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La vita ha misure che il mercato non conosce

Parto dalle parole del titolo del Grande seminario di quest’anno, “disorientamento” e “prova”, che riprende una frase di Carla Lonzi nel suo Manifesto. Il disorientamento segna questi tempi, il pregio di questa parola è che evoca uno stato fisico, una sensazione: si è disorientate, si hanno le vertigini, come in quel gioco che ci fa girare su noi stesse a occhi chiusi e quando si aprono si sente nel corpo la compresenza di uno stato di abbandono, di mancato controllo, e insieme la spinta a capire, fisicamente, dove siamo, a rimetterci in equilibrio. Credo che evocare questa esperienza ci tolga dallo scivolamento retorico che ha conosciuto una famosa espressione di Hannah Arendt, il “pensare senza ringhiera”.

Disorientamento è allora innanzitutto uno stato che non è piacevole, ma nemmeno del tutto spiacevole. Ma, se lo guardiamo all’opera di questi tempi, vediamo che gli effetti di questo stato sono spesso drammatici, quando non violenti (intolleranze, chiusure difensive, restaurazione del controllo in modo prepotente e poco rispettoso, oppure soluzioni che sembrano farci perdere più di quanto promettano – lo scambio tra senso di sicurezza e piacere di stare insieme ad altri, ad esempio).

Il fatto che si possa rispondere a uno stato che in sé non è né buono in assoluto né cattivo in assoluto con qualcosa che ci può apparire invece negativo, è già un prima traccia: nel disorientamento si perde la misura, quei riferimenti che ci collocano, noi e altre, altri, il mondo in cui viviamo, in un ordine che consiste nelle possibilità di vivere. E questa perdita è un vuoto, un’apertura che può generare un orientamento o un altro.

 

La misura nel pensiero della differenza

Sulla misura il pensiero della differenza ha lavorato agli inizi (Muraro, 1991; 1993; Irigaray 1974; 1984) e vorrei approfittarne per far luce sul contemporaneo. La questione stava nella sofferenza della donna isterica, corpo senza linguaggio, consegnato ad esprimere il proprio stato senza poterlo articolare in una cultura, una civiltà. La misura era quella che il riconoscimento della relazione con la madre e, per sostituzione, con altre donne, poteva dare per trovare parole adeguate ai propri bisogni, ai propri stati, per farli entrare in uno scambio. E’ nata così l’idea dell’ordine simbolico della madre, che potesse rendere conto dei corpi femminili, dei bisogni, delle passioni, dando loro parole e l’orizzonte di una cultura condivisa. Per orientare, per l’appunto.

Ora, questo ci dà una seconda traccia, la misura opera alla giunzione tra corpo e parola, tra bisogno e desiderio, tra necessità e possibilità. L’una non può andare senza l’altra, ci dice il pensiero della differenza: non esistono corpi muti, non esistono parole disincarnate, a meno di non voler danneggiare o mettere in sofferenza entrambi.

La misura così intesa non funziona come il metro di Parigi, un campione rispetto a cui comparare e commisurare i singoli metri sparsi nel mondo; non è dell’ordine delle quantità; non agisce nemmeno come una legge (quando si dice, misure di controllo o per la sicurezza pubblica, etc.). La misura svolge un ruolo più delicato e fondamentale: è un punto in cui parola e corpo, desiderio e bisogno, necessità e libertà si toccano, si scontrano, una può sopraffare l’altra, oppure possono legarsi in un modo che diventa un moltiplicatore di forze e risorse. Torno alla figura dell’isterica: il corpo separato dal desiderio, o deportato in un linguaggio che non gli rendeva giustizia, ha generato e moltiplicato una cultura intera, quella della differenza sessuata.

 

I nomi della misura nel contemporaneo

Il disorientamento è uno stato di cui si danno testimonianze in tutto il pianeta. E’ uno stato che sta tra l’apertura di possibilità, la perdita di posizioni consuete, dunque dei valori e dei riferimenti precedenti, e delle reazioni, dei movimenti anche scomposti che seguono nella ricerca di un nuovo equilibrio.

