La scelta dell’argomento di questo testo è stata dettata da due fattori fondamentali. Inizialmente ho considerato la vita come il tema che più unisce le opere di Angela Putino prese qui in considerazione, per poi capire che questo tema è quello che più intimamente ha scosso i miei pensieri e le mie riflessioni e che più spesso ho elaborato e ripensato durante la lettura dei testi di Putino.

All’interno delle opere di Angela Putino, troviamo spesso riferimenti al tema della vita. Cercherò qui di riportare i passaggi principali in cui l’autrice ci parla di tale tema cercando di creare un quadro più completo possibile del modo in cui l’argomento vita è trattato. Prenderò in considerazione le sue due opere ultime, ovvero I corpi di mezzo[1] e Simone Weil. Un’intima estraneità.[2]

Uno dei passi più significativi in questo senso, è quello rivolto all’opera di Holbein (1465-1524) Il Cristo morto, ne I corpi di mezzo.

Putino ci spiega che in quest’opera, a differenza delle solite interpretazioni della morte di Cristo, vediamo rappresentato un cadavere senza nessun accenno alla resurrezione, all’aldilà.

Questo fatto può essere forse inteso come l’inizio di un cambiamento del modo di intendere la vita, sempre meno incentrato sul suo significato spirituale e sempre più spostato sul piano biologico.

La vita biologica finisce con la morte, è un percorso temporalmente delimitato oltre i cui limiti non ha senso avventurarsi.

Ed è proprio nell’ottica di questa visione della vita dal punto di vista biologico che possiamo citare un altro passaggio non trascurabile della Putino, che troviamo all’interno della stessa opera, nel capitolo biologia dell’hitlerismo.

Putino qui ci spiega come in una buona parte della filosofia del Novecento, si venga a creare una cesura tra l’uomo e la moltitudine umana in generale. Putino ci dice infatti:

 

Il fantasma dell’uomo specie aleggia ogni qualvolta si tocca il tasto della “vita” e, con esso, si profilano le difese che tendono a negare una vicinanza con l’animale, o per meglio dire, che tale vicinanza la rendono percepibile e adeguata solo per alcuni umani.[3]

 

Questo passo spiega bene come nel Novecento inizi a diffondersi una nuova concezione della vita (e in particolare della vita umana). Alcuni, e solo alcuni individui, possono essere presi in considerazione anche per le loro non somiglianze agli animali. Come dice Agamben la vita “degna di essere vissuta” è infatti qualcosa di più alto. Nell’hitlerismo infatti la vita per eccellenza è quella della razza ariana, e tanto più ci si allontana da questa, tanto più ci si avvicina all’animalità.

Punto centrale della questione però, è che tale vita, quella appunto “degna di essere vissuta” appartiene solo a certi individui scelti tramite una selezione culturale-politica.

Ciò significa che la questione della vita, che ora ha un valore diverso che varia non più da animale a essere umano, ma da un certo tipo di essere umano ad un altro, entra completamente anche nella sfera politica e insieme ad essa diventa pilastro della cultura occidentale.

Se con l’opera di Holbein la vita aveva iniziato il suo percorso verso una “de-spiritualizzazione”, nel Novecento anche il piano meramente biologico non è più uguale per tutti, ma cambia da essere umano ad essere umano ed entra a far parte della politica.

Allarmante è il fatto che tale compenetrazione, iniziata nei primi decenni del Novecento, non è mai cessata e per quanto meno evidente (quindi più pericolosa) rispetto all’epoca nazista, continua a mantenere un ruolo importante all’interno della società di oggi.

Nell’ideologia nazista, come sappiamo, gli ebrei erano visti non tanto come oppositori o nemici, bensì come individui pericolosi, e la loro presenza era sgradita quanto è sgradita la presenza di un malato contagioso, di un insetto nocivo (non a caso nei campi di sterminio si utilizzò lo Zyklon – un disinfestante per parassiti – per sterminare nel modo più veloce ed economico possibile il maggior numero di ebrei).

Nel presente la situazione è certamente diversa, tuttavia possiamo trovare ancora oggi dei riferimenti, neanche troppo nascosti, alla forma mentis nazista. Il fatto che il tema della biopolitica sia uno dei più attuali sta a significare che il concetto di vita è ancora strettamente legato alla politica. Viene da chiedersi se quella cesura che in epoca nazista risultava tanto evidente, ovvero quella tra vita umana “di serie a”, quella cioè degna di essere vissuta, e vita umana “di serie b”, quella degli ebrei, parassiti nocivi, malati contagiosi, non sia forse ancora presente.

In effetti tale cesura non si è mai chiusa. In ambito medico troviamo molti esempi di questo modo di pensare vita e vita umana come differenti. Eutanasia e aborto consigliato in caso di feto malato, sono forse gli esempi più palesi del perpetuare di quel modo di pensare la vita che negli anni della seconda guerra mondiale portò allo sterminio degli Ebrei.

Ma quale è stato il momento di passaggio da una concezione di vita ancora riconducibile a quella classica a quella tipica del Novecento? Quando e perché ha avuto inizio la distinzione tra un certo tipo di vita umana ed un altro?

