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La situazione scomoda. Su “Ciò che non dipende da me” di Wanda Tommasi

Il dialogo con Wanda Tommasi su questo libro è per me cominciato molto prima di averlo tra le mani. Ho discusso con lei accanitamente e appassionatamente, per la grande concordanza con i temi che andava affrontando e dei quali come lei sentivo l’urgenza a vari livelli, esistenziale, filosofico, politico.

Ora che è scritto, questo libro che è di una amica vicina, affine e diversa, lo sento proprio così: un libro amico, affine e diverso. Ci sono tante cose che sottoscriverei, che avrei voluto persino scrivere e che Wanda ha scritto come io mai avrei saputo fare; altre che mi risuonano in sintonia, e altre ancora che hanno quell’inconfondibile voce di lei cui so di non potermi mai intonare. Parole che seguo con fiducia e mi accompagnano sulla mia via, altre che mi attirano su sentieri differenti sui quali di mio non mi avventurerei. O certo non da sola, invece così mi ritrovo a fare qualche passo spericolato in paesaggi non appaesanti.

Si potrebbe parlare per queste situazioni di una sorta di esercizio di scomodità, una pratica quanto mai raccomandabile in generale e in questa circostanza ancor più pertinente, visto che il libro ha proprio come oggetto ciò che Wanda definisce la situazione scomoda. Quella nella quale ci si trova in mezzo tra quel che dipende da noi e quel che non dipende da noi, come dicevano gli Stoici, o tra quel che tentiamo faticosamente di tenere sotto il nostro controllo e quel che costantemente lo travalica e travolge da ogni parte.

Se tanto avevamo discusso era anche perché l’esigenza di nominare quella posizione scomoda la avvertivamo entrambe da molto. Io avevo cercato di farlo parlando al grande seminario di Diotima del senso libero della differenza sessuale come di uno spazio da tenere aperto tra necessità e libertà, uno spazio che deve essere tenuto aperto con fatica, stretto come è da quelle due forze opposte che tendono a schiacciarlo nella loro perversa alleanza-rivalità. Wanda, come è nel suo stile, ha risposto a quell’esigenza prendendola di petto e affrontandola col grande respiro che richiede. E non è solo dell’ampiezza del discorso che si tratta, ma del dover davvero prendere un grande respiro nell’intraprenderlo.

Non intendo ripercorrere l’andamento che il suo discorso percorre nel libro, consiglio di leggerlo e seguirne la pista, magari proprio per trovarsi dove non ci si aspettava. Qui voglio solo riprendere alcuni pungoli che mi fanno sentire la posizione scomoda ancora più precaria. Convinta che sia una condizione sempre ardua per ogni vita, ma che lo sia al presente ancor più. Quando l’attempato severo invito stoico a discernere tra quel che dipende da noi e quel che non dipende da noi potrebbe far sorridere per la sua ingenuità, o affidarci un dovere per cui davvero essere stoici non basta… Tanto di più se si è donna.

Due difetti che certo non possono essere attribuiti all’impianto di questo libro visto che, da un lato, l’autrice è tutt’altro che ingenua e anzi affronta filosoficamente scaltrita un itinerario arduo e pieno di insidie che la conduce a fare i conti con una parte imponente della nostra tradizione di pensiero, dall’antichità, alla modernità, al dibattito odierno sulle piste dei due temi della vulnerabilità e del desiderio che segnano il soggetto contemporaneo. E visto che, dall’altro lato, l’assunzione del taglio della differenza sessuale consente alla saggia Wanda di declinare al presente il nesso tra dipendenza e indipendenza oltre l’ideale virile dell’imperturbabilità del saggio stoico, avvalendosi del portato della riflessione femminile e della discussione femminista presente.

