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Le donne della cattedrale e Donne+Donne: due libri dalla città di Palermo

 

 

Le donne della cattedrale di Gisella Modica (ed. Villaggio Maori) e Donne+donne a cura di Roberta Di Bella e Romina Pistone (ed. Qanat) sono libri diversi, che hanno la capacità di farci entrare dall’interno in questioni aperte dal femminismo. Pur nella differenza di angolatura, sono sostenuti dal medesimo desiderio di autenticità esistenziale e di confronto politico con altre.

Ho voluto accostarli per due motivi. Questo mi permette di mettere a fuoco questioni fondamentali che palpitano oggi nel movimento, e anche perché sono laboratori di pensiero e sperimentazione nella città di Palermo, a cui sono legata per diverse relazioni.

Una città è un organismo vivente in continua evoluzione, che porta con sé strati di ciò che l’ha segnata. Non penso solo alla storia verticale, ma anche ad elementi arcaici avvolti dal mito. Questi due libri parlano di movimenti a Palermo e così ci mostrano parti di questo tessuto vitale, di cui è impossibile dare una rappresentazione oggettiva. È da dire che una visione oggettiva di una città è imprendibile e sfugge proprio perché la città è un soggetto vivente in evoluzione. Così ogni via che si prenda per darne conto – e qui è quella femminista – è un’entratura, che rischiarando, ce ne porta al cuore evitando di oggettivarla, ma attirando a sé una molteplicità di piani di lettura.

Questo tema mi sembra ricorrente nella discussione pubblica a Palermo. Ricordo che la città viva – città salvata – è stata l’argomento di un seminario organizzato da Maria Concetta Sala nel gennaio 2014 avendo come riferimento Palermo.

Il libro di Gisella Modica e quello curato da Roberta Di Bella e Romina Pistone descrivono due assi del femminismo della vita della città. Un asse verticale, quello di Gisella e uno orizzontale, quello di Roberta e Romina.

Il testo di Gisella ha come sottotitolo Storia di occupazioni rimozioni immersioni. Senzatetto, femministe e spazi di libertà. Palermo è raccontata per quartieri, che mappano la città, tanto che una strada può essere alla lettera un confine, che non è indifferente attraversare. Ci sono nel romanzo donne diverse che hanno radici in quartieri diversi. Ma per le personagge della narrazione il discrimine primo è avere o non avere la casa. Le donne che occupano la cattedrale sono quelle che la casa non ce l’hanno. Le donne che vengono da altri quartieri la casa ce l’hanno, ma desiderano fare lavoro politico con le donne dell’occupazione. E questo è un piano del testo. C’è però anche un altro piano: come si è costituita nella città una genealogia di matrice femminista di generazione in generazione. Le donne che sono nate politicamente con la sinistra, dopo un momento iniziale nel quale avevano deciso di far parte del corteo degli uomini colti e politicizzati, poi se ne sono separate creando pratiche politiche altre. La generazione successiva si è formata direttamente con i testi femministi – per la mediazione di donne più grandi – e riformula la politica con le pratiche del partire da sé di matrice femminista. L’ironia di Gisella nei confronti di certe figure del pensiero della differenza è comica e divertente.

Chi fa da trait d’union tra tutte queste realtà è Mara, giovane donna sempre sul limite dell’essere sommersa da fantasmi notturni, da un immaginario angosciante e che va disperatamente cercando il suo centro ora nel partecipare all’occupazione per la casa a contatto con donne che hanno sì storie dure da raccontare, ma anche molta forza. Ora partecipando ai seminari di cultura femminista e di filosofia del pensiero della differenza tenute dalle giovani al centro sociale Zeta. Ma il filo suo resta per tutto il romanzo evanescente. A differenza delle donne della Kalsa, le donne dell’occupazione, che, pur partendo da esperienze di vita dissestate, entrano in sintonia con buona parte del pensiero femminista perché risuona con la loro esperienza. A certe intuizioni c’erano arrivate già per conto loro.

