a queste siano per tanti versi in sintonia con l’ispirazione weiliana, ma se ne discostino per l’apertura al soprannaturale, sempre presente nella Weil ma non nelle pratiche femministe che noi conosciamo.

Lia Cigarini obietta giustamente che quelle istituzioni che Gaeta giudica apolitiche (riviste di idee, gruppo teatrale, pratiche femministe) sono invece esempi eccellenti di quella che il movimento delle donne ha definito politica prima, una politica che va direttamente allo scopo, che è praticata in prima persona, in forma relazionale, e che non mira affatto al potere. La politica istituzionale sarebbe invece politica seconda, una politica il cui degrado la Weil aveva sottolineato già con forza al suo tempo auspicando, fra le altre cose, l’abolizione dei partiti politici.[4] Fin qui, la Cigarini ha perfettamente ragione, perché Gaeta ignorava allora (poi c’è stato uno scambio successivo su questo) il senso e la capacità di contagio della politica prima, della politica delle donne, a partire da quella praticata dalla Libreria delle donne di Milano e da Diotima fino a quella di tante altre realtà, come la “Rete delle città vicine”, la “Merlettaia” di Foggia e tante altre.

La differenza rispetto alla Weil rimane però la questione del soprannaturale. Come afferma la Gigarini, per la Weil “era essenziale l’ispirazione soprannaturale per cambiare i rapporti di forza e trasformarli in relazioni libere. Ma perché?”,[5] lei si chiede. È su questo “perché” che vorrei soffermarmi nel seguito della mia relazione. Lia Cigarini ricorda ancora giustamente, citando Luisa Muraro, che c’è “un’attitudine originaria della politica che è linguistica, comunicativa, relazionale, irriducibile ed eccedente rispetto alle ‘istituzioni mediane’ di governo, di rappresentanza e di legiferazione”,[6] e che la politica delle donne è stata ed è tuttora soprattutto questo: una politica del simbolico, inaugurata dai gruppi di autocoscienza degli anni Settanta e proseguita fino a oggi, una politica che, senza alcuna organizzazione istituzionale né alcuno strumento di potere, ha modificato profondamente la concezione del rapporto patriarcale fra i sessi. Tutto vero e tutto giusto nella risposta di Lia Cigarini a Gaeta, salvo, a mio parere, un solo punto: la questione del soprannaturale, sempre presente nella Weil e non necessariamente nel movimento delle donne.

Nel numero precedente di “Via Dogana” rispetto a quello citato prima, intitolato L’Europa di Simone Weil, Lia Cigarini faceva senz’altro coincidere il soprannaturale weiliano con il simbolico della politica delle donne.[7] Ci sono delle buone ragioni per questa identificazione, che però non mi trova del tutto d’accordo, come argomenterò meglio più avanti. Per ora, mi limito a segnalare che lo stesso titolo del n. 110 di “Via Dogana”, nonché la frase weiliana in chiusura de La persona e il sacro che ho citato all’inizio sono stati recentemente oggetto di un convegno internazionale alla Scuola Normale di Pisa, a cui anch’io ho partecipato e i cui contributi sono confluiti in un volume, sempre con lo stesso titolo, L’Europa di Simone Weil.[8]   Infine, lo scambio fra Lia Cigarini e Giancarlo Gaeta è stato ripreso, rilanciato e sintetizzato da Luisa Muraro in un piccolo prezioso testo, dedicato al dialogo fra questi due pensatori su Simone Weil. [9]

 

  1. Simone Weil “adottata” dalla politica delle donne

 

Credo che sia opportuno ricordare che Simone Weil in Italia ha conosciuto due stagioni diverse di fortuna del suo pensiero: la prima a partire dagli anni Cinquanta, soprattutto ad opera di Adriano Olivetti e delle edizioni di Comunità, che ne hanno tradotto e attualizzato alcune opere, e la seconda a partire dagli anni Ottanta, in concomitanza con la pubblicazione dei Quaderni a cura di Giancarlo Gaeta presso la casa editrice Adelphi. In questa seconda stagione di diffusione del pensiero di Simone Weil, ha avuto una notevole importanza l’apporto del pensiero femminile e femminista legato alla differenza sessuale, che ha “adottato” Simone Weil come una delle sue autrici di riferimento. Una parte consistente del pensiero e del movimento delle donne si sono rivolte a Simone Weil come a un’autorità femminile da cui ricavare un tesoro sapienziale da spendere nel presente. Come sottolineava Chiara Zamboni in un articolo pubblicato sulla rivista “Iride”, Lettura filosofica e politica del pensiero di Simone Weil,[10] si sono orientate verso la Weil soprattutto le donne che, sia nel pensiero filosofico sia in politica, sentivano il bisogno di una forma di trascendenza, una trascendenza non opposta all’immanenza ma in sintonia con la materialità dei corpi e con la risonanza degli affetti.

Mi è impossibile rendere conto sinteticamente della vastità e della profondità dell’impegno di valorizzazione e di attualizzazione della Weil da parte del pensiero femminile e femminista italiano a partire dagli anni Ottanta. Devo innanzitutto ricordare Maria Concetta Sala, che ha collaborato con Gaeta nella traduzione e nella cura di diverse opere della Weil.[11] Fra i libri femministi più importanti liberamente ispirati dal pensiero weiliano, ricordo quello della Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti[12], del 1987, il cui titolo è preso da una frase di Simone Weil: esso contiene l’invito rivolto alle donne a non fare una politica di rivendicazione dei diritti, ma nel contempo a non dimenticare l’aspirazione alla giustizia, una giustizia al di sopra delle leggi e dei diritti riconosciuti. Inoltre, ricordo il testo, scritto da una parte delle pensatrici di Diotima, fra cui anch’io, Simone Weil. La provocazione della verità, del 1990,[13] il libro di Chiara Zamboni su Simone Weil e Heidegger[14] e diversi altri suoi saggi dedicati alla filosofa francese,[15] i testi di Gabriella Fiori, che hanno mediato l’interesse per la Weil presso un pubblico vasto di lettrici,[16] quelli di Paola Melchiori e Anna Scattigno,[17] i contributi di Alessandra Bocchetti e del gruppo “Virginia Woolf” di Roma,[18] e quelli di Sandra De Perini, Nadia Lucchesi e Laura Guadagnin di Venezia.[19] Un cenno a parte lo merita l’originale interpretazione della compianta Angela Putino, fino al suo ultimo insuperabile testo Simone Weil. Un’intima estraneità.[20] Ricorrenti riferimenti alla Weil ci sono in Luisa Muraro (soprattutto in Il Dio delle donne, ma anche in altri suoi saggi).[21] Infine ricordo il recente volume di Gloria Zanardo, Un’apertura di infinto nel finito, del 2017.[22] Fra i numerosi contributi femminili sulla Weil ci sono anche i due volumi, anzi tre, che io stessa ho dedicato al suo pensiero, in particolare il secondo, Simone Weil. Esperienza religiosa, esperienza femminile, del 1997, che più degli altri si sbilancia nell’interpretazione della Weil alla luce del pensiero della differenza sessuale.[23] Sicuramente, in questo elenco sommario, ho dimenticato alcune voci femminili importanti, fra cui quelle di Giovanna Borrello,[24] di Laura Boella,[25] di Rita Fulco,[26]  di Stefania Tarantino[27] e infine di Monica Cerutti Giorgi,[28] ma questo mi bastava per dare un’idea dell’ampiezza della risonanza del pensiero weiliano nel movimento delle donne in Italia.