E’ già aperta da molti anni la ricerca di una nuova misura, che ridisponga il rapporto tra bisogni e desideri, necessità e possibilità. I nomi di questa ricerca – che, è evidente, non riguarda il mondo delle idee, ma gli ordini della convivenza – sono molti, ma ve ne sono alcuni che si fanno sentire più di altri e che spesso si presentano come gli unici disponibili. Penso alla misura che prende i nomi di mercato e di privatizzazione. E sono nomi che appartengono a una stessa famiglia, quella dei nomi dell’economia.

Con questo abbiamo una terza traccia: in economia, suona come un’evidenza, è questione di misure, e però non tutte le misure riguardano l’ambito dell’economia. Piuttosto le misure dell’economia sono solo alcuni dei nomi della famiglia più grande che è quella del simbolico, cioè quell’ambito dove si gioca l’articolazione tra necessità e possibile.

Veniamo ai nomi dominanti oggi nella ricerca della misura. La privatizzazione interviene sul rapporto tra bisogni dei corpi e risposta a tali bisogni. Con l’ideologia della privatizzazione, si abbandona l’idea che possa esistere un corpo collettivo, segnato da bisogni uniformi – salute, educazione, ambiente, etc. –  cui si può rispondere in modo uniforme. Esistono tanti bisogni e diversi, cui è meglio rispondere in modo diverso da quello centralizzato delle politiche pubbliche, dello stato. Ma la giunzione tra bisogno e sua elaborazione, tra bisogni e risposte, anziché prendere la strada delle associazioni, della rete tra parti, etc., trova la misura nell’azione di soggetti regolati dall’interesse economico. Così, un acquedotto non è un bisogno comune a tutti, è un servizio che viene utilizzato in maniera diversa, serviranno quindi risposte differenziate, e dunque il soggetto che meglio può rispondere è quello che sa far fruttare tale servizio secondo la regola della domanda e dell’offerta. Su scala planetaria questa idea di risposte differenziate che la privatizzazione dovrebbe garantire, si trova nelle politiche del Fondo Monetario Internazionale che ritengono che la misura più appropriata alle singole regioni del mondo sia data dalle leggi di mercato: bisogni, produzione, ricchezza (Stiglitz 2002).

I sostenitori della misura della privatizzazione ritengono che l’interesse di una parte sia più preciso e capace di differenziarsi a seconda delle circostanze e situazioni. La parte, rispetto alla collettività ordinata dalle leggi dello Stato, dicono, è più flessibile e, quando ricerca il proprio interesse, finisce per produrre vantaggi anche per gli altri (Mandeville 1723).

L’altro grande nome della misura che il contemporaneo cerca di darsi è quello del mercato. Il mercato sarebbe il luogo planetario di scambi, mediati dal denaro, che sarebbe in grado di produrre una regolazione, una misura, di chi entra in tali scambi: domanda e offerta, produzione e consumo, bisogni e merci, etc.

Su questo punto va fatta una precisazione. Se dico la parola mercato a me viene in mente quello vicino a casa mia, il mercato di piazza Vittorio a Roma – la piazza che forse conoscete per via dell’orchestra di piazza Vittorio. E’ un mercato grande, storico – come mercato al semi-ingrosso ha sempre fatto da regolatore dei prezzi al dettaglio – e di recente è frequentato da donne e uomini di altre culture, che vanno per vendere e comprare. Se penso a questo mercato, ne ritrovo la radice di luogo potente, moltiplicatore: ci si incontra su un bisogno condiviso, mangiare, ma quel che lì avviene è molto di più che un semplice passaggio di oggetto di bisogno in cambio di denaro, passa il contatto con corpi altrui, non familiari, la scoperta di odori e sapori, anche un senso di bellezza e di vita, la sensazione di essere lì per qualcosa, a cui altre e altri rispondono con cura ma senza attenzione ossessiva (forse per dire questo oggi, bisognerebbe trovare una parola fuori dalla nostra tradizione, il suq, ad esempio) (Polanyi 1944).

