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Le donne si parlano: un nuovo sguardo su incesto-molestie sessuali su minori[1]

 

Mettere in parole l’esperienza di ciò che siamo state abituate a chiamare molestie o abuso sessuale e ora nominiamo come incesto richiede di rompere il silenzio e lo si riesce a fare solo se almeno un’altra è disposta ad ascoltarti e a crederti. Non si tratta di riuscire a raccontare eventi ma di dare parola al senso del sentire confuso e doloroso che il danno dell’incesto provoca in chi l’ha subito. Da alcuni anni diverse donne, grazie alla disponibilità all’ascolto di almeno un’altra, hanno preso parola creando un percorso di libertà con al centro la bambina o l’adolescente, come sottolineava Monica Benedetti.[2] Così hanno messo a fuoco elementi comuni e differenti che ripercorreremo, tenendo anche conto degli interventi al XXX Seminario di Duoda, incentrato sull’incesto, di cui in questo numero sono presenti le traduzioni.

Già nel 2011 Luciana scriveva[3] che l’invasione maschile della sessualità di bambine e adolescenti, oltre a creare disturbi nelle relazioni sessuali anche da adulte, mina soprattutto la loro relazione con la madre e la fiducia che la lingua materna possa esprimere il sentire, nell’accezione zambraniana di funzione psichica che più di altre ci costituisce, segno di verità viva, fonte ultima di legittimità di quanto ogni essere umano dice, fa, pensa.[4] Vi è un legame tra le rappresentazioni svalorizzanti o false rispetto al nesso sessualità-concepimento-nascita e la madre e il contemporaneo depotenziamento della lingua materna che così può solo essere strumento di comunicazione nella quotidianità, di contatto affettivo, suono gradevole.

Il nesso sessualità e depotenziamento della lingua materna e della relazione con la madre è ancora più forte negli episodi di molestia o di abuso, frequenti e sottovalutati. Le parole molestia e abuso non esprimono l’ambiguità e l’indicibilità di ciò che è accaduto e che ancora produce dolore. Ora sappiamo che risponde alla verità, espressa da molte donne, chiamarlo incesto. È una parola disturbante, perché l’aver costituito la cultura patriarcale sul tabù dell’incesto sembrerebbe che lo abbia confinato a casi rari, invece, come bene argomenta Candela Valle Blanco,[5] si tratta del tabù a parlarne da parte delle donne. Chiamiamo incesto qualsiasi violazione del pudore, “la barriera che pone la pelle per difendere le tue viscere, la tua intimità intimissima e sacra”[6] quando colui che lo viola è collegabile in qualche modo con la madre perché è la madre che per la bambina (o il bambino) e l’adolescente costituisce il legame con la vita e la sua conservazione. L’esperienza della pratica di storia vivente e le riflessioni delle amiche di Duoda mettono in evidenza l’importanza del legame con la madre: alcune infatti sono riuscite a dipanare il senso di ciò che era loro accaduto solo dopo la sua morte.

La madre nell’insegnare la lingua materna garantisce l’esistenza e la conoscibilità del mondo e garantisce che le parole possano esprimere la verità dell’esperienza che se ne fa. Ma il suo non vedere ciò che è accaduto, l’impossibilità di parlarne, determina astio e animosità verso di lei che può durare tutta la vita, crea la separazione tra sentire e parola per cui diviene più facile la deportazione femminile in linguaggi neutri e tecnici. Si possono inventare strategie mimetiche per riuscire a parlare parzialmente di sé anche in pubblico come l’uso dell’ironia, delle citazioni, dei riassunti di parole altrui, sempre con il dubbio su ciò che davvero corrisponde al proprio sentire.

Ma si può diventare invisibili e mute, senza essere consapevoli dell’esperienza che, rendendoci cosa in mano altrui, ci priva dell’essere capaci di percepire la nostra immagine e la nostra voce. “Vomitando tutto il dolore dell’incesto” come dice Patricia Meza Rodriguez,[7] o “sciogliendo il nodo” come diciamo nella pratica di Storia vivente di Milano, cioè mettendo in parole, rivolte ad altre e rese pubbliche, il sentire vero di ciò che ci è accaduto e continua ad accadere in noi, ne comprendiamo le conseguenze e recuperiamo la nostra presenza in qualsiasi luogo ci troviamo, riuscendo a prendere parola quando sentiamo la necessità di dire ciò che davvero parte da noi.