Come osserva Chiara Zamboni nell’articolo ricordato sopra, in questo contesto si è fatta di Simone Weil una lettura sia filosofica sia politica. Sul piano filosofico, si è messo a fuoco l’inscindibile intreccio fra pensiero e vita che ha caratterizzato la Weil e che contraddistingue anche le pratiche più significative del movimento delle donne, mentre sul piano politico si sono valorizzati soprattutto i temi weiliani della forza e della disparità. La disparità weiliana, che permette di raggiungere un equilibrio a partire da una disuguaglianza iniziale (come nell’amicizia o nell’obbedienza a un’autorità legittima) ha trovato piena rispondenza con le pratiche della disparità nel movimento delle donne, dall’affidamento all’autorità femminile. Invece il tema della forza è stato declinato con una certa libertà rispetto all’impostazione weliana. Mentre nella Weil la forza è connotata per lo più negativamente, come ciò che pesa come la gravità in tutte le relazioni umane, salvo un infinitamente piccolo aperto al soprannaturale, nel pensiero delle donne si è cercato invece di mettere in parole la propria forza, la forza femminile, ma sapendo anche riconoscere la forza a cui si è sottoposte e a cui non si riesce mai a sottrarsi del tutto.

La Weil aveva cercato di pensare quale possa essere la forza della debolezza. Non che il debole, rimanendo tale, possa diventare forte, ma può attingere a un’altra forza, di natura spirituale, che la Weil definisce soprannaturale. A questo si lega il tema dell’infinitamente piccolo, di cui tratterò più avanti.

A mio parere, poi, il punto di sintonia più significativo fra la politica delle donne e la Weil è rappresentato dall’intuizione di quest’ultima del carattere eminentemente simbolico di ogni rivoluzione sociale. Simone Weil invitava gli operai a parlare in prima persona della loro esperienza – a partire da sé, diremmo noi – e a riappropriarsi della loro tradizione culturale, della storia delle rivoluzioni fallite, della memoria dei vinti, del patrimonio della cultura popolare.[29] Il valore del simbolico Simone Weil lo aveva capito bene anche quando aveva avanzato la proposta di un corpo di infermiere di prima linea, progetto mai realizzato ma tuttavia importante perché proponeva un antidoto simbolico al fanatismo nazista, appellandosi a un coraggio femminile usato per soccorrere e non per uccidere, destinato a opporsi al culto virile delle armi e della guerra.[30]

A partire dall’intuizione del carattere simbolico di ogni vera rivoluzione, l’indicazione weiliana è quella di ripartire dalla patria del linguaggio, dalla lingua materna, affinché il patrimonio culturale non sia una preda trascinata dietro al carro del vincitore. Su questo punto, la politica del simbolico, cioè lo smantellamento degli stereotipi patriarcali a favore di una libertà femminile nelle mani, nelle menti e nei cuori delle donne che hanno partecipato in qualche modo alla rivoluzione femminista del Novecento è in perfetta sintonia con l’intuizione weiliana circa la natura squisitamente simbolica delle grandi modificazioni sociali. Così come è in sintonia con l’idea weiliana di una verticalità che discende investendo le singolarità una politica del simbolico che mostra i suoi effetti qui e ora, senza rimandare al futuro l’avvento della propria libertà.

Tutto questo dà ragione all’equivalenza, affermata da Lia Cigarini, fra simbolico e soprannaturale. Sia il simbolico sia il soprannaturale, in definitiva, sono nomi non riempiti a priori di contenuti e aperti a diversi significati, e sono destinati a fare da contrappeso alla forza e al potere dominanti. Ciò che li accomuna ulteriormente, secondo Luisa Muraro, è la generatività: “La creazione di simbolico (…) apre una dimensione di infinità”, perché “la lingua è un dispositivo che, con un numero finito di elementi e di regole, può generare un numero illimitato di frasi.” Così, “il nostro mondo si amplia illimitatamente dentro e fuori di noi, e la nostra esperienza si spinge (…) ai limiti dell’indicibile, verso l’infinito”, in direzione del cielo da una parte e dell’inconscio dall’altra.[31]

Nonostante tutto questo, a mio parere, la coincidenza fra simbolico e soprannaturale, sostenuta da Cigarini e ribadita da Muraro, non è perfetta: c’è nel soprannaturale weiliano qualcosa di realmente trascendente, un bene che discende per grazia e che noi riceviamo, requisito che non è affatto indispensabile per la politica del simbolico.

Un’altra affinità importante fra la Weil e il pensiero delle donne lo ha messo in luce per prima Angela Putino: si tratta dell’impersonale della politica, che lei interpreta, nel movimento delle donne, come affermazione della giustizia, come riconoscimento che ogni donna pensa, e che questo pensiero è pensiero per tutti; questa, afferma Angela, è la formulazione di una giustizia limpida, chiara, non di parte.[32] Anch’io trovo che l’impersonale di cui parla la Weil, riproposto da Angela Putino e più recentemente da Gloria Zanardo, abbia delle affinità con la circolazione di pensiero nelle pratiche femministe. Nello scambio di pensiero fra donne, quando una avanza un’idea e altre la rilanciano, la ritoccano, la modificano secondo la propria prospettiva soggettiva, ciò che ne risulta è una verità che alla fine è di tutte e di nessuna, benché rechi il segno delle singolarità che hanno contribuito a darle forma: è una verità impersonale.