 

Senza questo secondo lato la moneta del pensiero maschile circolante avrebbe ben poca spendibilità per una donna. Anche quello che ha fatto la propria fortuna mettendo in discussione lo statuto del soggetto presunto indipendente e sovrano. Non si può infatti pensare il rapporto tra ciò che dipende o non dipende da noi senza tenere in conto come le due facce dipendenza-indipendenza abbiano portato storicamente e simbolicamente il conio di due volti differenti, uno di donna, l’altro di uomo. O almeno non si dovrebbe più pensarlo dopo la rivoluzione portata dal femminismo. Il culto dell’icona dell’indipendenza maschile non sarebbe durato a lungo senza il supporto e l’alimento di quello della speculare immagine della dipendenza femminile. Così se nel libro si riconosce il dovuto a quei pensatori che nella contemporaneità hanno smascherato la tradizionale presunta attiva padronanza soggettiva mostrandone i tratti di passività, relazionalità e dipendenza, poi il riferimento principale è con quanto pensato ed espresso da donne. Se indubbiamente le due forze che nell’analisi di Wanda premono principalmente sul soggetto spingendolo fuori di sé, e cioè la vulnerabilità e il desiderio, caratterizzano la condizione umana in quanto tale, differenti per un uomo e una donna sono la collocazione simbolica, la storia e l’esperienza dalla quale la vivono.

Ed è da questo condiviso punto che riprendo sulla peculiare scomodità della posizione femminile rispetto a ciò che dipende e non dipende da noi.

Sono molti i nomi che nel corso del libro si avvicendano a qualificare la tonalità di quello stretto e densissimo luogo di scomodità femminile: passività, emotività, vulnerabilità, relazionalità, dipendenza, fragilità, precarietà, insufficienza e poi tutte le possibili “ferite della forza” e le “patologie del desiderio”. Dietro queste parole ci sono altrettante donne che le hanno nominate dandovi voce: Weil, Zambrano, Bespaloff, Lonzi, Irigaray, Butler, Nussbaum, Benjamin, Illouz, Muraro, Gilligan… Con queste e altre Wanda si confronta teoricamente a lungo, ma nell’ultimo capitolo “Dipendenza e libertà”, quando il percorso si fa più stretto e il discorso più stringente, le argomentazioni filosofiche e politiche lasciano il passo alla maggiore forza delle immagini di donne che vengono dalla letteratura. A queste viene affidato il compito di incarnare l’arduo bilancio delle forze che possono agire sulla vita di una donna spingendola nelle direzioni contrapposte dell’isolamento e dello spossessamento sacrificale. La reclusione totale è rappresentata dalla protagonista di La parete di Marlen Haushofer, chiusa improvvisamente da una misteriosa parete che la separa da tutto e tutti nella sua residenza in montagna. L’emorragia e il dispendio di sé nei confronti delle relazioni con altri è incarnata dalla Monique di Una vita spezzata di Simone de Beauvoir, vera icona di quella che Betty Friedan chiamò la mistica della femminilità. Due posizioni che più che scomode appaiono del tutto distruttive e insostenibili. Una portata a una sorta di estrema indipendenza autistica del sé, l’altra a un devastante svuotamento di sé in un sacrificale essere votata all’altro.

Il punto di equilibrio tra isolamento ed emorragia (o tra desiderio di autonomia e bisogno riconoscimento) è riconosciuto nella signora Ramsay di Gita al faro di Virginia Woolf, una donna che è profondamente coinvolta dalle relazioni, ma non vi si perde completamente.  E’ una figura verso la quale anche io ho avuto un forte moto di riconoscimento, è un soggetto intensamente relazionale ma altrettanto fortemente centrato su sé. Mi piace, e chissà a quante è piaciuta: lei è il centro e fa centro, come si manifesta nel segno verticale che Lily Briscoe traccia sulla tela nella scena cruciale del romanzo. E’ la signora Ramsay che fa ordine e insieme lo assume, e non in forza di un riferimento ad un ordine divino, lei è totalmente umana e, pur senza alcuna garanzia di fondamento trascendente o assoluto, lei esercita un giudizio preciso come una linea che taglia al centro la realtà.

E’ davvero l’incarnazione femminile del “saggio”, una saggezza femminile che con sapere pratico fa la cosa giusta nel momento giusto, né in eccesso né in difetto. Come avrebbe detto Aristotele è la persona saggia che dà la giusta misura della saggezza, non viceversa, e ha imparato a farlo con l’esperienza, facendolo. La signora Ramsay sa trovare il punto di incrocio tra ciò che dipende da lei e ciò che non dipende da lei, e non ci sta scomoda, ma con agio.

