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Lei è troppo libera. La rivoluzione del tempo e dell’amore

Per Laura, Yasmina e Aaron

 

 

«E così a poco a poco la physis si è convertita in materia di una conoscenza priva di qualsiasi contesto vitale»

María Zambrano, Dell’aurora.[1]

 

 

 

La misura e la dismisura

 

«Lei è troppo libera», «Lei è stata troppo libera» sono due varianti di un’espressione usata tra donne quando un’istanza di grandezza femminile è appena stata deposta o, direttamente, decapitata. In una riunione di qualche mese fa al Centro di ricerca di donne Duoda questa espressione venne fuori mentre commentavamo la destituzione di una bibliotecaria di altissimo livello, Lluïsa Núñez, una donna che per molti anni si era dedicata totalmente e con successo a creare e far funzionare il campus virtuale dell’Università di Barcellona. Lluïsa Núñez aveva sempre trattato me e altre di Duoda come compagne e amiche, risolvendoci problemi che erano molto al disotto del suo rango. È stata una donna che, in solitario, ha portato la democrazia diretta all’uso di Internet nella mia università (una università enorme, una delle grandi imprese pubbliche spagnole) e anche all’accesso alla cultura informatizzata che l’università va producendo. Penso che l’abbia fatto per sradicare la gerarchizzazione a cui tende la struttura universitaria, senza pensare molto al suo essere donna.

Noi di Duoda dicemmo «Lei è troppo libera» con ammirazione e con paura. Sapevamo che era stata destituita proprio per il suo essere troppo libera, e ci faceva paura riconoscerlo. Siamo contente che ci sia intorno a noi molta grandezza femminile, e allo stesso tempo temiamo che una donna di oggi sia distrutta dalla propria eccellenza. Detto in altro modo, sappiamo che nella nostra cultura c’è una battaglia intorno alla libertà femminile di desiderare, di creare, di fare, di dire, di emergere: una battaglia che la fine del patriarcato ha inasprito e, insieme, ha disorientato.[2] Nel patriarcato, la battaglia sulla libertà femminile si dirimeva tra i poli “eccesso” e “miseria”, ossia tra il troppo e il troppo poco. La fine del patriarcato è stata una rivoluzione dell’ordine simbolico che ha spostato i vecchi termini della battaglia. Questi termini si sono piegati, smettendo di formare un’antinomia del pensiero per passare a essere, sia pure con difficoltà, una coppia di amici, cambiando inoltre i propri contenuti con il cambiare del tipo di rapporto che li univa. Il nodo del troppo / troppo poco del patriarcato (che il principio di uguaglianza dei sessi aveva l’ossessione di livellare) si è sciolto e ha lasciato vedere che ciò che muove la battaglia intorno alla libertà femminile è la coppia misura/dismisura, che non è un’antinomia anche se lo sembra, ma lo sembra perché in Occidente ci siamo abituati a credere che le antinomie occupano tutto lo spazio del pensabile, senza lasciar posto ai paradossi della vita.[3] Si è passati (si sta passando) da un’opposizione binaria, formata da coppie di termini che si contrappongono ed escludono a vicenda, a una intersezione di insiemi, ciascuno con vari elementi, alcuni condivisi da entrambi e altri no.

 

La misura e la dismisura possono avere un territorio condiviso. Perché? Perché la misura non chiuda il passo alla prova, al lavoro del negativo: non chiuda il passo al disorientamento che la libertà richiede per nascere e vivere tra le donne.

Nell’opposizione binaria o antinomia del pensiero, il rapporto interno tra i suoi termini è necessario e gerarchico: i termini si muovono a tempo tra il sopra e il sotto: come quando la protagonista del mio esempio si dedicava a sradicare la gerarchizzazione a cui tende la struttura universitaria, senza pensare al suo essere donna, essere donna che, se liberamente interpretato, può sbaragliare la gerarchia. Nell’intersezione di insiemi, il rapporto tra elementi è disponibile all’interpretazione di chi lo vive, ed è sensibile ai legami che i suoi interpreti hanno con la storia. Si tratta di un luogo nuovo, in cui si stanno dando esperienze nuove, esperienze molte delle quali sono in attesa di parole, di linguaggio.

In questo luogo nuovo, si gioca (penso) un’opportunità: che la grandezza femminile non distrugga o distrugga meno, molto meno, la sua protagonista. Con «non distrugga o distrugga molto meno» voglio dire che non finisca con il decapitarla, come fa quando è ingabbiata tra la miseria e l’eccesso; e vuol dire, anche, che possa trasmettere alle altre donne autorità e storia: cioè una genealogia di grandezza disponibile, per vincolare e sostenere il desiderio di perfezione che oggi è abbastanza comune tra le donne.

La protagonista del mio esempio è stata una donna grande, di un’eccellenza propria delle grandi emancipate della nostra storia, di quelle donne sempre in cerca di un nome: mulieres viriles, eccezionali, chiare, virtuose, illustri, emancipate… sono alcuni dei nomi che hanno ricevuto in Europa dal II secolo, ma non combaciano con nessuno di essi. Come se la loro eccellenza, pur agendo in solitario e senza coscienza della propria differenza sessuale, non si lasciasse includere, essendo donne, nell’individualismo moderno, individualismo che continua, per inerzia, a dominare le interpretazioni del fare delle donne.