Con questo, si va molto vicino all’impersonale weiliano, che è sia la concretezza dell’essere corpo (la singolarità incarnata) sia l’aspirazione di ciascuna/o al bene, alla verità e alla giustizia. Una giustizia che non è rimandata al futuro, ma che avviene qui e ora, grazie a una dimensione di trascendenza che irrompe nelle singolarità.[33] Nella politica delle donne, questo ha un corrispettivo con l’avvento della libertà femminile, che, come sottolineava Carla Lonzi già negli anni Settanta, non è qualcosa da rinviare al futuro, ma che avviene qui e ora, nel presente della presa di coscienza di ciascuna.[34]

Ritengo tuttavia che il passaggio all’impersonale auspicato dalla Weil, cioè il passo indietro rispetto all’altro che è in condizione d’inferiorità, la rinuncia al proprio potere, alla forza e al prestigio, per trattare l’altro come se fra i due ci fosse perfetta uguaglianza, sia difficilmente praticabile, anche nella politica delle donne.

Tuttavia, non voglio fare l’elenco di tutte le intuizioni weiliane riprese e rilanciate dal movimento delle donne. Mi limito a dire, in conclusione di questo secondo punto, che il movimento interpretativo è stato quello che è partito dal pensiero della differenza sessuale per arrivare a quello di Simone Weil e non viceversa. Il pensiero della differenza è stata la chiave ermeneutica che ci ha consentito di leggere alla luce di istanze femministe le idee e le prese di posizione di un’autrice che in realtà non era stata femminista, che di femminismo non ne voleva sapere,[35] pur avendo avuto una sensibilità acuta per la svalutazione socio-simbolica delle donne nell’ordine patriarcale. Certo, nella forte relazione che si è instaurata fra il pensiero della differenza e quello di Simone Weil si è creato un circolo ermeneutico, che non è affatto un circolo vizioso, ma che anzi è uno scambio fecondo, un circolo virtuoso. Tuttavia, che la Weil sia non solo per me, ma per molte altre donne, un’autorità femminile (e non neutra, come vorrebbero gli studiosi maschi), questo è un guadagno del pensiero della differenza sessuale – un guadagno teoretico nostro e non di Simone Weil.

 

  1. Giustizia

 

Sola, a Londra, nel 1942-’43, al servizio di France libre, l’organizzazione della resistenza francese in esilio, Simone Weil cercò di pensare un futuro diverso per la Francia e per l’Europa. L’Europa a cui lei si trovava di fronte era devastata dalla seconda guerra mondiale, era invasa dalle truppe hitleriane; era l’epoca dei totalitarismi; in tutti gli stati i partiti politici avevano una forte carica ideologica; già allora, lei scriveva, il denaro era diventato per molti l’unico movente; gli stati nazionali, anche quelli democratici, avevano mostrato la debolezza delle loro istituzioni di fronte all’espansionismo nazista ed erano responsabili di uno sradicamento al loro interno e di un colonialismo ancora più sradicante verso i popoli colonizzati.

L’Europa di oggi, benché esista per fortuna una realtà sovranazionale, l’Unione europea, che potrebbe fare argine alla sovranità dei singoli stati, ma che di fatto si riduce spesso quasi solo all’unità monetaria dell’euro e a sanzioni per chi non rispetta i parametri economici europei, una realtà sovranazionale che ha subìto recentemente la ferita della Brexit e che è minacciata dal sovranismo di alcuni stati membri, fra cui, fino a poco tempo fa, anche l’Italia, non è poi del tutto diversa da quella che aveva di fronte Simone Weil. Certo, oggi non c’è più una minaccia paragonabile al nazismo, ma non solo perdura il potere degli stati nazionali, ma nascono anche nuovi sovranismi contro l’unità europea; è evidente a tutti la crisi della politica istituzionale, della rappresentanza e dei partiti; è ricorrente la tentazione di rivolgere la propria dedizione a un capo, visto che lo stato è una cosa fredda e morta che non si può amare, come osservava la Weil.[36]

In realtà, tuttavia, le realtà sovranazionali più potenti oggi non sono tanto le istituzioni europee, quanto piuttosto un capitale finanziario incontrollabile e un neo-liberismo che, mentre lascia circolare liberamente (o quasi) le merci, impedisce agli esseri umani di muoversi liberamente da un paese all’altro, da un continente all’altro. La paura dell’immigrazione, alimentata ad arte da politici di destra, considera un reato da punire penalmente e pecuniariamente il gesto di elementare umanità di salvare altri esseri umani che rischiano di trovare la morte – e che spesso muoiono – nel Mediterraneo, nel tentativo di approdare in Europa. I focolai di guerra sono per lo più spostati altrove rispetto all’Europa e ai paesi occidentali sviluppati, ma uno stato di guerra prolungato spinge intere popolazioni a cercare rifugio altrove. In definitiva, per tanti versi, la realtà socio-politica contemporanea non è meno inquietante di quella che aveva davanti agli occhi Simone Weil.

Vorrei allora ripartire dalla frase di Simone Weil in chiusura de La persona e il sacro che ho citato all’inizio, per poi approfondire il tema della giustizia. La Weil, come ricordavo prima, parla di istituzioni nuove, tutte da inventare, che dovrebbero appartenere a una regione superiore rispetto a quella del diritto e delle libertà democratiche; queste istituzioni avrebbero il compito di “discernere e abolire tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto l’ingiustizia, la menzogna e la bruttezza”.[37] Queste istituzioni dovrebbero essere “sopra la legge”: al di sopra delle leggi istituite e della democrazia rappresentativa. Il loro compito non sarebbe di tipo legislativo, ma di vigilanza e di reazione contro l’ingiustizia.

Ciò che vorrei sottolineare è il fatto che, a mio avviso, guardando al complesso del pensiero weiliano nell’ultima fase di vita dell’autrice, in realtà non sarebbero tanto delle istituzioni a poter fare questo, quanto piuttosto dei singoli, inseriti in istituzioni o anche semplicemente membri attivi della società che siano investiti di autorità. Infatti, per la Weil, solo il singolo è capace di apertura al soprannaturale, e per questo può essere attento alla dignità violata di ciascun essere umano, non un “noi” né una collettività né un’istituzione. La Weil fa infatti riferimento a una giustizia che non è di questo mondo, a un ordine “senza nome né forma”,[38] a un bene puro posto al di sopra della coppia di contrari bene-male. Solo i mistici ne sono capaci: “La mistica è il passaggio oltre la sfera nella quale il bene e il male si oppongono, e questo grazie all’unione dell’anima con il bene assoluto”.[39] È chiaro che i mistici sono pochi, ma l’autrice è convinta che essi possano irradiare la loro luce sull’intera società: “Tuttavia, l’intera vita di un popolo può impregnarsi di una religione totalmente orientata alla mistica”.[40] C’è qui l’indicazione di una via mistica alla politica, come osserva Gaeta.

