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L’autocoscienza in teoria (e molto in pratica). Racconto di una tesi che poi si è sbloccata

Quel che leggerete è qualcosa che ha a che fare con le origini e con il fine, ma non con la fine. È il racconto personale di una tesi di filosofia che si era bloccata e che non voleva riemergere alla parola scritta e sensata. Leggerete del come questo lavoro di tesi ha implicato e implica tuttora con la vita personale della sua scrittrice, di come la potenza dei rimandi tra il pensiero e l’esperienza, il passato delle altre e il presente che ci è proprio non sempre agiscono in modo virtuoso, ma posso bloccarsi, ingarbugliarsi. Ma è solo una fase, questa è una storia a lieto fine.

La fine di questo racconto (solo del racconto) è che il personale è il primo passo per agire sul reale. Lo penso ancora, ma oggi so con maggior consapevolezza che quando ho iniziato questo percorso avevo una domanda impellente: come posso io, come posso insieme alle mie compagne, agire sulla realtà? Il mio personale sentiva il problema, e recalcitrava.

Si capovolge il pensiero: un gesto che basta a dare un senso diverso alle cose. Partire dal personale come spazio più autorevole per ognuna per agire e trasformare il reale è un punto di vista fermo e deciso. A volte troppo statico. Esso si trasforma in modo tale che partire dal personale (in questo momento storico) non conosce il modo per arrivare a trasformare il mondo. Questo lavoro è stato fatto (questa tesi): di essa ci rimangono degli appunti (che spero siano utili ad altre), e un enorme lavoro collettivo per ripensare la nostra presa sul mondo (ancora da fare).

 

26 gennaio 2013

 

Perché il femminismo per me?

 

Oggi si ricomincia. Lo studio c’è, ce n’è stato tanto e forse anche troppo, così da dimenticare le molte cose che avevo letto e ancora di più le molte cose che mi hanno spinto – senza troppe parole, più per stomaco e cuore – a voler parlare del femminismo nella mia tesi, a voler approfondire e sapere sapere sapere, tanto da arrivare a sentire di esserci stata anche io, in qualche modo.

Come testimone lontana, naturalmente, ma conoscente e cosciente di quel che è accaduto: io non ho avuto la fortuna di essere lì, ma ho certamente la fortuna di essere abbastanza lontana, ho la distanza giusta per amare quel che è stato. E ho quindi la forza e la legittimità per riportarlo nell’oggi. La questione della giusta distanza per parlare di un evento vicino per intensità, per portata collettiva e personale, la distanza per poter dire qualcosa che chi lo ha vissuto e creato non può vedere. Ricordo che questo è stato uno dei motori per me: pensare di essere una testimone privilegiata e di poter scorgere qualcosa che le venute prima non possono vedere.

Perché, se posso iniziare pensando alla speranza che mi muove, è che ci sia di nuovo un momento di freschezza nella politica: l’incanto di ‘un altro mondo è possibile’, ma fatto, pensato prima di tutto dalle donne.

Perché proprio le donne? perché le donne sono un soggetto privilegiato in termini di discriminazione – non mi fermo a quante non studiano, non lavorano, subiscono violenze di ogni tipo – nel senso che le donne hanno una genealogia potente di reclusione dal mondo esterno – pubblico – e di mancanza di percezione di sé. Assenza di spazio pubblico, assenza di riconoscimento da parte di altri e assenza di riconoscimento da parte di loro stesse. Le donne hanno avuto forte l’esperienza di essere non-soggetti, persone (auto)percepite come non dotate di pensiero e di arbitrio, soggetti a metà perché non complete alla radice di sé, ma già specchio di quel che l’altro pensa di te. Se il mondo ti rimanda che non esisti, cosa succede?

Per questo motivo le donne hanno un’ottica radicale sulle questioni politiche cogenti in questo momento: il crollo del patto tra lavoro e cittadinanza le donne lo conoscono da sempre sotto forma di esclusione e di falsa universalità, il crollo della fiducia nella cultura del progresso e dell’astrazione come cifra di un atteggiamento esistenziale distruttivo di cui oggi vediamo gli effetti, ma la cui azione si perde nei secoli.

