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Le nostre relazioni fragili

 

Il mio corpo persisteva.

Non prosperava ma persisteva.

Perché non so.

Echi (Louise Glück, Averno)

 

Tutta la vita aspetti il tempo propizio.

Poi il tempo propizio

si rivela come un’azione compiuta.

Paesaggio (Louise Glück, Averno)

 

Cosa sono le relazioni?

 

Credevo di conoscere fino in fondo quale fosse il contenuto che noi femministe davamo alla parola “relazione”. Pensavo che la parola relazione non si riducesse a una forma vuota intorno a cui costruire i nostri discorsi, ma fosse una sorta di contenitore spazioso che accoglieva sentimenti e pensieri quali fiducia, vicinanza, apertura, pluralità, che nella parola “relazione” cioè non riponessimo soltanto il doveroso riconoscimento del nostro venire al mondo insieme ad altre, e gli obblighi che questo porta con sé, ma che il nostro abitare insieme questa vita dovesse avere delle qualità che noi ritenevamo non solo indispensabili ma vitali. Poi è arrivata la pandemia e il senso di questa parola sembra essersi svuotato.

Se un’occasione ci sta offrendo questa situazione è quella di metterci davanti a noi stesse, è per noi tutte un’occasione di verità.

 

A partire da “noi

 

In questi mesi la tenuta delle nostre relazioni è stata messa a dura prova, ci sono stati giorni di conflitti aspri, talvolta violenti, mai prima d’ora mi era capitato di assistere a scambi così accesi, apertamente offensivi. Alcune relazioni hanno faticosamente sopportato i conflitti e sono continuate, magari con meno forza e vigore, forse con meno passione, altre si sono chiuse burrascosamente. Tenendo il nostro sguardo fermo sulle relazioni, sono stati mesi contraddistinti da fratture che sarà difficile risanare, spaccature accompagnate da accuse, offese anche gravi, il manifestarsi di una aggressività da cui non sarà facile disintossicarsi. Lo spazio relazionale, lo spazio dell’infra come lo chiamerebbe Hannah Arendt, ha subito una scossa fortissima. È stato un anno sciagurato sotto tanti aspetti, un anno di apprensioni personali e tensioni politiche che avranno delle conseguenze che non possiamo ancora misurare. Se per noi è sulle relazioni che si costruiscono le fondamenta della politica, allora è bene essere consapevoli che queste fondamenta hanno subito quest’anno dei danni incalcolabili che nessun investimento solo economico potrà riparare. Solo interrogandoci senza sconti sui conflitti che sono nati e sulla fiducia che è venuta a mancare anche tra di noi potremo sederci a immaginare il futuro insieme.

 

La fatica della presenza

 

Eravamo già distanti. Tutto, in questi mesi e nei mesi che li hanno preceduti, ci racconta di una lacerazione profonda: il sistema sanitario smantellato incapace di reggere l’urto dei contagi, il potere politico che, avendo perduto ogni credibilità e autorevolezza, sa esprimersi e governare solo con toni e metodi paternalistici e autoritari, la militarizzazione dei territori, il linguaggio di guerra usato dai media, la colpevolizzazione degli “untori”, la ricerca del capro espiatorio e la richiesta di punizioni severissime, la perdita di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la delazione, noi che ci accusavamo l’un l’altra di non fare abbastanza, di non soffrire abbastanza, fino all’accusa più grave di tutte: quella di voler mettere in pericolo la vita degli altri. Le nostre relazioni, personali e politiche, si sono rivelate in tutta la loro fragilità, anche quelle che ritenevamo più salde. La distanza che ci è stata imposta, quel “distanziamento sociale” espressione contro cui in questi mesi in tante hanno protestato con forza perché no, semmai quello che ci veniva richiesto era un distanziamento fisico, ci riguardava già da prima. Già prima descriveva le nostre relazioni: vivevamo nel distanziamento sociale e le motivazioni che hanno creato questa situazione sono tante e non possiamo addebitarle tutte a ragioni su cui non abbiamo il controllo, all’ordine economico mondiale e al potere che ci sovrasta e che ci ha divise. Guardiamoci dentro: la presenza può essere faticosa, la vicinanza richiede un impegno su cui anche la politica fa sempre più fatica ad investire.

Si spiega così anche la diffusione dell’uso degli strumenti digitali, il loro dilagare nelle nostre vite in cui occupano sempre più spazio: loro sì, sempre più “vicini”. La sostituzione delle relazioni reali è qualcosa che ci riguarda da tempo. La fatica della vicinanza e della presenza ci riguardano. Forse è per questo che non è stato così difficile per chi ci governa imporre il distanziamento sociale e anzi, forse possiamo anche dircelo, per alcune è stato un sollievo.