In tutte le testimonianze e riflessioni, che abbiamo raccolto o letto, funziona il tabù dell’incesto come divieto a parlarne da parte di chi lo subisce e anche da parte di chi vive vicino, proprio perché l’incesto è l’esperienza dell’indicibile, che continua in età adulta. Annie Leclerc scrive del “bambino afono”, della “lingua tetanizzata, questo mutismo vergognoso che mi tortura ancora, e mi fa odiare -io che tanto odio odiare- colui che… oppure me…oppure loro… i genitori, che non hanno impedito ciò, o il piccolo sentiero che non doveva servire che ai giochi dei bambini del quartiere… C’è dell’odio in me, un disgusto furioso e triste ma che non sa dove lavarsi, la prova d’un tradimento che non so assolutamente a chi attribuire. Vale a dire che la piccola non sa che ne è di se stessa. All’uomo del sentiero non può dire nulla. Ai genitori nemmeno. Perché non ci sono parole per quanto è accaduto”.[8] Se Leclerc individua molti elementi come il godimento dell’imparare a parlare “prima del disastro”, i segreti della sessualità che si scoprono nell’intimità protetta, la confusione e il senso di morte che invade, proprio perché si rivolge a un tu/io senza volto e, solo quando non parla direttamente di sé o di Cappuccetto rosso, usa il neutro maschile come infante, bambino o genitori, mostra di non aver sciolto dentro di sé il dolore dell’incesto. Non è un caso che Leclerc, autrice prolifica e femminista, non abbia mai pubblicato queste parole e solo alla sua morte Nancy Huston, un’amica carissima, le abbia ritrovate tra le sue carte e riordinate in un libro. Infatti, sciogliere il dolore dell’incesto, a volte possibile solo dopo la morte della madre come scrivono Luciana e la scrittrice Azar Nafisi in Le cose che non ho detto,[9] porta a desiderare e avere la forza perché altre ed altri possano uscire dal silenzio.

Può essere necessario il linguaggio dell’arte che permette di parlare dell’accaduto in un modo in cui le persone possano ascoltare senza che il racconto trasformi in qualche modo chi ha subito violenza nel mostro di cui sta parlando e chi ascolta in testimone impotente della nefandezza. È la scelta di Patricia Meza Rodriguez con l’opera Silencio, riprodotta in questo numero, dove le lettere vengono create con il metodo femminile e casalingo del lavoro all’uncinetto e sembrano colare sangue, oppure come fa, per la Quarta Vetrina della Libreria delle donne di Milano, Paola Gaggiotti con l’opera Le immagini restano, dimostrando la necessità dell’altra per rompere il silenzio. Infatti, Gaggiotti, in dialogo con Francesca Pasini che le aveva suggerito di “provare ad osare”, risponde: “Mi sono così chiesta cosa non avevo ancora osato fino a quel momento. Interrompere un silenzio durato quarant’anni mi è sembrata l’azione più spregiudicata da compiere. Un gesto intimo e politico allo stesso tempo. Il fatto che a chiedermelo fossi tu, intellettuale e donna vicina alle donne, mi ha rassicurata sul non sentirmi sola nel farlo”. E più avanti prosegue: “L’aver lavorato in un ospedale con pazienti oncologici adolescenti mi ha messo di fronte alla sfida di usare l’arte per esprimere “l’incidente” senza ricorrere a spiegazioni, ma con un gesto inventivo, un po’ poetico”. Con un’opera complessa, dove i luoghi vengono ripercorsi virtualmente, riesce a immettere chi osserva nel dramma. Dice infatti: “Se avessi esplicitato i fatti, la mia storia sarebbe diventata un caso o un esempio e io mi sarei ritrovata di nuovo ad essere la protagonista di qualcosa che non voglio rivivere, lasciando chi guarda al di fuori del dramma o, peggio ancora, dandogli la possibilità di avvicinarsi con compassione al lavoro”.[10]

Grazie al suo percorso all’interno della Comunità di Storia vivente di Milano, Marie-Thérèse Giraud nel suo saggio, intitolato proprio Il peso del silenzio riesce a svelare verità soggettive che neppure in anni di analisi era riuscita a cogliere e a dire. Riconosce il legame tra le molestie, che ora nominiamo incesto perché perpetrate da uomini che la madre stimava, e il regime di falsità in cui comincia a muoversi. Bambina, costruisce un’altra se stessa, dietro a cui si maschera, per compiacere il mondo adulto che non ha visto, o finto di non vedere. Lo sfida con la menzogna costruita da lei per essere scoperta. Ciò non avviene, perde la fiducia nella parola: “a periodi di torpore, d’apatia, di noia profonda succedevano poi, dietro la facciata liscia e tranquilla che davo a vedere, momenti in cui insorgeva una violenza rabbiosa, di continuo repressa, che riappariva per un nonnulla e mi faceva sentire come abitata da forze incontrollabili”.[11] Il mondo non è più dicibile con verità. Ci vogliono molti anni e la relazione con altre donne in ascolto attento per nominare il danno. Il silenzio, che ha segnato la sua infanzia e che ha minato il rapporto con la madre, l’ha resa fragile, insicura e incapace di “affrontare la realtà senza la necessaria rassicurazione di una maschera”.[12] Le è mancata la mediazione della madre con il mondo.