E’ una figura che coniuga realismo e libertà, coscienza della dipendenza e indipendenza, che muove ammirazione e per la quale a proposito si potrebbe usare il termine di autorità femminile. Tuttavia mi muove anche un dubbio:  Mrs. Ramsay è ben consapevole di coloro che dipendono da lei, presta loro la dovuta attenzione, ma nel segno di una forza che accoglie le necessarie mediazioni e si dà una misura, dando misura nel contempo agli altri e alla realtà che vive. Mi chiedo, e non saprei dire se il testo di Woolf offra indizi di risposta, quanto lei accetterebbe di dipendere fortemente da altri per l’essenziale. Qui c’è un punto critico: spesso si parla della dipendenza parlando della familiarità che vi hanno le donne, ma in ciò c’è un senso ambiguo, una sorta di paradosso. Le donne erano tradizionalmente più dipendenti, sì, ma la fonte più importante di questa dipendenza era l’avere altri che dipendevano da loro. Si dipende da chi dipende da noi. E questo non può essere eliminato in toto semplicemente né in nome, da una parte, della consapevolezza della dipendenza, va assunto liberamente se no è pura servitù. Né, dall’altra parte, di conquista femminile della indipendenza, il che può equivalere all’adesione all’ideale del soggetto maschile assoluto e indipendente.

Nel caso del mito dell’indipendenza maschile, questa era fasulla, ottenuta esternalizzando la dipendenza costitutiva della condizione umana e assegnandone la gestione alle donne, le quali divenivano così dipendenti in quanto responsabili della dipendenza altrui.  Un paradosso analogo strutturalmente a quanto Wanda ricostruisce dell’hegeliana lotta per il riconoscimento e poi della dialettica servo-signore, e che le critiche di parte femminista sono lungi dal risolvere.

Restano problemi con la dipendenza e la sua elaborazione, come con la necessità, con ciò che non dipende da noi, in vari sensi: ciò che non dipende da noi ci impone di fare i conti con il nostro controllo, la nostra fragilità e vulnerabilità, ma ci impone anche una ferita narcisistica, che colpisce forse ancor più profondamente la coscienza femminile di quella maschile.

Per fare un esempio a partire da me, ma che ha a che fare con l’esemplarità di Mrs. Ramsay: io accetto la dipendenza altrui e me ne faccio carico, ma non la mia da altri… sono io che curo, non voglio essere curata, la cosa mi è quasi insopportabile. Di recente ho dovuto sperimentare a causa di un grave infortunio la mia vulnerabilità e dipendenza, ed è stata un’esperienza di pesante coscienza di contraddizione con quanto credevo di aver elaborato.  Ho visto quanto mi fosse inaccettabile che altri facessero per me, e ho fatto cose inverosimili pur di fare da sola e sentirmi indipendente. Io che ho predicato contro la presunzione dell’indipendenza, sono stata sempre disponibile a sostenere la dipendenza altrui e amo la situazione del fare con altri, in relazione! Eppure… Non so se questo possa modificare qualcosa rispetto al permanere del mito dell’indipendenza, ma aggiungo che l’accettare la dipendenza scontrava contro un altro scoglio: quello che  mi pareva di dover mettere alla prova la gratuità delle mie relazioni. E magari la loro esistenza.

Ora, a prescindere dai problemi della mia falsa coscienza, credo che ci sia un nodo da pensare circa la dipendenza e la liberazione da quanto era richiesto a una donna dall’ordine paterno, un perfetto caso di falsa necessità, e l’interpretazione in chiave di indipendenza ed emancipazione che questo ha avuto.  Ciò non ha solo esonerato, sciolto, una donna da una mistificante dipendenza collocandola nell’indipendenza (con tutto quel che di idealizzazione maschile questa ha), ma ha rivelato un altro ordine di legami, relazioni e responsabilità, un’altra dimensione di dipendenza e di riferimento d’autorità femminile di origine materna. Proprio quella dalla quale l’ordine paterno faceva mostra di liberare in nome dell’indipendenza. Non c’è di che stupirsi se ciò ha evocato il fantasma della prima dipendenza materna, e se questo è parso minaccioso nei confronti del desiderio di libertà femminile. E se quest’ultimo si è addirittura rivoltato contro il riconoscimento di questa dipendenza volendosene sbarazzare e consegnandosi nuovamente all’ideale dell’assoluta indipendenza.

