La rivista »

La vita è come un uovo (quando si rompe, non puoi più farci niente)  

Verona, via XX settembre.

Non capiamo bene cosa dicono al tg3. La signora che abita al piano di sotto sale e ci dice di mettere il tg5, parlano della nostra amica! Ho tanta paura. Non capisco, ma nella foto è lei. E’ stata arrestata? Scendo fino al piano terra dove vive il padrone di casa. Lui ha guardato il servizio, conosceva la ragazza ma non si ricordava chi fosse.  Abita qui! Gli rispondo. E’ morta. E’ morta? Torno a casa, urlo, piango, nessuna di noi ha voglia di sapere cosa le sia realmente successo, come sia accaduto.

Mentre piango, un sogno viene su di me, mi chiede come sua madre possa ricevere questo messaggio. Ripenso al giorno della partenza, a sua madre e alle lumache fritte. Per due o tre settimane non esco, resto nella camera che ho condiviso con lei. Poi dalla polizia vengo a sapere che era stato un cliente cattivo ad ucciderla. I funerali sono stati a Borgo Roma. Fino ad ora non siamo riuscite ad avvisare la madre della morte di sua figlia. L’avevo conosciuta il giorno della partenza e non so il suo numero di telefono. La vita è come un uovo, se si rompe, non puoi più rimetterla insieme. Ho scelto di raccontare questa storia perché noi incontriamo le ragazze per strada, le conosciamo lì, ma la loro storia non inizia lì, inizia prima, con il viaggio. Nessuno conosce come sia la loro vita prima della strada. Io ho scelto questa storia perché è anche un poco la mia storia, però io sono viva ed Ester non vive più e ci sono tante altre che non vivono più. Quando incontro le ragazze per strada, a volte per avvicinarle, dico loro: guarda, la nostra storia è simile, non uguale. Ma la nostra partenza è simile e anche i nostri sogni si assomigliano. E quando loro sentono dire questo, si aprono. Cerco di aiutarle perché la vita è come un uovo, quando si rompe, non puoi più farci niente.[1]

 

L’autrice di questa storia è Sandra Faith Erhabor. Una mediatrice nigeriana che ha una lunga esperienza di lavoro e di vita a contatto con giovani donne che si prostituiscono nelle strade di questa città. A volte sono uccise dai loro clienti, come è capitato ad Ester e alla giovane donna romena assassinata a settembre a Boscomantico. A volte entrano in contatto con le unità di strada o con la polizia, a volte con i servizi sociali, specialmente durante le gravidanze o quando i bambini sono piccoli. E’ lì che le nostre storie si sono incrociate, sulla soglia delle istituzioni socio-sanitarie che entrambe frequentiamo, loro da utenti, io da formatrice. Stasera non parleremo di violenza maschile sulle donne, della violenza del cliente per intenderci. Semmai di come questa violenza si intreccia ad una forma altrettanto spietata di violenza, ovvero la violenza istituzionale.

 

Mi trovo d’accordo con Luisa Muraro che ha aperto il grande seminario di Diotima affermando che il problema non è la violenza. Lei dice il problema è la giustizia. Il tema di questa sera riguarda la violenza istituzionale e il problema, a mio avviso, non è (solo) la violenza istituzionale ma è l’immaginario che si è costruito intorno all’istituzione. Spostare l’attenzione su quest’ultimo aspetto mi è stato possibile riattraversando le esperienze che questa sera condivido con voi.

La letteratura che ho consultato sul tema della violenza istituzionale propone di distinguere tra la violenza che si agisce nell’istituzione e la violenza dell’istituzione. Io non seguirò questa pista, metterò invece in scena i movimenti di questo immaginario istituzionale.

È un immaginario collettivo che nomina le azioni che uomini e donne compiono secondo schemi ritenuti adeguati solo all’istituzione.