Putino ci spiega come nel modello greco, il concetto di uomo e quello di animale si addizionavano trovando un equilibrio o, in alcuni casi un conflitto, che li manteneva comunque due momenti separati. La posizione filosofica di Agamben, che individua l’essere umano come colui che abita lo spazio incolmabile tra umano e animale, è per Putino ancora riconducibile a tale modello classico.

Probabilmente è con il filosofo Heiddeger che il concetto di vita inizia ad assumere la forma che tuttora mantiene.

Già dalla nascita quindi, possiamo capire se un individuo sarà o meno degno della vita umana “di serie a”. Come accennato prima infatti, non è un caso se, alle madri che sanno che partoriranno un figlio non “normale” (portatore di handicap o con qualche malformazione) viene presentata la possibilità dell’aborto.

Abbiamo visto quindi come il concetto di vita passi dal modello classico, quello cioè che prevedeva una distinzione in ogni caso precisa tra uomo e animale, a quello contemporaneo dove la vita umana assume diverse valenze a seconda dell’appartenenza a una certa fascia di essere umani.

 

È nell’opera di Putino Simone Weil. Un’intima estraneità, che ritroviamo il tema della vita, visto però da un altro punto di vista. Qui emerge ciò che Putino intende con l’espressione “un niente” contrapposta al diverso “il niente”.

Putino ci spiega che il niente è uno spazio in cui l’essere umano viene schiacciato e si riduce a indistinto, rinunciando alla propria singolarità e al proprio pensiero. Infatti in tali condizioni avviene una rinuncia alla propria riflessione in favore di un adeguarsi alla massa, al “tra tanti”.

Ora, per capire meglio cosa intenda Putino invece per un niente, credo sia opportuno riportare alcune righe della sua opera per riuscire, attraverso le sue stesse parole, a cogliere questo importassimo concetto.

Si potrebbe pensare a una verità che non risiede negli ordini dimostrativi del piano entro cui è leggibile, non vi è compresa.

 

Ciò che si aggiunge e non vi si aggiunge, fa mancare una prospettiva interna. È un punto vuoto, un <<fuori>> che non passa da un’altra parte pur continuando ciò che precede, e non eccede, non si ritaglia estrapolandosi dall’esistere, ma solamente vi accade. Accede come un niente, come singolarità, aderenza a un essere situati, tratto sempre mediato dal corpo – come si vedrà poi – e dal suo fondo comunicante, ma anche tratto singolare che brucia i tempi precedenti, che li risolve senza continuità, che sfalda il precedente in mutamento passionale, raccolto e vicino e insieme separato e distolto. Passaggio, che è elemento estatico porto come “un” niente; esso convoglia sia l’indicibilità di tale passaggio sulla base degli elementi interni del sistema, quasi fattore sfuggente, sia l’eclissi dell’individuo che, spogliato della sua appartenenza a un intero, è sospinto da un perturbante flettersi verso un “fuori”.[4]

 

Vediamo quindi come il tema della vita, profondamente legato a tali tematiche, sia portato su un piano mistico. Putino ci parla infatti di una verità al di fuori degli ordini dimostrativi, di un punto vuoto che non ha a che fare né con ciò che vi era prima né con ciò che lo segue. La vita e il passaggio da il niente a un niente, quindi da una modalità esistenziale rispetto ad un’altra, non possono più essere rinchiusi nelle griglie del dicibile e del dimostrabile.

Questi concetti apparentemente astratti possono essere letti nell’ottica di una controtendenza a quella forma mentis che, a partire dal Quattrocento (come abbiamo potuto vedere tramite l’opera di Holbein), ha iniziato a concepire la vita solo da un punto di vista biologico e che col nazismo ha introdotto ulteriori distinzioni tra vita e vita umana.

Per concludere, credo sia opportuno un accenno ad un altro tema che Putino affronta ne I corpi di mezzo, ovvero quello della riproduzione assistita meglio definita riproduzione artificiale.

Putino ci fa notare come tali pratiche siano rivolte a coppie “incurabili” che vengono trattate come pura materia biologica su cui sperimentare pratiche via via sempre nuove di riproduzione artificiale.

Credo che il punto forte del discorso che ci fa Putino sia il sottolineare come sempre più spesso una coppia considera il concepimento di un figlio come un progetto ( è inquietante l’espressione “il diritto al figlio”) e non come una delle possibilità del desiderio, dell’incontro tra corpi.

Credo che oggi, la procreazione, il concepimento di un figlio, stia diventando uno step considerato obbligatorio nel percorso di vita di una coppia e non si riesca più a pensare a questo tema come una possibilità, un’incognita all’interno della nostra esistenza che può o non può accadere.

Il figlio deve accadere, è un progetto di vita insieme che non può mancare. E allora inizia l’affannosa ricerca di cliniche, cure, medici specializzati, che possano riportare ordine nella confusione che è la possibilità, e mai certezza, che la natura offre all’incontro tra corpi.

 

 

 

 

 

 

Note:

[1] Angela Putino, I corpi di mezzo, Edizioni Ombre Corte, Verona 2011

[2] Angela Putino, Simone Weil Un’intima estraneità, Edizioni Città Aperta, Torino 2006

[3] Angela Putino, I corpi di mezzo, Edizioni Ombre Corte, Verona 2011, pag. 50

[4] Angela Putino, Simone Weil Un’intima estraneità, Edizioni Città Aperta, Troina 2006, pag. 36-37

 

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