Perché mercato, nella nostra lingua – nella tradizione occidentale –  ha subito uno slittamento metaforico. La misura che pretende di costituire non ha più a che vedere con i corpi e i bisogni, riguarda lo spostamento di capitali e i rapporti di potere, che hanno sì effetti sui corpi, ma che non nascono da lì. La giunzione tra bisogno e risposta è stata interrotta e quindi, a rigor di logica, il mercato non sarebbe uno dei nomi della misura, bensì un’idea – ma anche le idee possono avere degli effetti terribili. In questo modo si può leggere la crisi finanziaria che ha squassato questi ultimi anni: crediti, denaro dovuto, venduti in cambio di altro denaro, che finivano per non corrispondere più a nessuna merce, a nessun oggetto concreto. Questo mercato idealizzato ha avuto la meglio persino su un altro nome che per secoli ha dato misura: il denaro (Simmel 1990; Marx1867; Althusser 1965). Sembra un luogo comune che il Mercato dia misura e che la sua misura per eccellenza sia il denaro, ma non è affatto così.

Nei grandi racconti che narrano della nascita della società moderna, borghese e mercantile, si racconta che all’inizio gli esseri umani sono in rapporto equilibrato con l’ambiente in cui vivono: hanno fame, ci sono le bacche e altri frutti per sfamarli; succede poi che nel lavorare per raccogliere quei frutti, li incamerano come una parte della sfera individuale, possono cioè accampare un diritto di proprietà sul frutto lavorato – una mela sull’albero è una mela sull’albero ed è di tutti, una mela raccolta è un po’ più mia. Fin qui nessuno però raccoglie più di quanto abbia bisogno. La vera novità è rappresentata dal denaro, che serve in due modi diversi: se ho denaro potrò avere mele in futuro, senza doverle raccogliere tutte ora – il denaro sostituisce la cosa di cui ho bisogno – e in più serve da “equivalente generale”, permette uno scambio più flessibile del baratto, stabilisce una misura rispetto alla quale dare valore ai singoli prodotti: tre mele valgono quanto un pesce, etc. (Locke 1690).

Questo accenno immaginifico alla nascita del denaro mi serve per mostrare un altro aspetto della misura: slega l’oggetto dal suo valore, dal suo significato o, nei termini che ho usato prima, slega la necessità da una sola risposta possibile. Slega nel senso che crea uno spazio di articolazione tra oggetto e segno che permette l’intervento dell’azione, delle circostanze, dell’interpretazione. In questo senso il denaro ha una funzione simbolica, analoga al linguaggio: la parola “mela” non è appiccicata a un oggetto, è un segno che dà vita, fa circolare la mela, le dà o toglie valore, rende possibile altro oltre il bisogno immediato.

Tuttavia la funzione del denaro svolge il suo compito di misura finché c’è la giunzione tra realtà e valore, tra bisogno e risposta, ed è proprio ciò che è venuto meno. La cosiddetta finanziarizzazione dell’economia ha fatto sì che il denaro non intervenisse come misura ma valesse di per sé, denaro in cambio di denaro, senza nessun referente concreto: della tensione tra necessità e possibilità è rimasta soltanto la possibilità, che a questo punto diventa arbitrio, ovvero dismisura – il regno del possibile, dei soli segni per segni sono un telefono o un altro oggetto di uso quotidiano che costano centinaia euro, non c’è misura secondo il bisogno, nemmeno secondo la domanda, ma solo il valore attribuito per via di un rimando tra segni: la moda, lo stile, etc. (Longobardi 1997).

Il denaro non funziona nel senso della misura che abbiamo visto anche per un altro verso. Quando è preso a equivalente generale – come fosse il metro di Parigi – abbiamo le classifiche che ordinano i paesi poveri e quelli ricchi sulla base del PIL, della loro capacità di produrre ricchezza. Eppure sappiamo oramai, proprio perché il denaro si è sciolto dalla sfera dei bisogni, che i paesi ricchi – a posto con il PIL – non corrispondono a stili di vita, di benessere più elevati – è la critica che ha fatto l’economista Amartya Sen agli indicatori delle classifiche tra paesi ricchi e poveri (2009).