Le loro storie, tuttavia, mescolate come sono di successo e di brutta fine, hanno generato un dono: un dono che è quello della possibilità di fare oggi da maestre di coloro che vengono dietro, se vengono con un desiderio grande e con voglia di vincere. Questo dono ha di nuovo il fatto di offrire l’occasione che altre spostino un’antica barriera simbolica esistente tra le emancipate e le madri, barriera che continua a pesare sul movimento politico delle donne e, in particolare, sulla libertà femminile. Perché si tratta di un dono nato dalla dismisura stessa dell’emancipazione, dalla dismisura dell’uscire dal proprio sesso, del perdere quell’orientamento che dà all’esistenza l’avere coscienza del proprio essere donna. Da parte sua, l’essere madre è ugualmente una dismisura, di segno diverso.

Dicevo che il lascito delle grandi emancipate è il dono di fare da maestra a chi viene dietro con voglia di vincere. Si è detto che avere maestro, maestra, «è avere colui davanti al quale domandare a se stessi»;[4] cioè avere qualcuno la cui esperienza trasmette un di più che si offre, per grazia, al dialogo con chi cerca esempi di vissuti che l’aiutino a uscire da sé affinché il proprio essere gli si faccia presente, vada facendosi presente nel tempo. In maniera che tali vissuti l’orientino nella scoperta o nell’invenzione di una pratica che gli serva per non perdere di vista che la realtà cambia e, cosí, poter decifrare il suo presente. Intendendo per pratica l’unione di esperienza, invenzione e coscienza nel fare in risposta a un desiderio o a una necessità della vita.

Nel nostro tempo, la fine del patriarcato ha delegittimato le vecchie interpretazioni del desiderio e della creatività delle donne emancipate, interpretazioni basate sull’idea che Dio è uno, creatore, onnipresente e onnisciente, e si presenta nel mondo come Uomo; ergo il desiderio e l’eccesso della donna emancipata sono maschili, in assenza del due, dato che il Dio di lei (il Dio delle donne)[5] manca o mancava di luogo nelle zone, nei tempi e nei legami patriarcali del mondo. Dove prima regnava tale uno, oggi si intravvede un’intersezione di due insiemi, insiemi porosi, con membrana osmotica, in una combinazione nuova, intersezione in cui ci sono elementi comuni in cui si intrecciano l’eccellenza delle donne emancipate del XX secolo e la grandezza o il desiderio di grandezza di quelle che sono venute dopo. Si tratta di due insiemi molto diversi tra loro, la cui intersezione ha generato un enigma: un enigma che sembra portare un’altra aurora. Un’aurora che pare stia disegnando un’altra linea, un altro confine (un altro orizzonte di senso)[6] nel cielo stellato interno delle donne e, probabilmente, anche degli uomini non patriarcali di adesso. Senza sintesi alcuna. È la linea che risponde al disorientamento portato dal domandarsi (e ce lo siamo domandato in molte, tra le donne nate nel XX secolo) se le grandi emancipate, quelle di cui si è detto che sembravano uomini, erano femminili o maschili. E non ottenere risposta. Perché il queer, che in un certo modo ci ha provato, non mi basta come risposta.

Poter intavolare un dialogo con l’ambigua eredità delle grandi emancipate del XX secolo e, soprattutto, con la loro frequente brutta fine, è possibile adesso perché la pratica della differenza di essere donna è diventata comprensibile e attraente per molte o abbastanza donne. Tanto attraente e comprensibile che sta generando legami nuovi tra donne e tra donne e uomini, legami, alcuni, di una radicalità difficile da sopportare. Sono legami che stanno, interamente (credo), nella genealogia della madre e dell’ordine simbolico che lei insegna,[7] tanto interamente (credo) da disorientare la stessa madre, che si vede sottoposta alla prova di non sapere se tali nuovi legami sono balsamo o sono veleno. Dal rapporto con la madre (o chi per essa) dipende, alla fine del patriarcato, che la figlia sbaragli l’antinomia miseria/eccesso che incatenava la grandezza femminile, avviandola a essere un’intersezione di insiemi; dipende, per esempio, dal fatto che la madre, di fronte a una dismisura della figlia, dica: « Vai avanti».

 

 

La Lega del latte materno

 

Di questi nuovi legami, quello che vivo più da vicino perché mi riguarda in seconda persona è quello proposto dalla Lega del latte materno. La Lega del latte materno è un movimento femminile internazionale e interclassista (benché sia più della classe media, che è ciò che c’è di più oggi, politicamente parlando, in Occidente), uno di quei movimenti che non avevi idea che esistessero finché non ti vengono addosso e allora te li trovi da tutte le parti. Come capita con i movimenti politici genuini (per esempio, l’ultimo femminismo), si dimentica facilmente dove o quando è nato. A volte, la sua nascita viene collegata alle proteste degli anni Settanta contro l’adulterazione capitalistica del latte artificiale per i bambini in Africa, ma le proteste, per quanto diano visibilità nel regime del potere, di solito non sono (o non lo sono mai) un vero inizio. Pare che, con il nome La Leche League (LLL), sia nata negli Stati Uniti, tra madri anglofone, a metà degli anni cinquanta del XX secolo. Io credo che la rinascita negli ultimi due decenni della Lega del latte abbia a che vedere con un grave malessere presente tra le donne in età fertile del nostro tempo, malessere la cui espressione e l’invenzione di pratiche con cui curarlo sono state facilitate dalla dissoluzione stessa di relazioni vincolanti portata dalla fine del patriarcato, fine portata al mondo, a sua volta, dalla mia generazione. È un movimento molto numeroso, basta consultare Internet per vedere che si trova in molti paesi del nostro mondo globalizzato.

