La rivista »

Lo spazio vuoto di un niente e del comune

“Un niente è il vuoto del pensiero unico che trasporta i pensanti separati ed è materia stessa della loro passione”

Angela Putino, Simone Weil. Un’intima estraneità

 

 

La lettura di Un’intima estraneità ha il sapore di un déjà vu, come se le pagine di Angela Putino fossero state scritte per restituirci qualcosa che non sapevamo di aver conosciuto. Immagini e concetti emergono come noti, familiari, ma il continuo sforzo che la difficile lettura richiede nel comprenderli non giunge mai a metterne a fuoco la provenienza, così che mai essi abbiano il sapore di un banale “già detto”; il libro, piuttosto, si svela a noi come una confidenza, narrandoci di ciò che più ci riguarda in un modo e ad una profondità che raramente raggiungiamo nel mercato della realtà.

Come un punto di fuga prospettico che tende ad un orizzonte di cui non si abbia visione, ma che convoglia il nostro sguardo verso una direzione determinata, fino a definire il ritmo e l’intera proporzione di ciò che attorno ad esso è costruito, il testo di Angela Putino si sospinge, e allo stesso tempo continuamente si dissolve, verso il concetto-fulcro di limite. In un andamento in apparenza oppositivo, i termini della ricerca weiliana risuonano mistici, perché nelle pagine di Un’intima estraneità essi vengono portati a quel margine estremo verso il quale la vita biologica si spinge, quasi a non bastarsi, ma che, in quanto tale, non si dà ad alcuna rappresentazione; così Angela Putino ci parla della traiettoria tracciata dalle esistenze in cerca di quella scintilla di infinito capace di brillare per un evento di grazia, dei corpi desiderosi di bene che attendono l’evento dell’‘infinitamente piccolo’, non per un atto proprio e decisionale, bensì per un accadere che li allontani dalla ‘sventura’, ovvero da un’esistenza di miseria totale, priva del desiderio del reale e cieca all’apertura all’irrappresentabile nella necessità.

Come il paradosso dell’infinito attuale di Cantor, quindi, tutto si gioca sul limite, sulla possibilità di infrangere un continuum attraverso l’estremo avvicinamento a tale soglia: così il margine con la vita sovrannaturale, di ciò che ‘persiste col corpo, anche se non vi coincide’, è una continua approssimazione a quel di più riscontrabile all’interno della realtà, il quale ha nome di resto, di eccedenza, di trascendenza immanente. Nonostante questa spinta infinitaria abbia l’apparenza di una mera astrazione, o di un annichilente allontanamento dalla realtà, essa piuttosto coinvolge – in termini lacaniani – l’apparire di senso proprio del reale, per rinviare al piano più autentico e concreto dell’esistenza, quello sociale e politico, ambiti cari a Simone Weil. Infatti lo slancio all’infinito qualitativo porta i corpi a cogliere l’irrappresentabile impossibile della necessità che, come un dono, giunge generoso a chi lo accolga.

Quasi come l’atto di liberà reale di cui parla Žižek[1], che vede la scelta veramente libera nella possibilità di cambiare una stessa serie di coordinate precostituite ed imposte, giungendo quindi a scegliere l’impossibile, l’evento dell’’infinitamente piccolo’ squarcia la realtà – sebbene non in termini di scelta, di libera decisione, bensì come evento che è solo possibile accogliere – ed è in grado di consegnare ad un vuoto che non si configura quale assenza di qualcosa o mancanza, ma il quale è piuttosto riconducibile ad un’eccedenza, ad un possibile inaspettato disancorato dalla morsa del simbolico.

È in questa sospensione, in questo luogo vuoto su cui la realtà non ha presa che per Putino si dà la comunità: «Siamo uniti da un niente»[2], ovvero, le singole vite in cui l’apparire del desiderio di infinito infrange la struttura di ordine della necessità sono consegnate ad un sentire che, lungi dal coincidere con la ‘comunione’, alla massa informe dell’indifferenza e dell’indistinto, piuttosto apre alla possibilità di separazione del singolo all’interno di un ‘noi’, ad una pura con-divisione. Infatti, spinti dal medesimo desiderio ostinato dell’infinitamente piccolo, così ‘insopprimibile e comune’, i singoli bordano il passaggio al limite di ‘un niente’ fino ad allacciarsi sul confine di un’estrema vicinanza che li vede accomunati e allo stesso modo scissi; la spinta infinitaria ‘è comune perché ha stesura singolare.’, essa può aprire ad una autentica comunità proprio in quanto riguarda profondamente ogni singolo desiderante.
In virtù di questo sentire condiviso, l’unione nel ‘noi’ contrasta la potenza annichilente del niente, inteso come un indistinto in cui il singolo non può che essere alienato e disperso, e regala ‘un niente’, il quale, come luogo dell’evento dell’impossibile, non richiede di essere colmato, bensì pacifica le esistenze con il vuoto da cui scaturiscono. Queste vite sono ora consegnate alla possibilità di qualcosa che può ancora accadere, a quell’eterno che, a ridosso dell’esistenza, brilla in noi ma che, sempre ed ancora suscettibile di eliminazione, deve essere costantemente atteso ed accolto. Questa attesa inattesa di salvezza coinvolge le esistenze senza volontà, quasi come una spinta improvvisa che prende alle spalle per rilanciare in avanti; così intima e allo stesso tempo aliena, essa è la possibilità per non farsi bastare la realtà presente ma per coltivare lo slancio ad attraversarla patendola, per poi potersi rivolgere al proprio desiderio dell’’infinitamente piccolo’, dell’impossibile non dato dalla necessità.

Lo spazio vuoto che può apparire come una breccia nelle singole esistenze è proprio il luogo in cui la realtà si scardina per consegnare un corpo all’eccedenza di intensità dell’impossibile del reale, ad un sentire comune e alla sospensione in cui ciò che accade è il sovrannaturale, è la possibilista di ritornare all’infinito che a chiunque è dato di essere.

 

 

 

Note:

[1] S.Zizek, Credere, Meltemi, Roma, 2005, p. 176

[2] Angela Putino, Simone weil. Un’initima estraneità Citta’ aperta, Troina, 2006, p.41

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+