Dolce e amaro il libro, ma l’effetto per me che lo leggo dall’esterno sta nell’attenzione a questi attraversamenti tra generazioni di donne, tra sinistra marxista e femminismo, tra donne di ceti sociali borghesi e donne della Kalsa. Le differenze sono messe in campo non per invocare tolleranza, ma per ricostruirne la storia e le loro trasformazioni a contatto con altre.

Anche e soprattutto le differenze sono protagoniste del libro Donne+Donne. Prima attraverso e dopo il Pride, curato da Roberta Di Bella e Romina Pistone: qui le differenze sono tra eterosessuali, gay, lesbiche, trans, queer, che alludono alle differenze all’interno del movimento. Più in generale le differenze che sono frutto di esplorazioni. La sensazione che questo libro dà è quella di un’onda in continua modificazione e gemmazione. Un’onda dove la differenza sta proprio anche nell’invenzione di una forma di vita là dove non ci sono modelli prestabiliti da seguire. Paradigmatico in questo senso il testo di Federica De Cordova sull’omogenitorialità, ma in buona compagnia con molti altri. La matrice di quest’onda di differenziazione sperimentale è – per la maggior parte di coloro che scrivono e sicuramente per le curatrici – il femminismo.

C’è infatti nel testo, che parla di esperienze lesbiche inventive, il riconoscimento del debito nei confronti del femminismo storico. È stato per me sorprendente, soprattutto se metto a confronto il contesto di Palermo con altre situazioni dove invece è maturato un conflitto quasi irreparabile. Si capisce questo legame con il femminismo, se si pensa che esso non è nient’altro che il movimento di quelle donne che riconoscono nel legame con altre donne l’intensificazione politica, culturale, affettiva della loro esperienza come un di più che può essere di arricchimento per tutti. In un certo modo questa idea è già nel titolo del libro: donne+donne, ovvero donne all’ennesima potenza. Allo stesso tempo fuori misura. Smisurate.

Dunque è un libro di gemmazione di differenze in un movimento ad onda. Ognuna delle autrici parla a partire da sé, nella sua singolarità, ma ognuna è orientata a qualcosa che nell’agire e nel parlare inventa non solo per sé. Questo slancio politico è un punto centrale in Donne+donne. Il pensiero che ricavano dalle pratiche è pensiero per tutti. Titti De Simone lo scrive: certo c’è il piacere di trovarsi tra noi, ma «credo che il separatismo [lesbico] sia superato e che costruire una società diversa ci impone pratiche politiche differenti, inclusive, aperte come quelle del Pride» (p. 50). Il Pride è la grande sperimentazione politica collettiva, la festa a cui sono invitate tutte e tutti. Non un gay Pride dunque, ma la festa di chi, partendo dalla propria differenza, vuole partecipare ad un movimento che mescola e contamina le differenze.

L’importanza del Pride non sta in ciò che si può ottenere in termini di diritti e di progetti realizzati. Il Pride, nella lettura che ne dà nel libro Maria Livia Alga, non è solo una festa legata al momento e alla contingenza. È avvenimento, nel senso che dà inizio a qualcosa. Ha portato modificazioni di cultura, linguaggio, nominazioni: trasformazioni radicali nella vita di chi ha partecipato in forma attiva o passiva da spettatore. Più radicali di qualsiasi progetto oggettivabile nei suoi risultati, però allo stesso tempo più impalpabile. Perché, scrive Alga, qualsiasi movimento è in un certo senso fallimentare se si fa riferimento ai risultati certificabili. Non per questo è meno efficace. È visibile e invisibile. Punta ad una dimensione pubblica però è come un fiume carsico che si inabissa per ricomparire non si sa dove. Aggiungerei che i momenti di invisibilità non significano una semplice assenza dalla scena pubblica, piuttosto un lavorio d’anima, un discorrere con altre sempre orientato. Il partire da sé e trasformare la propria relazione con il mondo ha bisogno di vivere momenti preservati perché implica una modificazione radicale.

Questo libro aiuta a mettere a fuoco il passaggio da un dibattito che metteva al centro negli anni ’80-‘90 il continuum lesbico o il continuum omossessuale femminile – dove la differenza terminologica non è di poco conto per gli effetti politici femministi – ad un dibattito che pone al centro la sottrazione all’identità e la libertà femminile intesa come esplorazione di forme inedite di esistenza delle donne.

