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La via d’uscita dalla follia

Per amore del mondo 16 (2019) ISSN 2384-8944 http://www.diotimafilosofe.it/

 

 

Il più recente volume di Wanda Tommasi, La ragione alla prova della follia, si propone di indagare il rapporto tra ragione e follia alla luce degli itinerari esistenziali e di pensiero di grandi autrici e autori – da Rousseau a Büchner, da Nietzsche a Van Gogh, da Bachmann a von Druskowitz e Woolf – il cui percorso intellettuale o artistico è stato profondamente segnato dalla sofferenza psichica, fino al punto, talora, da esserne drammaticamente interrotto. Attraverso una narrazione insieme accurata ed intensa delle vicende biografiche e di scrittura di tali pensatori, Tommasi fa emergere l’intreccio indistricabile e spesso imperscrutabile che in essi percorre e lega opera e follia.

Se il libro ha il grande merito di illuminare versanti poco esplorati della produzione di autori per altri aspetti ampiamente investigati, come Rousseau e Nietzsche, e, per converso, di far conoscere una filosofa per lo più ignorata anche dagli ‘specialisti’, come Helene von Druskowitz, lascia sullo sfondo alcune questioni preliminari per intenderne il significato filosofico e che esso stesso, del resto, solleva.

La prima e forse la più importante di queste riguarda l’argomento stesso del testo, ovvero la ‘natura’ di ciò che si intende per follia. Si tratta di un’esperienza esistenziale in cui culminano, per lo più tragicamente, i percorsi di vita e di pensiero di alcuni grandi filosofi, artisti, intellettuali, o di una malattia, ovvero di una patologia, più o meno individuata, da curare, come ogni altra, pur nella sua assoluta peculiarità? Nel primo caso essa allude ad una dimensione della soggettività necessaria per intendere l’essenza di una vita: senza la follia, Nietzsche, Van Gogh, Woolf, ad esempio, non sarebbero divenuti quelli che furono; nel secondo essa si riduce ad uno sventurato accidente che la interrompe, impedendole di proseguire, senza tuttavia investire il nocciolo del loro pensiero- e come tale è molto meno interessante.

Tale nesso originario tra follia e pensiero è evidente in tutti e tre gli autori citati. La ‘catastrofe’ di Torino fa esplodere in modo devastante e purtroppo irrecuperabile quella violenta tensione cui viene sottoposta l’intera esistenza dello ‘spirito libero’ dall’anelito alla “grande salute”, che culmina nell’eterno ritorno. Amare la vita in tutte le sue dimensioni e contraddizioni fino al punto da sentire la possibilità di una sua perenne ripetizione non come un insopportabile “peso”, ma come espressione suprema di un illimitato dire sì alla vita, fa saltare le stesse coordinate spazio-temporali entro le quali si organizza la nostra mente. L’amore nietzschiano per la vita non può darsi senza ed anzi prevede, in questo senso, la follia di colui che ne è capace: lo ‘spirito libero’ che “prende congedo da ogni fede” e “da ogni desiderio di certezza” danza sull’”abisso” e rischia dunque di precipitarvi.

La natura nient’affatto patologica, bensì necessaria della follia per percorrere la via indicata da Nietzsche è ancor più emblematicamente testimoniata dall’aforisma 125 della Gaia Scienza nel quale l’annuncio della morte di Dio è recato da un uomo folle – che dà il titolo allo stesso aforisma – : solo lui, infatti, anticipando ciò che gli altri non sono in grado di capire, vede lucidamente l’effetto sconvolgente di tale evento che precipita la terra e chi la abita in uno spazio vuoto privo di ogni orientamento.

Non meno imprescindibile, su un diverso piano, è la pazzia di Van Gogh. Essa non corrisponde soltanto, come mostra bene Tommasi, all’immagine che la società conformista e ottusa dell’epoca volle proiettare sull’artista, ma è il presupposto della visione sub specie aeternitatis che contraddistingue le sue opere. La verità della vita ordinaria che la sua pittura porta alla luce non è, come ha affermato Artaud, il frutto di fantasmi o allucinazioni, né può essere fatta dipendere da una qualche definizione clinica – si tratti di malinconia, epilessia e schizofrenia -, ma è inscritta nella speciale capacità della sua arte di cogliere l’assoluto in quanto vi è di più umile e comune.

Quanto a Virginia Woolf, è lei stessa a riconoscere – come mostra Tommasi in uno dei capitoli più intensi del libro – che la sua scrittura ha nella malattia tanto la condizione per accedere a quella dimensione più autentica della vita incomprensibile ai sani, quanto la cura della malattia stessa, che nella sua arte trova espressione e insieme contenimento. In questo quadro, è evidente come qualsiasi eziologia per quanto competente del suo male rischi di oggettivare e con ciò stesso annichilire l’irriducibile dimensione soggettiva dell’esperienza personale e artistica di Virginia Woolf.