Virginia Woolf nell’intervento al Club delle memorie, formato da 13 uomini e donne che si riunì per la prima volta nel 1920 e che richiedeva franchezza nel racconto dei ricordi, rivela l’incesto che il fratellastro aveva perpetrato su di lei e la sorella.[13] Come nota il gruppo guidato dalla psicoterapista greca Athena Androutsopoulou,[14] il testo della Woolf permette di cogliere le strategie narrative per rivelare l’incesto. In esso la rivelazione arriva solo all’ultimo paragrafo, ma il ritardo è strategico: vengono descritti luoghi, personaggi, l’atteggiamento della madre che ritiene che agli uomini fossero dovute continue attenzioni, vi sono insinuazioni, uso dell’ironia, una escalation di accenni alla sessualità, un modo graduale di mostrare l’assoggettamento per arrivare, nell’ultimo paragrafo, all’incesto. In tutto il testo vengono taciute le emozioni di Virginia.

Ma solo l’accoglienza empatica di chi ascolta e la consapevolezza che si tratta di un trauma permette l’espressione del proprio sentire e di liberarsi dai blocchi che provoca la violenza, l’esperienza dell’essere ridotta a cosa che essa fa sperimentare, esperienza più vicina alla morte perché, come scrive Simone Weil,[15] la forza, usata al suo massimo trasforma l’altro da essere vivente in cadavere, letteralmente una cosa morta.

Virginia, su richiesta della sorella di scrivere le sue memorie, vent’anni dopo, tra il 1939 e il 1940 pochi mesi prima della sua morte, si avvicina al proprio sentire rispetto a un episodio incestuoso legato allo specchio dell’atrio di Talland House e perpetrato dall’altro fratellastro. Anche qui scopre per gradi che la vergogna a guardarsi allo specchio è connessa alla vergogna o paura del suo corpo e pian piano racconta dell’insistente esplorazione del suo corpo di bambina piccolissima sollevata su una mensola dal fratellastro. “Ricordo ancora la sensazione della sua mano che scivolava sotto i vestiti; che scendeva sicura e inesorabile sempre più giù. Ricordo con quanto fervore pregavo dentro di me che la smettesse, come mi irrigidii e cercai di scostarmi mentre la sua mano si avvicinava alle mie parti intime. Ma lui non smetteva. La sua mano esplorava anche le mie parti intime. Ricordo l’offesa, il fastidio -quale parola può rendere un sentimento così inarticolato e ambiguo. Dev’essere stato intenso, se ancora lo ricordo.”[16] Cerca di darsi spiegazioni come l’esistenza di un istinto ancestrale femminile che fa capire come certe parti “non vadano toccate, come sia male lasciarsele toccare” e poi devia il discorso rispetto a come sia difficile descrivere la persona a cui accadono le cose e definisce quest’episodio semplice. Quindi ritorna allo specchio descrivendo un incubo che le ha provocato una paura indimenticabile e l’incapacità di capire se fosse sogno o realtà. Quella di Woolf è la testimonianza di come la violazione del pudore infantile resti indelebile nella memoria anche cinquant’anni dopo, come sia difficile esprimere il sentire rispetto all’accaduto e come chi ha subito cerchi modalità narrative per dire e al contempo sviare l’attenzione, minimizzando. Del resto, la ferita è invisibile e il fatto che venga inferta di frequente porta a considerarla lieve. Invece, come è stato col movimento Me-Too, proprio perché si crede alla parola di una donna, si è cominciato a smascherare l’alibi maschile che nulla di importante è accaduto e il fatto che colpisca molte non ne allevia il danno, anzi mostra come sia un metodo sistematico per togliere la forza che il legame col proprio sentire e il proprio corpo dà alla parola e all’agire femminile.