Questo passaggio di concetti orientanti mostra due cose. Negli anni ’80 il femminismo era basato sulla continuità, la somiglianza tra donne, al di là delle differenze. Oggi sta più nell’invenzione e nella scoperta di pratiche in un contesto di rapporti tra donne non scontati. Barbara Amodeo lo dice con chiarezza nel libro: il rapporto tra due donne oggi non è né pacifico né ovvio. Va costruito politicamente. Occorre uno sguardo politico per fare della relazione con l’altra donna la mediazione più importante nei confronti del mondo. È il passaggio da un’epoca ad un’altra del femminismo.

Viene trattato nel libro a più riprese un punto che mi sta a cuore. Alcune donne nel testo affermano che le modificazioni più profonde che coinvolgono le loro vite non vengono dalla legge, ma dalla trasformazione dei cuori, della cultura. Così come il riconoscimento di chi siamo non può venire dalle nominazioni da parte dello Stato, ma dall’altra, dall’altro, che sono in rapporto a noi e al nostro modo di porci. Si apre così una forbice tra la nominazione in cui ci si identifica e la fluidità dello scambio con gli altri nel dirsi, riconoscersi, sottrarsi alle identità, lasciarsi una via aperta di trasformazione.

Siamo di fronte ad una contraddizione non da poco, perché chiedere dei diritti come lesbica (ma anche come gay, trans e altro ancora), significa accettare di entrare in una casella identitaria, unica condizione per avere riconoscimento formale da parte dello Stato. In questo modo si è obbligate alla trasparenza della propria vita in uno degli aspetti più intimi come quello della sessualità.

La sessualità è un’esperienza che ha bisogno di essere preservata. Non a caso in molte culture antiche porta con sé un elemento di divino. Va accennata, significata, ma non svelata del tutto. Il ricatto della trasparenza da parte dello Stato sottomette ad una totale visibilità pubblica. La richiesta di una dichiarazione identitaria per accedere ai diritti fa parte di un dispositivo di potere, che è sempre pericoloso in qualsiasi contesto. La misura tra lo svelare e il lasciare velato è data dalla fiducia che nutre le nostre relazioni umane e politiche. D’altra parte ci troviamo di fronte ad un’effettiva contraddizione perché contemporaneamente siamo cittadine e cittadini di uno Stato che impone certe formalizzazioni, se vogliamo ottenere da esso riconoscimento.

Proprio la fiducia è dunque la parola chiave per poter esplorare nuove vie. In questo senso è emblematico il testo di Federica De Cordova quando parla della sua avventura politico esistenziale di omogenitorialità. È la fiducia a farle da guida nell’essere madre assieme a Paola, sua compagna e madre biologica di Emma. Condividere la maternità con Paola e allo stesso tempo esprimere l’orientamento del proprio desiderio implica moltissime mosse che Federica nel suo testo descrive. Nella singolarità di questa esperienza i nomi, le relazioni, le parole delle proprie madri e dei padri, degli amici coinvolti, dei conoscenti come della stessa Emma mostrano un laboratorio vivente e affettivo di scoperta della vita, di passaggi tra privato e pubblico, di ricerca di nomi che non tradiscano l’esperienza e che non abbiano tanto nella legge e nello Stato, ma negli altri e in se stessi il primo e più importante riscontro.

Eccomi alla conclusione. Con questi due libri ho attraversato una molteplicità di differenze della città di Palermo. Se in Le donne della cattedrale le differenze sono viste in una verticalità storica e in una geografia spaziale e politica della città, in Donne+Donne le differenze si generano sperimentalmente, per gemmazione, nella scelta di fare della propria vita un laboratorio vivente significativo per sé e per altre. Una scommessa politica.

Maria Livia Alga, coautrice di Donne+Donne e presente indirettamente anche nella narrazione di Gisella Modica, osservava che ne emerge uno sguardo di Palermo trasversale e connesso. Credo che la connessione sia data dalla matrice femminista, che dà le condizioni per esplorare vie molteplici, avendo come misura la fedeltà al senso politico della propria esperienza.

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