La Lega del latte materno è un progetto di madri in rapporto genealogico con quelle che sono venute prima di loro. Il loro fondamento politico è la coscienza che le madri sanno, mentre la scienza ha dimenticato. La loro pratica sono le relazioni tra madri, che si raggruppano localmente di fatto, senza organizzazione, per parlare di ciò che le preoccupa della propria maternità, in piccole riunioni in qualunque posto pubblico (un caffé, un parco, un ambulatorio medico di domenica…) a cui una va quando lo desidera, lasciando un obolo volontario all’uscita. Le riunioni sono condotte da una madre doula, che trasmette, dialogando, i saperi empirici delle madri e i propri di madre.

Le donne che, legandosi con la Lega del latte materno, danno esistenza a questa lega, sono come sono le donne di oggi: libere, colte, spesso laureate altamente istruite, spesso fortemente motivate per l’agricoltura e l’alimentazione biologica, per la casa organica, per la cura dell’ambiente e la sua difesa (dato che qui l’idea di difesa continua a essere necessaria), per la pace. Sono donne che hanno fatto propria la scoperta del valore politico dell’amore per la propria madre già guadagnato dalla generazione precedente e che, apoggiandosi a esso, stanno facendo una rivoluzione in due cose o, meglio, nel rapporto con due cose che le loro madri lasciarono (lasciammo) in attesa della loro occasione, due cose che sono il tempo e l’amore. Il nucleo della loro rivoluzione è una relazione in cui ciascuna madre allatta al seno sua figlia o figlio, e dà da poppare quando la creatura vuole e quanto lo vuole, finché si svezza da sé. Con tutte le conseguenze che ciò può avere nel contesto relazionale in cui ciascuna madre vive, e ignorando il tabú chiamato “tornare indietro”, tabù imposto dal patriarcato moderno e che continua a pesare, sia pure sempre meno, nell’immaginario del femminile e della maternità.

 

Noi donne emancipate, o la parte emancipata di ogni donna dell’ultimo mezzo secolo, specialmente se è madre, abbiamo vissuto e viviamo ossessionate dal tempo. Il tempo è diventato un fantasma ricorrente, cioè un «pezzo di realtà separata…, un nucleo di essa» («trozo de desprendida realidad…, un núcleo de ella»).[8] La parte emancipata di ogni donna anziana non sa che realtà è quella il cui nucleo o pezzo distaccato trasporta il suo fantasma. La ricerca l’hanno presa in mano le figlie, tipicamente quando decidono o accettano di essere madri.

Per me, il tempo è la condizione di un vincolo significativo, di un vincolo che accede (ovvero, si lascia e arriva) a fare simbolico. La mia particolare mancanza di tempo, io la risolsi a suo tempo distinguendo tra il tempo di Kronos e il tempo di Kairós, cioè tra il tempo che si conta in quantità di ore dell’orologio calcolate secondo la logica, e il tempo qualitativo, quello dell’occasione, quello che è breve ma intenso.[9] Oggi, le donne a cui mi sto riferendo mi hanno fatto vedere che la mia soluzione era mediocre, che non serve a essere e a pensare libera dalle antinomie o opposizioni binarie che nel patriarcato assediavano la libertà femminile. Invece, nel nucleo della ricerca delle donne della Lega del latte materno c’è il tempo senza altre classificazioni, il tempo che bisogna perdere per guadagnarlo. Con tutti i rischi e le insidie che ciò implica, o senza pensare molto a questo.

Il tempo senza filosofia e senza storia, semplicemente come qualcosa che è lí a mia disposizione perché io lo viva, lo usi e lo pensi nel presente, è (per come le vedo io) la guida compagna di quelle che fanno parte della Lega del latte materno. La loro rivoluzione prima è stata di lasciare il lavoro pagato senza controllare la possibilità di ritorno, un lavoro a volte in posti elevati dell’impresa o della funzione pubblica, dato che la maternità è stata tendenzialmente tardiva tra le donne nate tra la metà degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta del XX secolo. Lasciano il lavoro per avere il tempo di dedicarsi interamente ad allevare la figlia o il figlio, o decidono di essere madri approfittando del tempo di quando hanno perso il lavoro o non lo trovano.[10] La dedizione totale del proprio tempo, per alcuni anni, a crescere ciascuna creatura è (penso) una rottura rispetto alla designificazione della maternità avvenuta durante l’ultimo patriarcato. È una rottura o un evitamento di fronte alla designificazione della maternità perché in questa dedizione la misura è il tutto: la creatura dà il tutto, e il tutto chiede in uno scambio dispari.

