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Lo spostamento del materno

Dal sistema informativo a nord del Mediterraneo molto non è stato detto, poco si è visto della reale presenza delle donne arabe nelle rivoluzioni dei loro Paesi, di come sono state nelle piazze e nelle strade e del segno che il loro esserci ha impresso nei tessuti sociali. I riverberi di una presenza attiva e protagonista delle donne nello spazio pubblico, peraltro non così scontata nelle società in cui le rivoluzioni si realizzavano, sono stati e continuano infatti ad essere di enorme portata eversiva dell’ordine simbolico e relazionale precedenti. Un elemento in particolare, di potente funzione sovversiva delle norme della tradizione, agito dalle donne, è stato lo spostamento del materno in una dimensione nuova, pubblica e desacralizzata. Nelle società in questione un dettame etico-religioso e di conseguenza sociale, fondamentale, è il rispettoso riconoscimento del materno, della sua sacralità, a patto però che resti custodito nell’orizzonte protetto e chiuso dell’ambiente domestico. Da troppo tempo schiacciate da una sacralizzazione che non rende la donna regina, ma prigioniera del perimetro degli affetti, della casa, della famiglia, del controllo, le donne si sono prese l’autorità di appropriarsi di un senso proprio del materno e aperte le porte del tempio familiare, con gesti stupefacenti lo hanno portato nelle piazze, nelle strade. Con il passo di spostare il materno dai cortili alle piazze e di giocarlo nello spazio pubblico, le donne lo hanno spogliato della sacralità chiusa e soffocante della tradizione patriarcale, consentendosi il guadagno di nuova dimensione, aperta e incarnata là dove si trovavano a lottare, ovunque fossero. Dalla giovane madre tunisina, che in una manifestazione affrontava il cordone di polizia con il figlio neonato legato intorno al petto, alle anziane donne che gridavano ai poliziotti pronti a sparare, che anch’essi erano i loro figli, alle donne di piazza Tahrir che offrivano loro del cibo e bottiglie d’acqua, ciascuna di loro ha messo in gioco apertamente un corpo di donna che ha forza e autorità libere. Nonostante il ruolo violentemente repressivo perpetrato da poliziotti e militari, sia in avenue Bourguiba e nelle piazze tunisine, che in piazza Tahrir e nelle altre piazze egiziane, le donne non hanno rinunciato ad abbracciarli e invocarli come figli, disorientando il loro agire. Senza armi hanno disarmato quegli uomini che rifiutavano di identificare come nemici e li hanno piegati a riconoscere in quelle piazze e in quelle strade che in quei giorni erano corpi, odori, rumori, spari, il posto delle donne davanti a loro come il posto giusto in cui stare. Militari, soldati, poliziotti si sono spogliati delle divise della vergogna, segnando una svolta fondamentale al percorso delle rivoluzioni. Nei racconti degli uomini, nel loro tono timoroso e reverenziale, oltre all’ammirazione per la forza dei gesti messi in gioco dalle donne, sempre ho sentito emergere con chiarezza anche una sospensione di sé, un farsi da parte, restando al margine rispettosi e stupiti dinnanzi a una potenza che li superava. Una potenza formidabile e inquietante come voleva essere, in piazza Tahrir quella di Umm Khaled, la madre di Khaled Said, il giovane massacrato dai poliziotti ad Alessandria, diventata un pilastro di riferimento, visivo e simbolico per la gente della piazza. Silenziosamente presente ogni giorno nella piazza, un cuscino con la foto del figlio stretto al petto, Umm Khaled ha infranto l’icona di madre del martire seduta nella sua casa in attesa di essere onorata e compianta. Ben visibile dalla sua postazione strategica accanto al Museo Egizio, ha mostrato la madre che portando in piazza il figlio stretto al petto, come quando da piccolo lo cullava, voleva farsi monito per tutta la folla di Tahrir, che sapeva e non sapeva e rischiava di dimenticare, a non abbandonare l’aspirazione, che era stata anche del figlio a una vita più liberamente vivibile e continuare nel cammino per realizzarla. La madre di Mohamed Bouazizi, il giovane venditore ambulante che dandosi fuoco è diventato la scintilla d’avvio della rivoluzione tunisina, ha giocato altro ancora in merito alla libertà materna. Mannoubia si è presa l’autorità di decidere in proprio per la memoria del figlio e scivolando alle spalle di un sistema giudiziario che sentiva improntato più alla vendetta che alla giustizia, ha spiazzato l’intero sistema informativo e opinionistico mondiale annunciando, il diciannove aprile 2011, la decisione di ritirare la denuncia nei confronti dell’agente municipale Fedia Hamdi. Fedia era stata accusata di essere la diretta responsabile della morte di Mohamed a seguito di un presunto schiaffo, peraltro smentito dagli stessi amici del giovane presenti all’alterco. A seguito della sua decisione il Tribunale di Sidi Bouzid fu costretto a dichiarare il non luogo a procedere, annullando il processo ancor prima della sua apertura. Mannoubia nello scenario scivoloso e rischioso delle incertezze del dopo rivoluzione, ha volutato indicare che l’orizzonte a cui guardavano e guardano le madri non è quello della vendetta, quello che si danno è un orizzonte di vita e libertà, un orizzonte che può diventare comune a tutte tutti. Sempre a Sidi Bouzid, una donna qualsiasi quella notte di dicembre con gesto di estremo pudore, offrendo il suo scialle di lana per proteggere dagli sguardi della folla il corpo devastato e deformato dal fuoco di Mohamed agonizzante sul marciapiede, ha agito e mostrato al mondo un darsi del materno non confinato alla dimensione biologica. Valicare anche la frontiera del riconoscimento di sacralità materna rigidamente confinato alla sola generabilità biologica è stata un’altra mossa certamente non indifferente, messa a vita sulla scena pubblica dalle donne. Nel protettivo di un materno che salva non solo i propri figli biologici, ma anche vite sconosciute. “Vicino a noi in piazza Tahrir c’era una ragazza che piangeva e tremava! L’ho abbracciata e l’ho infilata sotto la coperta con i miei figli“, ci sono tutto il mistero e la potenza di donna che mette al mondo il mondo, non solo i figli biologici. Nel disfarsi dell’antica tela materna della consuetudine, i figli, biologici o no, hanno visto e vedono madri che non tengono più il paradiso sotto i loro piedi, ma tenacemente lo stringono nelle mani, non un paradiso a venire ma un mondo terreno in cui vivere con agio e libertà oggi. Nelle piazze e nelle strade di un mondo arabo che ha solo iniziato a rivoluzionarsi, l’esserci di madri nonne figlie, donne tutte segna un’urgenza, quella di continuare instancabilmente a tessere tutte tutti insieme una nuova trama collettiva, un nuovo senso dello stare nel mondo di tutte, di tutti.

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