 

La paura di perdere la vita e la paura di perdere l’umanità

 

Il conflitto che ci ha divise non è stato quello tra chi difendeva il principio della “salute” e chi quello dell’“economia”, come vorrebbe la narrazione semplificata che ha prevalso nei racconti dei media. Questa è una spiegazione che si basa su una astrazione che oscura ciò che è accaduto più che chiarirlo. Il femminismo ci ha insegnato a pensare a partire dalle nostre esperienze, a dubitare di parole e pensieri disincarnati, in cui noi, la complessità delle nostre vite, i nostri corpi e il nostro sentire sono assenti. Economia e salute si compenetrano nelle nostre vite, non sono separabili. Il contrasto più profondo che è nato ci ha chiamate in causa nella nostra interezza, di donne che attraversano la vita con sentimenti, emozioni, pensieri, desideri. Il conflitto che ci ha interrogate e ci ha scosse nelle nostre motivazioni più intime, la ragione che ha acutizzato i conflitti al punto da renderli particolarmente violenti, insostenibili talvolta, ha investito il senso che noi diamo alla vita e il modo per proteggerla.

É questa la domanda che ci ha divise: sacrificare tutto per minimizzare i rischi alla vita biologica o accettare una parte di rischio per garantire che anche altri bisogni trovassero appagamento, altri diritti fondamentali venissero garantiti, in special modo che trovassero soddisfazione quei bisogni che nascono dal nostro essere qualcosa di più di un puro processo vitale?

Che cos’è la “salute”? È su questo terreno che si è giocato lo scontro tra due paure ugualmente angoscianti, quella di perdere la vita e quella di perdere l’umanità.

È con l’idea di difendere una vita più umana che alcune di noi, in questi mesi, hanno sostenuto la necessità di tenere le scuole aperte sottolineando i danni prodotti da una chiusura prolungata. È su questa tensione tra vita e umanità – su cui si inserisce anche il discorso sulla qualità di vita – che alcune hanno denunciato lo stato di solitudine a cui sono stati costretti gli anziani nelle RSA a causa dei protocolli anti-covid, è da una visione più complessa della salute che tenesse conto anche della salute psichica che alcune hanno criticato duramente la narrazione tossica dei media, l’infodemia. Quanta angoscia, quanta sofferenza psicologica è stata causata dall’informazione fuori controllo di questi mesi?

È a partire da considerazioni di questa natura che Cristina Morini durante un nostro incontro, raccontando del ricovero per covid della madre anziana, dei mesi trascorsi nella stanza di un ospedale milanese senza poter rivedere le figlie, ha saputo chiedersi: “quanti, in una situazione così si saranno lasciati andare?”. È a partire da qui che due sorelle del padovano, dopo esservi viste sottrarre il diritto a poter assistere e salutare per l’ultima volta il padre morente, hanno combattuto perché i protocolli dell’ospedale in cui era ricoverato venissero modificati. È una battaglia che hanno combattuto da sole: non c’è stata nessuna formazione politica, nessun partito, nessun movimento, che si sia fatto portavoce di queste richieste.

Tutte queste battaglie che trovavano le loro ragioni in un’idea di vita e di salute più ampia, che si contrappongono a misure sbagliate, disumane, eccessive, è stata portata avanti soprattutto da donne. Abbiamo fatto abbastanza per sostenere queste legittime richieste? Non erano forse battaglie politiche che avremmo dovuto sostenere come femministe?

Come tutti i conflitti che toccano aspetti essenziali questo tra vita e umanità è stato anche un conflitto interiore. Durante un incontro che abbiamo fatto a settembre sulla pandemia, in tante hanno raccontato di come, in questi mesi, hanno messo in atto tante piccole trasgressioni, aggiustamenti personalizzati alle misure, per rendersi la vita più vivibile, muovendosi con saggezza e libertà tra l’obbedienza alle misure e la necessità di vivere un po’ meglio.

 

Relazione e processo vitale

 

Che la mortalità non possa essere la categoria centrale del pensiero politico ce lo ha insegnato Hannah Arendt ed è una lezione che oggi ci torna utile perché spiega alcune dinamiche che si sono innescate in questi mesi e che hanno chiamato in causa le nostre relazioni rivelando la crisi che attraversano. Il punto non è tanto mettere in discussione le misure che sono state prese, ma comprendere intorno a quali pensieri, a quali discorsi si siano sviluppate queste misure, le ragioni delle scelte che si sono compiute a scapito di altre, perché si è salvato soltanto il lavoro, ad esempio, e soprattutto tentare una spiegazione di quanto si è innescato nelle nostre relazioni, indagando il cuore dei conflitti che ne sono nati. Poiché non ci deve bastare la spiegazione che non si potesse fare altrimenti. Almeno, a me, non basta.