Nella seconda metà del XX secolo, noi madri abbiamo lavorato tutte quelle ore al giorno che tutti sanno. Le più giovani hanno detto un doppio sí alla maternità e al lavoro.[11] La rottura di quelle della Lega del latte consiste nel fare una proposta imprevista di pratica del doppio sí delle donne lasciando in sospeso la consegna al capitalismo del loro talento e della loro giornata di lavoro durante i migliori anni della loro vita. Per portarli – talento, lavoro e tempo – alla fruizione della procreazione umana, ai rapporti più intimi e alla casa. Indicando che anche nella casa si dirime il senso del doppio sí delle donne al lavoro e alla maternità. E schivando l’aspettare che cambi l’organizzazione del lavoro.

L’attenzione prestata in casa ai vincoli capaci di simbolico fu ridotta di molto da parte delle donne della mia generazione, per far sì che il patriarcato finisse. Noi femministe andammo via simbolicamente da casa, in particolare le emancipate (o la parte emancipata di ogni femminista), come adesso alcune delle mie amiche vanno via di casa per potersi far carico, senza soccombere, del padre o della madre invalida. Si fa quasi sempre per una questione di tempo: del tempo con cui dare un’opportunità ai legami significativi nati nel mondo postpatriarcale. Perché continua a essere vero quello che disse circa venticinque anni fa il libro Non credere di avere dei diritti della Libreria delle donne di Milano: «Ci sono cose, tra queste la libertà femminile, che non vengono per necessità storica ma avvengono perché favorite».[12] La fine del patriarcato di per sé non porta libertà alle casalinghe: porta unicamente (e so che non è poco ma non basta) liberazione dalla gerarchia e dalla violenza nella famiglia. In questo contesto, le donne della Lega del latte materno sono un’istanza originale del «Lei è troppo libera» che prima riferivo alle grandi emancipate. Quello che cambia è che, adesso, il loro «troppo» è una dismisura che è in rapporto di amicizia con la misura. Perché? Perché hanno lasciato da parte l’emancipazione, conoscendola e senza contrapporvisi: sono state capaci di prendere il dono delle emancipate e portarlo in un altro luogo. E perché (o è lo stesso) spesso contano sul «Vai avanti» della propria madre.

La madre di oggi con creature piccole che non lavora per dedicare tutto il suo tempo alla casa, ad allevare le creature e alla relazione con le persone che ama, fa una passeggiata vitale nella dismisura per vedere l’effetto che fa, l’effetto che le fa, come si suol dire. Dato che lei lavora in condizioni che, discostandomi dalla tradizione marxista nell’uso della parola, ho sperimentato essere di altissima alienazione: designando la parola alienazione un vivere fuori da sé, non imposto dalla violenza ma richiesto dalla forza delle cose. L’alienazione cosí intesa è un esempio di dismisura: creativo e letale allo stesso tempo. Si dice che «il lavoro della casalinga non finisce mai», come se fosse (o perché è) al di là del tempo e del senso disponibile.

Il livello di alienazione (adesso creativa oltre che letale) delle madri casalinghe di oggi è indicato già da un’incertezza espressiva che la lingua permette senza cadere nell’assurdo né nel ridicolo: la lingua, un po’ sardonica, permette di dire, di una donna, che non lavora quando chi parla e chi ascolta sanno che lavora moltissimo. Quello delle casalinghe è un lavoro che non porta questo nome e che si è sottratto e si sottrae, giustamente, a essere calcolato in tempo quantificabile in denaro, perché il denaro è capace solo di significare una parte minore di ciò che questo lavoro è, dato che il denaro lascia fuori l’amore, non arriva a significarlo. Un altro indizio del livello di alienazione in cui lavorano e vivono le casalinghe di oggi, un indizio di indole molto diversa rispetto al precedente, è l’alta quantità di cesarei non necessari che marcano, a mo’ di terrificante rito di passaggio, l’entrata nella maternità delle ragazze del nostro tempo in qualunque classe sociale. Al punto che la lingua è cambiata; invece di dire «parto naturale» e «parto con taglio cesareo» si tende a dire «parto vaginale» e «parto cesareo», come se l’uno o l’altro facesse lo stesso ed entrambi fossero normali. Se l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera accettabile da 10 a 15% di parti cesarei, i dati parlano di quasi un 30% negli Stati Uniti e di un 38% a Puerto Rico, e più del 20% negli altri paesi.[13] La proliferazione di cesarei non necessari, senza escludere l’avversione per il corpo femminile e la sua sessualità matriciale, avversione rimasta senza legge alla fine del patriarcato e senza escludere nemmeno la violenza della biomedicina diventata garante del simbolico al posto della madre e dell’ordine simbolico che lei insegna, è una questione di tempo: il medico non ha tempo perché ha una partita di golf (racconto una storia vera), il medico non arriverebbe in tempo perché si avvicina il fine settimana e tutti hanno diritto di riposare, il medico non arriverà in tempo anche se è martedi perché la rete stradale è inadeguata nelle zone rurali, o perché è notte, o perché è (apparentemente) più economico e (falsamente) più sicuro pianificare dominando i tempi della nascita. La progressiva sparizione delle levatrici ha lasciato le madri senza alleate nel processo di dare alla luce, un processo che fu per secoli femminile e che ora è strettamente maschile, benché di mediche ce ne siano.[14] C’è un cortometraggio di Icíar Bollaín (l’autrice di Ti do i miei occhi) intitolato Por tu bien (Per il tuo bene),[15] che ha messo in parole con molta efficacia questo cambio dell’ordine simbolico, raccontando la propria esperienza ma sostituendo la donna che partorisce con un uomo.

