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Maternità surrogata e tecnoscienza. Alcune riflessioni a partire dal libro di Luisa Muraro, “L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto”.*

 

 

 

 

“Utero in affitto”, “maternità surrogata”, “gestazione per altri” sono modi diversi di nominare una questione da un po’ di tempo ricorrente nel dibattito politico e culturale in Italia, discussa anche in diversi luoghi del femminismo. Il libro di Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto, ha proposto in questo dibattito una prospettiva di resistenza politica, biologica ed esistenziale ad un tempo, rispetto una pratica che, pur essendo vietata da un punto di vista strettamente legale in Italia, è implicata in diverse circostanze.

Non entro nel merito della discussione parlamentare sul disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili. Faccio invece un cenno veloce alla campagna lanciata dalla ministra della salute Lorenzin a fine estate, “fertilità bene comune”, che mi pare evochi, come nella “gestazione per altri”, un’idea di utilizzo da parte di tutti e tutte del corpo femminile, più esattamente della sua potenza generatrice, più concretamente del suo utero. In entrambi i casi, il corpo delle donne viene ridotto a strumento produttivo di vita. Lo strumento, preciso fin d’ora, è una mediazione oggettuale inevitabilmente neutra e neutrale: rende la potenza materna femminile disponibile a tutti, indifferentemente e al di là di ogni ragione.

Oggi sono ostacoli economici a limitare libero accesso a questi tutti – non è, per una volta, la differenza sessuale a discriminare – ma non sappiamo prevedere cosa accadrà domani. Il futuro è anche tra le preoccupazioni di Luisa Muraro, come quando scrive “…se le conseguenze riguarderanno molte persone e se per giunta non sappiamo quali e quante saranno…” (p. 20). Ci stiamo interrogando sul presente, ma il presente può essere illuminato da una domanda sul futuro. Su questo punto, che mi sta a cuore, tornerò dopo.

Sto puntualizzando il potenziale ricorso alla maternità surrogata da parte di chiunque, tutti, molti, per enfatizzare la molteplicità indifferenziata – molteplicità dispersiva, dice a un certo punto Luisa Muraro – in cui questa pratica trasforma aprendola al possibile, secondo una espansione potenzialmente illimitata, o meglio senza misura, l’unicità irripetibile di ogni relazione materna.

Le parole ‘utilizzo’, ‘strumento’ sono mie espressioni, non sono parole di Muraro, che parla invece di disponibile e indisponibile per segnalare cosa perdiamo quando confondiamo la pratica di surrogare l’utero di una donna con una pratica di libertà. Dando spazio a questa pratica, in poche parole, ne va della relazione materna e con essa degli esseri umani.

Sul lato della madre gestante, la maternità surrogata spezza infatti la sua relazione materna. Relazione prima, dice Luisa Muraro in questo e tanti suoi lavori precedenti, base di civiltà, base della politica stessa, fintanto che sono preservate, protette, le sue due tappe fondamentali – dare alla luce/venire al mondo e imparare/insegnare a parlare – che la maternità surrogata interrompe senza necessità, artificialmente. Dalla parte degli aspiranti genitori –  o locatari, scrive Muraro, loro i veri surrogati!  – questa pratica soddisfa un desiderio soprattutto facendo leva, utilizzandolo, sul lavoro del/la bambino/a, che può accadere sia costretto/a a fare trovando risorse, relazionali in primo luogo, al di là della relazione materna, per la sua stessa vita.

Nella continuità tra biologico ed esistenziale che, tornerò a chiarire, non coincide esattamente con biologico-culturale, e nemmeno con naturale-culturale, Luisa Muraro traccia i confini dell’indisponibile, “come ciò che rende l’inizio riconoscibile nel procedere della vita da dentro…” e che “procede con la vita che diventa umana: desiderante, libera, parlante. Continuando a leggere dal suo libro, ultima pagina, “…è indisponibile quello che va tenuto a disposizione del di più che è la gioia del vivente. Fa parte di una nuova coscienza evolutiva imparare a rinnovare le barriere simboliche che proteggono l’essere umano in quanto destinato alla felicità” (p. 86).

Accrescere competenza simbolica, così da “discernere, nell’area del possibile, tra il disponibile e quello che tale non è”, per evitare quello che anch’io ritengo essere un grande sbaglio della nostra epoca: valutare una possibilità in più automaticamente come una libertà in più. Questa la sollecitazione di Luisa Muraro.