 

Sin dalla nascita siamo inseriti nelle istituzioni, la registrazione del nome in anagrafe, la famiglia è una istituzione, la scuola che ho frequentato, l’università in cui siamo impegnate, i lavori che ho svolto, sono tutti all’interno delle istituzioni. Per la maggior parte della mia vita ho svolto lavori inerenti al grande e variegato scenario della cura (istituto per anziani, formazione per operatori che lavorano in ospedali, nidi, scuole, comunità per minori) anche l’università per me è un luogo di cura degli studenti che la frequentano, delle parole che si usano per le nostre ricerche e scritture. Ho costruito la mia relazione riferendomi a momenti di formazione e di ricerca avvenuti negli ultimi 6 anni. Vi propongo dei frammenti che ho diviso in 4 scene:

 

l’immaginario istituzionale

la mediazione di una donna autorevole

il testimone non assumibile

la forza irrinunciabile

 

 

Scena prima – L’immaginario istituzionale

 

L’istituzione è un sistema artificiale di protezione. Ha una natura ambivalente, protegge chi sta fuori e quelli che stanno dentro. Normalmente chi entra in una istituzione è perché vive stati di pericolo. Nelle istituzioni viene esercitata quindi la messa a riparo, la protezione di chi vive situazioni di fragilità e/o di vulnerabilità (Fadini, 2013).

Protezione appartiene ad un campo semantico nel quale affluiscono anche tante sfaccettature della prostituzione. E’ questa la panoramica con cui ho aperto il discorso e che richiamerò più avanti.

 

Parlo di quell’immaginario istituzionale che si erge sulla cura, sull’educazione, sull’accoglienza, sull’aiuto e il sostegno all’altra. Si tratta di quel lavoro che si svolge in momenti dove la vita mostra il suo inizio (la gestazione, la nascita, le creature piccole), il suo finire (la malattia, il morire), la sofferenza dell’esistere fisico e psichico, la deportazione da sé. Momenti in cui il corpo dell’altra e dell’altro espone le fragilità della vita, ma in uno stato in cui l’anormalità percepita spesso maschera le effettive ingiustizie che causano le stesse fragilità.

Stare nelle istituzioni con una doppia postura (per essere “incardinata” nell’università di Verona e osservatrice – in quanto formatrice e ricercatrice – delle dinamiche esistenti nelle relazioni tra ruoli e persone di diverse istituzioni) sono giunta ad affermare che la violenza istituzionale si manifesta quando l’immaginario istituzionale è in azione. L’andamento è prevedibile perché segue una consequenzialità. Possono cambiare i luoghi e le persone ma il circuito è pressoché sempre uguale: il linguaggio dell’istituzione si sostituisce a ciò che avviene nel reale e nel momento presente, le persone, o meglio i soggetti che svolgono i ruoli istituzionali, attribuiscono all’istituzione il “potere” dell’unica parola dicibile.

 

Che cosa agisce in questa “sostituzione”? L’immaginario istituzionale prende il posto di ciò che accade sotto i nostri occhi, di ciò che le nostre orecchie e i nostri corpi sentono.

Porta ad uno slittamento, ad uno spostamento di senso, ha forme sottili e penetranti, sta nello scontato, nell’ovvio, si nutre della norma e della legge, fabbrica uno specifico linguaggio. Per questo è invisibile.

Bisogna invece saperlo vedere perché ci illude, è illusorio, ci espropria della parola che sa dire il vero. L’immaginario istituzionale opera affinché non vi sia relazione tra le parole e ciò che avviene. Ci fa ammalare. Cercherò nelle scene che seguono di mostrare come è possibile individuarlo e saperlo spogliare per vedere altrimenti e altrove. Per fare altro.

 

Ma andiamo con ordine.

Che cos’è la cura, l’ospitalità, l’accoglienza, l’accompagnamento, l’educazione quando diventano compito di una istituzione?

La storia è lunga riguardo alla fabbricazione dell’immaginario istituzionale su queste aree della vita. Comincia quando “l’amore” per il prossimo, attraverso la Chiesa, viene istituzionalizzato ed è dato secondo regole e non relazioni.

Ivan Illich nel suo libro I fiumi a Nord del futuro, scrive che l’istituzionalizzazione dell’amore per il prossimo costruisce un mondo ordinato da un sistema di regole, discipline e organizzazioni. Questo mondo considera ciò che capita (la contingenza) soltanto come un ostacolo, perfino come un nemico o una minaccia. Tale sistema di regole e di organizzazione è preposto a dominare la contingenza estendendo la rete di controllo, tanto che ciò che accade venga ridotto al minimo.