Virginia è consapevole di aver vissuto “estasi ed ebbrezze spontaneamente e con grande intensità e senza alcuna vergogna né il minimo senso di colpa, purché non avessero relazione col mio corpo. […] Dovevo avere vergogna o paura del mio corpo”.[17] Spesso come conseguenza di episodi simili avviene una dissociazione dal proprio corpo, una forma di clitoridectomia invisibile, per cui la sessualità rispetto agli uomini diviene una sorta di disponibilità a essere guidate dal piacere di lui che facilita una promiscuità senza godimento femminile e anche l’entrata e la possibilità di rimanere nella prostituzione, come segnala la Relazione Honeyball[18] in cui si denuncia come tra l’80% e il 95% delle donne prostituite ha subito violenze prima di entrare nel mercato prostitutivo e come testimonia Rachel Moran,[19] parlando della sua esperienza.

Non solo. Il non riconoscimento del danno di queste forme diffusissime di incesto rende preferibile non vedere che la prostituzione ci tocca tutte e tutti e accettare la posizione che una può fare ciò che vuole del suo corpo, come se fosse una proprietà, testimonianza del permanere della dissociazione. Come scrive più volte Luciana, è stato solo dopo il riconoscimento della violazione della sua intimità che ha smesso di porre le sue energie per cercare di minimizzare l’accaduto e di giustificare il comportamento dell’uomo. Ha potuto permettere che il godimento sessuale le accadesse, riuscire a osservare e ascoltare le donne prostituite, prendere posizioni pubbliche su questo fenomeno di sfruttamento principalmente femminile perché ha potuto coglierne i legami rispetto a modalità di intendere il lavoro, le relazioni fra donne e uomini, il senso dell’onore che la riguardavano. Infatti “proprio perché veniamo violate attraverso il corpo che noi siamo e per il fatto che siamo caratterizzate dall’essere dello stesso sesso della madre, ogni violazione ci fa perdere il senso del piacere e del privilegio che l’essere come la madre comporta e la fiducia che le parole, apprese principalmente con lei, dicano il mondo”.[20]

Oggi le madri, in relazione tra loro, sono più attente a cogliere i segnali di disagio e collegarli a ciò che viene reso invisibile anche ai loro occhi perché pare impossibile, inaccettabile e imperdonabile. A volte le forme per cercare di svelarlo sono rabbia e negazione di segni di affetto. In un episodio che ci è stato raccontato, una madre riceve la telefonata di un’amica che, avendo scoperto l’abuso di un vicino sulla propria figlia, gliene parla per confrontarsi con lei. Sospettando che anche sua figlia possa essere stata vittima di quello stesso vicino e sapendo che la lontananza di spazio e tempo non cancella il danno, lo domanda in modo diretto alla figlia che scoppia in un pianto dirotto. Sì, un abuso l’ha subito, ma da bambina da parte di un ragazzo poco più grande di lei, figlio della migliore amica della madre. Fugge spaventata dalla madre che non si accorge di nulla; non riuscendo a parlarle per paura di produrre delle rotture, alza un muro di rabbia, silenzio, dolore. Ora la consapevolezza della madre permette a entrambe un chiarimento. Così può iniziare un tempo riparatore della loro relazione, che sana dolori mutui e offre una nuova opportunità di amore. Aprendosi con la sua testimonianza ad altre, inizia un tempo in cui questa violazione diventa impensabile.

 

 

 

 

[1] Ringraziamo Adriana Alonso Sámano, Artemisia e Patricia Meza Rodriguez, allieve del corso di Historia viviente del master on line di Duoda per aver condiviso con noi esperienze e riflessioni che hanno contribuito ad arricchire questo testo. Proprio nel gennaio di quest’anno in Francia è iniziato il movimento #MeTooInceste a partire dalla pubblicazione di Camille Kouchner, La familia grande, Editions du Seuil, Parigi 2021. In Spagna continua la presa di parola femminile. Segnaliamo due testi: Susanna Pruna Francesch, El cuerpo partido. Poemas sin piel, prefazione di María-Milagros Rivera Garretas, collana A mano, Edición independiente, Madrid Verona Barcellona, 2021 e Marina Santini, Luciana Tavernini, Patricia Meza Rodríguez, Adriana Alonso Sámano, Artemisia, Liberar el sentir proprio del magma del incestohttp://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/275/.

[2] Monica Benedetti, Pedofilia in “Via Dogana. Rivista di pratica politica”, n. 94 (settembre 2010); trad. spagnola in “DUODA. Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual”, n.40 (2011) pp.36-40.