La giustizia soprannaturale, così come il bene puro, si manifestano quaggiù nella forma dell’infinitamente piccolo. Solo coloro che mettono al centro della propria anima un infinitamente piccolo capace di bene, di giustizia, di verità e di amore, sono davvero in grado di reagire all’ingiustizia, al male, alla menzogna, alla bruttezza; essi possono inoltre cogliere, in ciò che semplicemente è, in ciò che è già dato, i germi di un di più, del suo meglio, del suo mancante.[41] Ciascuno singolarmente rappresenta un punto infinitesimo di un ordine trascendente che non è rappresentabile, ma lo diviene solo a patto che sia capace di attenzione al soprannaturale: alla giustizia che non è di questo mondo, al bene puro, alla bellezza autentica. Solo attraverso il contatto reale, diretto, con il soprannaturale, sperimentato dai mistici, è possibile veramente scorgere l’ingiustizia, sentire il grido muto degli sventurati e porvi rimedio. Nessuna istituzione, di per sé, lo può fare. Solo il singolo ne è capace: e occorre che egli sia passato attraverso un’esperienza mistica di contatto con il soprannaturale. Altrimenti, egli si difenderà dal grido muto di chi chiede “perché mi viene fatto del male?”,[42] rifugiandosi nel conformismo, nella rassegnazione, nel non ascolto, nell’assuefazione al peggio. L’importante è che quei singoli, quei pochi capaci di udire veramente il grido muto della sventura siano collocati nel posto giusto nella comunità, che siano ascoltati e investiti autorità.

Quello che Simone Weil propone, a mio avviso, è un itinerario mistico-politico che pone il contatto col soprannaturale, nella forma dell’infinitamente piccolo, come unica possibilità di apertura a una regione superiore, a un ordine senza nome né forma, a una giustizia che non è di questo mondo, ma di cui occorre far rilucere qualcosa in questo mondo affinché la menzogna, la bruttezza e l’ingiustizia non abbiano la meglio. Quei singoli che hanno sperimentato un contatto mistico col soprannaturale possono essere collocati ovunque, nella comunità, a patto che siano investiti di autorità.

Oggi, possiamo pensare, se vogliamo indicare delle istituzioni che, nella realtà contemporanea, raccolgono quei singoli che sono attenti al grido muto che proviene dalla sventura e che si avvicinano dunque all’intuizione weiliana, alle Organizzazioni non governative che soccorrono i migranti nel Mare Mediterraneo o a istituzioni come Amnesty International, che denuncia le violazioni dei diritti umani in varie parti del mondo.

Io penso soprattutto a molte pratiche legate al movimento delle donne e al pensiero della differenza sessuale, dalla Libreria delle donne di Milano a Diotima e a diverse altre realtà. Faccio l’esempio di “Casa di Ramia”, un luogo d’incontro fra volontarie italiane e donne immigrate da vari paesi, collocato nel quartiere a più alto tasso d’immigrazione a Verona, con l’effetto di rendere migliore la convivenza in questo quartiere difficile. “Casa di Ramia” ha ricevuto un riconoscimento istituzionale da parte del Comune e vi lavora anche un’assistente sociale delegata dal Comune stesso, ma la cosa importante è che, senza l’iniziativa di quelle singole che hanno dato vita a questo centro e che sono personalmente interessate allo scambio con donne provenienti da altri paesi, questo luogo non sarebbe una realtà viva e feconda quale  attualmente è. Sono le singole donne che vi partecipano a fare la differenza, non l’istituzione come tale. In ogni caso, è fondamentale il fatto che l’istituzione in questione non abbia come scopo l’acquisto né la conservazione del potere. Ritengo che “Casa di Ramia” faccia politica non nel senso corrente, che coincide con la politica della rappresentanza e dei partiti, ma nel senso originario, primario, di confronto diretto fra persone, di scambio comunicativo, relazionale, fondato su legami di fiducia.

Diversi sono i gruppi di donne (e uomini) che, all’interno delle pratiche promosse dal pensiero della differenza sessuale, fanno politica in questo senso: rifiutano la rappresentanza, la delega, la politica dei partiti, non mirano al potere, ma praticano la politica nel suo senso originario, una politica prima, intesa come confronto diretto fra persone, come scambio comunicativo, relazionale, fondato su legami di fiducia. Tuttavia, come dicevo all’inizio, la differenza fra queste pratiche politiche feconde di donne e l’ispirazione weiliana è costituita dall’apertura al soprannaturale,[43] indispensabile per la Weil ma non per le nostre pratiche.

Certo, il soprannaturale non è in alcun modo oggettivato dalla Weil, la quale scrive infatti: “L’oggetto della mia ricerca non è il soprannaturale, ma questo mondo. Non si deve osare di farne un oggetto, altrimenti lo si abbassa”.[44] Inoltre, al soprannaturale weiliano potrebbe essere più adeguato talvolta il nome di contro-naturale: se l’inclinazione “naturale” degli esseri umani è verso la gravità, cioè è quella di usare tutta la forza di cui dispongono a scapito di altri che si trovano in condizioni d’inferiorità, allora è contro-naturale, contro i meccanismi della forza generalmente imperanti, il fatto che io tratti chi è in una situazione d’inferiorità, di maggiore vulnerabilità, come se fra me e lui/lei ci fosse perfetta uguaglianza.[45] Si tratta di fare un passo indietro, contro-naturale, rispetto a chi è più debole e fragile. Tuttavia, sia che si tratti di un soprannaturale senza nome sia di un contro-naturale, la questione di fondo è: perché la Weil considera indispensabile l’attenzione al soprannaturale affinché ci sia un po’ di giustizia in questo mondo? Perché il soprannaturale a suo avviso è la sola realtà che può fare da contrappeso alla forza e al potere. Secondo la Weil, occorre agganciarsi a qualcosa che sia al di sopra del dominio pervasivo della forza per contrastarne la presa dentro e fuori di noi.