 

Quale misura oggi. Il giudizio

Concludo tornando alle parole iniziali: il disorientamento è la perdita di qualcosa che unisce in modo mobile il corpo al linguaggio, il bisogno al soddisfacimento, la necessità al possibile. Questa perdita può essere promettente o minacciosa. E’ qui che interviene la politica come la intendiamo noi, come quell’orientamento che è nelle nostre mani di dare e di ritrovare.

Per fare questo occorre quella che chiamerei vigilanza sul punto di incontro tra queste due dimensioni del vivere. Non credo che tutto stia nel ritornare a dei bisogni elementari, che darebbero orientamento perché semplici – si può avvertire un bisogno terribile di cose che non promettono nulla di buono (dalla nicotina alla polizia). Non esistono bisogni in sé, che parlano da soli e non esistono nemmeno spinte che avvertiamo come urgenti per via del solo corpo: ci si può ammalare di solitudine, si può diventare miserabili per mancanza di istruzione. Ma credo che sia anche da tenere presente come dei bisogni nella nostra cultura non sappiamo quasi più nulla – a volte non sappiamo più nemmeno mangiare (ci servono nutrizionisti, dietologi, tabelle nutrizionali, etc.).

Da qui la proposta di ripensare all’economia secondo il pensiero delle donne, come luogo in cui bisogni e risposte cercano la loro misura secondo il sapere femminile[1]. La vigilanza va esercitata su entrambi, sul modo in cui si allineano, ritrovano un equilibrio.

Uso vigilanza pensando a Simone de Beauvoir a e a come racconta la ragazzina che –di fronte a una misura che non renderà giustizia  al suo corpo e ai suoi desideri – può fare di questo momento di indecisione, di indeterminazione, sta parlando del disorientamento dell’adolescenza, uno spazio di risorse:

ha difetti ma anche singolari qualità che derivano dalla stessa fonte: dal rifiuto del mondo e di quel che le offre come destino, sviluppa una complessità che la arricchisce, è più attenta ai moti del cuore, è capace di dare senso alle ribellioni che la oppongono al mondo, evita i tranelli della serietà e del conformismo, le finzioni alimentate dall’ambiente la trovano ironica e vigile (Il secondo sesso 1949, 348).

 

Per  dare corpo a questa proposta  concludo sull’esperienza che sto vivendo all’università. In effetti anche qui la contesa si gioca proprio sul terreno della misura, di quei principi cioè che regolano la relazione, lo scambio: tra culture diverse, nell’epoca dell’integrazione spesso forzosa che prende il nome di globalizzazione; tra sistemi d’istruzione diversi, con la costruzione di uno European Space of Higher Education (tramite il “Processo di Bologna”); tra Stato e cittadine e cittadini, in un periodo di crisi dei criteri novecenteschi del patto sociale; tra ambiti diversi della vita comune, come la scuola e l’università, la società, il mercato, il lavoro. La misura viene dall’egemonia di una potente illusione, il pensiero unico che utilizzava un criterio quantitativo della misura dello scambio: il modello della democrazia liberale occidentale, gli standard degli indicatori statistici e delle classifiche internazionali, lo scambio a mezzo del solo denaro, la negoziazione tra individui sulla base esclusiva del calcolo costi-benefici. Alla prima possiamo attribuire la governance, che riduce l’idea di giustizia a una questione di controllo tramite procedure standardizzate; una concezione dell’intelligenza e dell’apprendimento come materie testabili in un momento dato; la riduzione del tempo a tempo della produzione di risultati quantificabili – i prodotti, che siano laureati, articoli, libri, progetti di ricerca, convegni; la valutazione dell’insegnamento/apprendimento in base alla sua capacità di formare “skills”, competenze utili ovvero, di nuovo, produttive; il declassamento delle discipline cosiddette umanistiche, perché resistenti a farsi misurare secondo la loro utilità o capacità “professionalizzante”; la pretesa di tradurre la vita universitaria in una serie di quantità comparabili tra loro e dunque ordinabili gerarchicamente. Quanta retorica, quanti assunti che si pretendono evidence-based, nascono da una sorta di fideismo nella capacità descrittiva delle graduatorie dell’OCSE?