È poi banale ricordare che il carattere straordinario delle creazioni artistiche o di pensiero delle autrici ed autori considerati non può trovare giustificazione o fondamento in patologie psichiatriche la cui presenza per lo più si accompagna a un indebolimento delle capacità intellettuali.

A questa prima si collega una seconda questione che riguarda la prospettiva della ricerca enunciata dal titolo: ” La ragione alla prova della follia”.  In questo quadro l’esperienza della follia rischia di essere sin dall’inizio intesa come contraltare e manifestazione della ragione nel cui cammino viene iscritta; la sua verità sarebbe dunque relativa alla ragione, di cui diverrebbe banco di prova dialettico. Si dimentica in tal modo come la ragione moderna, costruita sulle fondamenta del cogito cartesiano, sia sorta e si sia sviluppata non dialogando con la follia, ma mettendola a tacere e colpevolizzandola fino a internarla, secondo l’insuperato quadro storico-concettuale delineato dalla Storia della follia di Foucault. Il merito degli autori indagati – penso soprattutto a Nietzsche e a Van Gogh – è, all’opposto, come attesta la stessa ricerca di Tommasi, di aver tentato di guardare la follia negli occhi, nella sua assolutezza, senza il filtro della ragione, senza averla prima catturata come altro della ragione. La follia, del resto, come testimonia l’annuncio della morte di dio, lungi dal costituire l’esperienza-limite che rafforza la ragione, è condizione necessaria per scardinare i codici che presiedono alla configurazione da essa assunta nella modernità. Vi è infine un’ultima importante questione che il volume suggerisce e che meriterebbe ulteriore approfondimento. Si tratta della possibilità di individuare nella follia, in particolare delle autrici esaminate, l’apertura a modi alternativi di pensare o l’espressione di un peculiare modo di resistere alle strutture di potere dominanti. Di particolare interesse nel testo di Tommasi è il ritratto di Helene Von Druskovitz, filosofa dichiaratamente androfoba, vissuta per quasi metà della sua vita in manicomio. È difficile trovare nella storia del pensiero occidentale una pensatrice come Helene che non si limiti a difendere le donne dalla misoginia di cui sono intrise le immagini che ne ha offerto la filosofia antica e moderna, né a reclamare per esse una diversa rappresentazione, ma che, con altrettanto accanimento, contraccambi l’ostilità maschile con analoghe espressioni di odio e di disprezzo miranti, non solo a sconfessare la presunta superiorità dell’uomo, ma a sostenerne l’inferiorità. Tale tesi non la conduce tuttavia a proclamare la guerra tra i sessi, ma lungo una linea che si ritroverà in Woolf e negli anni settanta del Novecento, a indicare nella separazione tra i due sessi l’unica via per salvaguardare l’innocenza e, in ultima analisi, la ‘differenza’ femminile.

L’anello mancante in tale ritratto o forse l’elemento che meriterebbe di essere messo maggiormente a fuoco è il ruolo della follia nel rendere possibile una concezione così radicalmente alternativa dei rapporti tra donne e uomini. La pazzia di cui viene accusata e che la conduce all’internamento serve semplicemente a giustificare l’esclusione da parte della società maschile delle sue ‘ragioni’ e della ribellione che esse manifestano, o è forse la condizione stessa di possibilità della sua visione, una visione certo manichea, ma coraggiosamente antagonista, che fa tremare le fondamenta di un intero sistema di vita e di pensiero.

Una domanda dello stesso genere potrebbe riguardare Virginia Woolf: esiste un rapporto non accidentale, ma intrinseco tra le violente crisi nervose che condussero la scrittrice al suicidio e il suo vissuto di estranea alla società degli uomini ed ai capisaldi della cultura da essi imposta? Come non connettere la profonda e ricorrente sofferenza psichica che accompagnò tutta la sua esistenza con il quadro amaro della condizione femminile, segnata dall’umiliazione e dall’esclusione, così come viene delineato in Una stanza tutta per sé e ne Le tre ghinee? La via d’uscita che la società delle estranee offre alle donne ritrovando nella loro assenza dalla storia la fonte di un’impensata libertà e indipendenza viene certo talvolta pagata, ma, al tempo stesso, resa possibile da una follia di cui esse hanno estremamente bisogno per provare a ricominciare a scrivere la storia di ciascuna e di tutte a partire da sé. La vicenda di Virginia Woolf forse insegna come per le donne la follia possa essere spesso il cuore di una rivoluzione interiore, pericolosa, ma necessaria per esplorare percorsi di vita e   pensiero realmente nuovi.  

 

 

 

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