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L’energia del serpente

“Lo dico a te questo ‘grande pensiero’ o piuttosto ‘visione del mattino’: la mia vita è più importante del  Centro [dove lavoro]  o di lui [compagno di vita], o di x, y, o z. Semplicemente perché nessun altro che me può o potrebbe vivere la mia vita al mio posto. Questo messaggio non domanda risposta, semplicemente è importante che io (te) lo dica… Basta la L. addomesticata e passata sotto il rullo compressore … Questo messaggio è solo per esprimersi e riconoscere …  L.”

 

Non è mia abitudine salvare i messaggi che arrivano dal telefono mobile, ma questo non posso fare a meno di  trascriverlo. Mi tocca profondamente, sono colpita dal tono, quello di una scoperta, di una rivelazione che fa un taglio netto con qualcosa che impediva a questa giovane amica di riconoscere la forza del desiderio di vivere la propria vita senza soggezione all’uomo che si è scelta come compagno, senza quella forma di addomesticamento che lei accettava  senza rendersene conto, così presa dal bisogno di compiacere gli altri x, y, z che si rivolgono a lei,  fino al giorno in cui intuisce, vede, riconosce tutto questo. E, allora, sente l’urgenza di dirlo a chi,  senza parole e senza intenzione alcuna, le ha mostrato un’altra possibilità di essere donna.

Il dirlo a chi, senza volerlo, ci ha aperto gli occhi  è “importante” perché si possa procedere con decisione lungo il cammino sul quale ci ha messo la visione della libertà che si è fatta chiara di colpo. Consegnandola a colei che quella visione ha ben impressa nel cuore, tale da irradiarla intorno a sé, ci si vincola ad un legame  che aiuta a non perdere di vista la tenuta del desiderio che si è fatto sentire. E si affida questo legame a colei che lo può nutrire con la sua amicizia, un’amicizia assolutamente “incondizionata”, che non pretende conferme, giudizi, rassicurazioni.  Riconosco in questo legame il carattere dell’“amicizia pura”, che Simone Weil definisce come una forma di amore: “l’amore (l’amicizia) tra due amici di Dio, giunti sulla via della santità oltre quel punto in cui la santità è qualcosa di definitivo.” Un vincolo la cui sola condizione  “è la perseveranza nella santità dell’uno e dell’altra”. Oggi, oserei dire  senza la minima esitazione,  che questo patto di perseveranza nella santità costituisce il fondamento di molti legami femminili, rende stabile e feconda l’amicizia tra una donna e l’altra.  E, dato che,  sempre più frequentemente vedo nascere e maturare questa forma di amicizia nelle relazioni tra donne, posso dire che questa “amicizia incondizionata” non è per nulla rara rispetto all’epoca in cui Simone Weil ne  delineava i tratti. [1]  E questo perché sempre più donne aspirano a quel livello di santità, di maturazione spirituale, che può fondare un legame di tale natura.

Il messaggio trascritto arriva la mattina in cui sto annotando qualche pensiero in vista dell’incontro a Brescia con Chiara Zamboni, Maria Livia Alga e Sara Bigardi per parlare dell’esperienza del femminismo, in occasione dell’uscita dell’ultimo libro di Diotima[2]. Non ho dubbi che questa aspirazione femminile alla “santità” sia tutt’uno con la spinta radicale alla libertà che una donna avverte nel profondo di se stessa e che, una volta emersa dal fondo opaco della sua anima, la orienta con decisione verso  il desiderio grande, il desiderio senza nome, la verità nascosta che vuole manifestarsi nella sua esistenza. Questa “visione” è il perno intorno a cui ruota il pensiero di Chiara  nella ricerca di un modo di parlare del femminismo come esperienza viva e profonda che una donna ad un certo punto della vita scopre e le fa sentire “in genere attraverso relazioni, che questo nome [femminismo] la riguarda”. La stessa “visione” di cui la mia giovane amica vuole mettermi al corrente: uno spalancarsi del suo orizzonte esistenziale  che la spinge verso una libertà radicale, del tutto sconosciuta prima di questo risveglio. E che  per lei, diversamente da me e da Chiara non necessita di un nome che la definisca. Le basta il legame d’amicizia con la donna che le ha reso possibile riconoscerla ed esprimerla.