Illich afferma che la contingenza è una caratteristica essenziale della storia del buon Samaritano. Alla domanda: Chi è il mio prossimo? Si risponde: colei o colui in cui ti imbatti, che è lì. Il tuo vicino. Quello che è venuto da lontano. La risposta di Samaritano di fronte all’altro va fuori da ogni regola, fuori da ogni ruolo, fuori da ogni protocollo.

 

La sua risposta sta in ciò che c’è. Ragiona in termini di relazioni e non di regole.

 

Sempre Illich fa presente che Giovanni Crisostomo (347-407) metteva in guardia dall’amore istituzionalizzato. Siamo intorno al 350 e la Chiesa costruisce case per accogliere stranieri e pellegrini (xenodocheia). Assegna ad una istituzione il dovere di comportarsi in un certo modo. Ma Giovanni conclude che così i cristiani avrebbero perso l’abitudine di riservare un letto e di avere sempre del cibo pronto in ogni casa. (Illich, 2009:39). Avrebbero perso l’abitudine dell’attesa e del saper stare in ciò che capita nella relazione con il mondo.

Quando l’ospitalità si trasforma in un servizio si verificano 2 fenomeni simultanei – sostiene sempre Illich:

  • La comparsa del tutto nuova di concepire il rapporto Io – Tu
  • La creazione i cosiddetti bisogni di servizi – bisogni che difficilmente potranno essere soddisfatti.

L’Europa non è immaginabile senza questa necessità di costruire istituti che si occupano di categorie in difficoltà. La società dei servizi è un tentativo di espandere l’ospitalità cristiana (Illich, 2009:40-41). L’Europa oggi espande il suo colonialismo attraverso il denaro che offre ai “Paesi Terzi” o ai Paesi dell’Est Europa in cambio della costruzione di istituti che si occupano di categorie in difficoltà. Categorie decise dall’Europa.

È dunque un immaginario istituzionale che si colloca in un tempo lungo e che si espande geograficamente.

 

 

 

Scena seconda: la mediazione di una donna autorevole

 

Dodici donne e un uomo, son professionisti che lavorano nell’ambito dei servizi socio-sanitari, chi da molti anni ed è quasi vicino al pensionamento, chi da molto meno. Le differenze generazionali offrono un confronto generativo. Unisce le professioniste una richiesta che poi si trasforma un ina grande scommessa: nominare quelle pratiche che dal linguaggio istituzionale sono bandite, ma vengono agite dalle donne quando svolgono il lavoro di cura. L’essere non comprese dai colleghi e colleghe in alcune scelte operative, il vedere sminuito il proprio lavoro e anche il proprio sentire quando viene messo in circolo, le spinge a ripensare con le parole questi momenti. Inoltre l’archivio delle storie dei loro pazienti raccolte negli anni di lavoro, per motivi “logistici”, è stato spostato altrove e non è più disponibile. Le storie perse e la mancanza di parole per dire ciò che le professioniste praticano solleva ancor di più la loro domanda.

Nella scena che vi presento oltre alle professioniste ci siamo io, Eleonora Silvia Pittoni e Maria Livia Alga. Noi siamo “le ricercatrici dell’Università”.

Le professioniste ci chiedono di aiutarle in questa battaglia. È anche un nostra battaglia, principalmente dedicata al disfare modelli di ricerca cosiddetti “oggettivi” e ripensare le pratiche partecipate attraverso l’uso del pensare in presenza (Zamboni, 2009). Una battaglia in comune.

La domanda iniziale da parte di una professionista suona così: “voi ci date un metodo e noi facciamo la ricerca”. La proposta da parte delle ricercatrici è “facciamo la ricerca insieme, facciamo una ricerca partecipata”. La proposta viene accettata da tutte.

Lavoriamo per due anni, elaboriamo attraverso la scrittura del diario individuale che poi condividiamo in gruppo, un metodo e delle modalità per nominare le pratiche. Costruiamo un archivio, attraverso l’uso di dropbox, fruibile da tutte le partecipanti e lo nominiamo “archivio vivo”.