Ogni cesareo non necessario è l’equivalente attuale di una strega bruciata nel XVII secolo. In entrambi i casi, il corpo femminile disturba la repubblica, la cosa pubblica, i suoi tempi. Con licenze storiche diverse, che sono presentate, in entrambi i casi, «per il tuo bene». A giudizio della repubblica, per una donna «il tuo bene» è il trionfo del principio di uguaglianza dei sessi, un trionfo il cui principale ostacolo sono i tempi del corpo femminile, specialmente di quello materno: un tempo lunare e anche lunatico, perché quello femminile è un corpo che soffre quando è sottoposto al doppio legame (double bind) di vivere simultaneamente in due tempi. Due tempi (quello della casa e quello del lavoro pagato) che continuano a escludersi reciprocamente, nonostante gli sforzi fatti dalla repubblica e, anche, dalla parte emancipata di ogni donna del XX secolo, per conciliarli o per ridurli a uno.

Come è noto, il principio di uguaglianza o unità dei sessi è un principio moderno (dell’umanesimo e del rinascimento), che ebbe pieno trionfo nel XX secolo. La fine del patriarcato ha terminato la sua carriera ascendente, avendo lasciato allo scoperto la libertà femminile.

In mezzo alla dissoluzione di vincoli portata dall’esaurimento dell’uguaglianza, le madri della Lega del latte stanno dicendo qualcosa di radicale sull’inimicizia tra il corpo di donna e la repubblica, la cosa pubblica. Non è difficile associarle con le Madres de la Plaza de Mayo. Le une e le altre disturbano la repubblica con il loro desiderio e con la loro libertà, una libertà che è femminile perché esprime il piacere dei loro corpi, delle loro relazioni, dei loro tempi.

Lo dicono attraverso fatti che a una donna della mia generazione di solito sembrano smisurati. Ma la dismisura, quando è in rapporto di amicizia (non di contrapposizione dialettica) con la misura, è fonte di parola, di agio, di simbolico. Le casalinghe sono oggi in cerca di parole che dicano la loro originalità, che rispondano alla loro necessità di simbolico.

Una cosa che contraddistingue le madri della Lega del latte è la preparazione. Ho già detto che molte di loro sono laureate e hanno una professione che hanno deciso di lasciare in sospeso sapendo che forse non torneranno a esercitarla e che, se torneranno, il loro modo di farlo non sarà lo stesso. Sanno anche che corrono il rischio di impoverirsi. Si ha l’impressione che la loro forza risieda nella decisione di portare la propria energia creatrice, la preparazione e il proprio tempo in un altro luogo del mondo, un luogo che non è né l’impresa capitalistica né il lavoro autonomo né la funzione pubblica, bensì la casa. La casa è nella storia, non è inamovibile. Loro lo sanno e stanno facendo lí la loro principale scommessa. Il femminismo ha insegnato loro che il personale è politico, che quando la libertà femminile modifica o svuota la correlazione di forze tra il pubblico e il privato, la politica sessuale si trasforma.[16] Se è la politica sessuale, e lo è, il fondamento della politica, è facile dedurre che tali tremende decisioni stanno portando qualcosa che ha un grande peso.

La principale contraddizione e il principale malessere della mia generazione fu la sessualità. Il principale malessere delle donne di adesso è, da tempo ormai, la maternità, e le sue ramificazioni, come quelle della sessualità, arrivano dappertutto, anche allo Stato. Tra il malessere della sessualità e il malessere della maternità c’è un legame che cerca parola, qualunque sia la sessualità che a una donna piaccia o che si inventi. Intorno a questo legame andiamo oggi incontrandoci e non incontrandoci, per giocare al simbolico, madri e figlie, ricordando che tutte siamo figlie. In questo gioco simbolico, qualcosa è già cambiato. Racconto un aneddoto, perché io non ho quasi risposte. Pochi anni fa, durante una visita a casa di mia madre e mio padre, allora ultranovantenni, mio padre disse, riferendosi a mia figlia e a me: «Non siete andate all’università per dedicarvi adesso a curare noi». Io provai gratitudine perché aveva detto questo. Mia figlia rimase perplessa e non disse nulla, non so se perché non le era mai capitato di prendersi cura di loro o perché mai aveva pensato né di prendersi cura né di non di prendersi cura di loro, o perché presagiva che il lavoro di cura può essere un’altra cosa quando chi lo fa è una donna istruita che non separa una cosa dall’altra.

 

L’opera della casalinga è infinita come infinito è l’amore. L’amore è (penso) l’altra rivoluzione delle madri della Lega del latte. «Che l’amore sia tutto quel che c’è, / è tutto ciò che sappiamo dell’amore. / E ci basta…», scrisse Emily Dickinson.[17] Per questo lo cerchiamo in posti inverosimili, dove la possibilità di infinito ci tenta, e lo cerchiamo, a volte, facendo di un germe trasmesso dalla madre (o da chi c’era per lei) quando ci insegnò a parlare, un inizio.

