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L’istante del risveglio

 

 

Il riconoscimento della situazione tragica, sia in un autore, sia in una semplice persona che si sveglia, si verifica a un certo grado di libertà, in un risveglio di tale libertà in una coscienza che non ha perso le sue radici. Una coscienza che non ha rotto con l’anima, né con le sue zone più infernali, e che non si è costituita come strumento di potere sulla realtà; che non si è insediata, cioè, nel tempo successivo in modo esaustivo, spodestando le altre manifestazioni della temporalità.[1]  (María Zambrano)

 

 

Una condizione di straordinarietà segna questo numero della rivista. Una pandemia ha creato una discontinuità. Questa discontinuità a marzo del 2020, quando in Italia tutto è iniziato, ha tagliato il tempo in un prima e in un dopo. La pandemia come “il taglio del presente”, richiamando il titolo di una delle storiche rubriche della rivista.

Durante la clausura della primavera scorsa, ho avvertito per la prima volta la necessità di non descrivere il tempo che vivevo, ma solo di esperirlo nel suo trascorrere, sperimentandolo. Era un tempo che era e non era. Contemporaneo e non, dilatato e non dilatato, pieno e non pieno, vuoto e non vuoto. C’erano anche visioni assorte o contemplazioni più o meno estatiche, ma erano momenti posti ai margini, che solo in alcuni frangenti mi inglobavano e risucchiavano. E questo avveniva perché tendevo ad assolutizzarle come cornice di quel tempo. Un tempo di sperimentazione durevole, di cui avvertivo il bisogno, per non farmi inchiodare dal tremore e dalla paura. Cercavo di spezzare il filo del pensiero fisso, quello della pandemia, attraverso linguaggi improvvisati, senza perfezione artistica, mettendo in gioco quello che vivevo in dialogo con le sensibilità altrui.

Ricordo anche che a quel tempo, percepito ora come vicino e lontano, un sogno spesso mi è venuto a trovare: quello di essere in una colonia estiva, non so se al mare o in montagna. Non sono mai stata realmente in colonia. L’inconscio mi chiamava a stare in un posto dove non sono mai stata. Come quando immagini un tempo di vacanza in un luogo che non hai mai visto. E così, si creava una aderenza tra il tempo del sogno e quello della veglia. La veglia come attenzione prolungata che attende: un’attesa che tuttavia ha già il connotato dell’evento.

Ora non avverto più quella frattura tra un tempo ex ante ed ex post. Sento che il taglio non c’è più, di questa immagine rimangono le potenzialità di momenti di reale da potere mostrare e alcune questioni che non esauriscono completamente le risposte. Qualcosa di essenziale, per usare le parole Chiara Zamboni, è accaduto: che significato diamo a questo qualcosa?

La pandemia non è più discontinua, si dilata in una contemporaneità presente, che non ha i connotati della veglia, bensì di un risveglio. Si presenta come il tempo di un evento che si distende in un presente di cui -come suggerisce Diana Sartori- ancora si sta decidendo la natura: è un trauma durevole nell’interrotta normalità, è un evento di trasformazione o è la parentesi di un continuo? Queste sono domande riguardanti l’essenziale che, quando diventa oggetto di riflessione reale e simbolica, ci trasforma e ci modifica.

Non si tratta quindi più di urgenza, ma di muoversi verso l’essenziale. Per questo ho sentito il desiderio di intitolare questo numero della rivista: L’istante del risveglio. L’istante è per definizione un elemento minimo di tempo, è un punto che è sprovvisto di durata e per questo può essere considerato come un extratemporale presente. Collegato con l’istante, il risveglio è innanzitutto una presa di coscienza. Il presente è il tempo che ora abbiamo a disposizione e per dargli senso occorre fare leva su istanti di risveglio. Cosa significa pensare al presente, si chiede Luisa Muraro?[2] “Più che andare avanti, resistendo, pensare al presente significa andare più a fondo”. Instare, ovvero etimologicamente “stare sopra, incalzare “quello che succede qui e ora”. Questo instare è assonante anche con istanza che è una domanda che chiede un approfondimento. Per questo non è tanto questione di resistenza o di resilienza, parola inflazionata, ma soprattutto di intuizione, di slanci di immaginazione soggettivi e collettivi al contempo. Si tratta di non chiudere gli occhi e di leggere il presente in istanti di risveglio liberati. Non si tratta di negare che siamo in un tempo di necessità e di precarietà, bensì di sequenziare i frammenti per trovare espressioni di possibilità del nostro esserci adesso.

“In filosofia la strada non è allontanamento dagli inizi bensì approfondimento del loro senso”[3]. I punti di partenza diventano essenziali in un approfondimento continuo e creativo del loro senso. Non allontanarsi dagli inizi significa anche avere fiducia: fedeltà all’istante in cui si intravede e percepisce che qualcosa può nascere.