La ricerca partecipata, così come l’abbiamo proposta, esce dall’immaginario dell’accademia che fa ricerca nei servizi: spesso gli accademici rilevano i dati, osservano i servizi, scrivono su di essi, restituiscono ai professionisti cosa hanno scritto, fino a giungere ad una pubblicazione, il più delle volte a nome dei ricercatori universitari che all’inizio del testo ringraziano chi ha partecipato. Sono ricerche che a volte scivolano in ciò che viene nominato vampirismo accademico.

Nella nostra ricerca non volevamo questo, perciò scegliamo un’altra modalità, proponendo azioni fuori dal comune, fuori dall’immaginario che l’istituzione università evoca. Una grande scommessa, con una potenza trasformativa importante.

Ciò che rende possibile questo lavoro è una mediazione – nel nostro caso svolta da una donna del gruppo.

La sua mediazione permette lo stare in cerchio, è caratterizzata dalla fiducia che tutte hanno in lei e ciò consente che tale fiducia venga messa in circolo tra le donne che abitano le due istituzioni, l’università e i servizi sanitari.

Quando la sua presenza e quindi la sua mediazione viene a mancare l’immaginario dell’accademia ritorna e si impadronisce del reale. Le azioni sono state viste come un “tornaconto” delle ricercatrici, è apparso il sospetto di un retropensiero e di un interesse nascosto. È dunque il servizio che si deve tutelare, è l’ordine professionale che deve differenziarsi, il ruolo si deve identificare conseguentemente alle norme dettate dai regolamenti e dall’istituzione in cui esso si svolge.

Questa lettura è per me interessante perché mi ha mostrato il funzionamento, la fenomenologia di un atto che è sotto i miei occhi tutti i giorni e che prima non vedevo così nitidamente.

Se questo ha lasciato un amaro in bocca mi ha però confermato che si può osare. In ciò che abbiamo vissuto c’è una grande forza. È una forza di cui bisogna prendere le misure, bisogna “dosarla quanto basta”.

La mediazione di una donna autorevole ha permesso la presa di parola e l’affidamento. Ha fatto sì che si potesse, per un tempo, avere il coraggio di dire quello che accade nelle situazioni di vulnerabilità. L’assenza della mediazione autorevole ha portato alla caduta nell’immaginario istituzionale abdicando a favore del suo linguaggio e ritornando all’irrigidimento nei ruoli e nell’ordinamento della professione.

Questa esperienza ha permesso di vedere l’immaginario che ci illude. Dobbiamo sapere che abdicare al linguaggio dell’istituzione significa dare spazio a parole e atti disumani, divide le persone e le fa ammalare.

 

 

 

Scena terza: il testimone non assumibile

 

In un percorso di formazione svolto sempre con Eleonora Silvia Pittoni e Maria Livia Alga, rivolto alle operatrici di molti servizi del territorio che si occupano della cura.

Le narrazioni più ricorrenti delle operatrici riguardavano donne immigrate, madri, prostitute che i servizi nominano “vittime di tratta”. Spesso avviene che vi siano provvedimenti per l’allontanamento dei figli. Le modalità di lettura del disagio e dei comportamenti delle donne mettono in luce atteggiamenti etnocentrici, a volte si è catturati dall’esotico che i racconti portano, altre volte dalle umiliazioni che subiscono. Per tutte le operatrici l’investimento emotivo è molto alto. Ma non vi è spazio per metterlo in relazione con ciò che avviene.

A partire dalle loro parole abbiamo condiviso delle domande:

Quale forma di tutela si esercita? Quale messa al riparo? Per chi?

Tutelare noi stesse sul nostro posto di lavoro? In che modo? Tutelare le utenti, in che modo? Tutelare lo status quo, le norme, le leggi, le gerarchie? Come possiamo ripensare le istituzioni e, soprattutto, noi stesse in relazione alle istituzioni ?

 

Le operatrici ci hanno raccontato il loro dispiacere per non aver saputo riconoscere il dolore dell’altra, per non aver osato percorrere altre strade se non quelle previste dall’istituzione. Hanno potuto offrire ripari ma solo di cartone, case ma costruite sulla sabbia. Le operatrici, mentre portavano alla luce storie avvenute anche 5, 10 anni prima, capivano che il loro linguaggio non era stato sufficiente per dire quello che avrebbero dovuto dire.

Quando il sentire lascia il posto alle procedure già confezionate (dalle discipline, dalle norme, dagli ordinamenti) vi è come un naufragio. È il naufragio delle istituzioni.

