La rivista »

Lingua poetica/lingua materna in Antonia Pozzi

* Intervento di Ida Travi in: “…e di cantare non può più finire…” ,Viennepierre edizioni 2009, Atti del Convegno su Antonia Pozzi -Milano, 24-26 novembre 2008 , Università Statale Dipartimento di Filologia Moderna- Dipartimento di Filosofia , a cura di Graziella Bernabò, Onorina Dino, Silvia Morgana, Gabriele Scaramuzza

 

 

Qualcosa di non allineato

 

Parlerò dal punto di vista della poesia e dunque, secondo Platone, non sarò credibile.

Secondo Platone i poeti sono coloro che non sanno, sono coloro che si esprimono solo per piacere bastardo e come in sogno. Per Platone, i poeti non possono dire la verità, sono condannati a restare nell’opinione. Se ne stanno in uno stato di sospensione, vivono in un regno intermedio, mobile, fluido, mutevole, non saranno mai degli esperti. Sono vaghi, non dicono niente di preciso e certo in questa loro imprecisione si annida un pericolo.

 

Dunque da poeta, non dirò niente di certo. E neppure qualcosa di credibile. Qui non ascolterete un discorso critico sulla forma e sul contenuto della poesia di Antonia Pozzi, conoscerete soltanto il mio modo di accostare la sua poetica attraverso la mia poetica.

 

Per poetica non intendo, qui, ciò che sta nell’evidenza e nella struttura della forma poetica, intendo piuttosto quell’aria sotto il testo che Mallarmè aveva avvertito scorrere invisibile e sostenere le parole, tenendole alte nella poesia. Quest’aria sotto il testo, inizia a scorrere dal basso con la pratica della poesia: perché ci sia poesia qualcuno deve averne lasciato traccia. La poesia va praticata. La pratica poetica di ciascun poeta è inscindibile dal suo stesso essere ciò che è in un dato momento della storia, sia della sua storia personale che della storia di tutti. Una pratica poetica si dà proprio nel punto in cui la storia di tutti e la storia personale si fondono in quell’immenso agire mentale che si chiama lavoro di scrittura.

 

Chiunque vive, dagli altri viventi è visto vivere. Viene chiamato, convocato nella relazione fra gli esseri. Nell’adunanza di coloro che si parlano, si amano, si tradiscono, si giudicano. È impossibile sottrarsi a questo convocazione. Neppure i poeti possono. Anzi. Proprio loro, che esprimono qualcosa di non allineato, proprio loro che non sono esperti, sono tra i primi a essere chiamati a render conto della loro relazione con il mondo e con la loro stessa opera.

 

 

Il disordine

 

Ad Antonia Pozzi veniva rimproverato un certo disordine. Non un disordine delle cose, non un disordine della persona, ma un disordine nella vita, un disordine nelle idee, forse uno scarto, più che un certo dislivello, in lei si intravedeva, appunto, qualcosa di non allineato.

 

Proprio Remo Cantoni, parlando ad Antonia Pozzi di questo disordine, apre ai nostri occhi uno squarcio chiarificatore. È uno squarcio chiarificatore, sì, ma va proprio nella direzione opposta alla direzione che Cantoni intendeva. Dove Remo Cantoni vedeva una specie di disordine, noi intravediamo più precisamente uno sbilanciamento, uno squilibrio. E su questo intendiamo riflettere

attraverso una breve digressione.

 

Nella sua Antropologia Strutturale Lévi-Strauss notava un segno comune allo stirpe dei Labdacidi, cioè alla stirpe di Edipo: il segno che caratterizzava quella stirpe era la zoppìa: Labdaco, lo zoppo, era il padre di Laio, detto il sinistro, che a sua volta era il padre di Edipo, detto l’uomo dal piede gonfio: la stirpe dei Labdacidi mostra inesorabilmente una genealogia paterna segnata da un’assimetria, da una zoppìa persistente e orientata a un sinistro destino.

 

Teniamo quest’idea come semplice premessa. Sarebbe interessante, ma seguire Lévi Strauss sulla via dei Labdacidi ci porterebbe lontano, nel solco patriarcale della Storia, mentre è anche di una linea matrilineare che vogliamo tener conto inoltrandoci nella poesia di Antonia Pozzi. E vogliamo farlo proprio seguendo questo concetto di asimmetria.

La vita di Antonia Pozzi scorre come su un doppio binario: da un lato ci sono la nonna, la madre, la Lena, le amiche Elvira e Lucia, Pasturo e la casa a cui tornare. Dall’altro lato ci sono il padre, il professore, il maestro filosofo, i compagni di studi, gli amici, la città e la casa da ‘lasciare’. Da un lato ci sono le lettere, i diari, le cartoline e i biglietti scritti in una lingua libera e vivente. Dall’altro lato ci sono gli appunti di studio, le note per la tesi, la storia della letteratura e le sue regole, le convenzioni delle discipline, la tacita lingua dei libri. Da un lato la natura e il libero fiorire. Dall’altro le periferie e la città con le sue leggi. Due linee separate, due lingue diverse. Una lingua per sognare e una per adattarsi. Due lingue, due punti fermi da cui sporgersi e a cui appigliarsi nel disequilibrio.