Fra i diversi nomi del soprannaturale, mi soffermo soprattutto su quello di giustizia.  La giustizia si presenta a noi, secondo la Weil, in modo paradossale: essa dovrebbe essere la norma di tutto ciò che facciamo, ma ha il grave inconveniente di non essere conoscibile positivamente. “Ci sono tre misteri quaggiù, tre cose incomprensibili: la bellezza, la giustizia e la verità. Sono le tre cose riconosciute come norme di tutte le cose di quaggiù. L’incomprensibile è la norma di tutto ciò che è conosciuto. Come stupirsi allora se la vita terrestre è impossibile?”.[46] La giustizia non è positivamente rappresentabile, se non con l’immagine della bilancia a bracci disuguali, per cui occorre fare ogni volta un esercizio estremo di attenzione per discernere ciò che può riequilibrare una situazione di grave squilibrio. Non possiamo definire positivamente che cosa sia la giustizia, ma possiamo invocarla ogni volta che riconosciamo che accade qualcosa d’ingiusto. La giustizia non è dicibile in modo affermativo, ma un riferimento a essa è sempre presente nella reazione di chi s’indigna per un’ingiustizia commessa e vi reagisce attivamente. L’orientamento della Weil a me pare quello di non delegare solo alle istituzioni giuridiche il compito di reagire all’ingiustizia, ma di investire anche i singoli della capacità di rimediare personalmente ai torti commessi, alle ingiustizie, alle violazioni della dignità umana.

Simone Weil sostiene inoltre che noi siamo nell’impossibilità di rappresentarci positivamente la giustizia trascendente, ma che ciononostante abbiamo bisogno di un modello imitabile di giustizia perfetta, perché solo dal più perfetto può derivare il meno perfetto. Questo modello esiste, è il Cristo (o altre figure che lei assimila al Cristo, fra cui Antigone). Con la figura del Cristo, l’immagine della giustizia come bilancia a bracci disuguali, cioè come stadera, si avvicina alla figura della croce. In tal modo, la giustizia si unisce all’amore: infatti solo una follia d’amore come quella del Cristo sulla croce può fare da contrappeso alla sventura estrema.[47]

Devo dire che questo aspetto del pensiero della Weil mi ha sconcertato, ma che al tempo stesso ne comprendo del tutto umanamente il motivo: infatti, una giustizia che non contempli il punto estremo dell’ingiustizia, dove massimi sono il dolore e l’abbandono, una giustizia che non preveda, come contrappeso alla sventura, una follia d’amore simile a quella del Cristo, è ben poca cosa, è ben poco umana. In fondo, la Weil dice semplicemente che, là dove qualsiasi essere umano sperimenta la sventura estrema e l’abbandono più totale, Cristo è là che soffre con lui, con lei.

Al di là di questo vertice mistico-politico del pensiero della Weil sulla giustizia, va ricordata sobriamente anche la sua critica al diritto e alle libertà democratiche, di grande attualità anche oggi. Tale critica va interpretata non come rifiuto della norma giuridica, che è valutata anzi positivamente per la sua capacità di porre un limite all’arbitrio, ma come segnalazione della radicale insufficienza di una politica di rivendicazione rispetto alla sofferenza di chi non può accampare diritti perché nessuno è disposto a riconoscerglieli. “La nozione di diritto è legata a quella di spartizione, di scambio, di quantità. Ha qualcosa di commerciale. Evoca in se stessa il processo, l’arringa. Il diritto non si sostiene che col tono della rivendicazione; e quando questo tono è adottato, la forza non è lontana, è subito dietro, per confermarlo”.[48]

Sulla critica al diritto, il pensiero della differenza sessuale è in perfetta sintonia con la Weil, come suggerisce il titolo del testo, già ricordato, della Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti. In sostanza, Weil denuncia il circolo vizioso fra diritto e forza, una forza che ha bisogno di legittimarsi giuridicamente per sostenersi. Inoltre, l’autrice denuncia il fatto che, là dove prevale il tono della rivendicazione, rischia di restare del tutto inascoltata la domanda “perché mi viene fatto del male?”, domanda ben più importante di quella innescata dalla rivendicazione dei diritti, che lei traduce così: “perché lui ha più di me?”[49]

Ne La prima radice, al diritto Weil contrappone l’obbligo – e l’obbligo ha a che fare col destino eterno dell’essere umano, dunque con la regione superiore, aperta al soprannaturale. Quello che vorrei sottolineare qui è soprattutto il fatto che, contrapponendo l’obbligo al diritto, Weil imposta la questione della giustizia in termini relazionali. Mentre il diritto fa capo all’individuo e tende a separare, a dividere, invece l’obbligo chiama in causa un io che risponde a un tu, implica sempre una relazione.[50] E questa relazione s’instaura a partire dalla considerazione della vulnerabilità degli esseri umani: vulnerabilità del corpo, che ha bisogno di nutrimento, di protezione contro la violenza, di calore, di cure in caso di malattia, e vulnerabilità dell’anima, i cui bisogni sono elencati a coppie di opposti, come sicurezza e rischio, uguaglianza e gerarchia, opposti che devono essere soddisfatti entrambi.[51]

Una concezione relazionale della giustizia è delineata da Weil sia ne La prima radice sia ne La persona e il sacro, dove c’è un io che risponde a un tu violato e offeso, al suo grido di dolore impersonale. In entrambi i testi, come negli altri scritti di Londra, oltre alla relazione fra un io e un tu, è sempre in gioco un terzo elemento, che è costituito dall’attenzione al soprannaturale. Infatti, nella Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano, che doveva costituire la premessa de La prima radice, Weil fa riferimento a una “realtà situata fuori del mondo”, alla quale corrisponde, “al centro del cuore umano, l’esigenza di un bene assoluto”.[52] L’autrice si guarda bene dal qualificare questa realtà situata “fuori dal mondo”[53] come Dio, perché non vuole rinchiuderla in nessun recinto religioso confessionale, ma vuole tenerla aperta a tutti gli esseri umani, credenti in qualsiasi fede e non credenti. Questa altra realtà, comunque, è per lei “l’unico fondamento del bene”.[54] Fra gli esseri umani, i soli intermediari rispetto a essa sono coloro che “mantengono la propria attenzione e il proprio amore orientati verso quella realtà”.[55] Su chi si orienta in tal modo, “prima o poi […] discende del bene che, attraverso la sua mediazione, si irradierà intorno a lui”.[56] Solo chi riconosca quest’altra realtà, a suo avviso, può considerare “ogni essere umano, senza eccezione, come qualcosa di sacro.[57] […]. Non vi è altra motivazione al rispetto universale per tutti gli esseri umani”.[58]

Fra le citazioni che ho riportato sopra, sottolineo quel “discende del bene”, che commenterei così: Simone Weil era una donna ed era una mistica. Entrambe le condizioni le hanno permesso di sapere che l’essenziale non è qualcosa che noi possiamo conquistare o possedere con le nostre forze: possiamo solo riceverlo,[59] così come riceviamo la luce o come abbiamo ricevuto il latte materno.