 

La parola delle donne, utenti e operatrici, aveva subito un arresto, come una sorta di amputazione, il linguaggio istituzionale aveva sostituito la loro lingua.

Quando si parla di prostitute, dei loro figli, le relazioni sono bloccate in un impasse, il contatto non riesce ad esserci. La proposta/soluzione che pare possibile è quella che l’istituzione prevede, perché sembra normativa, e non è una posizione personale.

Lo stare in presenza di cose oscene richiama la norma come scudo. Una norma istituzionale che – solo apparentemente – protegge.

 

Per leggere questo “impasse” delle operatrici di fronte alle donne sex-worker, ai disturbi, alle maternità e alla conseguente invasione dell’immaginario istituzionale uso un passaggio di Cristina Faccincani (psichiatra e psicanalista) nel suo libro Alle radici del simbolico, passaggio che, lei, a sua volta, prende a prestito da Lacan.

 

Un bambino riceve uno schiaffo e, anziché reagire con il pianto, chiede alla persona adulta che glielo ha dato: “è una carezza o un ceffone?” Solo dopo aver ricevuto la risposta, il bambino sorride se l’adulto risponde che è una carezza, piange se l’adulto risponde che è uno schiaffo.

Il bambino agisce conformemente a quello che il suo interlocutore adulto attribuisce al proprio gesto.

La relazione tra adulto/bambino è asimmetrica. Nel nostro discorso il piano della dell’asimmetria si sdoppia:

  • il primo è relativo alle utenti e alle operatrici,
  • il secondo riguarda invece le operatrici e l’istituzione immaginata e pensata più grande, più potente, una macchina che sta al di sopra.

 

Quando il discorso dell’altro occupa il posto della realtà si verifica un maltrattamento, o meglio, una violenza.

La parola dell’altra non ha più peso, non significa più il reale. Si perde la contingenza, il ciò avviene.

Al posto della relazione e di ciò che avviene si inserisce la normativa vigente nell’istituzione che sbriciola la parola del vivente.

Il vivente portato dalle esperienze delle donne si sottrae e lascia il posto al vigente della norma.

Il problema è relativo alla sostituzione della realtà da parte del discorso con l’immaginario istituzionale.

 In questo modo il testimone/la testimonianza non è assumibile. Vi è una caduta nell’irrealtà facendo la cosa che è prevista dalla norma.

Si tratta di una abdicazione della propria parola al registro istituzionale ponendo l’istituzione in un posto di potere sovra-umano (nel senso di inumano).

Il linguaggio istituzionale non può assumere niente di differente da ciò che ha già pre-ordinato.

Quale mossa serve? Quale forza dobbiamo agire nelle istituzioni per esistere di fronte al reale?

 

***

 

 

Quarta e ultima scena: lo svelamento

 

Sempre in questa formazione per le operatrici decidiamo di inserire una storia di Sandra, composta all’interno di Casa di Ramia, un luogo di donne, che esiste a Verona in via Nicola Mazza, ed è un progetto del comune di Verona. Precisamente, questa storia, prende forma nei laboratori di narrazione che Livia conduce. E’ una storia che mostra le interruzioni vissute dalle donne quando partono dal loro Paese fino a quando diventano utenti e/o pazienti. Mostrando le fratture si evidenza il continuum della storia. La narrazione porta l’altra faccia, quella che non si riesce a nominare nelle istituzioni. Mentre viene letta nella sala della formazione c’è silenzio e intensa attenzione.

Come risuona il racconto nelle operatrici? Quale registro vibra nei loro pensieri? Che cosa mostra il racconto rispetto a quell’immaginario istituzionale che abita le orecchie e i gli occhi? L’effetto è quello di un blackout, uno choc.

Attraverso la narrazione della storia si vede e si tocca l’intollerabile. Si vedono gli strappi e le rotture delle vite. Si mostrano gli effetti della violenza istituzionale, raramente nominata nei servizi.