C’è in ciò in gioco la problematica del desiderio che è al centro del libro, il sottotitolo del quale nomina appunto il desiderio e la vulnerabilità come le due forze che portano il soggetto fuori di sé, che ci mettono di fronte a qualcosa che non dipende da noi, rispetto a cui siamo più passivi che attivi. Ma in tutti e due i casi, sebbene l’impatto di entrambi sia qualcosa che avvertiamo come subito o patito, non è automatico che si tratti di quella necessità sotto il cui giogo occorre piegare la testa. Occorre saper distinguere, non sempre ciò che ci si presenta come necessario è tale. Per usare un lessico aristotelico, ci sono cose che non possono essere diverse da come sono, in vario modo peraltro, e cose che possono essere diverse da come sono, o lo potrebbero.

In alcuni casi è proprio difficile sbagliarsi, la mia mente va al fulmine da poco caduto sulla mia casa, ma in altri è invece c’è confusione, e spesso una confusione dolosa. Certe cose si presentano come necessarie e impossibili da cambiare, mentre almeno in parte dipendono da noi o da una scelta umana, e così si scambia l’esercizio di un ordine contingente basato sulla forza o la tradizione o altro, per qualcosa su cui non possiamo esercitare nessuna azione libera, rendendoci indifferenti e simili alle morte cose di un ordine che va da sé. Altre cose ci appaiono come totalmente in potere della nostra libera volontà, quasi onnipotente, e che quasi vuole all’indietro (Nietzsche, psicoanalisi), e ne vengono nascoste o espunte le parti che sono necessarie, che spesso finiscono per pesare su altre e altri.

Questo vale per molti aspetti del nostro presente: cose che ci si presentano come necessarie e immutabili non lo sono affatto e dipendono da noi. Peraltro altre che vengono riportate alla nostra libera scelta non lo sono affatto. Quel che ne va di mezzo è la libertà.

Così bisogna saper discernere quel che dipende da noi e cosa no, non è cosa facile, e nemmeno sempre possibile, però a volte sì. E questo sia nell’ordine delle cose in cui siamo immesse, esterno, sia nell’ordine delle cose interiori, e i due si danno spesso mescolati o divisi su false linee di discriminazione. Così è anche nell’ambito del desiderio, che è extimo, come dice Wanda col termine lacaniano, ma non solo per questo suo essere insieme intimo ed estraneo, ma perché è anche perlopiù tutt’altro che sorgivo e naturale. Desideriamo sì, ma anche impariamo a desiderare, negli oggetti e anche nelle modalità stesse del desiderio. Wanda parlò tempo addietro di una necessità di interrogare il desiderio, io penso che ci voglia anche un senso un po’ diverso di quello che Lia Cigarini chiama la politica del desiderio, non una politica basata sul desiderio, ma una politica che riguarda il desiderio, che su di esso si eserciti. E credo che il femminismo abbia messo in campo alcune pratiche che vanno lette in questa accezione, non in quella dell’esaltazione del desiderio sorgivo femminile.

Sottoscrivo i dubbi che Wanda esprime in merito, rubricandoli sotto quelli che chiama della metafisica del desiderio, degli oggetti del desiderio e della perdita dell’intreccio sessualità e politica nel femminismo. Questi aspetti di criticità nel pensiero e nelle pratiche femministe relativamente al desiderio vengono affrontati in un denso capitolo dedicato alla Parabola del desiderio, dove la problematicità di quest’ultimo viene ricostruita negli approcci che lo hanno storicamente tematizzato, ma soprattutto nel dibattito odierno per quanto incrocia l’esperienza femminile del desiderio e anche il punto dolente delle sue “patologie”. Lo sguardo è lucido e insieme simpatetico, chi scrive ha ben appreso la pratica del partire da sé come quella del faticoso lavoro sul negativo. Non indulge in pitture oleografiche o conciliative, consapevole come lo squilibrio sia la legge del desiderio, e di come un grande squilibrio possa alimentare come paralizzarne il movimento. Una indicazione conclude questa parte del percorso: serve un orizzonte più grande che consenta “a ciascuno, a ciascuna di stare nella propria piccolezza senza per questo sentirsi ridotto a niente: al posto di questo abbiamo l’ideale dell’uguaglianza, che rende fondamentalmente inaccettabile ogni disparità” (p.56). Una fasulla panacea rispetto alla quale il femminismo della differenza è andato “controcorrente”, scrive, portando ad un “andirivieni tra esterno e interno” che rappresenta un guadagno d’essere e un inizio di libertà. Quale è questo orizzonte più grande che viene indicato? Quanto ha a che fare, e quanto lo ha di necessità, con una dimensione di trascendenza che spesso si avverte sottotraccia nelle tappe di questo percorso?