Ora, più donne che uomini sanno che la vita ha misure che il mercato non conosce. Perché non imparare da quei paesi non occidentali che sono stati capaci di demistificare l’oggettività dei criteri che stabiliscono la ricchezza di un paese in termini di produzione e hanno chiesto di abbandonare il PIL (Prodotto Interno Lordo) sostituendovi una valutazione sulle condizioni di vita, sul Benessere-Ben-vivere (BIL) (Fitoussi, Sen, Stiglitz 2010)?

Rispetto a quella che Francesco Raparelli ha nominato come una “guerra all’intelligenza e alle nuove generazioni” (2009), tante docenti hanno imboccato una strada diversa: la relazione sapiente con intelligenze in divenire, con i bisogni e desideri che manifestano, trovando le misure più appropriate (Piussi Arnaus 2011). Al di là delle partizioni disciplinari, dei ritmi obbligati, delle ingiunzioni didattiche e delle normative, ciò che accomuna questi tanti e diversi comportamenti è l’intuizione consapevole della dimensione generativa del sapere. L’autorità, che in una genealogia femminile – da Arendt al pensiero della differenza sessuale – si attribuisce alla posizione docente, si riformula oggi alla radice della parola stessa: capacità di aumento, di accrescimento delle relazioni, della loro intelligenza, della loro forza nel generare un mondo condiviso.

Qui troviamo anche la stella di orientamento per il prossimo avvenire di una politica dell’università fertile: non spazi organizzati secondo misure diverse e che rischiano di restare staticamente contrapposti, il timore cioè di procedere in parallelo rispetto a un’università che si riproduce indipendentemente dalle loro libere creazioni femminili -, bensì lo spazio che mette in rapporto l’università e la società, docenti e studenti e le tante donne e uomini che si muovono, agiscono, generano ricchezza e un altro ordine delle relazioni, altrove, nei tanti luoghi e momenti della vita comune.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

  1. Agamben (2009) Il regno e la gloria. Per una genealogia teologica dell’economia, Bollati Boringhieri: Torino
  2. Althusser (19652006) Leggere il Capitale, Mimesis: Milano
  3. de Beauvoir (1949-2008) Il secondo sesso Il Saggiatore: Milano
  4. De Vita (2004) Imprese d’amore e di denaro, Guerini e Associati: Milano

J.P. Fitoussi, A. Sen, J. Stiglitz (2010) La misura sbagliata, Etas: Milano

  1. Irigaray (1975) Speculum, Feltrinelli: Milano

–         (1984-1990) Etica della differenza sessuale, Feltrinelli: Milano

  1. Locke (1690-2010) I due trattati sul governo, UTET: Torino
  2. Longobardi (1997) Sono soldi i soldi? in Buttarelli Annarosa et al. La rivoluzione inattesa, Nuova Pratiche Editrice: Milano.
  3. Longobardi, V. Cosentino (2008) La vita alla radice dell’economia, Libera Università dell’incontro
  4. Lonzi (1971-2010), Sputiamo su Hegel, et. Al: Milano
  5. Mandeville (1723-2008) La favola delle api, Laterza: Roma-Bari
  6. Marx (1867-2006) Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti: Roma
  7. Muraro (1993) La posizione dell’isterica e la necessità della mediazione, UDI: Palermo

–        (1991) L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti: Roma

  1. Piussi, R. Arnaus (2011) L’università fertile, Rosenberg & Sellier: Torino
  2. Praetorius (2008) Ripensare tutto fin dall’inizio, a cominciare dal quotidiano, in Buttarelli A., Giardini F. (cura) Il pensiero dell’esperienza Baldini Castoldi Dalai: Milano
  3. Polanyi (1944-2010) La grande trasformazione, Einaudi: Torino
  4. Raparelli (2009) La lunghezza dell’Onda, Ponte alle Grazie: Firenze
  5. Simmel (1900-1998) Il denaro nella società moderna, Armando: Roma

J. Stiglitz (2002) La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi: Torino

[1]              De Vita (2004) Longobardi Cosentino (2008); Praetorius (2008), ma vedi anche, sulle radici teologiche dell’economia,  Agamben (2010).

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