La storia, scritta da Sandra e letta insieme a Livia al gruppo delle operatrici, cuce tutti i pezzi della vita delle donne che vengono dalla Nigeria e sulle strade della città di Verona lavorano con il loro corpo. Ha svelato come, attribuendo un prestigio all’istituzione, questa spezza le vite, divide le madri dai figli, non riesce più a riunire i figli quando quest’ultimi, da grandi vogliono ritrovare la propria madre. Un prestigio che si sfascia sotto la storia di una vita che raccoglie tante altre vite. La narrazione ha lasciato rabbia. E nasce una forza.

La forza liberante e inebriante della verità, questa storia mette a tutte le ascoltatrici la fame condivisa di giustizia.

 

Quando l’intollerabile istituzionale viene visto alcune operatrici capiscono che possono correre il rischio di disobbedire e di trasgredire e che questo rischio non solo non reca pericolo, ma apre a una possibilità di vita, ad una verità e dunque a una giustizia vicina alla vita.

Possiamo combattere l’immaginario istituzionale quando inizia a dirsi una storia “più vera”, comincia una narrazione altra. Quando l’intollerabile emerge, allora comincia una battaglia, fatta di parole forti e dell’intelligenza femminile. La storia così proclamata cambia il punto di vista. Si passa dalla prospettiva distanziante e straziante dell’istituzione alla visione della vita pulsante.

La vita è prima dell’istituzione.

 

L’effetto della narrazione di Sandra sulle operatrici mi riporta alla storia del piccolo sarto che dice davanti a tutti che il re è nudo.

Simone Weil mostra, attraverso La favola del re nudo, il gioco dell’immaginazione.

Conosciamo la storia ma brevemente la ricordo: il sarto finge di lavorare per cucire il vestito più bello che sia mai stato indossato da sua maestà il re.

Il vestito – dice il sarto – può essere visto solo da chi è intelligente. Naturalmente il re e molti dignitari, che hanno paura di fare la figura degli sciocchi, fingono di vederlo. Così la folla al passaggio del re per le strade della città finge di ammirarlo. Solo una piccola creatura dice “ma è nudo”.

Dice la verità.

Nella favola si deride l’immaginario sociale del prestigio pubblico.

Il racconto di Sandra contempla la vita e smonta l’immaginario attraverso l’intollerabile.

Weil mostra come il potere di un re, una istituzione sia un fatto della realtà, ma questo potere viene aumentato dall’immaginario sociale.

 

Un re nudo è solo un re, a cui rimane il potere limitato del suo ruolo.

 

Potremmo concludere così: il re è nudo e io guardo principalmente altrove. Siamo (inevitabilmente) nelle istituzioni e con le donne prendiamo parola là dove essa può svelare relazioni maestre.

 

 

Bibliografia

Faccincani Cristina, (2010). Alle radici del simbolico. Transoggettività come spazio pensante nella cura psicoanalitica. Bari: Liguori.

Fadini Ubaldo, (2013). Il futuro incerto. Soggetti e istituzioni nella metamorfosi del contemporaneo. Verona: Ombre Corte.

Illich Ivan, (2009), I fiumi a Nord del futuro. Testamento raccolto da David Cayley. Macerata: Quodlibet.

Zamboni Chiara, (2009). Pensare in presenza. Conversazioni, luoghi, improvvisazioni. Napoli: Liguori.

 

 

 

Benin City – Verona

di Sandra Faith Erhabor

(pubblicata sul quotidiano l’Arena il 7 settembre 2016 in occasione dell’assassinio di Ester, giovane donna romena, a Boscomantico)

 

Benin city. 
Una ragazza su un autobus di quelli da diciotto posti, aspetta di partire per Lagos. Non ha voluto che nessuno l’accompagnasse. Accanto a lei un’altra ragazza, con i capelli ricci, le valigie. E’ con sua madre  che le ripete di comportarsi bene. Anche l’altra ragazza ascolta le raccomandazioni, se sua madre fosse lì direbbe esattamente le stesse parole. L’autista mette in moto. La signora urla: Mi scusi, mi scusi! Ho dimenticato di comprare una cosa per mia figlia. L’autista è un uomo anziano e sa la sofferenza di quella donna. Gli altri passeggeri si lamentano, vogliono partire. L’autista dice che bisogna rispettare il volere di quella madre perché nessuno sa dove sta per andare sua figlia. Torna con pane e lumache fritte, le dice: mangiali con i tuoi amici. E se c’è qualcosa che non va, parla sempre con i tuoi amici. L’autista rimette in moto. Di nuovo la signora urla: Scusi, scusi! Non hanno acqua da bere. Va e torna con due bottiglie. Dopo, prega che sua figlia torni in buona salute e inizia a piangere, ritornando verso casa. Non era stata mai convinta che lasciarla andare fosse un bene. Era la primogenita, l’unica femmina tra i suoi figli, non avrebbe voluto che partisse. Ma alla fine la figlia l’aveva persuasa che fosse la scelta migliore, l’avrebbe aiutata a venire fuori dalla povertà . Il padre aveva avuto la moglie come riscatto di un debito, non l’amava veramente. La figlia aveva deciso di partire per slegare la madre da questa sofferenza. Aveva questo sogno e poi quello di sposarsi, avere dei bambini e giocare con loro al parco giochi.