Sono le domande che segnalano per quanto mi riguarda il punto oltre il quale seguendo la guida di Wanda mi ritrovo in territori inaspettati e spaesanti, lì dove non sarei giunta per la mia via.

Qui incontro l’ultima figura che si presenta a incarnare la stretta tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi, ulteriore al punto di equilibrio di Mrs.Ramsey, con la quale io forse avrei concluso, quanto a me.

E’ la figura della passione dell’accettazione e il suo nome è Felicita, la protagonista di Un cuore semplice di Flaubert. Magnifica, sì, e il nome Felicita del cuore semplice dice tutto.

Ma mi chiedo: non è un riferimento troppo spostato sul patire? In come Wanda descrive la capacità di stare nel dato nonostante gli innumerevoli colpi della sorte aprendo il varco alla libertà la seguo, ma poi la figura di Felicita risulta alla mia sensibilità disturbante ed enigmatica nel suggerimento che Wanda vi fa alla fine del suo percorso.

Felicita dal cuore semplice mi pare una specie di femminile Giobbe, ma di più, lui chiese conto a Dio, e per la verità non ebbe una risposta confortante. O meglio mi ricorda Candide di Voltaire, ma si trattava dell’ottimismo e in fondo del coltivare il proprio giardino, sì, un buon equilibrio, lì c’era assunzione di quel che dipende da noi, e non essendo nel migliore dei mondi possibili. O ancora mi richiama l’idiota di Dostoevsky, o Chanche il giardiniere di Oltre il giardino, o Forrest Gump, o ad altre figure maschili di idiota cristologico. C’è infatti qualcosa del Cristo. Certo il pappagallo impagliato che alla fine del romanzo Felicita identifica con lo Spirito Santo può alludere a questo orizzonte di fede cui spesso Wanda si richiama. Vorrei valesse anche per me e per chi non ha la fede né può sperare di calamitare la grazia, né di fare quel che dipende da me e affidare il resto all’aiuto divino, come diceva Teresa d’Avila. Io necessariamente devo tradurre, e forse un colorato pappagallo impagliato è persino un buon nome, o qualcosa che può stare nel posto vuoto di un dio. Quindi, comunque, mi conforta. Mi consente di riconoscere qualcosa in questo luogo imprevisto.

Ma non posso non finire con un mio dubbio inquietante che si aggiunge ai tanti che Wanda solleva nel suo percorso.

Felicita non assomiglia solo a Candide, o a Giobbe, a Chanche, o a Forrest Gump, o all’idiota o a Cristo, tutti maschi. Ci sono figure femminili che si collocano in una simile posizione simbolica di innocenza, semplicità o ingenuità: basti pensare alla proverbiale Cappuccetto Rosso o alla Lucia Mondella di “Omnia munda mundis”. Di più, l’immagine di una femminile purezza ed estraneità alla realtà del male del mondo è onnipresente nella nostra tradizione come contraltare al virile “farsi carico del negativo” che equivale all’essere titolare di una soggettività compiuta e matura.

Ecco, fra queste una sento di dover affiancare, sì provocatoriamente, a Felicita: la Justine di Sade, con le sue disavventure della virtù.

Se la felicità può attirare l’invidia degli dei, Justine insegna che la virtù attira piuttosto la perversione umana. La sua innocenza verrà salvata solo dalla sorella Juliette che ha accettato astutamente di sfruttare le sue grazie femminili per fare fortuna nel mondo.

Ahi noi, mi rammenta quel che si discusse accesamente nel femminismo dopo l’uscita di La donna sadiana di Angela Carter, la divisione tra le Nuove Justine e le Nuove Juliette. Non vorrei mai fosse una rinnovata divisione tra virtuose femministe della differenza e smaliziate femministe emancipate…

 

 

 

 

 

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