 

Carla Lonzi (Sputiamo su Hegel) dà una prospettiva sessuata dell’alienazione umana che Arendt (Vita activa) già descriveva come condizione moderna.

 

Le donne, di questa posizione di debolezza di partenza, ne hanno fatto un valore positivo e produttivo. E da questa posizione, che per descrivere devo capire, possono parlare per tutte e tutti. Ma non nei termini della rappresentanza, nei termini della verità parziale e contestuale. Partire da Lonzi, che della posizione di mancanza iniziale ne ha fatto una leva per ribaltare la condizione delle donne.

 

Il ribaltamento della differenza sessuale da dato biologico e causa di estraneità a punto di vista da cui osservare e dire il mondo con occhi non solo di critica ma anche di rinnovamento dello status quo e mossa di scarto dal panorama inaccettabile. Oltre Lonzi, la donna afasica (Cigarini, La politica del desiderio) e la donna isterica (Muraro, L’ordine simbolico della madre).

 

Ora, mi fermo un momento da queste considerazioni che sono già punti di riflessione per rispondere a qualcosa che mi preme – devo riprendere dei pezzi per ridare aria al progetto, per risentire il contatto con il desiderio che mi ha spinto a questo lavoro.

 

Cosa ha fatto per me il femminismo? Cos’è il femminismo, come mi ha cambiata?

 

Innanzitutto, la mia nascita al femminismo è coincisa con la mia nascita alla politica, perciò trovo difficile distinguere i due movimenti, quindi ci sarà forse da dire qualcosa a proposito del femminismo esistenziale di Lonzi, considerando anche che i collettivi che facevano autocoscienza si sono scontrati anche pesantemente con il femminismo più politico e sociale, devo capire se per me (e fin’ora l’ho creduto e lo credo) l’autocoscienza è politica. Quindi arrivare a dare una certa definizione di politica che non è solo azione esterna ma anche trasformazione di sé.

Ora, più nel vivo: sento fortissimo e vivo dentro di me lo spartiacque tra il prima e il dopo: prima e dopo aver iniziato a fare politica, prima e dopo aver conosciuto il femminismo.

La questione primaria è stata la presa sulla realtà: questo incontro ha fatto sì che potessi maturare lentamente ma anche velocemente un punto di vista mio e collettivo da cui osservare il reale, in quel caso cosa ci stava investendo nell’università in smantellamento.

 

La verità parziale, il partire da sé come presa di autorevolezza sulla realtà (Muraro, Partire da sé e non farsi trovare).

 

Io, prima del femminismo, si può dire che non capivo. Diciamo che non avevo aderenza alla realtà, prima ero sballottata nel mondo: studiavo ma non sapevo perché, la politica non la capivo, ne sentivo solo il potere paralizzante (quello che trasmettono i media), le relazioni erano bisogno e dipendenza, non c’era spazio per lo spirito vitale se non in minime quantità, e confuso a tal punto da non avere presa su questo reale.

La realtà esiste quando la capisco, altrimenti è una massa indistinta di cose caotiche: collegamenti senza senso, persone senza collocazione, ma soprattutto non c’è corrispondenza tra parole e cose. E questo per me è un punto essenziale: le donne hanno iniziato a incontrarsi e a parlarsi e in ciò hanno trovato il primo passo fondamentale: quel che accade a me non accade solo a me ma a molte, se ne può fare anche sociologia (!), se ne può fare anche un ragionamento, diventerà una questione di simbolico. Non sono sola e non sono la sola, non sono matta.

 

La questione del linguaggio, la compensazione della mancata rispondenza, il linguaggio e la relazione, la relazione con il linguaggio (Zamboni, Pensare in presenza).

 

Scoprendo quindi che le parole che usavi e che non corrispondevano al mondo intorno a te, non erano provocate dal fatto che tu vedevi male e/o eri afasica, ma perché quell’atto di corrispondenza ti era stato negato. Questo passaggio mi sfugge al pensiero, ma lo sento molto bene.