Le questioni che Muraro affronta nel libro sono molte e tutte importantissime. Io ne sto appena toccando alcune. Mi vorrei soffermare su un aspetto, che risponde alla mia sensibilità e che mi pare più di altri coinvolto nell’erosione, dal di fuori, non dal di dentro, delle barriere simboliche che preservano e rinnovano la vita degli esseri umani.

Le possibilità della tecnoscienza.

Luisa Muraro precisa sempre che, insieme alle possibilità della tecnoscienza, è il mercato ad avere il potere di istituire questa pratica, alimentando l’area dell’espansione del possibile. È il mercato che fa legge in assenza di legge. Come ho detto prima, non è una pratica, questa, ovunque permessa legalmente: è quanto meno vietata dal principio di non commerciabilità del corpo umano. Il mercato ha un effetto così rilevante perché, come sappiamo, è attributo primario della mentalità neoliberista che ci pervade. Più che una mentalità, quella neoliberista è una vera e propria forma di governo che conferisce centralità all’economia a discapito della politica, primato dunque al mercato, in questo modo rendendo, come si dice ormai da tanti anni, produttivo tutto quello che, fino a non poi tanto tempo fa, produttivo non era, compresi gli essere umani o parti di essi. È in questo contesto che gli aspiranti genitori, firmando un contratto commerciale, si sentono a posto, in ordine, legittimati, autorizzati.

Questa la mia prima domanda: perché non dare più importanza alla tecnoscienza rispetto al mercato, proprio nel suo potere di istituire, autorizzare, legittimare a livello simbolico la maternità surrogata?

Non mi riferisco alla tecnologia nel senso di tecniche che intervengono anche nella maternità surrogata, cioè alle possibilità concrete che ad essa la tecnologia offre. Penso invece all’ordine simbolico-discorsivo della tecnoscienza nel nostro presente: il suo potere di indicare strade, non solo fabbricarle. Due mi sembrano gli aspetti fondamentali del discorso tecnoscientifico che tendono ad autorizzare questa pratica: l’andare sempre oltre il limite del dato (la natura) e il suo essere strumento, mediazione oggettuale che si dice, si racconta neutra, impermeabile dunque alla differenza sessuale, e neutrale, priva di elementi valutativi. È in virtù del suo essere una mediazione neutra e neutrale che la tecnoscienza va sempre inevitabilmente oltre il limite, anche oltre il limite della differenza sessuale, ma anche oltre ogni ragione, giudizio. È nella sua stessa natura, per quanto si tratti di una natura storica, culturale e dunque parziale: la sua tendenza fondamentale è quella di percorrere ogni strada possibile, ogni possibilità fattibile.

Questi due aspetti del discorso tecnoscientifico realizzano oggi su un piano simbolico la relazione fondamentale tra scienza e suoi strumenti di conoscenza (tecnologia) che configura una prevalenza dell’artificiale sul reale-naturale. Questo è stato il nucleo originario del passaggio alla scienza moderna che nella scienza contemporanea – o se preferiamo in una parte di essa, quella che comunque, a mio avviso, è predominante – continua e per certi versi si accentua, considerando il primato tecnico-strumentale nella scienza stessa – il ‘divenire della scienza tecnoscienza’ è diventato suo tratto distintivo.

Nel neoliberismo, questi due aspetti della tecnoscienza mi paiono particolarmente coinvolti nel processo di induzione, prima ancora che di soddisfazione, del desiderio, su un piano simbolico, così come avviene nella maternità surrogata. Il desiderio indotto dalla tecnoscienza si declina infatti come libertà necessariamente senza limite, perché essa è, o si pone, come strumento neutro e neutrale, indifferente e a-valutativo. Da questa prospettiva, la tecnoscienza nel neoliberismo diventa dispositivo di desiderio/libertà che si connota come illimitata strumentalità, smisurata appropriazione strumentale di oggetti. È una libertà che non sta dalla parte del soggetto, del divenire esseri umani desideranti liberi e parlanti di cui parla Luisa Muraro, è una libertà che ha poco a che fare con la libertà che lei definisce“godimento di essere secondo la misura delle proprie possibilità che una (e uno) va scoprendo in sé e cerca di realizzare” (p. 37). È una libertà sbilanciata su un piano oggettuale e strumentale.