 

Questo movimento fuori dall’equilibrio, questa zoppìa del linguaggio per eccesso o sdoppiamento del verbo fu forse vissuto dalle alcune persone vicine ad Antonia, come un fastidio, come la costante minaccia di una persona incerta nella sua postura, così sbilanciata da rischiare la caduta. Questo movimento fuori dall’equilibrio fu probabilmente inteso come pericoloso per l’ordine del discorso. Fu certamente inteso come qualcosa di simile a un mistero, un sogno, un enigma.

 

In relazione ai Labdacidi, Lévi Strauss aveva notato che se una zoppìa è un camminare non diritti, uno squilibrio dell’andatura dato da un’asimmetria del corpo, si poteva forse formulare l’ipotesi che segue: se la zoppia è quando non si cammina diritti, la balbuzie è quando non si zoppica col piede ma con la lingua, e zoppicando si trascina il discorso. Con la sua ipotesi, Lévi Strauss ha connesso al tema dell’andatura il tema dell’enigma. Intende per enigma una domanda separata, un quesito formulato in modo che la risposta non possa arrivare a risolverlo. Si tratta di un terribile difetto nella comunicazione. Come ha potuto Edipo pensare di risolvere il quesito della Sfinge?

Era davvero nell’‘uomo’ la risposta giusta? Edipo confonde i termini del discorso, e non solo.

E la donna? Perché non nomina la donna? Perché non ha riconosciuto sua madre? C’è uno scarto. La zoppìa del linguaggio si ritrova là dove vengono a mancare le parole, dove l’unica risposta possibile coincide col silenzio, perché il parlare porta con sé l’errore, o l’orrore.

Ecco, zoppicare dunque sulle parole, sporgendosi fuori asse, in avanti, non con il piede ma con la lingua. Zoppicare come trascinare il discorso, fino a ferirlo, fino ad arrestarlo nell’indicibile, nel malinteso. Fino a rigettarlo nell’oblio, nella dimenticanza in cui gli esseri non riescono più a collegare in se stessi il filo della memoria e non possono più stare dritti nella storia, neppure nella loro personale storia perché non si ritrovano, non sanno più chi sono.

 

 

La fotografia scattata con la voce

 

Qui introduciamo un nuovo passaggio: noi leggiamo lo sbilanciamento di Antonia Pozzi verso l’altro come il riprodursi della posizione iniziale assunta a due nella relazione della nascita: da lato c’è un essere grande che può tutto, e dall’altro lato c’è un essere piccolissimo che non può niente, c’è un essere molto piccolo che respira in una specie di disanima, e non è solo.

 

Giù nell’oscura onda umana

fu solo ciascuno dei cuori

con la segreta sua gioia

di non essere più solo

d’esser favilla

perduta in un fuoco.

(da Il capo  Milano, ottobre 1932-Pasturo agosto 1933)

 

È evidente ed è esperienza di tutti : là nell’abbraccio iniziale si stava beatamente immersi in una lingua semplice e sbilanciata, miracolosa. Una lingua che nomina le cose per quelle che sono: questa è la bocca. Questo è un seno. Questo è un albero. Questo è un uccello. Questo è un fiore… Una lingua che nomina quello che è, nient’altro. Non ci può essere fraintendimento. Eppure si tratta di tutt’altro. Come una fotografia. Come una fotografia scattata con la voce: niente altro. Eppure tutt’altro. Questo può fare la lingua parlata sul nascere: indica la realtà mentre crea le immagini.

 

L’abbiamo detto: la relazione materna è una delle poche relazioni in cui chi può tutto non esercita potere su chi non può niente. Anzi, non solo non esercita potere, ma al più piccolo provvede con cura. Eppure anche la relazione materna pone da subito uno schema asimmetrico, mette in campo uno sbilanciamento… Il grande deve abbassarsi, il piccolo deve risalire. Di quell’antico schema asimmetrico tutti portiamo in noi la traccia, ma con una differenza: a ogni donna è dato di rivivere di nuovo ( e forse più volte ) quel primitivo schema, in posizione inversa, nell’esperienza della maternità, nella sua negazione o nel suo sogno. Al contrario, agli uomini, almeno fino ad ora, non è data la possibilità di rivivere il momento della nascita: stanno dentro all’evento di nascita una volta sola.

 

Confuse tracce della relazione iniziale si rivelano in noi ogni volta che cerchiamo amore, quando chiediamo attenzione, quando inseguiamo un consenso. Si coagulano là dove, per una zoppìa della memoria, queste stesse tracce giacciono sepolte in fondo a noi e creano una voragine da cui è complicato risalire. Dal fantasma materno bisogna andarsene, ma per togliersi umanamente questo peso bisogna prima averlo preso su di sé, avendolo riconosciuto.

 

Quando Antonia Pozzi chiede a Banfi, un giudizio sui suoi versi e premette che si tratta di versi ‘orribili’ forse si sta rimettendo nella posizione dell’ignaro che si rivolge a chi sa tutto e cerca il suo amore, il suo consenso, il suo giudizio.