Qualcosa di certo c’è: le donne hanno risolto o per lo meno hanno intrapreso la strada della soluzione a questo problema quando hanno iniziato a parlare tra loro, quando hanno capito che la soluzione è collettiva, è di relazione. Insieme hanno smesso di pensare che il problema fosse solo proprio, lo hanno condiviso e contestualizzato, lo hanno nominato con parole proprie, non maschili.

In questo modo mi sono lentamente sentita legittimata a parlare: la mia parola diceva qualcosa, descriveva la realtà, non era sconnessa da essa. Questo ha a che fare con la produzione di soggettività. L’autocoscienza cos’altro è se non produzione di soggettività?

Questo è accaduto perché ero entrata a far parte di un mondo che mi dava questa legittimità, un mondo che in parte già esisteva, ma che in un certo senso ho contribuito a creare. Quindi questo mi rimanda al mondo che le donne si sono create: un mondo di donne, comprensibile, dotato di senso, accogliente.

 

Separatismo come creazione di spazio mentale oltre che fisico autonomo (Rivolta Femminile, Manifesto).

 

Parleremo anche della necessità che si è sentita dopo: acquistata forza e autorevolezza le donne hanno sentito poi il bisogno di uscire e portare la propria voce nel mondo, quel che dicevano poteva valere anche per altri.

 

Voglia di vincere come uscita dal separatismo e desiderio di portare i propri sapere ed esperienza nel mondo (Cigarini, Libreria di Milano, Sottosopra oro. Un filo di felicità).

 

Queste cose hanno degli effetti anche sulla qualità della vita: si sono moltiplicate e intensificate le relazioni. Il mondo oltre a essere mio, si allarga: si allargano le possibilità per me, quel che prima mi appariva lontano, impossibile per le mie capacità, entra più facilmente nel mio circuito di collegamenti.

 

Posso arrivare all’inavvicinabile solo quando ho percorso passo passo tutte le mediazioni che ci sono in mezzo, mediazioni non solo nelle relazioni, ma anche nel rapporto di conoscenza e di esperienza del mondo (Cigarini).

 

Ma le relazioni sono scelte in un contesto mio, di scelta reciproca. L’attenzione nelle relazioni proviene dal fatto che sai il peso che hanno per la tua stessa esistenza, per cui fai attenzione a coltivare quelle che senti che possono creare un canale buono per te e cerchi di direzionarle.

 

È fatale la risonanza (il discrimine tra il riconoscimento nella dialettica servo padrone e il riconoscimento nel femminismo). Devo sentire che quel che dico risuona in qualche modo anche a te, e questo avviene se c’è fiducia e produce a sua volta fiducia (Lonzi).

 

Contro l’astrazione, il pensiero che si slega dalla vita: ancora più atroce quando questo pensiero scollegato è politico, cos’è la politica se non persegue il contatto con la materialità della vita? Una materialità che però non può essere quella del materialismo à la Marx, non basta questo innalzare l’immanenza a trascendenza. È parlare di bisogni e collettività e giustizia con le lettere maiuscole in segno di astrazione, cancellazione prevedibile di quel che sono io, voglio io, comprendo io, tu, l’altra. Lo stesso appiattimento dei bisogni e dei desideri e delle singolarità in una scala generale. Che cosa manca a queste teorie? L’esperienza, la spinta del reale personale, la legittimità al proprio mondo che invece viene mortificato continuamente. Ma sopra ogni cosa manca il corpo: il corpo che viene cancellato, ammutolito, arrestato in un livello della vita meno essenziale. Il corpo che viene mortificato. Non a caso, un corpo che è stato attribuito alle donne per ricacciarlo nelle pareti domestiche. Le donne, come hanno fatto con la differenza e con l’estraneità, ribaltano questa attribuzione di carenza e limitazione in forza e leva per pensare il mondo. Che accade quando si comincia a pensare a partire da sé, ma da un sé che è anche corpo oltre che pensiero?