Dunque, l’attenzione a quell’altra realtà fuori dal mondo è per Weil la condizione di un po’ di giustizia in questo mondo. Nel soprannaturale, come ho detto, lei cerca un contrappeso alla forza.

Anche noi donne, legate al pensiero e alle pratiche della differenza, abbiamo capito che, per non soggiacere ai rapporti di forza e di potere, fuori e dentro di noi, occorre un contrappeso potente. Nella politica delle donne, al posto del soprannaturale weiliano, possiamo mettere i nomi di politica del simbolico (come suggerisce Lia Cigarini) o anche di libertà femminile o di fiducia nella relazione materna. In fondo, sono tutti nomi non riempiti a priori di contenuti, che indicano sì un orientamento, ma che sono anche aperti alla significazione che le singole donne possono e vogliono dare loro. Sono forme di trascendenza immanente, una trascendenza in contatto con i corpi e con la materialità della vita. Come sottolinea Maria Concetta Sala, noi donne legate al pensiero della differenza, al posto delle relazioni di forza e di potere, abbiamo dato vita a relazioni libere, relazioni che non annullano le singolarità nel collettivo perché si fondano sulla fiducia, una fiducia che originariamente abbiamo riposto nel legame con nostra madre, un legame molto più prezioso del potere.[60]

Ciononostante, ciò che noi femministe abbiamo intuito e praticato, ad esempio l’autorità femminile come contrappeso al potere, non è la stessa cosa del soprannaturale weiliano. L’autorità femminile appartiene del tutto all’ordine mondano, è di questo mondo, anche se rinvia in qualche modo a una forma di trascendenza immanente.

Vengo quindi, per concludere, a una critica che mi sento di muovere a Simone Weil: questa critica la faccio con le dovute cautele, per l’enorme autorità che riconosco a questa autrice. La mia critica non riguarda né il soprannaturale né l’infinitamente piccolo, che sono nomi con cui lei cerca di mettere qualcosa al riparo del dominio della forza e del potere, di contrastarne la pervasività.

La mia critica riguarda invece il passaggio dalle singolarità alla politica, cioè al luogo d’incontro delle molte e dei molti. Benché Weil proponga, come ho detto, una concezione relazionale della giustizia nei suoi ultimi scritti, tuttavia il passaggio dalla singola e del singolo attenti al soprannaturale alla dimensione propriamente politica è da lei poco tematizzato.

C’è in Weil l’intuizione di una religione del lievito opposta quella della massa e anche quella di una politica del lievito opposta a quella della massa, ma la sua concezione relazionale della giustizia vede sempre un io che risponde a un tu, un singolo che fa un passo indietro di fronte a un altro minacciato o violato. Il terzo fra i due è il soprannaturale. Non ci sono il terzo e la terza in carne e ossa, necessari per la pluralità che è la condizione prima della politica, come sottolinea giustamente Hannah Arendt.[61]

Ci sono sì in Weil indicazioni preziose a proposito dell’amicizia, una relazione in cui la vicinanza affettiva comporta anche un tratto di distanza e d’impersonalità. Noi, nella politica delle donne, potremmo tradurre questa indicazione come valorizzazione dell’amicizia politica, delle relazioni di disparità feconde per entrambe le donne coinvolte.

In Weil, inoltre, c’è il passaggio dalla singolarità all’impersonale, un impersonale che attraversa e tocca le singolarità non disincarnandole ma facendone il lievito di una politica ispirata.

In Weil, infine, c’è estrema attenzione ai ponti, agli intermediari, ai metaxù, che non sono solo quelli verticali, verso il soprannaturale, ma sono anche quelli orizzontali, fra culture diverse. La stessa nozione ambigua di radicamento, che potrebbe prestarsi e che di fatto si è prestata a interpretazioni reazionarie, è intesa dalla Weil in senso non identitario né escludente, ma come apertura ad altre differenze.

Anche noi del pensiero della differenza questo l’abbiamo capito per altre strade, perché il rispetto della prima e fondamentale differenza umana, quella di essere donne e uomini, dovrebbe essere un invito all’apertura a tutte le altre differenze, culturali, etniche e religiose, come ha sottolineato con forza soprattutto Luce Irigaray.[62]

Nonostante tutto questo, il passaggio dal singolo alla pluralità relazionale, e quindi alla politica, è poco indagato, a mio avviso, da Simone Weil. Quei singoli – i mistici – capaci di attenzione al soprannaturale sono posti simbolicamente al centro della comunità radicata o della “città”. Ma il passaggio è troppo brusco. Forse l’insofferenza weiliana verso ogni “noi” collettivo – insofferenza peraltro ben giustificata – le ha impedito di esplorare a fondo il passaggio dai singoli “ispirati” alle relazioni di fiducia, di scambio e di conflitto nella pluralità umana, che è condizione essenziale della politica.

Quello che mancava in Weil ce l’abbiamo messo noi del pensiero della differenza. Ad esempio, Angela Putino, nella sua ultima relazione per Diotima, pur valorizzando “l’impersonale della politica” – un nome weiliano –, ha dovuto specificare che in tale politica agiscono delle singolarità che, per rendere operante la giustizia, devono essere circondate “da effetti che si intenzionano verso i molti -perché ogni politica coinvolge i molti”.[63]

Questa dimensione della pluralità umana Simone Weil non l’affronta direttamente, quantomeno non esplicitamente. Anzi, contro il “noi” collettivo, che non pensa e che è capace solo di schierarsi pro o contro, lei invoca i due o tre riuniti insieme. La Weil ricorda il passo evangelico in cui Cristo dice: “Allorché due o tre saranno riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro”.[64] Due o tre, sottolinea la Weil, non una folla.[65] Ma il terzo è costituito in realtà per lei dall’attenzione al soprannaturale. Certo, anche solo due o tre possono dare avvio a una politica del lievito. Tuttavia, per il passaggio dalle singolarità alla pluralità, condizione prima della politica, occorrono le molte, i molti, tenuti insieme da relazioni di fiducia, di scambio e di conflitto.