Questo istante del risveglio segna questo numero della rivista. Per rispondere al presente, abbiamo accelerato la pubblicazione del Grande Seminario del 2020, vicina a quella del 2019. Una scelta necessaria e consapevole. La politica delle donne. Qui e ora (2019) interroga il centro della politica delle donne nella “consapevolezza che tutto ciò che riguarda un’altra donna ci riguarda”. Contagi e contaminazioni. La politica delle donne a confronto con il reale (2020) porta questa consapevolezza nel contingente, facendo leva sulla memoria di un già accaduto per disegnare percorsi altri.

Penso che in un numero come questo la nominazione di ogni singolo contributo rischi di snaturare la portata che ha. Ci sono pezzi in soggettiva, aderenti alla propria differenza femminile, che con maggiore cognizione di quello che c’è in gioco esprimono un partire da sé come pratica mai superata; pezzi che riflettono sulle relazioni, sempre asimmetriche e sui conflitti vitali che ne scaturiscono. Pezzi che, attraverso il racconto di pratiche nate in istanti di risveglio, aprono vie politiche. Istantanee e fotogrammi a più voci dove si allarga lo spazio di senso: in immagini e parole. Temi monografici, che, con coraggio, rivelano esperienze altrimenti indicibili perché etichettate dal discorso dominante come tabù. Articoli che mettono in luce l’intelligenza del corpo contro la tendenza ad oggettivarlo. C’è la ricerca di un essenziale orientante, di un luogo dove sentiamo che c’è qualcosa di vitale. C’è cura, attenzione, scritture che si interrogano sul come dare vita alle parole, ed è già un gesto politico. C’è un andare incontro ai desideri, per interrogarli a un’altra velocità.

E ora una breve riflessione sul farsi della rivista di Diotima.

Quest’anno il mio coinvolgimento, per motivi materiali contingenti, è stato diverso. Ho sentito in misura maggiore la responsabilità del crearsi di un numero che comunque segna per me una differenza rispetto ai precedenti. Una discontinuità per il mio sentire che ha fatto crescere una nuova consapevolezza, anche filosofica. La rivista è un lavoro politico. Non è un progetto, bensì un processo che si declina su più registri. Uno, molto importante, è quello che ho imparato dal femminismo: la cura delle relazioni, in uno scambio con i desideri e i bisogni altrui.

Il farsi di qualcosa che ha molto senso richiede una riflessione e una organizzazione che, nella sua fisiologica stanchezza, ti trasforma. Anche il come ha una valenza politica che risulterebbe pura procedura senza l’esserci. Ogni pezzo della rivista è un mondo d’anima che non abbisogna solo di lettura. Ogni scritto che è arrivato è stato accompagnato da altre parole. Parole orientanti di Chiara e Diana, da cui ho colto con ancora più coscienza che la rivista non è un archivio. Il lavoro è stato condiviso anche con Livia, che ha interrogato il mio desiderio politico, è stato accompagnato dalla fiducia di Lucia, e da tempi in presenza donati senza coprifuochi con Anastasia. E questo, anche grazie alla pandemia dove mosse dalla Magica forza del negativo, sono nate creazioni che si risvegliano sul presente.

 

La parola accorre al risveglio, e il risveglio, sempre incerto, si verifica al suo interno, contenuto in quelle parole che, ancora enigmatiche, sono già di massima incertezza. Dal momento che l’incertezza è questo, svegliarsi con la parola. Da qui nasce la necessità di dire qualcosa, per banale che sia, quando uno si sveglia, e per banali che siano, queste prime parole dette al risveglio hanno origine dall’impulso di presentarsi al cospetto della luce, di salutare il giorno. Di chiamare il proprio simile, d’invocare protezione. E l’accorrere della parola è, se non una protezione, per lo meno un’assistenza del proprio essere, che per suo tramite si identifica[4].

 

 

Con la cura di Sara Bigardi

 

 

[1] María Zambrano, Il sogno creatore, a cura di Claudia Marseguerra, trad. it. di Vittoria Martinetto, Mondadori, Milano 2002, p. 98.

[2] “Pensare il presente” intervento di Luisa Muraro: https://www.youtube.com/watch?v=pH0dZoinc4k

[3] Chiara Zamboni e Luisa Muraro, “Cronaca dei fatti principali di Diotima”, in Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga edizioni, Milano 1987, p. 184.

[4] María Zambrano, Il sogno creatore, a cura di Claudia Marseguerra, trad. it. di Vittoria Martinetto, Mondadori, Milano 2002, p. 81.

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