[3] Riproponiamo riassunte le riflessioni contenute nei due saggi di Luciana Tavernini, Gli oscuri grumi del disordine simbolico in “DWF La pratica della storia vivente”, n.3 (2012), pp. 35-45, già apparso in catalano Els obscurs grumolls del desordre simbòlic in “DUODA Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual” n.40 (2011), pp. 84-97; Lo spessore invisibile dei fatti in “La pratica della storia vivente”, Atti dell’incontro del 26 settembre 2014, a cura dell’associazione Le Vicine di casa, Mestre 2014, pp.24-30, pubblicato anche in italiano e spagnolo in http://www.ub.edu/duoda/bvid/text.php?doc=Duoda:text:2016.12.0009:seccion=5

[4] María Zambrano, Per una storia della pietà in “aut aut” n.279 (1977), pp. 63-69; Para una historia de la Piedad, en “AURORA. Papeles del Seminario María Zambrano”, 0 (2012) 64-70; p.65; en “Revista Lyceum” (La Habana) 17 (1949), en https://core.ac.uk/download/pdf/39110643.pdf

[5] Candela Valle Blanco, Decir lo indecible. Escuchar lo verdadero, Presentato al XXX Seminario internacional de DUODA. El cuerpo se confiesa: el incesto, Universitat de Barcelona, 11 maggio 2019. Il video dell’incontro si trova in https://www.youtube.com/watch?v=_Gm_7Mk3LdM. Il testo in spagnolo è pubblicato in “DUODA. Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual”, Universitat de Barcelona, n.57 (2019), pp. 64-81; tradotto in questo numero.

[6] María-Milagros Rivera Garretas, Emily Dickinson, Edición bilingüe, Sabina editorial, Madrid 2016, p.21.

[7] Patricia Meza Rodriguez, Salir de mi para encontrar la libertad de la grandeza femenina, Presentato al XXX Seminario internacional de DUODA. El cuerpo se confiesa: el incesto, Universitat de Barcelona, 11 maggio 2019. Il video dell’incontro si trova in https://www.youtube.com/watch?v=_Gm_7Mk3LdM. Il testo in spagnolo è pubblicato in “DUODA. Estudis de la Difèrencia Sexual-Estudios de la Diferencia Sexual”, Universitat de Barcelona, n.57 (2019), pp. 106-113; tradotto in questo numero.

[8] Annie Leclerc, Della PAEDOPHILIA e altri sentimenti, Malcor D’ edizione, Catania 2015, p.43.

[9] Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, Adelphi, Milano 2008.

[10] Francesca Pasini, Di abusi e di disegni. Dialogo tra Francesca Pasini e Paola Gaggiotti in www.artribune, 28 luglio 2020.

[11] Marie Thérèse Giraud, Il peso del silenzio, in Comunità di storia vivente di Milano (a cura di), La spirale del tempo. Storia vivente dentro di noi, Moretti&Vitali, Bergamo 2018, p.25.

[12] Ibidem, p.40.

[13] Virginia Woolf, Hide Park Gate n.22, in Momenti di essere. Scritti autobiografici, a cura di Liliana Rampello, Ponte alle Grazie-Salani editore, Milano 2020, pp. 206-226.

[14] A. Androutsopoulou, N. Moschona, N. Nioth, E. Rozou, M. Vakondiou, K. Yfanth, O. Zisi, A narrative analysis of her autobiographical speech on family sexual abuse”, Training and Research Institute for Systemic Psychotherapy (logopsychis.gr) https://www.researchgate.net/publication/273575301_Virginia_Woolf’s_22_Hyde_Park_Gate_A_narrative_analysis_of_her_autobiographical_speech_on_family_sexual_abuse

[15] Simone Weil, L’Iliade o il poema della forza, Asterios Editore, Trieste 2012, pp.39-40.

[16] Virginia Woolf, Uno schizzo del passato, in Momenti di essere. Scritti autobiografici, a cura di Liliana Rampello, Ponte alle Grazie-Salani editore, Milano 2020, pp.75-205 in particolare pp.80-83.

[17] Ibidem, p.82.

[18] Relazione su sfruttamento sessuale e prostituzione e sulle conseguenze per la parità di genere, proposta e approvata il 4/02/2014 dalla Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2014-0071+0+DOC+XML+V0//IT

[19] Cfr. Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, trad. di Resistenza femminista, Round Robin Editrice, Roma 2017.

[20] Cfr. Luciana Tavernini, Quanto ci tocca la prostituzione, in Daniela Danna, Silvia Niccolai, Luciana Tavernini, Grazia Villa, Né sesso né lavoro, Politiche sulla prostituzione, VandA, Milano 2019 e Luciana Tavernini, La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti. Introduzione, Redazione allargata di Via Dogana 3, La prostituzione ci riguarda. Tutte e tutti domenica 6 ottobre 2019, https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/la-prostituzione-ci-riguarda-tutte-e-tutti-luciana-tavernini/#_edn1

 

 

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