Certamente la tecnoscienza non è questione di oggi, potremmo interrogarla a partire da molto tempo prima, fin dalla filosofia classica. Il “distoglimento dello sguardo maschile dal luogo delle origini”, di cui ha parlato Luce Irigaray nella sua lettura di Platone, ci avvertiva della strada che avremmo percorso. Quel che oggi turba particolarmente è che la rimozione, la cancellazione della potenza materna femminile, sta nell’ordine della realtà nuda e cruda. È un ritorno del rimosso che rivela tutta la ragion d’essere della differenza sessuale. La realtà le dà oggi ragione perché quel grembo indispensabile – questione di natura, non di naturalismo, dice Luisa Muraro con le parole di Maria Luisa Boccia (p. 51) – ai nostri giorni è tangibilmente minacciato nella pratica della surrogata. Fuori di metafora dunque, se mai si è trattato di una questione metaforica.

Per dirlo con altre parole, trovo che ‘la tecnoscienza in età neoliberista’ sia un’angolatura appropriata da cui guardare la pratica, ma ancora prima l’idea della maternità surrogata. L’idea trova riscontro nella possibilità di concretizzarsi, ma prima nasce come idea. Quest’idea, che diventa possibilità, a sua volta desiderio/libertà, rivendicata infine come diritto, si colloca nel punto di tangenza tra trasformabilità tecnoscientifica – ciò che rende non indispensabile il corpo delle donne: strumento per produrre vita – e la cancellazione della differenza sessuale – intesa come un di più femminile-materno. Ma questa possibilità, che si vuole ed è oggi reale e che si dice libero diritto per tutti, uomini e donne, indifferentemente, è tale perché è iscritta in un ordine discorsivo che aveva già cancellato la differenza sessuale, dalle origini.

Per riprendere un punto inizialmente solo accennato, è sempre da questa angolatura che scorgiamo l’inesorabilità del processo tecnoscientifico quando diventa discorso dominante, quasi cercasse di slittare da un piano che è propriamente culturale (conoscere trasformando corpo e natura) ad uno esistenziale. Ma forse, come ho suggerito, è stato esistenziale dall’inizio. Certamente, non è solo un meccanismo produttivo.

Il nesso tra desiderio/libertà, che sta nel cuore dell’ordine neoliberista in una accezione individualizzata e impolitica, da un lato, e le potenzialità della tecnoscienza, intesa nel suo potere di autorizzazione simbolica, dall’altro lato, è insomma uno dei nodi fondamentali dell’ordine tecnoscientifico in età neoliberista.

Da questa prospettiva, è fin banale osservare che non è tanto l’economia, il mercato, il denaro stesso per il denaro la natura profonda del neoliberismo, o capitalismo post-patriarcale, ma la sua finanziarizzazione. L’economia finanziaria, che è tale in virtù delle potenzialità della tecnoscienza, surroga l’economia reale, e con essa gli esseri umani e il loro divenire desideranti liberi e parlanti, secondo un ordine tecnoscientifico.

Tornando alla maternità surrogata e guardandola più da vicino, ci si accorge che il prevalere della madre genetica, materiale biologico femminile, la rende uguale, simbolicamente, al luogo di soggettivazione/enunciazione storico-simbolico maschile. Luisa Muraro e altre dicono: maternità maschile. Questa prevalenza della madre genetica rivela, nuovamente, un primato tecnoscientifico. La relazione materna è ben più di una relazione genetica: è carnale, è reale, è dell’ordine, come dice Muraro, del simbolico non metaforico.

Anche la programmabilità che caratterizza questa pratica eludendo quel margine di incertezza che accompagna ogni nascita, e che rimane invece nelle tecnologie della riproduzione – tecnologie a sostegno della maternità – favorisce particolarmente questa uguaglianza/indifferenza. Ancora una volta si tratta di un aspetto tecnoscientifico.

Torno a questo punto a formulare la mia prima domanda: perché non considerare l’ordine simbolico-discorsivo della tecnoscienza prima del mercato? Assumere questa prospettiva potrebbe aiutare ad accrescere la competenza simbolica necessaria a riconoscere e proteggere l’indisponibile?