In Vita activa Arendt riflette sulle trasformazioni della vita dell’uomo nella modernità per ciò che riguarda le sue tre forme, del lavorare, dell’operare e dell’agire, rilevando come sia il lavoro a prevalere, in particolare a scapito dell’azione, con le conseguenze che così la pensatrice declina:

Nessuna delle facoltà superiori dell’uomo fu più necessaria per connettere la vita individuale con la vita della specie, la vita individuale divenne parte del processo vitale, e lavorare, assicurare la continuità della propria vita e di quella della propria famiglia fu tutto quanto bastava.

Quando è l’attività lavorativa a prevalere, quando a prevalere è quella forma della vita activa il cui unico scopo è soddisfare le necessità della vita biologica, quando l’azione che ci mette al mondo in relazione agli altri non ha più importanza nelle nostre vite, quando perde di valore questo apparire, in quanto è distinto dalla mera esistenza corporea, il rischio per l’uomo è quello di perdere la sua umanità.

E perdendo l’umanità si perde anche il mondo, se infatti è sempre la vita il punto di riferimento supremo, e gli interessi dell’individuo come quelli del genere umano sono sempre identificati con la vita individuale o con la vita della specie come se fosse scontato che la vita è il bene più alto allora la vita nel mondo si fonda sul presupposto che la vita, e non il mondo, è il bene più alto per l’uomo.

La lettura di Arendt ci aiuta a comprendere alcune cose niente affatto scontate: il modo in cui la difesa della vita biologica è stata preminente nel discorso pubblico e dei media a scapito della umanità, il fatto che solo il lavoro come forma di vita è stato preservato, e infine la rivelazione della crisi delle relazioni a cui abbiamo assistito, cioè dell’azione come attività dell’uomo che le fonda e le costruisce.

 

Esercizi di fiducia, fortificare le relazioni

 

L’azione, ci dice Arendt, non è mai possibile nell’isolamento; essere isolati vuol dire essere privati della facoltà di agire. Azione e discorso necessitano della presenza degli altri (…) l’azione e il discorso sono circondati dall’intreccio e dalle parole di altre persone con cui sono in costante contatto.
Non si può vivere nell’isolamento se non per breve tempo. Un isolamento protratto, la restrizione delle nostre relazioni alle sole relazioni famigliari e di lavoro, si ripercuote sulle nostre vite impoverendole, rendendole più aride, meno umane, come direbbe Arendt. Non ci deve perciò stupire la fotografia scattata dal Rapporto annuale del Censis che ci descrive come più stanche, più arrabbiate, più depresse, più angosciate. È questo deficit di umanità, la rarefazione delle relazioni a ripercuotersi con questi effetti sulla nostra salute psichica rivelando, tra le altre cose, come la sostituzione delle relazioni reali con quelle virtuali non può funzionare.

In questi mesi è passata l’idea che fosse possibile rimpiazzare senza troppo dolore le une con le altre. Per questo, credo, non si è ritenuto decisivo lottare per le visite negli ospedali: perché era pur sempre possibile sentirsi via Skype e si è creduto che questo potesse bastare. Ma non si può simulare il contatto. Non si può simulare un abbraccio. Con questa consapevolezza, alcune RSA hanno fatto dei tentativi per riavvicinare gli ospiti e i loro famigliari attraverso vestimenti di plastica in cui infilare le braccia e tornare a toccarsi. È un’immagine potente che descrive l’insostituibilità della presenza, mentre ci racconta quanto poco è stato fatto per tutelarla.

Siamo arrivati a questa pandemia impreparati da tanti punti di vista e uno di questi è quello delle relazioni, non abbiamo investito abbastanza sulla forza dell’intreccio che ci unisce. É a partire dalla fortificazione di reti di fiducia che potremo costruire argini capaci di reggere non solo la diffusione dei conflitti, ma anche l’estensione di fenomeni come il complottismo, che sono sì marginali, ma che dai margini ci mostrano l’estremizzazione di una paranoia in cui in fondo siamo tutte coinvolte, e mostrano fin dove ci può portare l’assenza di fiducia. La strada è quella indicata da Arendt: l’azione. Come ciò possa declinarsi nel tempo che stiamo vivendo è una domanda a cui siamo chiamate tutte a rispondere.

 

 

 

 

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