Il viaggio va bene, l’ha organizzato la madam che l’ha aiutata a partire. E’ stato celebrato un rito, la ragazza ha fatto un giuramento. Appena arriva in Italia ha due possibilità per saldare il debito con la madam: il lavoro domestico o la strada. Per fare la colf o la badante deve avere il permesso di soggiorno. Andare in strada fa paura. Ma come deve fare? Deve pagare il suo debito. Va ad abitare in via XX settembre, a Verona. In casa c’è una ragazza come lei che la accompagna per la prima volta in strada. Ci si può trovare bene con questo lavoro, non bene bene, bene nel senso che riesci facilmente a saldare il debito. Altre non ce la fanno, scappano, arrivano ai servizi e dovrebbero denunciare ma non possono infrangere il giuramento, così continuano a scappare, anche dai servizi. Sulla strada per lei non è facile, ma non c’è niente che possa fare. Non può denunciare la sua madam, ha paura delle conseguenze sui suoi genitori.
Allora continua il suo lavoro in strada finché un giorno non torna più a casa. Delle ragazze che abitano con lei, nessuna può andare alla polizia a cercarla. Nessuna ha il permesso di soggiorno. Stanno incollate alla televisione per sentire se le è successo qualcosa. Non parlano bene italiano, ma guardano fisse le immagini.

Non capiamo bene cosa dicono al tg3. La signora che abita al piano di sotto sale e ci dice di mettere il tg5, parlano della nostra amica! Ho tanta paura. Non capisco, ma nella foto è lei. E’ stata arrestata? Scendo fino al piano terra dove vive il padrone di casa. Lui ha guardato il servizio, conosceva la ragazza ma non si ricordava chi fosse.  Abita qui! gli rispondo. E’ morta. E’ morta? Torno a casa, urlo, piango, nessuna di noi ha voglia di sapere cosa le sia realmente successo, come sia accaduto. Mentre piango, un sogno viene su di me, mi chiede come sua madre possa ricevere questo messaggio. Ripenso al giorno della partenza, a sua madre e alle lumache fritte. Per due o tre settimane non esco, resto nella camera che ho condiviso con lei. Poi dalla polizia vengo a sapere che era stato un cliente cattivo ad ucciderla. I funerali sono stati a Borgo Roma. Fino ad ora non siamo riuscite ad avvisare la madre della morte di sua figlia. L’avevo conosciuta il giorno della partenza e non so il suo numero di telefono. La vita è come un uovo, se si rompe, non puoi più rimetterla insieme.

Ho scelto di raccontare questa storia perché noi incontriamo le ragazze per strada, le conosciamo lì, ma la loro storia non inizia lì, inizia prima, con il viaggio. Nessuno conosce come sia la loro vita prima della strada. Io ho scelto questa storia perché è anche un poco la mia storia, però io sono viva ed Ester non vive più e ci sono tante altre che non vivono più. Quando incontro le ragazze per strada, a volte per avvicinarle, dico loro: guarda, la nostra storia è simile, non uguale. Ma la nostra partenza è simile e anche i nostri sogni si assomigliano. E quando loro sentono dire questo, si aprono. Cerco di aiutarle perché la vita è come un uovo, quando si rompe, non puoi più farci niente.

NOTE

[1] Al termine dell’intervento inserisco la storia completa, scritta dall’autrice Sandra Faith Erhabor.

Condividi:
FacebookTwitterGoogle+