A differenza delle donne della mia generazione, lei  può fare a meno del nome “femminismo” perché questa spinta interiore alla libertà  possa divenire  misura della propria esistenza, generatrice di azioni capaci di  scardinare impalcature secolari nei rapporti tra donne e uomini, tra donne, e  tra una donna e i contesti in cui si trova a vivere; per renderla accorta delle prigioni interiori che ostacolano i suoi gesti, che confondono il suo sentire e pensare, che rendono incerto ed esitante il suo procedere nelle diverse epoche dell’esistenza. Per lei,  più importante del nome, è la presenza dell’amica, il legame con chi le permette di non dimenticare quello che ha intuito, riconosciuto, sentito dentro di sé.

L’autrice del messaggio  appartiene alla generazione di Maria Livia e Sara,  nate nell’epoca in cui le donne della mia generazione scoprivano  una spinta alla libertà  che le chiamava a fare la propria storia, a “mettere al mondo il mondo”, per usare la felice espressione di Diotima, e  a prendersene cura.  Una spinta così radicale, da renderle capaci di indipendenza dai loro compagni di strada, di separare la loro storia dalla storia  dei  fratelli, di inventare un’altra politica, di elaborare saperi con  un lingua legata alla viva esperienza che avrebbe demolito i confini disciplinari rigidamente istituiti dalla tradizione. Chi, in quel tempo, lavora nella scuola vede aprirsi spazi imprevisti  per la ricerca e l’insegnamento, e si accorge che può  far valere senza timore la sua maestria.  Gli incontri tra donne, la ricchezza di pensiero del femminismo della differenza danno a ciascuna e tutte il coraggio di liberare la propria intelligenza creativa.

Senza l’incontro con Diotima e con le storiche della SiS (Società italiana delle Storiche), senza riviste come “Memoria” o “Dwf”, so che mai e poi mai avrei trovato il coraggio di azzardare  un insegnamento aperto all’ascolto delle domande che un giovane, una giovane pone all’umanità, alla storia, al passato e al presente con i loro spaventosi squilibri e folli impulsi distruttivi…  Mi trovo a insegnare filosofia e storia nei licei quando la guerra torna a farsi realtà del nostro tempo, sempre più vicina, sempre più legittimata dal potere mediatico. E’ dentro questo orizzonte di non senso, dentro questo disordine del mondo  che sento nascere, insieme a quel “basta”che viene naturale a chi sa cos’è la guerra dai vissuti familiari,   il coraggio di percorrere la mia strada: di non  assecondare pratiche didattiche consolidate e di proporre, invece, un insegnamento che alla  logica pianificatrice della cultura manualistica oppone la ricerca che scende a contatto con la vita. Nel confronto con le grandi domande che la vita ci pone, pone a me e ai miei giovani studenti e studentesse, questo interrogare lascia che un altro ordine si faccia e che il conoscere tessa la sua trama passo dopo passo. La mia indole non sistematica trova modo di non intristire e non far intristire gli animi nella noia.

Interroga solo ciò che è vivo e non ciò che è morto: questo principio di saggezza orientale fa parte della mia cultura, mi viene dalla cultura d’origine legata alla terra, al lavoro dell’artigiano che opera “senza sofferenze, senza ansie, senza romanticismo, senza lacrime, senza estasi, con tranquilla sicurezza nella propria mano, che sa già da sé cosa fare”[3]. Per quanto cerchi di attenermi a quel principio, sento che nell’insegnamento devo destreggiarmi con la sofferenza, con l’angoscia sotterranea che divora energie vitali nella ricerca di vie d’uscita dai vicoli ciechi di una cultura mortifera e mortificante. Sono  sempre lì le cose morte che l’insegnamento costringe ad interrogare: maneggiare concetti, fissare il passato e il presente in quadri generali,  pretendere che un giovane, una giovane, assimili una lingua che perde il contatto con la vita, con la poesia, con le parole e le immagini che potrebbero aiutarlo, aiutarla, a rendere chiaro il proprio sentire. E, soprattutto, uccidere la spinta all’espressione di sé, allo scambio autentico, mettendo  sempre prima l’istanza del giudizio…  E’ il corpo a segnalarmi  che l’insegnamento è diventato, nonostante tutti gli sforzi, un abito costrittivo di cui ci si deve disfare, al più presto.