Questo è quanto ci insegna una pensatrice politica laica come Hannah Arendt, ma ce lo insegna anche e soprattutto il movimento delle donne, con le sue pratiche politiche sì circoscritte e che non annullano le singolarità nel “noi”, ma che sono anche volte ad allargare il cerchio, affinché la prima e fondamentale differenza umana, quella di essere donne/uomini, sia la chiave che apre a tutte le altre differenze, senza eccezione alcuna.

 

 

[1] Cfr. Giancarlo Gaeta, L’ispirazione soprannaturale, “Via Dogana”, n. 111, 2014, Le donne sono ovunque, pp. 4-5, e Lia Cigarini, La nostra ispirazione, ivi, pp. 5-6.

[2] Simone Weil, La persona e il sacro, in Roberto Esposito (a cura di), Oltre la politica. Antologia del pensiero “impolitico”, Bruno Mondadori, Milano 1996, p. 92.

[3] Cfr. Simone Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana, tr. it. di Franco Fortini, Comunità, Milano 1980, pp. 26-27.

[4] Cfr. Simone Weil, Nota sulla soppressione generale dei partiti politici, in Una costituente per L’Europa. Scritti londinesi, tr. it. a cura di D. Canciani e M. A. Vito, Castelvecchi, Roma 2013, pp. 123-139.

[5] Cigarini, La nostra ispirazione, cit., p. 5.

[6] Ivi, p. 6.

[7] Cfr. Lia Cigarini, L’Europa di Simone Weil, “Via Dogana”, n. 110, 2014, L’Europa di Simone Weil, pp. 3-4, in particolare p. 4.

[8] Cfr. Rita Fulco e Tommaso Greco (a cura di), L’Europa di Simone Weil. Filosofia e nuove istituzioni, prefazione di Roberto Esposito, introduzione di Giancarlo Gaeta, Quodlibet, Macerata 2019.

[9] Cfr. Luisa Muraro, Simone Weil, Giancarlo Gaeta e Lia Cigarini. La passione politica, Libreria delle donne di Milano, Milano 2019

[10] Cfr. Chiara Zamboni, Lettura filosofica e politica del pensiero di Simone Weil, “Iride”, 1992-1993, n. 10, pp. 100-109.

[11] Ricordo, oltre al prezioso indice analitico dei Quaderni di Simone Weil, redatto da Maria Concetta Sala, la sua traduzione e cura di Simone Weil, Piccola cara… Lettere alle allieve, Marietti, Genova 1988, la cura di Simone Weil, Attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008, la cura, insieme con Giancarlo Gaeta, di Simone Weil, La rivelazione greca, Adelphi, Milano 2014, e infine la traduzione e la cura di Simone Weil, André Weil, L’arte della matematica, Adelphi, Milano 2018.

[12] Cfr. Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, Torino 1987.

[13] Cfr. AA. VV., Simone Weil. La provocazione della verità, Liguori, Napoli 1990.

[14]  Cfr. Chiara Zamboni, Interrogando la cosa. Riflessioni a partire da Martin Heidegger e Simone Weil, Ipl, Milano 1993.

[15] Fra gli altri, ricordo Chiara Zamboni, Sull’azione non-agente: Simone Weil lettrice della “Bhagavad-Gita”, in AA. VV., Azione e contemplazione, Ipl, Milano 1992, pp. 131-146.

[16] Cfr. Gabriella Fiori, Simone Weil. Biografia di un pensiero, Garzanti, Milano 1990, ed Ead., Simone Weil. Una donna assoluta, La Tartaruga, Milano 1991.

[17] Cfr. Paola Melchiori, Anna Scattigno, Simone Weil. Il pensiero e l’esperienza del femminile, La Salamandra, Milano 1986.

[18] Cfr. Alessandra Bocchetti, Simone Weil era una donna, in AA. VV., Simone Weil a Roma, Edizioni Lavoro, Roma 1997, pp. 37 ss.

[19] Cfr. Laura Guadagnin (a cura di), Simone Weil e l’amore per la città. Venezia terrena e celeste, Il Poligrafo, Padova 2011.

[20] Cfr. Angela Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità, Città aperta, Troina (Enna) 2006.

[21] Cfr. Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori, Milano 2009; cfr. inoltre Ead., Il limite del volontarismo. Simone Weil lettrice dello Specchio, in Lingua materna scienza divina. Scritti sulla filosofia mistica di Margherita Porete, D’Auria, Napoli 1995, pp. 41-55, ed Ead., “Filosofia, cosa esclusivamente in atto e pratica”, in AA. VV., Obbedire al tempo, a cura di Angela Putino e Sergio Sorrentino, Esi, Napoli 1995, pp. 41-48.

[22] Cfr. Gloria Zanardo, Un’apertura di infinito nel finito. Lettura dell’impersonale di Simone Weil, Mimesis, Milano-Udine 2017.

[23] Cfr. il mio Simone Weil. Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori, Napoli 1997, ma anche il precedente e molto più documentato Simone Weil: segni, idoli e simboli, Franco Angeli, Milano 1993; l’ultimo in ordine di tempo, di carattere divulgativo, è il libro Weil, (a cura di Wanda Tommasi), Grandangolo Corriere della sera, RCS, Milano 2014.

[24] Cfr. Giovanna Borrello, Il lavoro e la grazia. Un percorso attraverso il pensiero di Simone Weil, Liguori, Napoli 2001.

[25] Cfr. Laura Boella, Dialoghi a distanza: Ingeborg Bachmann, Simone Weil, Hannah Arendt, in AA.VV., Politeia e sapienza. In questione con Simone Weil, a cura di Adriano Marchetti, Pàtron, Bologna 1993, pp. 173-184, ed Ead., Cuori pensanti. Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein, Maria Zambrano, Tre Lune, Mantova 1998.

[26] Cfr. Rita Fulco, Corrispondere al limite. Simone Weil: il pensiero e la luce, Studium, Roma 2002.

[27] Cfr. Stefania Tarantino, άνευ µητρός/senza madre. L’anima perduta dell’Europa. Maria Zambrano e Simone Weil, La scuola di Pitagora, Napoli 2014.

[28] Cfr. Monica Cerutti Giorgi, La clown di Dio, Zero in condotta edizioni, Milano 2013.

[29] Cfr. Simone Weil, Un appello agli operai di R., in La condizione operaia, tr. it. di Franco Fortini, introduzione di Roberto Morpurgo, Mondadori, Milano 1990, pp. 151-156.

[30] Cfr. Simone Weil, Progetto di una formazione di infermiere di prima linea, tr. it. di Giancarlo Gaeta, in Simone Weil, Joë Bousquet, Corrispondenza, a cura di Adriano Marchetti, SE, Milano 1994.