Un germe che io vedo che quelle della Lega del latte stanno facendo diventare un nuovo inizio dell’amore è il tempo qualitativo, quello dell’occasione, il tempo di Kairós di cui le loro madri fecero tesoro per non soccombere alle esigenze del mercato del lavoro e per poter portare avanti la propria maternità. Ma includendovi ora l’attesa, l’attesa di tutte o quasi tutte le occasioni, l’attesa che, se è attesa dell’occasione che passi di lí il Dio Amore, è sempre minuscola e incommensurabile. Nel tempo incommensurabile dell’attesa sta anche, forse, il loro grande disorientamento, giacché il tempo e basta, senza altre delimitazioni, angoscia la creatura umana, che, a quanto pare, ha bisogno allora di ammazzarlo, ammazzare il tempo nel suo senso più profondo, che è quello di impedire l’occasione quando una o uno non ce la fa a reggerla.

Come amano le madri professioniste e preparatissime di oggi che stanno nella Lega del latte?

La separazione tra la sessualità e la riproduzione, separazione ereditata dal femminismo, e la crisi dell’eterosessualità fallica portata dalla fine del patriarcato, hanno aperto il campo a legami amorosi nuovi: legami come quello che unisce la sessualità femminile con la procreazione e quello che unisce o può unire la paternità con l’amore.

Si è parlato molto dell’erotismo della maternità: pare che sia arrivata l’ora di sottoporsi alla prova del reale. Più ancora si è parlato della relazione con l’uomo che una donna rende padre: anche per il padre pare sia arrivata l’ora di sottoporsi alla prova del reale, finalmente senza le impalcature del patriarcato.

La prova del reale del legame tra la sessualità e la maternità tocca il punto più intimo e profondo della nostra cultura, il tabú dell’incesto: la mescolanza di venerazione, desiderio, paura e orrore che suscita il corpo della madre. Allo stesso tempo, la diade madre/figlia, come coppia amorosa, conserva nella memoria delle donne un fascino che è personale ed è culturale. Il cristianesimo è pieno di immagini cariche di tenerezza della coppia madre/figlia, per esempio quella di sant’Anna che insegna a leggere alla Vergine, o le innumerevoli scene intime che pervadono l’opera di Mary Cassatt (1844-1926). Accanto a queste ci sono, ancora più numerose, le immagini che inseriscono nella diade madre/figlia il bambino-Dio, significando che il cristianesimo ha cominciato una nuova era nella storia del patriarcato, un’era in cui Dio Padre si attribuì la creazione dei corpi che prima era riconosciuta alla madre, ed esprimendo inoltre che il bambino vuole ora entrare a far parte della coppia amorosa femminile, che passa dal due al tre: da sant’Anna e la Vergine Maria, a sant’Anna, la Vergine Maria e il Bambino Gesú. Queste immagini, la storia dell’arte cristiana le chiama Santa Generazione o Trinità femminile (in italiano anche Santa Parentela e Sant’Anna metterza), senza soffermarsi sulla contraddizione posta dal bambino che non è bambina o perché intende che il bambino non osta. Nelle società mediterranee prepatriarcali, la Trinità femminile era strettamente tale, essendo formata dalle Tre madri, cioè dalla nonna, la madre e la figlia.[18] È una trinità che la nostra cultura non ha mai dimenticato; è molto presente, per esempio, nel XIX e XX secolo, nell’iconografia del modernismo in Spagna.

Oggi, la prova di realtà che le madri della Lega del latte materno propongono tanto alla sessualità femminile quanto alla paternità, è racchiusa nell’enigma di quelle curiose icone trinitarie. Di solito non si dice che l’Europa, e specialmente l’Europa mediterranea, si è formata nei conflitti trinitari, conflitti che sono di relazione e di sessuazione della genealogia umana e che ne hanno accompagnato sempre la storia, pur essendo poco raccontati nei libri di Storia perché sono molto più difficili e molto meno maschili delle guerre di religione. Dato che la diade madre/figlia, se fa genealogia, diventa un tre, una trinità. Quelle della Lega del latte sono madri che, oltre ad amare le loro figlie, cercano la piena incorporazione del figlio nella relazione amorosa, figlio che il femminismo ha lasciato in sospeso per l’ovvia ragione che c’era ancora il patriarcato, e questo ci faceva paura. Sono madri che cercano di trasformare e di dare senso al padre offrendogli un’opportunità di amare o di imparare ad amare in quella seconda scuola dell’amore che è la prima infanzia dei propri figli e figlie. Come? Contrattando esplicitamente con l’uomo scelto la possibilità di renderlo padre e se la possibilità si realizza reinventando con lui la paternità: la paternità in contesto e con la sua trascendenza. Avere l’occasione di amare è una delle cose più importanti che possano succedere nella vita a un essere umano.

Perché offrire ora al padre un’opportunità di amare? Perché la fine del patriarcato permette di scommettere cosí sugli uomini non patriarcali e di giovarsi delle loro intuizioni, a volte molto grandi. Per esempio, il pittore spagnolo Diego Velázquez (1599-1660) in pieno assolutismo intuì e dipinse nel suo quadro Las meninas la fine dell’assolutismo e la nascita della società di massa, relegando in uno specchio il monarca assoluto e offrendo al pubblico che guarda il quadro la riverenza dell’infanta.

