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La terra di mezzo

 

Come un racconto senza codice, con il ritmo di un viaggio libero, è il documentario Amica Nostra Angela di Nadia Pizzuti.

Nella primissima visione del film, avvenuta in una mia sostanziale ignoranza e solitudine, ho permesso l’esplicitarsi di un’immediata balbuzie. Ho scritto, col corpo stretto d’emozione, una calda annotazione… Riconosco nel suo corpo la fragilità performante, la relazione, e nel suo pensiero l’intima frequentazione di una soglia raramente sfiorata. Mi ha afferrato la sua essenziale armonia con il cosmo, natura animali umani…

Quasi fosse tutto accaduto nel primo incontro, da prima!

Il film racconta Angela Putino, è uno sguardo di donna sul corpo della donna mosso e movente gli spazi ordinari del vivere. Si apre con le mani di Angela che toccano il contatto con la terra, madre e sorella, in un orizzonte mobile, dilatato e aperto del mare. La femminile voce narrante, immerge, già nell’incipit, con “il colpo di dadi” sul tavolo blu del mare: “Avvistare è fare corpo, ma contemporaneamente è tenersi fuori dai corpi, è fare contesto, ma stando fuori dai contesti. Per trovar radici occorre sradicarsi.

Il corpo è lo spazio, la terra di mezzo nella carnalità nuda, fragile e intensa nel corpo di Angela, esposto al sole, esposto al vento, esposto alla relazione.

Il corpo diventa “ciò che è in mezzo fa scolorire gli altrui confini, non li trova significativi, non sa cosa siano quei limiti per il suo passare; in questo passare trascorrono molti cambiamenti.

Così scivola a bordo di un due ruote per le vie odorose e vivaci di una Napoli di giorno, per raggiungere il luogo altrettanto aperto e mobile, più che blu che era la casa di Angela.

Gli occhi di Nadia hanno compiuto una danza, un caotico danzare tra immagini attuali e passate, tra fotografie e forme in movimento, con una tale allegra maestria da scomporre il tempo, lo ha confuso ancora una volta nel corpo di Angela.

L’utilizzo di fotografie, di riprese amatoriali armonizzate con video attuali è una efficace impresa creativa. L’occhio della telecamera saltella come i gatti sui tetti, esalta i volti delle amiche, con arte discreta mostra quelli assenti, balza silenziosamente su foto di primi piani sensualissimi e felini di Angela.

L’occhio accarezza perimetro e cielo della casa di Angela, accede nella domus attraverso la parola di Alessandra che la descrive: libri gatti e fiori.

Una presenza viva e nomade di felini liberi e morbidi, una popolazione di gatti per avvicinarne l’energia, per lasciarsi disorientare e contaminare, senza reciproche invadenze o informi mescolanze, Angela e i gatti.

Gli spazi liberi della sua quotidianità mostrano, in difforme specularità, altri spazi in cui talvolta compare imperante “l’apparato con i suoi significati”. Si leggono nei corpi e nei contesti, deviazioni e differenze, alterne adesioni a sicurezze contestate. Dalla libertà in calzoncini, piedi scalzi e braccia aperte di Alessandra Bocchetti in una casa, spazi e affetti, condivisa con Angela; al confine quasi claustrofobico e senza blu dello studio dell’onorevole Paola Concia; alla compostezza posturale delle amiche accoccolate su una panchina, senza memoria di vibrazioni romantiche.

Forte e malinconico il momento in cui si incastrano baldorie femministe ed intrecci amicali nella visione di un video nel video: appare Angela e le altre attorno ad una torta. Al di qua, avvinghiate al ricordo, un manipolo di allegre donne rapite, da rumorosi e acuti schiamazzi nel rivedersi oggi e ieri; nostalgica pratica… ed è lì che sembra esserci Angela, nell’occhio della telecamera che si ritrae, lascia le altre e con silenzioso passo felino indietreggia, esce e si proietta in “una traiettoria diversa. La solitaria non si distoglie da un modello: è da sempre già distolta. (…) È una voce singolare che si staglia già quasi come plurale.

Altrettanto originale è il diffuso rapporto creativo di Angela con il cibo, offerto e condiviso. Evoca, nell’immaginario, abusate cene in cui spezzare il pane diviene strumento per violento potere; dimostra il potere ma accende la potenza del cibo nella varietà creativa del nutrimento. Il cibo per i corpi, il pensiero altro cibo, così sembra che Angela provochi il movimento della cura, affama e nutre. “La cura…propone un movimento e necessita di una libera risposta – dove ovviamente il termine libertà include l’ambito di scelte e di strutturazione delle possibilità di azione offerte dalla cura. La cura è rivolta a coprire il campo del «poter fare» e la libertà è, appunto, la risposta del «fare»”.

Il film è documento e strumento.

Apre a forme inconsuete, necessarie di promozione e diffusione del pensiero e della pratica filosofica, per questo deve essere munito di gambe affinché si conceda al nomadismo e alla relazione. Si presta come opportunità di nuove sperimentazioni, di infrazioni del rigore di schemi filosofici quanto economici che hanno dimostrato essere falange “del potere che ha incidenza sui nostri corpi”.

Quale potere ha inciso sul corpo di Angela? Poche foto, quasi per dovere di completezza storica, ritraggono Angela nei suoi ultimi anni.

Quale relazione si esprime se il pensiero e la libertà obbediscono a schemi violenti?

Il corpo violato di Angela aveva subito l’incidenza mortifera del potere; la genuflessione ipocrita alla malattia, come generoso perdono del pensiero trasgressivo di Angela, svela pericolose rigidità.

L’apparente leggerezza del film su Angela Putino denuncia, se pur con pastelli colorati, vistose responsabilità, umane e femminili; è, perciò, documento e strumento di rinnovato spazio, di altra relazione, di adeguata pratica e libere visioni.

 

 

 

 

Graziella Lupo Pendinelli

Consulente Filosofica

329 8048716

graziellalupo@alice.it

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