 

Perché è importante per me parlare di femminismo oggi

 

Io credo che questa società abbia tanto bisogno di politica: parlare di individualismo è molto di più che un vezzo intellettualistico, è parlare del problema della società atomizzata, dispersa. Si muore di solitudine, non si sa cosa succede nel mondo, non se ne percepiscono i contorni e i collegamenti, tutto è gigantesco e ostile. Razzismo, fobie di ogni tipo, per il DSM V sentimenti ed emozioni sono malattia (su questo il femminismo ha una parola da dire, dato che nell’esperienza femminile si radica la nascita dell’isteria al mondo). La politica è il ritorno alla realtà, alla agibilità della realtà.

Il discorso del consumismo, e del conformismo: il femminismo è l’uscita dalla stereotipia, dalla vita in serie: se devi cercare te stessa non cedi le tue forze alla via più facile, non accetti quel che ti si propone.

Nuova combinazione di ordine, forma e corpo (Giardini, Il desiderio di forma: una lettura genealogica) che non mette in questione il fatto che le donne pensano secondo giustizia, il punto di vista eccentrico è la possibilità di dire una parola nuova sul mondo (Giardini e Simone, A che punto siamo con il femminismo).

 
La politica è stata trasformata in qualche parte dal femminismo: relazioni, partire da sé, trasformazione di sé e del mondo insieme. Non è nimby (la cura del proprio angolo di giardino elevata a politica) ma è cura di quel che mi preme che diventa esempio e motore, è tessitura di relazioni. La politica ha bisogno del femminismo, ha bisogno di una parola autorevole su quel che accade ‘dietro’: dietro l’astrazione delle analisi dei processi sveliamo le emozioni, l’inconscio, le esperienze che ci abitano e ci muovono, dentro e contro il nostro desiderio, sveliamo che il nostro desiderio non è sempre virtuoso e pacifico ma anche confuso, pauroso, distruttivo.

Queste cose devono essere nominate, non si può continuare a giocare a “fare gli adulti”, pensando che se si parla di emozioni e relazioni si sta sul piano dell’infanzia e dell’incontinenza emotiva e invece più si parla astratto e complicato più si è autorevoli. Il valore dell’esperienza in luogo della teoria: quando si fa politica la prima deve guidare e usare la seconda.

Secondo me il femminismo è quanto di più rivoluzionario c’è stato nell’ultimo secolo: si è intravista veramente la possibilità di vedere un altro mondo, di distruggere (e non dico decostruire) quel che annienta le vite: in questo le donne devono essere e sono un esempio.

Mi è venuta in mente una cosa per l’introduzione. Pensavo, spiegare il perché di questa tesi. Ok, e poi spiegare perché proprio l’autocoscienza. Muraro ha detto sulla passione delle donne per le origini: le donne pensano le origini, hanno malinconia di luoghi e tempi mai conosciuti per un desiderio di stare nei luoghi che lambiscono l’inizio. È un modo per essere in contatto con la propria nascita, per comprendere la propria origine, un desiderio che le donne deviano su altro, sublimano andando alla ricerca delle origini della storia, le origini del mondo, le origini nelle discipline. Oggi non si parte più dall’autocoscienza, ci sono altre forme di “venire al mondo politicamente” ma credo che siano tutte fortemente legate con una nascita alla parola e al senso di sé e del mondo. Per cui fermarmi a pensare l’autocoscienza è essenziale per fare ordine, per vedere se le cose fatte sono state fatte bene, se manca qualcosa. Se è capace di portare fuori di me altro. Oggi è possibile che una donna possa ricercare le proprie origini andando a cercare quelle donne che nella storia, nella politica, nel linguaggio le hanno dato la possibilità di esistere pienamente, senza riserve.

È questo il grande valore dell’autocoscienza (quel che poi negli sviluppi diverrà sostanza della debolezza): è la ricerca in una forma di pratica politica ed esistenziale dell’unione tra la necessità di esistenza (soggettività/politica) con la necessità di avere un impatto sulla realtà: un’unione pensata in un attraversamento reciproco, senza riduzione al pensiero a priori. L’azione sul reale, l’impatto su di esso è certamente una conferma dell’esistenza. Ma questa relazione non è affatto scontata. L’autocoscienza ha fatto il primo passo di concentrazione su di sé, per cui modificare se stesse significa modificare la propria azione nel mondo e dunque il mondo stesso in una serie di cerchi concentrici che si allontanano mano a mano da me.

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