Offrire al padre un’opportunità di amare è qualcosa di radicalmente diverso dalla condivisione dei lavori domestici che i nostri governi progressisti egualitari, e poi anche quelli conservatori, hanno proposto alle donne per risolvere le contraddizioni che esse vivono con i partner-uomini intorno al tempo e all’amore. Li differenzia la coscienza che le madri di cui sto parlando hanno del fatto che le casalinghe non si sono mai limitate a fare i mestieri. Ciò che fanno, sono i mestieri quando non piace, quando non arriva a essere sensibile all’amore, quando le relazioni non vanno. «Tra le pentole si muove il Signore, aiutandovi nelle cose interne ed esterne», diceva Teresa di Gesù o d’Ávila.[19] L’insegnare a parlare, l’insegnare il simbolico a una creatura, non è mai un fare i mestieri ma è una relazione amorosa, di tenerezza infinita. Quello che facciamo come casalinghe, alcune di Duoda l’abbiamo chiamato «pratiche di creazione e ricreazione della vita e della convivenza umana»,[20] ricordando che la pratica unisce esperienza, invenzione e coscienza nel fare in risposta a un desiderio o a una necessità della vita.

Io vedo che le madri della Lega del latte si muovono prese dall’impegno di risignificare l’amore a partire dalla casa e dalla cura delle creature, perché vogliono che ci sia davvero pace nel mondo, quella pace che – come diceva María Zambrano – è la condizione della vita umana.[21] Le condizioni della vita umana si imparano imparando a parlare nella primissima infanzia. Conservano un legame con quel «venire dall’al di là» (al di là del visto e udito) che descrive il concepimento e la nascita. Sembra che le madri della Lega del latte materno vogliano dare continuità a questo legame, facendo da mediatrici. Il loro desiderio d’amore e di pace può essere il germe di un cambiamento nel rapporto tra la differenza sessuale e la cosa pubblica. Nel senso che nella cura e nell’educazione delle loro figlie e figli vogliono anteporre l’amore e la pace rispetto alla paura, alla disciplina, alle minacce, alla gerarchia, alla confusione, all’abbandono, al calcolo strumentale. Con l’intenzione di aprire un passaggio al mostrarsi del desiderio e della creatività che ogni essere umano porta al mondo con sé: un desiderio e una creatività che di solito nella prima infanzia, pare, restano inibiti o si deteriorano a causa del malessere dovuto all’incapacità di esprimersi se non con strilli quando la madre non c’è o non è attenta. Amore e presenza, amore in presenza, è la loro principale pratica.

Può una donna sopportarlo? Non lo so. Che cosa ne fanno del negativo? Non lo so. Ma so che il nichilismo che ha oscurato il XX secolo non è l’unico orizzonte simbolico rimasto nella nostra memoria. Anna Maria Ortese (1914-1998), per esempio, alla fine della sua vita, nel libro intitolato proprio Corpo Celeste, scrisse: «Cosí ho sempre pensato che il problema massimo del mondo – della sua pace, anche se relativa – sia di avere dei bambini in grado di entrare nel mondo cosiddetto adulto creando, essi stessi e non, invece, appropriandosi o distruggendo. Creare è una forma di maternità: educa, rende felici e adulti in senso buono. Non creare è morire e, prima, irrimediabilmente invecchiare».[22]

C’è una dismisura (una dismisura di libertà) nel dedicarsi a crescere una creatura per rendere possibile che il suo desiderio e la sua creatività arrivino al mondo. La dismisura si nota nel disorientamento che porta al proprio desiderio, al desiderio della madre, che entra in conflitto con il desiderio, suo anche questo, di dedicarsi alla creatura. Ma se il disorientamento è davvero una prova, penso che l’attraversarlo potrà metterlo in un rapporto di amicizia con la misura precedente, ed essere fonte di parola, di agio, di simbolico: di pratiche che possano propiziare quello che meglio serva al nostro presente.

 

[1]
«Y así ha venido sucediendo que la fysis se convierta en materia de un conocimiento sin contexto vital alguno» (María Zambrano, De la Aurora, Madrid, Ediciones Turner, 1986, 28; trad. it. Dell’aurora, a cura di Elena Laurenzi, Genova, Marietti, 2000, p. 34).

[2]           Sulla fine del patriarcato, «È accaduto non per caso», Sottosopra rosso, gennaio 1996 [Librería de mujeres de Milán, La cultura patas arriba. Selección de la revista ‘Sottosopra’ (1973-1996), Madrid, horas y Horas, 2006, 185-225].

[3]
Entrevista a María Zambrano, por Pilar Trenas, «DUODA. Estudios de la Diferencia Sexual» 25 (2003) 141-165; p. 165. Traduzione italiana di Clara Jourdan in «Per amore del mondo», 3, nei giorni della merla 2005.