Tracce dell’antica relazione iniziale si trovano forse anche là dove è Amore a indicare la via.

 

… fuggiremo

lungi da questo mondo velenoso

che mi attira e respinge

e tu sarai, nella pineta a sera

l’ombra china che custodisce

e io per te soltanto

sopra la dolce strada senza meta

un’anima aggrappata al proprio amore …

 

Così si esprime Antonia Pozzi nella poesia dedicata ad Antonio Maria Cervi, suo amore e suo insegnante al liceo. ‘Bambino mio’ e ‘mio piccolo amore’. Così Antonia Pozzi chiamava Antonio Maria Cervi, il suo grande amore. E Pupa era il nome che lui le dava… Grande, piccolo. Siamo entrati nel linguaggio degli innamorati, siamo ritornati nel linguaggio dell’enigma. Si soffre, si gioca, si piange, si cresce ai piedi d’un fantasma, si sta accanto a l’ombra china che custodisce, all’ombra che ti riconosce, sì, ma non per sempre.

 

Non per sempre. Nessuno è grande per sempre, nessuno è piccolo per sempre. Siamo calati nell’alternanza. È insensato, è pericoloso pensare che solo nell’infanzia noi fummo i piccoli.

 

 

Una maternità di schiena

 

Ci sono versi in cui Antonia Pozzi descrive se stessa come in sogno mentre porta un bambino sulle spalle. Cammina, sale, e porta un bambino addormentato sulle spalle. Sembra l’immagine d’un salvataggio. Ma a ben guardare chi salva chi? Non si tratta d’un faccia a faccia: il bambino dorme sulla schiena. Il fantasma materno, il sogno di un bambino è già alle spalle… A noi qui, poeticamente, pare l’immagine d’una maternità di schiena. Una maternità sognata fino al limite del capovolgimento, la parte vuota d’una realtà già rovesciata.

 

Antonia sale. Nell’ascesa c’è una continua doppia tensione: da un lato c’è la ricerca d’Assoluto, una tendenza all’Uno, alla fusione amorosa, e d’altro lato c’è l’andare oltre, il donarsi, il continuo farsi in due nell’amore, come nell’evento di nascita. E nel farsi in due, si rischia ogni volta lo sdoppiamento, la caduta, il precipizio, lo squilibrio dei rapporti, per salvarli.

 

È come se anche tu, bianco, riverso

stramazzassi di schianto

né io sapessi prenderti la nuca per sostenerti

                                                                         

  (da Anniversario, ottobre 1929)

 

Là dove vige l’ordine del discorso, fuori dal linguaggio poetico, stramazzare è un attimo. Ma nell’ordine del discorso Antonia Pozzi non sa stare: l’ordine del discorso presuppone una lingua che lascia il mondo in nome di un pre-giudizio, di un’idea. L’ordine del discorso usa una lingua tanto più netta quanto più pubblica. Non ammette dubbi. Fonda costantemente un sistema.

 

Questo vuol farci comprendere Maria Zambrano quando ci parla di ‘volontà di sistema’: noi costruiamo le nostre idee e i nostri discorsi, noi leggiamo il mondo come un’architettura che deve reggersi, tenersi su. Noi montiamo la nostra realtà a partire da alcuni tratti, costruiamo le nostre verità secondo i nostri bisogni. Assembliamo le nostre logiche una sull’altra perché stiano diritte. Separiamo, classifichiamo, riconnettiamo per poi metterci di fronte al nostro operato e dire: ecco,

le cose stanno così! Per Maria Zambrano questa volontà di sistema è anche volontà di menzogna: ogni lingua e ogni esistenza che si installa in questa volontà di sistema perde la sua origine d’abbraccio… Forse è proprio da questa volontà di sistema che Antonia Pozzi si sporgeva sbilanciandosi, nominando ostinatamente le cose sempre nuove, sempre sul nascere.

 

Tutto che fu menzogna

tutto che fu dubbio e dolore

si sfaceva e rimaneva solo in cima

alla più pura anima :

un tremore di piccole cose :

ali d’uccello, sentore di vento,

nomi di fiori, sonno di bambini

…                                                                                                                                                                                    

  (da Colloquio, aprile 1931 )

 

Tendendo al ritmo c’è un attimo di disordine nell’oscillazione di ogni culla : è precario quel luogo dove dorme fiducioso il bambino appena nato. Per tutti la vita comincia con quell’oscillazione. Oscillazione tra ciò che è e ciò che manca, avanti e indietro al ritmo d’una dolce e tremenda cantilena, avanti e indietro, cambiando ogni istante, continuamente, tra piacere e dolore, appagamento e attesa, realtà e sogno. Niente di stabile. Oscillazione nel buio del tempo: terribile eterno sogno d’amore, nutrimento.

 

“Mio amore” scrive Antonia Pozzi ad Antonio Maria Cervi, in un freddo giorno di novembre, “il nome che mi hai dato è l’acqua e il pane con cui si va fino ai confini del mondo. Tutte le tue lacrime sul mio grembo, tutte le mie carezze sul tuo capo” (da Lettere brevi, 14 novembre 1929).

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+