Pongo un’altra questione e concludo. Sempre seguendo questa traccia tecnoscientifica,  vorrei soffermarmi sulla nuova coscienza evolutiva di cui Luisa Muraro parla nel suo libro. Lei scrive che il modo per accrescerla è crescere in competenza simbolica, che significa accorgersi, rendersi consapevoli dell’ordine materiale-simbolico della differenza sessuale, e di lì darsi strumenti di lettura della realtà che non solo cambia, ma, io credo, nel suo essere cambiata così velocemente oggi ne rivela anche con maggiore pregnanza la sua stessa ragion d’essere. Mi chiedo se si possa cogliere qualche orientamento, a favore di questo lavoro di consapevolezza e interpretazione, dal dibattito sulla scienza e la tecnologia nel femminismo italiano. Mi riferisco a diversi anni fa, agli anni ’80 del secolo scorso, dunque davvero molto tempo fa.

In quel dibattito, un posto non trascurabile aveva il principio di responsabilità, introdotto nel 1979 dal filosofo Hans Jonas. Di etica della responsabilità, come anche di coscienza del limite, e in senso più ampio di prospettiva femminista della parzialità sessuata consapevole, si è animatamente parlato nel femminismo italiano. Ci si interrogava se fosse auspicabile, in età tecnoscientifica, dotarsi di una nuova etica laica – per quanto minimale, fatta di pochi principi o solo qualche indicazione, non dunque una morale in senso forte – in grado di misurarsi con gli effetti non prevedibili dell’agire umano nel futuro. Questi effetti si dispiegavano dalle nuove possibilità da poco aperte dalla tecnoscienza. Si dava per scontato, anche senza ipotecare quello che ad un certo livello è la scienza classica, il modo in cui funziona, il riconoscimento di un primato tecnico-strumentale nella stessa scienza contemporanea, che non ha solo implicazioni immediate, verificabili, nella vita quotidiana, ma anche nel lungo termine, non prevedibili, nella ridefinizione della condizione umana. Oggi, come ho cercato di dire, ci accorgiamo maggiormente dei suoi effetti sull’ordine simbolico-discorsivo in cui viviamo. Per questo motivo, possiamo essere certe del fatto che la condizione umana, la vita degli esseri umani, è realmente cambiata.

In quei confronti si indicava una strada: esercitare l’immaginazione sul futuro valutando il passato, più precisamente attraverso una ricostruzione attenta dei percorsi storici che hanno portato la scienza ad essere come la conosciamo. Ancora: l’esercizio di responsabilità, si diceva, richiede previsioni sul futuro sulla base delle conoscenze accumulate. Tornando ad Hans Jonas, il filosofo indicava di custodire quello che viene dal passato. Preservare l’eredità. E affermava anche: i posteri verificheranno gli effetti.

Rispetto a 40 anni fa, senza dubbio i posteri siamo noi, non serve molta immaginazione, noi abbiamo già ereditato quel mondo.

Luisa Muraro apre il suo libro ricordando la scelta responsabile di alcuni scienziati rispetto alle armi nucleari negli anni ’40. Accenna anche all’eugenetica ed evoca lo spirito del tempo prima della prima guerra mondiale, invitandoci a tornare a pensare, a svegliarci. Mi pare allora che esercitare la memoria, contro l’oblio a cui il femminismo tante volte resiste quando ripete sempre e ancora l’inizio, oblio che invece ritorna quando si spezza, con la surrogata, la relazione con l’origine, materna, sia un’indicazione preziosa per leggere il presente e per orientarci al futuro, futuro delle generazioni che verranno.

 

Nota a margine

 

Parlando di responsabilità, più che principio sarebbe meglio dire relazione. La relazione di responsabilità è sempre al passato perché è strettamente legata alla memoria, che ha la funzione di legare, di rendere possibile anche una minima comunicazione tra sé e l’altro/a. Si ha cura di quello che si conosce dell’altro/a, le sue esperienze, che sono sempre al passato. Altrimenti, rischia di essere una relazione formale che non ci tocca. Può anche diventare ipocrisia.

Per questo motivo il ricordo non è mai un’immagine. Può però diventare un sapere condiviso, come nella pratica femminista del partire da sé.

Immaginare il futuro di chi verrà dopo di noi può semplicemente significare che la relazione va sempre e ancora messa al centro, come nella politica delle donne, ma verso il passato. Dimenticando il futuro.

Questo mi pare un orientamento nel presente.

 

 

*    Questo testo è il mio contributo alla presentazione del libro di Luisa Muraro, L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (Verona, 4 ottobre 2016), con alcune precisazioni successive. L’incontro è stato il primo di altri organizzati dal Circolo della Rosa di Verona per discutere da diversi punti di vista, anche disciplinari, della Gestazione per Altri (Pensare il presente – Gestazione per Altri).

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