[4]           María Zambrano, La vocación de maestro (1965), in G. Gómez Cambra, ed., La aurora de la razón poética, Málaga, Ágora, 2000, 117-139; p. 138 (Il compito del maestro: la mediazione, in María Zambrano, Per l’amore e per la libertà. Scritti sulla filosofia e sull’educazione, a cura di Annarosa Buttarelli, traduzione di Laura Mariateresa Durante, Genova, Marietti, 2008, 97-119; p. 118).

[5]           Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Milano, Mondadori, 2003 (El Dios de las mujeres, trad. de María-Milagros Rivera Garretas, Madrid, horas y Horas, 2006).

[6]           María Zambrano, La aparición del confín, in Ead., De la Aurora, cit., 22-24 (Dell’aurora, pp. 27-29); scrive a pag. 22: «el confín que nos detiene y nos llama inapelablemente» («un confine che ci arresta e ci chiama in modo ineludibile», p. 27).

[7]           Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Roma, Editori Riuniti, 1992 e 2006 (El orden simbólico de la madre, trad. de B. Albertini, M. Bofill y M.-M. Rivera, Madrid, horas y Horas, 1994); Diotima, Il cielo stellato dentro di noi. L’ordine simbolico della madre, Milano, La Tartaruga, 1992.

[8]           María Zambrano, Algunos lugares de la pintura, ed. de Amalia Iglesias, Madrid, Acanto y Espasa Calpe, 1991, 65 (Luoghi della pittura, a cura di Rosella Prezzo, Medusa, 2002, p. 55).

[9]           Su questo si può vedere il mio Dos dones divinos: el tiempo y la palabra, in Mujeres en relación. Feminismo 1970-2000, Barcelona, Icaria, 2001, cap. 5, pp. 55-70 (Due doni divini: il tempo e la parola, in Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo, trad. di Clara Jourdan, Napoli, Liguori, 2007, pp. 39-49); anche, Iaia Vantaggiato, Quel che resta del tempo, in Annarosa Buttarelli et al., La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Milano, Pratiche Editrice, 1997, 37-63 (Una revolución inesperada. Mujeres en el mercado del trabajo, trad. de Carolina Ballester Meseguer, Madrid, Narcea, 2001), e Mª Elisa Varela Rodríguez, La experiencia y el tiempo de la creación siendo fiel al origen, «DUODA. Estudios de la Diferencia Sexual» 33 (2007) 61-83.

[10]         Si veda, per esempio, Immagina che il lavoro, «Sottosopra», 2009 (Librería de mujeres de Milán, Imagínate que el trabajo, trad. de María-Milagros Rivera Garretas, «Sottosopra» encartado en «DUODA. Estudios de la Diferencia Sexual» 38 (2010).

[11]         Lia Cigarini, El doble ‘sí’ de las mujeres a la maternidad y al empleo, «DUODA. Revista de Estudios Feministas» 30 (2006) 51-58; Gruppo lavoro della Libreria delle donne di Milano (a cura di), Il doppio sì: maternità e lavoro, Milano, Quaderni di Via Dogana, 2008.

[12]         Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, Torino, Rosenberg & Sellier, 1987, p. 188 (Librería de mujeres de Milán, No creas tener derechos. La generación de la libertad femenina en las ideas y vivencias de un grupo de mujeres, trad. de M. Cinta Montagut Sancho con Anna Bofill, Madrid, horas y Horas, 1991 y 2004, 199).

[13]         Vanesa Zornoza García et al., Modificación en la tasa de cesáreas y sus indicaciones entre 2000 y 2006 en el Hospital de León, «Progresos de Obstetricia y Ginecología» 51-7 (2008) 404-410; S. Cabré et al., Incidencia de cesáreas. Evolución. Causas. Análisis de 17 años, “Progresos de Obstetricia y Ginecología” 45-5 (2002) 192-200.

[14]         Si può vedere Adela Vidal Puértolas, Ser comadrona: una manera de pensar. Marco conceptual meridional para la profesión de partería. Barcelona, Col-legi Oficial d’Infermeria de Barcelona, 2005.

[15]         In VV. AA., Hay motivo (España, 2000).

[16]         Sulla politica sessuale si può vedere il mio La política sexual, in María-Milagros Rivera Garretas, coord., Las relaciones en la historia de la Europa medieval, Valencia, Tirant lo Blanch, 2006, 139-204.

[17]         Emily Dickinson, The Poems of Emily Dickinson, ed. di R. W. Franklin. Cambridge, MA, The Belknap Press of Harvard University Press, 1999, n. 1747 (Johnson 1765); trad. di Silvio Raffo, in Emily Dickinson. Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Milano, Mondadori, 1997, p. 1633.

[18]         Esther Borrell, Les tres mares. Les arrels matriarcals dels pobles catalans. Lleida, Pagès editors, 2006.

[19]            «Entre los pucheros anda el Señor, ayudándoos en lo interior y exterior» (Teresa de Jesús, Las Fundaciones, cap. 5, 8) [trad. nostra].

[20]            Marta Bertran Tarrés, Carmen Caballero Navas, Montserrat Cabré i Pairet, Ana Vargas Martínez e María-Milagros Rivera Garretas, De dos en dos. Las prácticas de creación y recreación de la vida y la convivencia humana, Madrid, horas y Horas, 2000.

[21]            Cito a memoria.

[22]            Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Milano, Adelphi, 1997, p. 62.

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