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Liberarsi dai danni dell’incesto. Una testimonianza

 

Katia M., Se il mostro delle favole è mio padre, prefazione di Patrizia Romito, VandAedizioni, Milano 2020.

 

Iniziare un discorso pubblico sull’incesto a partire da sé in modo attento a non suscitare sentimentalismo né curiosità morbosa è stato possibile a Katia M. nel libro Se il mostro delle favole è mio padre per la rete di donne che hanno fatto nascere e hanno sostenuto il suo desiderio di scriverne e di pubblicare. Un desiderio non solo di liberare se stessa attraverso la parola, ma soprattutto di permettere ad altre di riconoscere il dolore, il modo di manifestarsi e di riuscire a trovare la propria strada per uscirne.

Nel libro vengono ricordati i modi con cui il padre abusa di lei dai 4 fino ai 16 anni, i sentimenti che lei prova, i tentativi di parlarne, i comportamenti autolesionistici, ma contemporaneamente viene messo in luce quello che rende viva la speranza che vi sia qualcos’altro rispetto all’orrore: la migliore amica, la donna che per prima parlando di sé le farà capire di non essere l’unica a subire l’incesto e che se ne può parlare, l’amore e la comprensione di un uomo, la bellezza che si può incontrare nel rapporto con gli animali e in montagna, il piacere della lettura. Non a caso scriverà delle lettere per far conoscere la sua esperienza sia all’uomo che ama sia a sua madre, trovando modalità per poter accogliere le loro reazioni. Proprio la costruzione di relazioni forti le permetterà di attendere la maggiore età, denunciare il padre, sopportare l’abbandono della sua famiglia, riuscire a terminare il liceo e partecipare ai processi.

Seguiamo Katia dopo la denuncia, che è un momento di svolta, ma non il momento risolutore; vediamo quanta forza le è necessaria per liberarsi dai grovigli relazionali con la sua famiglia d’origine, per ricostruire una relazione con i nonni e la madre, aiutando quest’ultima a rompere il legame col marito. La seguiamo nelle difficoltà ma anche nelle gioie che può costruire in un rapporto duraturo e armonioso con il suo compagno, con la figlia di lui e con la nascita e la crescita di sua figlia, ora sedicenne, cercando anche nel lavoro, soprattutto con i cavalli, e nelle amicizie una maggiore serenità.

È una rara e coraggiosa testimonianza, scritta oltre vent’anni dopo, perché  scrivendo si rivivono le esperienze dolorose che si vorrebbero rimuovere e che la società preferisce non conoscere; importante perché permette a chi è vittima di situazioni simili di riconoscersi e di capire che il parlarne è possibile ed è il primo passo per sottrarsi alla violenza; utile a chi è vicino a tali situazioni per riuscire a vedere e a cogliere i segnali di richiesta d’aiuto e a chi è nelle istituzioni per essere in grado di sostenere e proteggere.

Il libro consente di leggere anche diversi documenti degli atti processuali, che ci permettono di seguire l’iter che dalla denuncia ha portato alla condanna del padre, e alcuni articoli dell’epoca; tutti documenti storici che possono aiutare a interrogarci su cosa è cambiato in Italia nell’opinione pubblica e nelle istituzioni rispetto a un fenomeno, quello delle aggressioni sessuali, che a livello mondiale si stima colpisca il 18% delle bambine e adolescenti e l’8% dei bambini, come segnala nell’introduzione Patrizia Romito, docente di Psicologia sociale.

Katia non reprime la sua rabbia e la trasforma in forza. È consapevole di essere vittima: non è debole o passiva, ma capace di chiedere giustizia perché riconosce l’esistenza del danno subito e di chi l’ha compiuto. È consapevole di essere una sopravvissuta che ha trovato modi e relazioni per lottare, rendendo il suo stato di vittima uno stato temporaneo, di cui il libro è una testimonianza che può creare una società dove le sopravvissute possano vivere una vita piena.

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