[31] Muraro, Simone Weil, Giancarlo Gaeta e Lia Cigarini, cit., p. 12.

[32] Cfr. Angela Putino, Impersonale della politica, relazione tenuta al Grande seminario di Diotima, in AA. VV., Per Angela, Università degli Studi di Salerno, Dipartimento di Sociologia e Scienza della politica, Fisciano (Salerno) 2008, pp. 59-62.

[33] Questa dimensione della trascendenza, della grazia e dell’evento che irrompono nelle singolarità è stata messa in luce soprattutto da Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità, cit., pp. 20 ss.

[34] Cfr. Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Scritti di Rivolta femminile, Milano 2004, p. 46: “Noi viviamo questo momento e questo momento è eccezionale. Il futuro ci importa che sia imprevisto piuttosto che eccezionale”, e p. 61: “Non esiste la meta, esiste il presente (…) noi realizziamo il presente”.

[35] Cfr. Simone Pétrement, La vita di Simone Weil, tr. it. di E. Cierlini, a cura di Maria Concetta Sala, con una nota di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1994, pp. 36-37.

[36] Cfr. Weil, La prima radice, cit., p. 101.

[37] Weil, La persona e il sacro, cit., p. 92.

[38] Cfr. Simone Weil, Quaderni vol. II, tr. it. di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1985, p. 32: “La giustizia è un invariante di questo tipo. […] L’universo visto da Dio è per l’uomo un invariante senza nome né forma”.

[39] Simone Weil, Questa guerra è una guerra di religione, in Una costituente per L’Europa, cit., p. 72.

[40] Ibidem.

[41] Sull’infinitamente piccolo nella Weil cfr. il mio Le risorse simboliche dell’agire mistico, in Wanda Tommasi (a cura di), Un altro mondo in questo mondo. Mistica e politica, Moretti e Vitali, Bergamo 2014, pp. 38-49, in particolare pp. 44-46. Sull’infinitamente piccolo, cfr. inoltre il testo fondamentale di Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità, cit., in particolare pp. 33-40.

[42] Cfr. Weil, La persona e il sacro, cit., p. 88. Per un commento sapiente al grido degli svenutati, richiamato da Simone Weil, “perché mi viene fatto del male?”, cfr. Rita Fulco, L’irriducibilità del negativo. Note sulla violenza a partire da Simone Weil, in Diotima, La magica forza del negativo, Liguori, Napoli 2005, pp. 137-161.

[43] Cfr. Gaeta, L’ispirazione soprannaturale, cit., p. 5: “Il linguaggio simbolico di Weil rimanda a un al di là attinto attraverso un’esperienza mistica irriducibile; se lo si ignora la ricaduta politica del suo pensiero non conduce da nessuna parte”. Cfr. inoltre Giancarlo Gaeta, Leggere Simone Weil, Quodlibet, Macerata 2018.

[44] Weil, Quaderni vol. II, cit., p. 72.

[45] Sul soprannaturale weiliano come contro-naturale, cfr. Peter Winch, Simone Weil. “The just balance”, Cambridge University Press, Cambridge 1989.

[46] Simone Weil, Quaderni, vol. IV, tr. it. di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1993, p. 343.

[47] Sulla giustizia nella Weil, tesa fra le due immagini della bilancia e della croce del Cristo, cfr. Tommaso Greco, La bilancia e la croce. Diritto e giustizia in Simone Weil, G. Giappichelli editore, Torino 2006, e il mio saggio “Al di là della legge”. Diritto e giustizia nell’ultima Weil, in AA. VV., Obbedire al tempo, cit., pp. 75-95.

[48] Weil, La persona e il sacro, cit., p. 75.

[49] Cfr. ivi, pp. 87-88.

[50] Una concezione relazionale della giustizia è stata proposta, con un’attenzione alla riflessione femminista, da Elisabeth H. Wolgast, La grammatica della giustizia, tr. it. di Sylvie Coyaud, Editori Riuniti, Roma 1991.

[51] Cfr. Weil, La prima radice, cit., pp. 9-39.

[52] Simone Weil, Dichiarazione degli obblighi verso l’essere umano, in Una costituente per l’Europa, cit., p. 114.

[53] Ivi, p. 115.

[54] Ivi, p. 114.

[55] Ibidem.

[56] Ivi, p. 115 (corsivo mio).

[57] Ibidem.

[58] Ibidem.

[59] Sulla maggiore disponibilità delle donne e in particolare delle mistiche a riconoscere che l’essere umano non basta a se stesso, ma può solo ricevere i beni più grandi sentendosi mancante e facendosi capiente per accoglierli, cfr. Luisa Muraro, Il Dio delle donne, cit. Naturalmente, occorre precisare che Simone Weil scrive quasi sempre, ad eccezione di brevi testi, come il “Prologo” ai Quaderni (cfr. Simone Weil, Quaderni, vol. I, tr. it. di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1982, pp. 103-105), come filosofa e non come mistica. Tuttavia, la Weil rende conto nella sua scrittura filosofica, dopo la svolta mistica del 1938, del lascito del sapere mistico.

[60]  Cfr. Maria Concetta Sala, Discernimento e risveglio alla luce della filosofia di Simone Weil, in Fulco e Greco (a cura di), L’Europa di Simone Weil, cit., p. 137.

[61] Cfr. Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, tr. it. di Sergio Finzi, introduzione di Alessandro Dal Lago, Bompiani, Milano 1988.

[62] Cfr. Luce Irigaray, Condividere il mondo, tr.it. di Roberto Salvadori, Bollati Boringhieri, Torino 2009.

[63] Putino, Impersonale della politica, cit., p. 61 (corsivo mio).

[64] Matteo, 18, 20. Cfr. Simone Weil, Forme dell’amore implicito di Dio, in Attesa di Dio, tr. it. di Orsola Nemi, Rusconi, Milano 1988, p. 162. Qui la Weil parla dell’amicizia come una delle forme dell’amore implicito di Dio, e precisa: “È impossibile che due esseri umani siano uno e tuttavia rispettino scrupolosamente la distanza che li separa, se Dio non è presente in ciascuno di loro. Il punto di incontro delle parallele è nell’infinito”. (Ibidem)

[65] Cfr. Weil, Quaderni vol. II, cit., p. 169: “‘Quando due o tre sono adunati nel mio nome’. Non uno solo. Ma neppure cento. Due o tre”.

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