Spogliata di questa identità e liberata dal dovere, senza rimpianti godo di una nuova apertura, conosco uno slancio verso l’esistenza che sembrava irrimediabilmente esaurito; imparo a “fare affidamento sulla creatività della vita”, come scrive Florenskij[4]. Tutto quello che succede mi orienta verso un  senso  che va ben oltre l’impegno etico e politico, verso un’esperienza spirituale che mi fa conoscere un nuovo desiderio di vita. Concretamente vissuta nel quotidiano, l’esperienza spirituale nutre e  approfondisce legami d’amicizia, fa  tesoro della sapienza del corpo che insegna a rispettare i ritmi vitali, quelli del respiro, quelli della veglia e del sonno, del raccoglimento e dell’azione rivolta ad altri, ad altre. Esito a riconoscere come spirituale questo processo che sta avvenendo. Devo imparare a distinguere  pratiche spirituali che congelano l’anima e il corpo, che li schiacciano sotto il peso della colpa e dei modelli di perfezione,  dai gesti e dai riti che liberano energie sopite, risvegliandole alla vita.

La spinta del desiderio non solo non si esaurisce, ma, come nell’immagine della “muta del serpente”evocata da Chiara Zamboni, si risveglia con nuova “pelle viva e lucente”[5]. Un’immagine questa che riesce a rendere pienamente  il legame che c’è tra desiderio femminile e slancio vitale, il mutare dell’energia potente che lo guida, l’energia del serpente che può lasciar cadere la vecchia pelle avvizzita, grazie al letargo nel quale una nuova pelle si è andata generando.  Quando leggo questo passaggio  nello scritto di Chiara  non posso fare a meno di ricordare il sogno che qualche tempo prima era venuto:

 

Sto risalendo un ripido sentiero che si inerpica lungo un avvallamento, sono con L. e, ad ogni passo, sbuca fuori salendo davanti a noi un serpente. Uno, poi un altro, un altro ancora…  sono serpenti grossi con la pelle lucente, strisciano in salita, abbiamo modo di osservarli senza alcun timore perché non sono minacciosi. Ci precedono lungo lo stesso sentiero strisciando per un tratto e poi scompaiono nella vegetazione. Ad ogni passo un serpente  esce e poi scompare lasciandoci proseguire. Passiamo davanti a un armadio di ciliegio che era stato fatto dal mio nonno falegname, nell’aprirlo vedo che non è ingombro, è destinato a contenere i pochi semplici vestiti di Jacques. Fuori, lungo il pendio, stanno in piedi, vestiti con paramenti lussuosi, dei religiosi (cardinali, preti, vescovi) che restano immobili appoggiandosi al pendio. Sembrano statue, ma sono vivi: simulacri viventi. Noi però proseguiamo salendo e… vediamo che Jacques è lì, più avanti, un po’ più in alto sullo stesso sentiero in salita.

 

Mi fermo qui, aggiungo solo una precisazione: L., con la quale mi inerpico  lungo il sentiero, è l’amica autrice del messaggio, e Jacques è il nostro comune maestro che ci accompagna sulla via dello zen. Mi fermo qui perché, più delle parole, sono le immagini di questo sogno a dire con chiarezza ed efficacia quell’aspirazione alla “santità” che donne di generazioni diverse sentono, lasciandosi guidare dall’energia potente del serpente: donne che non perdono il contatto con l’energia della terra mentre salgono verso l’alto, donne impegnate nel loro cammino di maturazione spirituale.

Si potrebbe leggere questo sogno in molti modi, ma desidero che susciti risonanze profonde in chi lo riceve, continuando a parlare nel tempo a me e ad altre, ad altri a cui lo offro.

[1]             Weil, Simone, Quaderno IV, Adelphi 1993, p.160.

[2]             Diotima, Femminismo fuori sesto. Un movimento che non può fermarsi, Liguori Editore, 2017.

[3]             Florenskij, Pavel, Non dimenticatemi, Oscar Mondadori 2013, p. 347.

[4]             Florenskij, op. cit. p. 341.

[5]              Zamboni, Chiara, Un movimento che si scrive passo passo, in Diotima, op.cit. p.7.

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